Quaderno UIF: Utilizzo banconote taglio elevato come potenziale strumento di riciclaggio (20 dicembre 2016)

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Fonte: sito UIF

Quaderno UIF N. 6 - L'utilizzo delle banconote di taglio elevato come potenziale strumento di riciclaggio. Lo studio del 2011 con una nota di aggiornamento

di Alessia Cassetta, Alberto Di Filippo e Valeria Roversi

Classificazione JEL: E42, K20, K42.

Nel 2011 la UIF ha realizzato uno studio sull’utilizzo delle banconote di taglio elevato come potenziale strumento di riciclaggio.
Lo studio documentava i rischi di un uso improprio del taglio apicale da parte della criminalità, evidenziando come la forte dinamica della domanda del biglietto da 500 euro osservata dal 2002 difficilmente fosse riconducibile a un utilizzo fisiologico dei mezzi di pagamento.
Lo studio — pur essendo stato citato in numerose occasioni, da ultimo nel rapporto di Europol “Why is cash still king?” — era rimasto inizialmente riservato, essendo stato diffuso solo a un ristretto ambito di autorità nazionali e internazionali.
In questo Quaderno il lavoro viene presentato nella versione del 2011, accompagnata da un aggiornamento basato sui dati disponibili al 2015.
Nell’insieme, le informazioni disponibili presso la UIF confermano i significativi rischi connessi al potenziale utilizzo di banconote di taglio elevato per attività illecite e di riciclaggio.
In considerazione di analoghi timori, la BCE ha deciso di terminare la stampa dei biglietti di taglio apicale indicativamente alla fine del 2018.

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Testo della pubblicazione

Alessia Cassetta, Alberto Di Filippo e Valeria Roversi, “Quaderno UIF N. 6 - L'utilizzo delle banconote di taglio elevato come potenziale strumento di riciclaggio. Lo studio del 2011 con una nota di aggiornamento” 20 dicembre 2016 (pdf ,1.3 M, 25 pp.)

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Dove si ricicla il denaro sporco in Italia (Wired, 20 dicembre 2016)

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Reggio Calabria la provincia più a rischio, bar e ristoranti le attività più facili per lavare i soldi. Lo studio del centro universitario Transcrime

Un indice per misurare il rischio di riciclaggio di denaro nelle province d’Italia o nelle attività produttive e commerciali.
È questo l’ultimo strumento messo a punto da Transcrime, istituto interuniversitario che si occupa di criminologia.
Incrociando vari set di dati, dall’uso del contante alla presenza di criminalità organizzata e mercati illeciti, il sistema individua le aree, per geografia o business, dove si lava più denaro sporco.
La provincia più a rischio è quella di Reggio Calabria, il cui capoluogo nel 2012 è stato il primo Comune sciolto per mafia in Italia.
Al centro soffre Prato, a nord Imperia.
Bar e ristoranti rappresentano le attività commerciali che più di frequente nascondono lavanderie di soldi della mala, insieme al gioco d’azzardo e ai centri massaggi.
Il riciclaggio di denaro è la linfa delle attività del crimine organizzato e del terrorismo.
Sapere dove si trovano le casse che alimentano questo flusso di soldi significa privare malavita e terroristi di una forma di potere e influenza: il denaro facile.
Lo stesso Gruppo d’azione finanziaria internazionale, un ente intergovernativo che si occupa di elaborare strategie per contrastare il riciclaggio di denaro, raccomanda agli stati di individuare, valutare e capire i rischi.
Quello che ha fatto l’indice di Transcrime.
Che dati considera l’indice? I ricercatori di centro universitario hanno preso in esame rischi e vulnerabilità, con leggere differenze tra territori e settori produttivi.
Per studiare le province italiane, si considerano come fattori di rischio il crimine organizzato, il mercato illegale (che comprende spaccio di droga, contraffazione, contrabbando di sigarette e vede la Campania in cima alla lista) e l’evasione fiscale.
I fattori di vulnerabilità sono l’intensità di uso del contante e l’opacità della titolarità delle attività commerciali.
Il primo elemento è noto.
L’Italia è uno dei paesi europei con la più solida infrastruttura di pos (acronimo per point of sale, gli apparecchi per le transazioni con carte di credito) e allo stesso tempo uno di quelli in cui si fa ricorso ai contanti più di frequente.
“Il secondo fattore è stato tra i più complessi da misurare”, spiega Michele Riccardi, ricercatore di Transcrime, e stabilisce la distanza tra l’attività commerciale il suo proprietario effettivo.
Più è lunga questa distanza, maggiore è il numero di scatole societarie che, una dentro l’altra, rendono più difficile individuare il vero titolare del business.
Il centro Transcrime si è basato su dati di Bureau Van Dijk, multinazionale specializzata in informazioni e archivi sulle aziende.
“Uno dei dati che ci è stato comunicato riguarda proprio titolari e azionisti di società italiani – prosegue Riccardi -.
È stata la prima indagine su vasta scala dei titolari di azienda.
Per la prima volta siamo riusciti ad analizzare la struttura e la proprietà di aziende italiane, su un campione di 3,7 milioni di aziende, che rappresentano oltre 5 milioni di titolari”.
In media, in Italia l’indice è di 1,2, dove 1 sta per controllo diretto.
Quindi, nel complesso, l’indice di Transcrime restituisce un paese di piccole imprese a gestione familiare, rispetto a una media europea di 1,5.
Ci sono, tuttavia, indici più alti se si entra nel dettaglio.
La provincia di Imperia ha un indice di 1,5, Catanzaro, Savona, Bolzano e Milano di 1,4.
Settori produttivi dominati dalle multinazionali, come quello elettrico, assicurativo o farmaceutico, restituiscono dati più alti (rispettivamente di 2,1, di 1,9 e 1,7), mentre il gioco d’azzardo ha un indice di 1,5.
Transcrime ha analizzato anche la presenza di azionisti e titolari effettivi di origine straniera in Italia: sono, rispettivamente, l’1,7% e l’1,3% del totale.
Se i titolari effettivi sono persone fisiche (in carne e ossa, per intenderci) la nazionalità più rappresentata è quella spagnola, con il 21,7% del totale, seguita dalla Svizzera (13,2%).
Se si analizzano le persone giuridiche, ossia le società, il passaporto più frequente è quello del Lussemburgo: con un tasso del 7,5%, lo staterello è la destinazione dove alcune aziende decidono di spostare la sede per avvantaggiarsi dei benefici fiscali.
Sovrapponendo i dati, l’indice elaborato da Transcrime conferma anche a livello numerico le correlazioni tra criminalità organizzata, economia sommersa e uso del contante nei pagamenti.
La classifica generale delle province italiane più a rischio riciclaggio vede in testa Reggio Calabria, seguita da Vibo Valentia, Catanzaro e Crotone.
È un riflesso degli affari sporchi della ‘ndrangheta, che lava il denaro nero in attività commerciali.
Al quinto posto si colloca Napoli, seguita da Imperia, vulnerabile come tutte le zone di confine.
Si prosegue con Caserta, Agrigento, Palermo, Caltanissetta e Trapani.
L’undicesima provincia è quella di Prato.
Transcrime rileva anche una soglia di rischio da allerta anche in provincia di Latina, nella Sicilia occidentale e nel triangolo tra Lombardia, Piemonte e il confine con la Svizzera.
“È stato più difficile identificare le proxy giuste per analizzare i settori commerciali – osserva Riccardi -.
Ci sono anche meno dati”.
I ricercatori sono partiti dalle 80 divisioni della Nace, la classificazione statistica delle attività economiche della comunità europea.
Tra i fattori di rischio ricorrono criminalità organizzata ed economia sommersa; tra le vulnerabilità l’intensità del contante e l’opacità della struttura societaria.
Ristoranti e bar si sono confermati le attività più facili per lavare denaro, seguiti da case da gioco, casinò e slot machine, e dal settore dei servizi alla persona, per via dei centri massaggi.
“L’analisi è esplorativa e preliminare”, precisa il ricercatore.
Tra i fattori esclusi, ad esempio, c’è la corruzione, che pure è un fenomeno pesante in Italia, ma “difficile da misurare a livello territoriale – spiega Riccardi -.
E senza buoni dati questo approccio non funziona bene”.
Il ricercatore rileva che in Italia “dovremmo avere dati migliori sui cosiddetti reati preuspposto, quelli che generano proventi criminali alla base del riciclaggio.
Come la corruzione, l’usura o l’estorsione.
I dati sono carenti perché queste minacce hanno un elevato numero oscuro.
Vorremmo anche avere dati migliori per settore economico sulle segnalazioni sospette a clienti e persone giuridiche”.
Alla prova pratica, a chi può servire un indice sul riciclaggio di denaro? “Sicuramente è utile a pubblica amministrazione e forze dell’ordine per fare pianificazione.
Sapere quali siano le aree territoriali e i settori più a rischio permette di allocare meglio le risorse e di concentrare le indagini – spiega Riccardi -.
Un altro uso cruciale riguarda i soggetti che devono fare pratiche antiriciclaggio: professionisti, banche, case da gioco.
Se un cliente viene da una determinata area o da un settore commerciale, si avranno livelli di rischio diversi”.
L’indice elaborato da Transcrime fa parte di un progetto di ricerca europeo, Iarm (Identifying and assessing the risk of money laundering in Europe), iniziato a febbraio del 2015, che l’istituto ha coordinato e che ha coinvolto anche l’ateneo di Leicester nel Regno Unito e Vrije in Olanda.
Al progetto di Transcrime, che coinvolge le università Cattolica di Milano, Alma Mater di Bologna e quella di Perugia, hanno collaborato anche l‘Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, l’ufficio che si occupa di antiriciclaggio, e il ministero dell’Economia e delle finanze, più i ministeri olandesi del Tesoro e della Giustizia.
L’indice finale sarà pronto a febbraio del prossimo anno.

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La Vigilanza bancaria della BCE pubblica le priorità per il 2017 (16 dicembre 2016)

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  • Fonte: sito bankingsupervision.europa.eu
  • Tre aree di rischio fondamentali resteranno prioritarie nel 2017: i rischi connessi ai modelli imprenditoriali e alla redditività, il rischio di credito (con particolare attenzione ai crediti deteriorati) e la gestione dei rischi.
  • Nuova enfasi sugli effetti riconducibili alla Brexit e alla concorrenza proveniente dal settore della tecnofinanza.
  • Sotto osservazione anche le attività esternalizzate dalle banche e i relativi rischi.

La Banca centrale europea (BCE) ha oggi (15 dicembre 2016 ndr) pubblicato le proprie priorità per il 2017 concernenti la vigilanza degli enti creditizi significativi nell’area dell’euro.
L’attenzione è rivolta principalmente ai rischi fondamentali fronteggiati al momento dalle banche, tra cui la necessità di adattarsi a condizioni finanziarie quali la debole crescita economica nell’area dell’euro e le incertezze geopolitiche gestendo nel contempo le attività finanziarie preesistenti.
La Vigilanza bancaria della BCE si concentrerà quindi sui rischi legati ai modelli imprenditoriali e alla redditività, sul rischio di credito (con particolare riguardo ai crediti deteriorati) e sulla gestione dei rischi.
Queste aree rientravano già tra le priorità del 2016, ma per ciascuna di esse saranno ora approfonditi nuovi ambiti.
“La vigilanza bancaria è un settore dinamico. Il mondo in cui viviamo è mutato, come pure il contesto economico e regolamentare. Esamineremo più da vicino gli effetti derivanti per gli intermediari dalla Brexit, dal settore della tecnofinanza e dalle attività bancarie esternalizzate”, ha affermato Danièle Nouy, Presidente del Consiglio di vigilanza della BCE.
La BCE si soffermerà inoltre su specifiche classi di attività, adottando un nuovo approccio basato sulla combinazione di indagini in loco e a distanza, ad esempio nel caso dei prestiti a imprese del settore marittimo.
In aggiunta, la funzione di vigilanza intraprenderà una nuova analisi tematica per fare il punto delle attività esternalizzate dalle banche e verificare come queste gestiscano i relativi rischi.
È possibile che tali iniziative richiedano più di un anno.
La BCE concluderà anche diverse analisi tematiche già avviate, che riguardano fra l’altro il potenziale impatto dello standard internazionale di rendicontazione finanziaria IFRS 9 sulle banche e sulla loro aderenza ai principi stabiliti dal Comitato di Basilea in materia di aggregazione e segnalazione dei dati sui rischi. Lo standard, applicabile agli strumenti finanziari, entrerà in vigore nel 2018.
È inoltre in corso un’analisi mirata dei modelli interni tesa a valutare l’adeguatezza dei modelli interni di primo pilastro, utilizzati dalle banche per calcolare i requisiti patrimoniali minimi previsti per legge. L’esercizio comprende i rischi di credito, di mercato e di controparte; le relative verifiche in loco prenderanno il via nel primo semestre del 2017.

Esternalizzazione di funzioni aziendali (outsourcing)

Scrive la BCE:
“L’espansione della gamma di attività che le banche possono voler esternalizzare comporta l’insorgere di nuovi rischi connessi a questa pratica.
La vigilanza bancaria europea avvierà pertanto un’analisi tematica per fare il punto delle attività esternalizzate dalle banche e verificare come queste gestiscono i relativi rischi (anche di natura informatica)”.

Contatti

Per eventuali richieste gli organi di informazione sono invitati a contattare Uta Harnischfeger (tel. +49 69 1344 6321).
 
Banca centrale europea
Direzione Generale Comunicazione
Sonnemannstrasse 20, 60314 Frankfurt am Main, Germany
Tel. +49 69 1344 7455, E-mail: media@ecb.europa.eu, Internet: www.bankingsupervision.europa.eu

Allegato

SSM supervisory priorities 2017 - italiano (pdf, 34 K, 3 pp.

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MEF: antiriciclaggio, consultazione pubblica per la regolamentazione dei compro oro (13 dicembre 2016)

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  • Fonte: sito MEF

La direttiva (UE) 2015/849 del Parlamento europeo e del Consiglio (c.d. IV Direttiva AMLD), abrogando le precedenti direttive in materia di antiriciclaggio ed allineando gli Stati membri ai più avanzati standard internazionali di settore, ha introdotto disposizioni finalizzate ad ottimizzare l’utilizzo degli strumenti di lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, costituendo, a partire dallo spirare del termine di recepimento, l’unico atto legislativo dell’Unione europea cui dovranno conformarsi gli Stati membri nel definire i propri ordinamenti interni.
In particolare, l’articolo 2 paragrafo 7 della citata direttiva prevede che “Nel valutare il rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ai fini del presente articolo, gli Stati membri devono prestare particolare attenzione alle attività finanziarie considerate particolarmente suscettibili, per loro natura, di uso o abuso a fini di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo”.
Ai fini del recepimento di tale specifica disposizione l’articolo 15, comma 2, lettera l) della legge 12 agosto 2016, n. 170, prevede uno specifico criterio di delega per l’adozione di una disciplina organica di settore diretta a garantire il monitoraggio ed il contrasto di attività criminali riconducibili all’attività di compravendita di oggetti in oro e di preziosi usati da parte degli operatori economici non riconducibili agli operatori professionali in oro disciplinati dalla legge 17 gennaio 2000, n. 7.
Il Dipartimento del tesoro, ritiene opportuno sottoporre a consultazione pubblica lo schema di decreto legislativo, predisposto nel rispetto del citato criterio di delega per il recepimento della IV Direttiva AMLD.
La consultazione è curata dall’Ufficio IV – Direzione V del Dipartimento del tesoro.
I commenti possono essere inviati per e-mail, specificando nell’oggetto l’argomento posto in consultazione, entro il 23 dicembre 2016, all’indirizzo: dt.antiriciclaggio@tesoro.it.
I commenti pervenuti saranno resi pubblici al termine della consultazione, salvo espressa richiesta di non divulgarli.
Il generico avvertimento di confidenzialità del contenuto della e-mail, in calce alla stessa, non sarà considerato una richiesta di non divulgare i commenti inviati.

Testo in consultazione

  • Disciplina organica del settore dei compro oro in attuazione dell’articolo 15, comma 2, lettera l) della legge 12 agosto 2016, n. 170 – testo in consultazione (pdf, 232 K, 8 pp.)

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Antiriciclaggio 4.0, quali novità? Parte 1 (13 dicembre 2016)

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(immagine tratta da wikimedia.org

Il 30 novembre scorso il MEF ha posto in consultazione lo schema di decreto legislativo attuativo della Direttiva (UE) 2015/849 del Parlamento Europeo e del Consiglio (c.d. “IV AMLD”) che sostituisce il D.Lgs. n. 231/2007. Cosa prevede il reebot della disciplina italiana in materia di antiriciclaggio pre-consultazione, Versione 4.0?

Parte I

Soggetti obbligati

Perentoriamente, da “destinatari” a “soggetti obbligati” (art. 3).

Lo schema di decreto legislativo posto in consultazione, attuativo della Direttiva (UE) 2015/849 del Parlamento Europeo e del Consiglio (di seguito, in breve, “schema di decreto”), elenca - tutti - i soggetti obbligati alle nuove misure di prevenzione.
Agli intermediari bancari, finanziari e assicurativi, anche di un altro Stato membro, stabiliti con o senza succursale sul territorio nazionale, si aggiungono - con precisa previsione - gli intermediari e le società fiduciarie ex art. 106 del TUB, i confidi e i soggetti eroganti micro-credito compliant alla nuova disciplina loro applicabile.
Tra gli altri operatori finanziari rientrano, invece, le società fiduciarie c.d. “statiche”, i consulenti finanziari, i cambiavalute e gli intermediari del credito iscritti negli elenchi OAM, ad eccezione della rete distributiva italiana di istituti di pagamento e moneta elettronica comunitari, di cui si discorrerà nella Parte II.  
La categoria dei professionisti è implementata dall’ipotesi in cui notai, avvocati o dottori commercialisti risultino curatori fallimentari o commissari giudiziali nelle procedure concorsuali, con riguardo al fallito e alle parti in causa.
Nella lista degli operatori non finanziari obbligati sono inseriti i prestatori di servizi relativi a società e trust, i soggetti che esercitano l’attività di commercio di cose antiche, l’attività di case d’asta o galleria d’arte nonché la mediazione civile. Inoltre, entrano nel campo di applicazione aml i provider di valuta virtuale.
Da ultimo, la platea dei prestatori di servizi di gioco on line o su rete fisica - quantomeno nella prima versione dello schema di decreto - si allarga anche alle ipotesi di offerta del lotto, delle lotterie ad estrazione istantanea o ad estrazione differita e concorsi pronostici.

MEF, Regulatory e organismi interessati

Gli artt. 4-14, del nuovo Titolo I, dello schema di decreto, definiscono con maggiore incisività gli assetti istituzionali coinvolti nella prevenzione e nel contrasto dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, fortificandone la collaborazione.
In tale ottica, spicca la possibilità per il MEF, su proposta del Comitato di sicurezza finanziaria, di affrancare taluni soggetti dall’osservanza degli adempimenti aml, ivi comprese le pubbliche amministrazioni. Tale esenzione interviene al solo ricorrere di parametri puntualmente fissati in sede di analisi nazionale dei rischi, o, sostanzialmente, laddove rilevato basso (esiguo, inesistente) rischio di riciclaggio.
Confermato il ruolo centrale delle funzioni attribuite all’UIF. Rafforzate dalla possibilità di accedere, oltre che ai dati contenuti nell’anagrafe tributaria, dei conti e dei depositi, anche alle informazioni contenute nell’anagrafe immobiliare.
L’Unità istituita presso Banca d’Italia, peraltro, ha accesso tout court alle informazioni sulla titolarità effettiva di persone giuridiche e trust espressi, contenute in apposite sezioni del Registro delle imprese; al pari del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, della DIA e delle Autorità di vigilanza di settore.
In particolare a quest’ultime (Banca d’Italia, CONSOB e IVASS) spetta il rinnovo della regolamentazione secondaria di settore in materia di organizzazione, procedure e controlli interni ovvero di adeguata verifica della clientela e valutazione del rischio.
Per completezza, il perimetro istituzionale previgente viene ampliato dall’ingresso delle cc.dd. “amministrazioni e organismi interessati”, chiamati ad accertare e vigilare l’inosservanza degli obblighi aml relativamente alle violazioni commesse dai soggetti obbligati su cui esercitano le proprie attribuzioni istituzionali.
Ulteriore novità contenuta nello schema di decreto concerne la consacrazione dell’analisi nazionale dei rischi (art. 14). Con cadenza quinquennale, salvo particolari necessità o nuovi rischi, il Comitato di Sicurezza finanziaria analizza e valuta il rischio nazionale di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo. A tal fine individua le minacce più rilevanti e le vulnerabilità del sistema nazionale di prevenzione, di investigazione e di repressione dei fenomeni di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, i metodi e i mezzi di svolgimento di tali attività e i settori maggiormente esposti al rischio.

Adeguata verifica della clientela e criteri per la determinazione del titolare effettivo

Il nuovo Titolo II, innovato dallo schema di decreto, compie il refresh delle disposizioni antiriciclaggio dettate in materia di adeguata verifica della clientela, conservazione dei dati e delle informazioni acquisite, nonché degli obblighi di segnalazione.
Fondamentalmente analoghe le attività da porre in essere e i parametri generali d’azione per il perfezionamento della customer due diligence, occorre, di contro, soffermarsi sui nuovi criteri per la determinazione della titolarità effettiva di clienti diversi dalle persone fisiche (art. 20).
Al riguardo, in prima istanza permane la regola “aurea”, secondo cui il titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche coincide con la persona fisica o le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente ovvero il relativo controllo.
In particolare, nell’espressa fattispecie di cliente-società di capitali, costituisce:

  • proprietà diretta: la titolarità di una partecipazione superiore al 25% del capitale sociale, detenuta da persona fisica;
  • proprietà indiretta: la titolarità di una percentuale di partecipazioni superiore al 25 % del capitale sociale, posseduta per il tramite di società controllate, società fiduciarie o interposta persona.

Laddove non ancora individuabile “in maniera univoca” la proprietà diretta o indiretta dell’ente, il titolare effettivo risulta colui il quale controlla l’ente in forza:

  • del controllo della maggioranza dei voti esercitabili in assemblea ordinaria;
  • del controllo di voti sufficienti per esercitare un'influenza dominante in assemblea ordinaria;
  • dell’esistenza di particolari vincoli contrattuali che consentano di esercitare un’influenza dominante.

In via residuale, titolari effettivi dell’ente ai fini aml sono i soggetti apicali, incaricati, dunque, di poteri di amministrazione o direzione della società.
Nel caso in cui il cliente sia un’associazione, una fondazione, o un’altra istituzione di carattere privato, i titolari effettivi sono, cumulativamente,: i fondatori, se ancora in vita; i beneficiari, quando individuati o facilmente individuabili ovvero i soggetti apicali.
E il titolare effettivo di trust? Diversamente che nel D.Lgs. n. 231/2007, lo schema di decreto ricollega l’identificazione del titolare effettivo di trust al pacchetto informativo da trasmettere al Registro delle imprese (art. 22, comma 5). Più precisamente, la “comunicazione” riguarda la titolarità effettiva del trust, per tale intendendosi:

  • l’identità del fondatore, del fiduciario o dei fiduciari, di altra persona per conto del fiduciario;
  • dei beneficiari o classe di beneficiari;
  • della altre persone fisiche che esercitano il controllo sul trust e di qualunque altra persona fisica che esercita, in ultima istanza, il controllo sui beni conferiti nel trust attraverso la proprietà diretta o indiretta o attraverso altri mezzi.

La comunicazione di titolarità effettiva

Al trittico degli obblighi antiriciclaggio - adeguata verifica della clientela, conservazione delle informazioni acquisite e segnalazione di operazione sospetta - lo schema di decreto ne introduce un quarto: la comunicazione di titolarità effettiva.
Sicché, ai sensi del nuovo art. 21, le imprese dotate di personalità giuridica, le persone giuridiche private e i trustee, comunicano telematicamente al Registro delle imprese tutte le informazioni relative ai propri titolari effettivi. Comunicate, tali informazioni sono conservate in apposite sezioni del Registro delle imprese secondo le tempistiche e le modalità tecniche, anche di accesso, definite dal MEF, di concerto con il MISE.
Proprio in virtù del neonato obbligo, gli amministratori e/o il fondatore (o i rappresentanti dell’ente) acquisiscono - e conservano per cinque anni - le informazioni riguardanti la titolarità effettiva dell’ente gestito. Tali indicazioni, peraltro, sono fornite anche ai soggetti obbligati allorché funzionali all’assolvimento dell’adeguata verifica della clientela.
Diversamente, i trustee custodiscono le informazioni acquisite per un periodo non inferiore a cinque anni dalla cessazione dell’incarico fiduciario, rendendole prontamente accessibili alle autorità competenti.
Le informazioni circa la titolarità effettiva degli enti dotati di personalità giuridica, e delle persone giuridiche private, contenute nelle apposite sezioni del Registro delle imprese sono accessibili:

  • alle autorità competenti, senza alcuna restrizione;
  • alle autorità preposte al contrasto dell’evasione fiscale, con le modalità all’uopo stabilite da apposito decreto del MEF;
  • ai soggetti obbligati, a supporto degli adempimenti dettati in materia di adeguata verifica della clientela;
  • ai soggetti portatori di interessi pubblici o diffusi, nei casi in cui la conoscenza della titolarità effettiva sia necessaria per curare o difendere, nel corso di un procedimento giurisdizionale, un interesse corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata, quando si abbiano ragioni, concrete e documentate, per dubitare che la titolarità effettiva sia diversa da quella legale.

Differentemente, l’accesso alla sezione speciale del Registro delle imprese contenente le informazioni riguardanti la titolarità effettiva dei trust produttivi di effetti giuridici rilevanti ai fini fiscali è consentito alle sole autorità competenti, nonché ai soggetti obbligati, ove di ausilio alle attività di customer due diligence.

(fine prima parte)

Chi è Alessio Castronuovo?

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Legal, compliance & aml officer. Laureato in Giurisprudenza, specializzato nella disciplina antiriciclaggio e nel regulatory compliance bancario e finanziario.

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Criptomoneta e distacco dalla moneta legale: il caso bitcoin (Dirittobancario.it, 9 dicembre 2016)

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Su dirittobancario.it è stato pubblicato il documento “Criptomoneta e distacco dalla moneta legale: il caso bitcoin”  (pdf, 1.6 M, 23 pp.) a firma di Giuliano Lemme  , Ordinario di Diritto dell’Economia nell’Università di Modena e Reggio Emilia e Sara Peluso, già Assegnista di Ricerca di Politica Economica nell’Università di Modena e Reggio Emilia

Di seguito l’indice e il paragrafo “3. Bitcoin e le criptovalute” del documento dedicato a “Bitcoin”; il testo completo è disponibile su dirittobancario.it anche in pdf

Estremi per la citazione:
G. Lemme e S. Peluso, Criptomoneta e distacco dalla moneta legale: il caso bitcoin, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 43, 2016
ISSN: 2279–9737, Rivista di Diritto Bancario

Indice

1.L’evoluzione del concetto di “moneta legale” e la dematerializzazione monetaria
2. Free money e monete virtuali
3. Bitcoin e le criptovalute
4. Bitcoin e le tre funzioni della moneta: analisi comparativa
4.1. Informazioni preliminari
4.2. Bitcoin come mezzo di scambio
4.2.1. Costi di transazione
4.2.2. Anonimato e trasparenza.
4.2.3. Corso legale.
4.2.4.Costi fissi.
4.2.5. Esternalità/Economia di rete.
4.2.6. Risoluzione delle controversie.
4.2.7.Credito
4.3. Bitcoin come unità di conto
4.3.1. Divisibilità.
4.3.2.  Volatilità dei prezzi.
4.4. Bitcoin come riserva di valore
4.4.1. Tendenza deflazionistica
4.4.2. Sicurezza informatica.
5. Bitcoin e la volatilità

3. Bitcoin e le criptovalute

È comunque con Bitcoin che la moneta complementare di tipo digitale raggiunge l’espressione sin qui più compiuta, più aperta, più decisamente simile alla vera e propria moneta[26].
La nascita di Bitcoin è stata – volutamente – tenuta avvolta in un’aura misteriosa e quasi mitica: un programmatore che si celava sotto lo pseudonimo Japanese sounding Satoshi Nakamoto[27] nel 2009 avrebbe creato l’algoritmo di funzionamento di questa criptovaluta. Funzionamento estremamente complesso, basato però su un dato fondamentale: la creazione stessa della moneta è fenomeno condiviso dalla comunità, in quanto “fabbricare” Bitcoin significa al tempo stesso contribuire alla sicurezza del sistema. Non solo: non vi è nessun ente o soggetto centrale che controlla l’emissione, che quindi è basata su un meccanismo peer to peer puro, in cui ciascun utente ha diritti pari a quelli degli altri. In mancanza di un soggetto singolo con diritti di gestione della moneta, è dunque il solo algoritmo di creazione che ne definisce le caratteristiche ed i limiti di emissione[28].
Tra gli aspetti sostanziali di Bitcoin vi è dunque l’assenza di un soggetto intermediario nella trasmissione di moneta. L’intermediazione (sia quella svolta dalla Banca Centrale, che garantisce che l’emissione di moneta avvenga nell’ambito delle regole stabilite dallo Stato, sia quella delle banche, nel caso di moneta scritturale) è volta sia a consentire la circolazione, sia a garantire che la moneta non venga duplicata, nel senso che la sua trasmissione si accompagni ad una diminuzione della disponibilità materiale del pagante[29]. Con Bitcoin, il particolare meccanismo garantisce che, nella normalità dei casi, la duplicazione sia di fatto impossibile[30]. Questo ovviamente non fa che rafforzarne la natura in certo senso solidaristica, oltre che “anarchica”, nel senso sopra spiegato.
Ciò posto, il problema diviene quello di accertare la natura giuridica di Bitcoin (ed in generale di tutte le criptomonete, delle quali Bitcoin, come dicevo, è l’esempio più noto e più diffuso).
Sul punto, dobbiamo partire dalla posizione ufficialmente espressa dalla BCE[31]. La Banca Centrale Europea ha dedotto infatti che le monete virtuali, in quanto prive di un apparato normativo che ne stabilisca la funzione di mezzo di adempimento delle obbligazioni pecuniarie, non sarebbero moneta. O meglio: lo sarebbero, ma solo nel senso di moneta contrattuale, valida dunque nei meccanismi di scambio in quanto vi sia un accordo tra le parti[32]. Le monete virtuali, continua la Banca, non sarebbero dunque soggette ai meccanismi normativi previsti dalla PSD.
Le conclusioni sono dunque che “As a result, analysis from the economic and legal perspectives leads to the conclusion that virtual currencies should not be bundled into the generic words of money or currency, even though their technical appearance takes a form which has some similarities to scriptural money and/or electronic money”.
Ora, partendo proprio da quest’ultimo punto, va a mio avviso precisato che la BCE mantiene una posizione estremamente conservatrice sull’uso del termine moneta; lo stesso rapporto ora citato, ad esempio, afferma che “scriptural money, or bank money, in euro and electronic money (e-money) in euro are not legal tender. Nevertheless, these forms of money are widely accepted for all kinds of payments by choice”. Come ho già detto, riconoscere valore di moneta legale alla sola moneta fisica appare oggi un concetto fondamentalmente superato, in quanto la moneta bancaria e quella elettronica, a seconda del contesto, hanno valore di mezzo di adempimento delle obbligazioni pecuniarie assolutamente analogo a quello della moneta fisica.
Ciò posto, le conclusioni cui giunge la BCE sono a mio avviso fondamentalmente condivisibili, in quanto Bitcoin, e con esso tutte le monete virtuali, non facendo riferimento ad un sistema normativo specifico stabilito da una autorità centrale, non possono assolvere funzione di mezzo di adempimento delle obbligazioni pecuniarie se non, al limite, in base al meccanismo previsto dall’art. 1278 c.c.
Il problema, peraltro, diviene quello di stabilire entro che misura Bitcoin possa assolvere la funzione di estinzione di obbligazioni pecuniarie in determinate circostanze. La sin troppo facile (ed immediata) risposta (assunta anche dalla BCE nel citato rapporto) è che tale funzione è limitata al solo contesto in cui, previo accordo delle parti, Bitcoin venga accettata in pagamento. Peraltro, occorre anche sottolineare che ammettere il valore solutorio in questi termini sposta il problema in gran parte dal livello qualitativo a quello quantitativo; detto altrimenti, se Bitcoin o un’altra criptomoneta divenissero de facto sufficientemente diffuse, potrebbero ad un certo punto assumere una funzione monetaria in senso stretto[33]. Ciò non significherebbe comunque, si badi bene, che Bitcoin allo stato potrebbe assumere la funzione di moneta legale; perché ciò avvenisse, occorrerebbe che un determinato contesto normativo ne definisse la legge di circolazione, il che allo stato appare contraddetto dallo stesso meccanismo “anarchico” al quale più volte ho fatto cenno[34].
Un significativo passo nel senso di riconoscere il valore di Bitcoin come moneta è stato tuttavia compiuto dalla Corte di Giustizia UE, con la sentenza 22.10.15 (in causa C-264/14, Skatteverket c/ David Hedqvist). La Corte ha infatti stabilito, proprio con riferimento a Bitcoin, che “ le operazioni relative a valute non tradizionali, vale a dire diverse dalle monete con valore liberatorio in uno o più paesi, costituiscono operazioni finanziarie, in quanto tali valute siano state accettate dalle parti di una transazione quale mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non abbiano altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento”.
Nella sentenza, di fatto, l’operazione di cambio da Bitcoin a moneta legale è stata riconosciuta alla stregua di una operazione finanziaria di cambio tradizionale (del tipo che il mio Maestro Paolo Ferro-Luzzi riconduceva allo schema tipico “denaro-denaro”). Sebbene questo non comporti il venir meno della mancata riconducibilità di Bitcoin alla moneta legale in senso stretto, nondimeno il significato è quello di un passo avanti verso l’equiparazione piena alla moneta in senso lato.
Non mancano, a questo proposito, esempi di Paesi nei quali si sta andando nella direzione di una piena parificazione di Bitcoin alla moneta legale. In Giappone, il 22.5.2016 la Dieta ha approvato una legge che regola il pagamento in valute virtuali[35] mentre negli Stati Uniti è recentissimo il caso di una pronuncia giudiziaria in base alla quale Bitcoin è moneta, e non una commodity[36].
In effetti, il timore principale delle autorità centrali è quello che la diffusione non regolata di Bitcoin possa minare alla base gli strumenti di controllo delle politiche monetarie[37]. Di contro, nel Regno Unito, Paese nel quale l’attenzione verso le criptomonete è crescente grazie al ruolo di Londra quale capitale finanziaria, si sottolinea come l’intrinseca limitazione dell’ammontare di Bitcoin che possono essere creati[38] possa consentire una predizione accurata della massa monetaria circolante e limitare l’inflazione[39].
Il quadro, dunque, è estremamente variegato e complesso. Certamente i governi e le banche centrali si rendono conto delle potenzialità (sinora in gran parte rimaste a livello embrionale) delle criptomonete e di Bitcoin, ed hanno in prevalenza agito su di un piano preventivo. Allo stato, quantomeno su un piano quantitativo, non sembra che Bitcoin possa incidere in maniera significativa sulle politiche monetarie, quantomeno nell’immediato futuro.
Quanto al tema da cui sono partito, ossia la natura (monetaria o meno) delle criptomonete, ritengo possa farsi un ragionamento analogo: la base “consensuale” di circolazione è attualmente troppo ridotta perché si possa parlare quantomeno di equivalenza alla moneta legale; la stessa natura limitata della creazione di Bitcoin ne favorisce il confinamento entro ambiti circoscritti. Il sasso, però, è stato gettato nello stagno; non è detto che, in futuro, non si possano creare altre valute virtuali le cui caratteristiche (e il cui successo) consentano un affiancamento o addirittura una sostituzione alla moneta legale “tradizionale”. Ma su questo punto ritorneremo alla fine del presente scritto.

Allegato

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  • G. Lemme e S. Peluso, Criptomoneta e distacco dalla moneta legale: il caso bitcoin (pdf, 1.6 M, 23 pp.)

Note al testo

  • [26] G. Hileman, op. cit., pagg.15 segg., distingue tra “money” e “currency”: la prima sarebbe la moneta in senso lato, in tutte le sue funzioni, mentre la seconda sarebbe mezzo di scambio. Sotto questo profilo, potremo sin d’ora anticipare che Bitcoin è più “currency” che “money”. Sul punto, in una chiave di lettura filosofica, v. M. G. Turi, La distinzione fra moneta e denaro, Roma, 2009. L’A. nota, anche con esempi lessicali, che in effetti la moneta non può essere usata come sinonimo di denaro, ma nota un’ambiguità del termine money nella lingua inglese, che viceversa, come abbiamo appena visto, gli economisti moderni tendono a superare.
  • [27] come è noto, recentemente un imprenditore australiano, Craig Wright, ha rivelato di essere l’inventore di Bitcoin. La reazione incredula quando non decisamente ostile di parte della comunità virtuale all’annuncio è una tangibile testimonianza della natura “anarchica” sottesa al successo di questa moneta.
  • [28] la letteratura scientifica su Bitcoin è oramai ampia; per quanto concerne gli aspetti giuridici, il testo più completo è probabilmente Aa.Vv., The law of Bitcoin, Bloomington, 2015, ma non mancano testi in lingua italiana, tra i quali segnaliamo: S. Capaccioli, Criptovalute e Bitcoin. Un’analisi giuridica, Milano, 2015;  M. Mancini, Valute virtuali e Bitcoin, in AGE – Anal. Giur. Economia, 1/2015, pagg. 117 segg.;  R. Scalcione, Gli interventi delle autorità di vigilanza in materia di schemi di monete virtuali, ivi, pagg. 139 segg.
  • [29] S. Hoegner, What is Bitcoin? In Aa.Vv., The law of Bitcoin,,cit.
  • [30] parlo di “normalità dei casi” in quanto, disponendo di une potenza di calcolo superiore al 50% di quella usata nella generazione di Bitcoin, si potrebbe in teoria duplicare la moneta cancellando le transazioni precedenti; di fatto, è allo stato inipotizzabile che un singolo soggetto o più soggetti organizzati possano disporre di una tale potenza di calcolo.
  • [31] in Virtual currency schemes – a further analysis, Febbraio 2015
  • [32] id., pag. 24
  • [33] sin da tempo risalente i giuristi hanno sottolineato la possibilità di una definizione “espansiva” della moneta; nota, in proposito, è la teoria di H. Oliphant, The theory of money in the law of commercial instruments, in Yale Law Journal, 1920, pagg. 606 segg. Va sottolineato che, sotto questo profilo, le criptomonete hanno maggior attitudine rispetto alle monete complementari di assumere funzione monetaria vera e propria, a causa della espansività potenziale della loro diffusione rispetto alla circoscritta valenza territoriale delle seconde; v.  M. Mancini, op. cit., pagg. 124 segg. Va poi notato che la stessa BCE ha fatto leva sull’argomento dell’impatto diffusivo nel cambiare la definizione di moneta virtuale rispetto al precedente rapporto (uscito nell’ottobre 2012). Infatti, sottolinea la Banca, “it was considered necessary to amend the definition of virtual currency used in 2012 on several aspects.First, it should no longer contain the word “money”, since it has become clear that, even today, virtual currencies do not have the nature of a highly liquid asset and have not reached the level of acceptance commonly associated with money”. La definizione adottata nel 2015 è dunque “a digital representation of value, not issued by a central bank, credit institution or e-money institution, which, in some circumstances, can be used as an alternative to money”.
  • [34] Come è stato notato (R. Scalcione, op. cit., pag. 143) la nuova formulazione dell’art. 126 octies del TULB, che rimanda all’accordo delle parti la valuta di pagamento, si applica alle sole valute europee, in quanto la norma recepisce direttive comunitarie. A mio avviso, peraltro, la stessa norma, una volta entrata a far parte dell’ordinamento nazionale, potrebbe essere suscettibile di interpretazione estensiva; rimane l’ostacolo, cui più volte ho fatto cenno, della possibile definizione di Bitcoin come “valuta” in senso generale.
  • [35] http://www.japantimes.co.jp/news/2016/05/25/business/diet-oks-bill-regul...
  • [36] http://www.reuters.com/article/us-jpmorgan-cyber-Bitcoin-idUSKCN11P2DE
  • [37] R. Scalcione, op. cit., pagg. 139 segg.
  • [38] tale numero, in base alle caratteristiche del protocollo informatico di creazione, non può essere superiore a 21 milioni circa
  • [39] HM Treasury, Digital currency: response to the call for information, Marzo 2015, pag. 17

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FATF-GAFI: Rapporto sulle misure della Svizzera contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (7 dicembre 2016)

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Il sistema antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo in Svizzera è nel suo complesso valido ma servono alcuni miglioramenti per raggiungere una efficacia completa

GAFI-FATF ha condotto un assessment (pdf, 3.5 M, 248 pp.) del sistema antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo (AML/CFT framework) della Svizzera sulla base delle raccomandazioni promulgate dallo stesso GAFI nel 2012.
L’assessment ha valutato sia il livello di efficacia del sistema svizzero AML / CFT sia la sua “conformità tecnica” con le raccomandazioni del GAFI.
Rispetto al precedente assessment GAFI-FATF del 2005, la Svizzera ha rafforzato il suo sistema AML/CFT.
Questi miglioramenti si basano su una chiara volontà politica di promuovere l'integrità del mercato finanziario elvetico: le riforme normative pertanto sono state volte a soddisfare i requisiti delle raccomandazione GAFI in modo da essere in grado di meglio fronteggiare i significativi rischi di riciclaggio di denaro che la Svizzera deve affrontare.
Dal punto di vista operativo, le autorità di polizia elevetiche hanno dimostrato l'efficacia dei loro metodi di indagine durante la collaborazione giudiziaria nei casi di riciclaggio internazionale.
Alcune di queste indagini internazionali legati a gravi casi di corruzione hanno portato al rimpatrio di una considerevole quantità di beni ai paesi danneggiati.

Le autorità di vigilanza monitorizzano continuamente le istituzioni finanziarie e gli enti non finanziari regolamentati seguendo un approccio basato sul rischio.
Il team GAFI-FATF di valutazione invita le autorità svizzere a rafforzare il controllo sugli obblighi di  segnalazioni di operazioni sospette, in particolare per le istituzioni finanziarie.
Inoltre sarebbe opportuno che le sanzioni applicate per il mancato rispetto dei requisiti AML / CFT, sia alle persone fisiche sia a quelle giuridiche siano commisurate alla gravità dei reati commessi anche per spingere a riconsiderare le politiche attuate in caso di necessità.
La Svizzera dimostra un forte impegno nelle collaborazioni giudiziarie internazionali che la vedono coinvolta ma dovrebbe garantire lo stesso impegno in tutte le forme di cooperazione internazionale in particolare per quanto riguarda la vigilanza dei grandi gruppi finanziari dato il ruolo chiave della piazza finanziaria svizzera.
Le autorità svizzere hanno recentemente adottato nuove misure per affrontare alcuni di questi “punti critici”: questi sviluppi sono i benvenuti e le autorità svizzere sono invitate a garantire l'effettiva attuazione di queste nuove disposizioni di legge.

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FATF-GAFI: Rapporto sulle misure USA contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (6 dicembre 2016)

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Gli Stati Uniti hanno un affidabile sistema di antiriciclaggio del denaro sporco e di lotta al finanziamento del terrorismo. Tuttavia cui sono gravi lacune che impediscono la conoscenza tempestiva delle informazioni sui titolari effettivi

Il GAFI-FATF e l’Asia/Pacific Group on Money Laundering (APG) hanno condotto un assessment approfondito (pdf, 3 M, 266 pp.) del sistema antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo (AML/CFT framework) negli Stati Uniti ed hanno reso noto la il 4a rapporto di mutua valutazione relativo agli USA.
La potenza globale del dollaro americano e i grandi volumi di transazioni giornaliere del sistema finanziario e bancario americano espongono gli USA a significativi rischi di riciclaggio di denaro. Esistono anche significativi rischi di finanziamento del terrorismo a causa delle caratteristiche di apertura e globalizzazione del sistema finanziario USA e per la presenza di minacce dirette agli interessi degli Stati Uniti da parte di gruppi terroristici.

Punti di forza

Negli USA c’è un livello significativo di comprensione di questi rischi.
Il contrasto al finanziamento del terrorismo ha massima priorità e gli Stati Uniti sono molto efficaci in questo settore.
(…)
La vigilanza AML / CFT nei settori bancario e finanziario sembra dunque essere efficace nel suo complesso anche grazie al sistema di sanzioni in essere.

Le criticità

Negli ultimi anni sono stati rafforzati i controlli sui casinò e tuttavia manca ancora ancora un sistema di vigilanza AML / CFT per imprese non finanziarie e i professionisti.
Ci sono infatti gravi lacune nel quadro giuridico complessivo che impediscono di conoscere in modo tempestivo i titolari effettivi specie a fronte di strutture societarie complesse che possono nascondere fenomeni di riciclaggio di denaro.
Miglioramenti significativi sono necessari in questi settori.

Il report

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Anticorruzione: Second compliance report on Italy (6 dicembre 2016)

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Le norme anticorruzione in Italia non sono ancora pienamente in linea con gli standard fissati dal Consiglio d’Europa

Il 5 dicembre 2016 GRECO  - Gruppo di Stati contro la Corruzione - l'organismo anticorruzione del consiglio d'Europa ha pubblicato il rapporto “Second compliance report on Italy” (pdf, 351  K, 15 pp.)

Scrive il “Fatto Quotidiano” commentando il rapporto:

“Le norme anticorruzione in Italia non sono ancora pienamente in linea con gli standard fissati dal Consiglio d’Europa.
La trasparenza sul finanziamento ai partiti è aumentata negli ultimi due anni, anche grazie all’introduzione del divieto alle donazioni anonime alle forze politiche, ma restano ancora delle criticità, tra cui quella del difficile accesso, da parte dei cittadini, alle informazioni sui finanziamenti che i partiti hanno ricevuto”.

Cos’è Greco

Fonte www.rpcoe.esteri.it

Il Gruppo di Stati contro la Corruzione (GRECO) è stato istituito nel 1999 nel quadro di un Accordo Parziale Allargato dal Consiglio d'Europa per monitorare il rispetto da parte degli Stati membri degli standard e delle norme anti-corruzione elaborate dall'organizzazione. Esso conta attualmente 49 Stati Membri.
Obiettivo del GRECO é di migliorare la capacità dei suoi membri di lottare contro la corruzione assicurandosi, attraverso un processo dinamico di valutazione reciproca e di “pressione tra pari”, che essi soddisfino gli standard del Consiglio d'Europa nella lotta alla corruzione. Il Gruppo contribuisce infatti ad identificare le lacune nelle politiche nazionali di lotta contro la corruzione e incoraggia gli Stati ad adottare riforme legislative, istituzionali e pratiche necessarie. Il GRECO è inoltre un forum di condivisione di buone pratiche in materia di prevenzione e accertamento della corruzione.
Il monitoraggio del GRECO comprende:

  • una procedura di valutazione "orizzontale" (tutti i membri sono valutati come parte di un ciclo di valutazione) che termina con l’elaborazione di raccomandazioni sulle riforme necessarie nel campo legislativo, istituzionale e pratico;
  • una procedura di “conformità” il cui scopo è quello di valutare le misure adottate dagli Stati membri per dare attuazione a  tali raccomandazioni.

Il testo del rapporto

Group of States against corruption (GRECO), Third Evaluation Round - Second Compliance Report on Italy – “Incriminations (ETS 173 and 191, GPC 2)” - ”Transparency of Party Funding” - Adopted by GRECO at its 74th Plenary Meeting (Strasbourg, 28 November - 2 December 2016) 2  December 2016 (pdf, 351  K, 15 pp.)

Rassegna web

Corruzione: “Leggi italiane non in linea con gli standard del Consiglio d’Europa”, Il Fatto Quotidiano, 5 dicembre 2016

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CNF Antiriciclaggio: gli oneri degli avvocati (3 dicembre 2016)

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Lo scorso 25 novembre la Commissione Antiriciclaggio nel Consiglio Nazionale Forense ha elaborato un vademecum (qui in pdf , 484 K, 30 pp.)  utile all’avvocato, con cui viene data risposta alle FAQ proposte dai professionisti, in tema di segnalazione all’Unità di Informazione Finanziaria delle operazioni a rischio

FAQ

Lo scorso 25 novembre la Commissione Antiriciclaggio nel Consiglio Nazionale Forense ha elaborato un vademecum utile all’avvocato, con cui si intende fornire sintetiche indicazioni e prime risposte in merito agli adempimenti prescritti dal d.lgs. n. 231/07 e successive modifiche e integrazioni, in vista della recezione (prevista entro il 26 giugno 2017) della cd. Quarta Direttiva Antiriciclaggio (direttiva UE 2015/849).
Il lavoro è strutturato in forma di FAQ, senza pretese di completezza, ma con carattere esplicativo. In calce alle FAQ sono allegati uno schema di registro cartaceo, uno schema di informativa al cliente, un modello di valutazione del rischio.

Scheda di valutazione del cliente

Si chiede agli avvocati di conservare nel fascicolo la profilazione del cliente, di modo da valutare gli eventuali rischi antiriciclaggio e dimostrare il corretto assolvimento dell’obbligo di verifica del cliente.
In relazione all’eventuale obbligo di compilazione della scheda di valutazione del rischio in riferimento al cliente, la Commissione specifica che l’avvocato non è tenuto a compilare nulla, ma si ritiene opportuno «conservare all’interno del fascicolo del cliente un documento – che potremmo chiamare “scheda di valutazione” o di “profilazione” – del cliente, da redigersi allorquando questo viene identificato, e nella quale l’avvocato effettua appunto una valutazione del “rischio cliente” sotto i profili antiriciclaggio, in questo supportato – fra gli altri - dagli indicatori di anomalia e dagli schemi di anomalia», che però costituiscono un riferimento utile ma non esaustivo.

Segnalazione all’UIF

Nel momento in cui l’avvocato ritiene che un’operazione debba essere segnalata all’UIF, dovrà trasmettere la segnalazione in via telematica tramite il portale Internet disponibile sul sito UIF, comunicando i dati del segnalante, i dati del soggetto segnalato e, qualora il clienti operi per conto terzi, anche i dati di quest’ultimo soggetto, le informazioni sull’operazione oggetto di segnalazione e i motivi del sospetto.
Gli strumenti utilizzabili dall’avvocato per potersi orientare ai fini della segnalazione sono i principi contenuti nella legge antiriciclaggio, gli Indicatori di Anomalia contenuti nel d.m. 16 aprile 2010 (cd. d.m. Giustizia), e – infine – gli Schemi di Anomalia predisposti dall’UIF in relazione a diverse fattispecie.

La presentazione della FAQ antiriciclaggio del Consiglio Nazionale Forense

Con questo breve lavoro la Commissione antiriciclaggio del Consiglio Nazionale Forense si propone di fornire sintetiche indicazioni e prime risposte ai Colleghi in merito agli adempimenti prescritti dal D. Lgs. 231/2007 e successive modifiche ed integrazioni.
L’esposizione è resa in forma di FAQ non intende rivestire carattere esaustivo, ma solamente esplicativo e non tiene conto dei dibattiti dottrinali che riguardano le specifiche ipotesi, che saranno oggetto di altro lavoro, attualmente in corso d’opera.
In calce alle FAQ sono allegati:

  1. uno schema di registro cartaceo;
  2. uno schema di informativa al cliente;
  3. un modello di valutazione del rischio.

Appare opportuno precisare che entro il 26 giugno 2017 gli Stati Membri dell’Unione Europea dovranno recepire la c.d. Quarta Direttiva Antiriciclaggio, cioè la direttiva UE 2015/849. Appare quindi probabile una modifica del D. Lgs. 231/2007 che, seppure non comporterà una modifica dell’impianto complessivo dell’attuale Legge Antiriciclaggio, introdurrà ulteriori rigidità nella gestione degli adempimenti antiriciclaggio a carico degli Avvocati delle quali renderemo tempestivamente conto.

Allegato

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  • Commissione antiriciclaggio del Consiglio Nazionale Forense, “Gli adempimenti antiriciclaggio per gli Avvocati” 25 novembre 2016 (pdf , 484 K, 30 pp.)

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