Rossella Orlandi: sconfiggere le lobby contrarie alle transazioni elettroniche (Il Corriere della Sera Sette, 3 giugno 2016)

141121-rossella-orlandi-2.jpg

  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate e online qui

Perché tutti paghino le tasse vanno sconfitte le lobby contrarie ai pagamenti elettronici.
“Per battere l'evasione bisogna immeritatamente rendere più tracciabili i pagamenti degli italiani” dice la responsabile dell'Agenzia delle Entrate. Che fa anche autocritica: “Esistono accertamenti legittimi che non sono ragionevoli”

  • di Vittorio Zincone

Rossella Orlandi ha cominciato a dare la caccia agli evasori fiscali trentacinque anni fa.
Ha esordito in un piccolo ufficio della provincia toscana ed è approdata nel 2014 al vertice dell’Agenzia delle Entrate.
L’hanno soprannominata “lady fisco” o anche “la madrina del redditometro”, perché si deve a una sua circolare del 2007 l’individuazione di alcuni parametri fondamentali per collegare le spese dei cittadini al loro reddito.
Ha una fierezza granitica per la struttura che dirige.
Quando le ricordo la spiacevole sentenza della Consulta che quest’anno in un sol colpo ha declassato 800 dei suoi dirigenti, sorride amaro e spiega: «Siamo rimasti in piedi. Quest’anno abbiamo recuperato la cifra record di 15 miliardi alle casse dello Stato, abbiamo introdotto la fatturazione elettronica e la dichiarazione dei redditi precompilata. Tra quelli demansionati c’è anche il dirigente che ha gestito l’accordo con la Apple per il pagamento di 318 milioni di euro».
Già, la Apple.
Faccio notare a Orlandi che i quotidiani avevano scritto che Apple avrebbe dovuto versare al Fisco italiano un miliardo di euro.
Domando: non è che siete morbidi e accoglienti con le multinazionali e con i Vip e spietati con i piccoli contribuenti.
Replica: «Sia nel caso di Apple sia in quello del campione Moto GP Valentino Rossi le assicuro che non sono stati fatti sconti di alcun tipo. Rossi, tra l’altro, si è rivelato persona molto intelligente: è venuto da noi e ha pagato quel che doveva».
L’intervista si svolge all’ottavo piano del palazzo dell’Agenzia delle Entrate.
La scrivania è sommersa dalle carte.
Appena Orlandi apre bocca, rivela le sue origini empolesi: «Le fo ’n esempio…».
Si commuove (e piange) mentre racconta del contribuente disperato che entrò nella sua stanza e minacciò il suicidio.
S’infuria appena accenno alla vulgata che dipinge gli uffici regionali dell’Agenzia come covi di tartassatori intenti solo a raggiungere gli obiettivi prefissati di riscossione: «Sciocchezze».
Ogni tanto lancia una frecciatina contro i partiti o contro i media che flirtano con le pulsioni populiste anti-tasse.
Il suo Leitmotiv inesorabile è “il rispetto della legge”.

Dice: «Lo sa quante leggi ci sono che non mi piacciono, ma che devo rispettare e far rispettare?».

Leggi. La riforma Madia, che riorganizza la Pubblica Amministrazione pone le agenzie fiscali sotto il controllo di Palazzo Chigi.

«È un provvedimento che non ho ancora studiato bene. Ma negli altri Paesi le agenzie fiscali sono sotto la vigilanza del ministero dell’Economia. Oggi è così anche in Italia».

Il premier Renzi ha detto: Equitalia non arriva al 2018.

«Noi siamo solo soci di Equitalia. Ma non credo che la funzione di riscossione potrà mai venir meno, qualunque sia la forma che assumerà».

Il governo ha alzato la soglia dei contanti spendibili a 3.000 euro. Non obbligare i cittadini a non usare i contanti aiuta l’evasione?

«È un falso problema. Anche perché in questo Paese ci sono tanti obblighi e vengono elusi tutti. Quel che sarebbe necessario fare subito, mettendo intorno a un tavolo tutti i ministri e i dirigenti della PA interessati, è rendere più tracciabili i pagamenti degli italiani facilitando le transazioni elettroniche. Per fare questo però bisogna sconfiggere la resistenza di alcune lobby».

Lo Stato colpisce allo stesso modo gli evasori truffaldini e i contribuenti distratti. Le pare giusto?

«È la legge».

La legge non potrebbe prevedere pene più lievi per chi commette errori involontari o per chi si trova in difficoltà?

«Lei sa che cos’è l’evasione? È il tax gap: la differenza tra l’imposta dovuta sul Pil italiano e quella versata. Se troviamo un mancato adempimento abbiamo l’obbligo giuridico di rilevarlo».

Recentemente, in una circolare diretta ai 40.000 dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, lei ha invitato tutti a usare più proporzionalità e ragionevolezza. Vuol dire che fino a oggi non siete stati ragionevoli?

«No, ho solo ribadito un concetto già espresso. Esistono accertamenti legittimi che non sono ragionevoli».

Un esempio?

«Se un contribuente subisce un’indagine finanziaria vengono conteggiati nel suo reddito sia i versamenti in banca sia i prelievi. In questo modo possono risultare redditi spropositati. Ecco, lì bisogna essere un po’ ragionevoli».

Ragionevolezza. L’Agenzia delle Entrate ha una fama vampiresca. Negli ultimi anni è montato un odio diffuso nei vostri confronti dovuto anche a multe vertiginose e alle durezze di Equitalia.

«In passato ci sono state alcune scelte di comunicazione non molto condivisibili».

Per esempio?

«L’idea che il rapporto fra Stato e cittadini fosse una sorta di eterno “guardia e ladri”, i blitz tra i negozianti con tanto di codazzo mediatico. Lo spot, non bello, con gli evasori paragonati ai parassiti…».

Tutta farina del sacco dell’Agenzia guidata da Attilio Befera.

«Ho stima di Befera e so che rappresentare il Fisco non è mai facile. Ma a me piace pensare un’Agenzia che sia guida e servizio per i contribuenti. Forse per riavvicinarci agli italiani servirebbe una fiction che ci rappresenti per come siamo».

Cercasi produttore tv disposto a mettere in scena le avventure dell’Agenzia delle Entrate.

«Non mancherebbero storie comiche e tragiche».

Storie comiche?

«Di matti ne incontriamo tanti. E il mio primo accertamento fu esilarante: io e una mia collega, scortate da un vigile a caccia di un calzaturificio nella campagna empolese».

Le Thelma & Louise del Fisco.

«Nessuno ci prendeva sul serio perché eravamo due donne. Ci ignorarono per tutta la durata della verifica. Beh, quello fu il primo fallimento per ragioni fiscali della storia toscana».

Le storie tragiche…

«Io le ho vissute soprattutto a Torino: il distretto industriale di Rivoli squassato dalla crisi, le famiglie senza stipendi e noi che dovevamo comunque procedere con le verifiche. Hanno tirato una molotov a una nostra sede. In un’altra hanno sparato con proiettili incamiciati. Una mia collega è stata minacciata alla gola con un machete».

Un brutto clima.

«Alcuni partiti hanno cavalcato la rabbia nei nostri confronti».

Beppe Grillo una volta ha detto che l’Agenzia aveva agito sotto suggerimento della Mafia.

«Lui ha avuto a che fare con l’Agenzia … Ma trattandosi di Grillo immagino fosse una battuta. Comunque ho sentito di peggio: e cioè un ex dell’Agenzia, che è stato ospite della tv di Stato e lì ha sostenuto che in alcune occasioni i nostri funzionari sono come i nazisti durante la notte dei Cristalli: noi come le SS contro gli ebrei! Si rende conto? Si può creare una coscienza civile quando persino la Rai ospita questi personaggi?».

Gli italiani sono un popolo di evasori senza coscienza civile?

«Mi pare una rappresentazione ingenerosa. Ma è vero che ogni tanto ci dimentichiamo l’articolo 53 della Costituzione».

È l’articolo per cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

«Il vuoto di memoria avviene soprattutto di fronte alla possibilità di avere uno sconto immediato sull’Iva. “Le faccio pagare qualcosa in meno, ma senza la fattura o senza lo scontrino”. Quante volte lo sentiamo dire? Dobbiamo far crescere la consapevolezza che lo “sconticino” senza ricevuta, toglie risorse alla collettività. Danneggia i servizi».

Le capita mai di pensare che i servizi erogati dallo Stato sono inadeguati alle tasse pagate dai cittadini?

«Certo. Però mi capita anche l’opposto: sono cresciuta in Toscana e penso che lì ci sia un servizio sanitario efficiente».

La sua infanzia empolese.

«Felice. Mio padre è stato prima artificiere e poi artigiano. Il senso del dovere e l’attenzione per le piccole imprese ce le ho nel sangue».

Era adolescente negli ultrapoliticizzati primi anni Settanta.

«Frequentavo il Movimento Studentesco, ho partecipato alle prime occupazioni».

Università?

«Giurisprudenza a Firenze. Inizialmente volevo diventare magistrato. Per un po’ ho fatto l’insegnante precaria. Poi tra i 23 e i 24 anni, mi sono sposata, ho avuto mia figlia Giulia e ho vinto il concorso per il ministero delle Finanze».

Si occupa di tasse e di imposte per conto dello Stato dal 1981. Ha mai pensato di passare dalla parte dei privati?

«Dedicare la vita alle istituzioni e poi vendere le capacità acquisite ad altri? No, grazie. Non critico chi lo fa, ma per la mia etica sarebbe inaccettabile».

A cena col nemico?

«Non amo considerare nessuno un nemico, ma diciamo che se andassi a cena con Antonio Ricci di Striscia la notizia avrei modo di spiegargli due cosette».

Striscia da mesi attacca Equitalia e l’Agenzia delle Entrate soprattutto per i metodi di riscossione dell’imposta di registro.

«Hanno esagerato. Il problema delle tasse sulla compravendita degli immobili è complesso e loro hanno puntato un po’ demagogicamente sulla non conoscenza della legge dei cittadini. Hanno intervistato persone incappucciate. Quelli di Striscia fanno il loro mestiere e sono bravi, ma in questo caso l’attacco è stato gratuito. Sono arrivati a citare l’incendio della casa di un funzionario dell’Agenzia. Ci siamo chiariti in una lunga intervista. Almeno spero».

Qual è il suo film preferito?

«Tra i più recenti Youth di Paolo Sorrentino».

Il libro?

«Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez».

La canzone?

«La canzone di Marinella di Fabrizio De André».

Conosce i confini della Siria?

«Il più discusso è quello con la Turchia».

L’articolo 12 della Costituzione?

«Uhm, non lo so».

È quello che descrive la bandiera italiana. Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?

«Accettare di fare il Direttore Centrale dell’Accertamento, a Roma, dieci anni fa. Ho cambiato vita».

In che modo?

«Ho stravolto le mie abitudini. Ora riesco a stare con mia figlia Giulia e con i miei cani, Giorgia e Bebo, solo la domenica».

La sua giornata all’Agenzia …

«Arrivo alle 8 di mattina circa ed esco quasi sempre verso le 22.30».

Una specie di clausura.

«Già, lo sanno tutti che i dipendenti pubblici lavorano molto poco».

Altri articoli su Rossella Orlandi

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Articoli collegati su Fisco

ComplianceNet: 

Maurizio Arena: responsabilità penale dell'ODV, prima sentenza della Cassazione (3 giugno 2016)

160603-231-arena.jpg

Importante pronuncia della Corte di Cassazione (sez. I, 20 gennaio 2016, n. 18168) sull'ipotizzata responsabilità dei membri dell'ODV in materia antinfortunistica

Riassumiamo i fatti.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gorizia imputava:
- ex art. 437 c.p. (rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro) ai componenti del Consiglio di Amministrazione della società di avere omesso di collocare apparecchi idonei al sollevamento dei materiali a mezzo gru o di averne messi in numero insufficiente, e segnatamente appositi accessori quali baie o ceste idonee al carico dei materiali su una nave (con conseguenti lesioni gravi a carico di un operaio);
- ex art. 437 c.p. ai componenti dell'Organismo di Vigilanza di avere omesso di segnalare al Consiglio di amministrazione e ai direttori generali e di non aver preteso che si ponesse rimedio ad una serie di carenze in tema di prevenzione degli infortuni che venivano segnalati nei report in tema di sicurezza all'interno del cantiere, i quali ripetevano da tempo la mancanza di impianti, apparecchi e segnali, ma che l'Organismo di Vigilanza avrebbe recepito passivamente, senza segnalare alcunché al datore di lavoro, e, al contempo, non approfondendo gli aspetti di gestione delle attrezzature di lavoro e l'utilizzo di appositi accessori quali baie o ceste.
Con sentenza del 18 dicembre 2014 il GUP del Tribunale di Gorizia dichiarava non luogo a procedere in relazione all'imputazione ex art. 437 c.p., nei confronti di tutti gli imputati, con la formula "perché il fatto non sussiste".
Nel ricorso per Cassazione il Procuratore della Repubblica rilevava che il Consiglio di Amministrazione era stato informato delle manchevolezze e che l'Organismo di Vigilanza sapeva che i cantieri giustificavano le stesse con problemi economici: inoltre, per quest'ultimo organo, il ricorso rammentava la funzione di controllo e la mancanza di sollecitazioni ad assumere iniziative concrete per la sicurezza; lamentava infine anche la mancanza di indipendenza dell'organismo di vigilanza e l'incompetenza tecnica dei suoi componenti.
La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso (su conformi conclusioni del Procuratore Generale), sul punto che qui interessa così si esprime:
Desta perplessità la configurazione di una responsabilità in capo ai componenti dell'Organismo di Vigilanza basata sul non aver loro portato a conoscenza del Consiglio di Amministrazione le asserite manchevolezze che avrebbero afflitto i cantieri navali: le perplessità sono causate da una inevitabile contraddizione nella quale la ricostruzione della vicenda sembra avvilupparsi, poiché, se - seguendo appunto l'ipotesi di accusa - i citati membri dell'Organismo di Vigilanza nulla avevano riferito ai membri del Consiglio di Amministrazione, è ben difficile ipotizzare una responsabilità in capo a questi ultimi per non avere adottato le cautele che le situazioni di pericolo avrebbero richiesto.
Parimenti, occorre prendere atto che il ricorso non precisa quali fossero la carenze e le manchevolezze che sarebbero state dolosamente ignorate dai membri dell'Organismo di Vigilanza: né, in particolare, il ricorso afferma che siffatte imprecisate manchevolezze avrebbero riguardato le ceste utili per la sollevazione dei tubi.
Sul sito "I Reati Societari" e su quello dell'Osservatorio 231 Farmaceutiche una nota di commento ("La Cassazione si pronuncia sulla responsabilità penale dell'ODV", 16 maggio 2016) http://www.reatisocietari.it/index.php/modelli-organizzativi-e-organismo... e il testo integrale della sentenza.

Post 2016 di Maurizio Arena su Linkedin

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Ultimi articoli su 231-01

Altri articoli di Maurizio Arena

ComplianceNet: 

Banca d’Italia: Voluntary disclosure, attività italiane all’estero non dichiarate e evasione fiscale internazionale (1° giugno 2016)

Palazzo_Koch_1000117.jpg
Fonte: Relazione annuale del Governatore della Banca d’italia, pp. 117, 118, 119 (qui in pdf)

Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).

La posizione patrimoniale sull’estero

I dati relativi alla posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia sono stati di recente rivisti per incorporare le attività dichiarate a seguito della procedura di emersione volontaria dei capitali illecitamente detenuti all’estero (voluntary disclosure; cfr. il riquadro: Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale).
Per effetto di questa revisione la posizione netta dell’Italia a fine 2015 è migliorata di poco meno di tre punti di PIL.

Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale

In mancanza di evidenze dirette, indicazioni sull’entità della ricchezza detenuta all’estero dai residenti e non dichiarata possono essere derivate dalle statistiche sull’estero.
Questi dati mostrano la rilevanza dei trasferimenti e della detenzione di capitali non dichiarati all’estero, in particolare nei paradisi fiscali: è elevata l’incidenza dei centri offshore nella distribuzione per paese di controparte degli investimenti diretti esteri e dello scambio internazionale di servizi; i dati della BRI sui depositi bancari cross-border della clientela non bancaria riportano ingenti consistenze di capitali intestati a soggetti residenti in paesi offshore oppure detenuti in tali centri; a livello globale le statistiche relative alla detenzione di titoli di portafoglio da parte di non residenti mostrano una sistematica preponderanza delle passività sulle attività, mentre i due aggregati dovrebbero teoricamente bilanciarsi.
Questa discrepanza rappresenta una base utile per stimare la sottodichiarazione delle attività.

La tavola A presenta le stime più recenti (nota 1) delle attività finanziarie detenute all’estero e non dichiarate, basate sul confronto tra le statistiche bilaterali pubblicate dall’FMI, integrate con altre fonti (BRI per i depositi).
A livello globale la sottodichiarazione delle attività di portafoglio raggiungerebbe un importo di quasi 5.000 miliardi di dollari alla fine del 2013, circa il 7 per cento del PIL mondiale; sarebbe relativa soprattutto a quote di fondi comuni investiti in centri finanziari (in particolare il Lussemburgo) e paesi offshore (soprattutto le isole Cayman).
Sommando a tale importo la stima dei depositi bancari esteri non dichiarati dagli investitori si ottiene uno stock complessivo compreso tra i 6.000 e 7.000 miliardi di dollari.

160601-bankit-tab-a.jpg

Alle attività non dichiarate detenute all’estero si associa un’evasione fiscale sui redditi da capitale e, soprattutto, sulle imposte personali sul reddito, considerato che la sottodichiarazione statistica riguarda principalmente il settore delle famiglie.
Si può stimare che a livello globale l’evasione annua sui redditi da capitale si collochi tra i 16 e i 33 miliardi di euro.
Per quanto riguarda le imposte personali sul reddito – ipotizzando che l’intero ammontare dello stock di attività non dichiarate di fine 2013 sia il frutto di redditi precedentemente sfuggiti all’imposizione a livello nazionale – l’evasione globale potrebbe invece essere compresa fra i 1.500 e i 2.100 miliardi di euro (tavola B). Quest’ultima stima definisce il livello della potenziale perdita fiscale, accumulatasi nel tempo, legata ai capitali non dichiarati detenuti all’estero.

160601-bankit-tab-b.jpg

Pur nella difficoltà di ripartirne geograficamente il valore globale, le attività non dichiarate possono essere attribuite ai singoli paesi detentori sulla base di variabili economiche (il prodotto interno lordo e misure di ricchezza finanziaria).
Si valuta che la quota dell’Italia potesse essere compresa tra i 150 e i 200 miliardi di euro a fine 2013, con un’evasione fiscale di quasi un miliardo l’anno per i redditi da capitale e di circa 70 per l’imposta personale sul reddito (nota 2).
Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).
Poiché si valuta che poco più di 51 miliardi riguarderebbero titoli di portafoglio e depositi bancari, tali attività ammonterebbero a circa il 30 per cento della stima media degli stock sfuggiti alla rilevazione.
Questo valore appare plausibile, tenuto conto che il costo effettivo di adesione alla procedura era variabile e poteva in molti casi essere superiore ai vantaggi derivanti dalla regolarizzazione dei capitali non dichiarati detenuti all’estero.
La posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia non contiene di prassi una stima delle attività detenute all’estero dai residenti e non segnalate; nei casi in cui queste attività siano tuttavia soggette a regolarizzazione, come avvenuto per la recente voluntary disclosure o per gli scudi fiscali applicati in passato, le statistiche ufficiali sono state riviste per tenerne conto (cfr. il paragrafo: La posizione patrimoniale sull’estero).

Note

1 V. Pellegrini, A. Sanelli e E. Tosti, What do external statistics tell us about undeclared assets held abroad and tax evasion?, contributo presentato alla conferenza The Bank of Italy’s analysis of household finances. Fifty years of the Survey on household income and wealth and the Financial accounts, Roma, Banca d’Italia, 3-4 dicembre 2015.

2 Gran parte degli importi evasi è comunque difficilmente recuperabile soprattutto a causa della decadenza dei termini di accertamento tributario.

Rassegna web

Giorgia Pacione Di Bello, “In fuga dal fisco 51 mld” , Italia Oggi, 1° giugno 2016 

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Ultimi articoli su Voluntary Disclosure

Ultimi articoli su Banca d'Italia

Orrick: La Cassazione esclude la responsabilità penale dell'OdV (31 maggio 2016)

160531-orrick-corporate-alert.jpg

La pronuncia in commento trae origine dall’infortunio di un operaio che ha riportato lesioni gravissime e invalidità permanente durante un’operazione di caricamento di materiali da una banchina a una costruzione navale.
La dinamica dell’incidente ha mostrato che alcuni tubi, issati tramite una gru, si erano sfilati dai lacci che li legavano insieme e uno colpiva l’operaio causandogli paraplegia completa degli arti inferiori.
A fronte di tale accaduto venivano imputati i componenti del consiglio di amministrazione e quelli dell’organismo di vigilanza ex D.Lgs. 231/01 della società proprietaria del cantiere navale per il reato di “Omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” ex art. 437 c.p. che dispone che: “Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni”.

Continua a leggere in pdf (100 K, 3 pp.) sulla Newsletter “Orrick - Corporate Law Alert”

Orrick - leggi anche

Ultimi articoli su 231-01

Antiriciclaggio: Europarlamento vota più controllo su bitcoin, moneta virtuale (30 maggio 2016)

160530-bitcoin-eu.jpg

Chiesto a Commissione Ue costituire Task force
Una task force per aumentare il controllo sulle valute virtuali, come i Bitcoin, che potrebbero essere utilizzate per il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.
Lo ha chiesto il Parlamento europeo, rivolgendosi alla Commissione Ue, in una risoluzione non vincolante approvata con 452 voti favorevoli durante la sessione plenaria di Bruxelles.
L'unità operativa, posta sotto la supervisione della Commissione, dovrebbe "monitorare attivamente l'evoluzione della tecnologia e, in caso di necessità, avanzare proposte tempestive per una regolamentazione specifica", spiega il relatore tedesco Jakob von Weizsäcker del gruppo S&D.
La stretta di Bruxelles sul denaro virtuale, però, non dovrà essere troppo rigida, poiché - precisano gli eurodeputati - le cosiddette cripto-valute "possono offrire importanti opportunità per i consumatori e per lo sviluppo economico".
La parola passa ora alla Commissione, che sta vagliando diverse proposte, tra cui la fine dell'anonimato che caratterizza gli scambi tra le valute virtuali e quelle reali.

Leggi anche

  • Committee on Economic and Monetary Affairs, PE 575.277 v01 – 00, Jakob von Weizsäcke, “DRAFT REPORT on  virtual currencies” (2016/2007 (INI)) – pdf

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

Ultimi articoli su BitCoin

Privacy, Newsletter del Garante n. 415 del 27 maggio 2016: spam elettorale, diritto cronaca, anagrafe studenti

160530-garante-privacy.jpg

Il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato la Newsletter n. 415 del 27 maggio 2016. Tre gli argomenti trattati:

  1. No allo spam elettorale sulle mail dei dipendenti comunali
  2. Cronaca: garantire sempre riservatezza bambino malato
  3. Anagrafe nazionale studenti, ok a consultazione da parte dell'Università

No allo spam elettorale sulle mail dei dipendenti comunali

Un candidato non può usare a fini di propaganda elettorale  i dati personali in suo possesso per ragioni istituzionali.
È quanto ha ribadito il Garante privacy in un provvedimento con cui ha vietato ad un ex assessore di utilizzare gli indirizzi mail dei dipendenti comunali  nella sua disponibilità ai tempi del suo mandato.
La vicenda risale alle amministrative dello scorso anno, quando una dipendente comunale, aprendo la mail di lavoro,  scopre che l'ex assessore al personale si candida alle elezioni regionali e chiede il suo voto.
La scena si ripete più volte -  probabilmente la stessa mail è stata spedita a tutto il personale comunale - e alcuni dipendenti, che si ritengono lesi nei loro diritti, si rivolgono al Garante per la protezione dei dati personali.
I dipendenti segnalano all'Autorità che gli indirizzi mail sono stati acquisiti da un indirizzario di posta elettronica che non è pubblico, essendo ad esclusivo uso interno dell'amministrazione e nella disponibilità dell'ex assessore al personale  in virtù dell'incarico precedentemente ricoperto.
Per questo motivo ritengono che i loro dati personali siano stati trattati in modo non corretto e  in violazione delle regole dettate dal Garante privacy in materia di propaganda elettorale.
Tesi condivisa dall'Autorità che, nell'emettere il provvedimento di divieto, ha ritenuto l'operato dell'ex assessore illecito sotto diversi profili. In primo luogo, perché il trattamento dei dati è avvenuto in violazione del principio di finalità: gli indirizzi mail comunali, infatti, il cui scopo è quello di consentire il contatto per l'assolvimento delle funzioni istituzionali, non possono essere utilizzati per il perseguimento di altre finalità (non compatibili con quelle che ne hanno giustificato la raccolta originaria), come appunto la propaganda elettorale.
Così come non possono essere utilizzati liberamente da chi ricopre incarichi pubblici e detiene questi dati solo per lo svolgimento dei propri compiti istituzionali.
In secondo luogo perché, come affermato dal Garante in più occasioni, i partiti, le liste o i singoli candidati non possono utilizzare indirizzi di posta elettronica senza il consenso specifico e informato dei destinatari.
Consenso che, nel caso in esame, non risulta acquisito, come non risulta che i destinatari siano stati informati sull'uso che veniva fatto dei loro dati.
Con un autonomo procedimento l'Autorità provvederà a verificare i presupposti per l'applicazione della sanzione amministrativa prevista per l'omessa informativa e la mancata acquisizione del consenso.

Cronaca: garantire sempre riservatezza bambino malato

Il minore va tutelato da forme di comunicazione lesive dell'armonico sviluppo della sua personalità

No a troppe informazioni che rendono identificabile un bambino malato. Il diritto del minore alla riservatezza prevale sul diritto di cronaca e neanche il consenso dei genitori autorizza il giornalista a riportare informazioni che possano nuocere al suo sviluppo. Lo ha ribadito [doc. web n 5029484] il Garante privacy nel definire un'istruttoria avviata d'ufficio a seguito della pubblicazione su alcune testate di diversi dati identificativi di una bambina (fotografie, il nome, il luogo di residenza, l'età, il nome e il cognome della madre, il nome della scuola frequentata), associati a precise indicazioni della patologia di cui soffre. Il Garante ha tuttavia ritenuto di non dover adottare alcun provvedimento inibitorio, poiché le testate, appena avuta notizia dell'avvio dell'istruttoria, hanno eliminato gli articoli dalla rete o oscurato i dati che rendevano identificabile la bambina.
La vicenda descritta negli articoli affronta, a parere dell'Autorità, un tema di indubbio interesse pubblico, riguardando il dibattito in corso sul rapporto rischi benefici delle vaccinazioni. Nel riportare la notizia, i giornalisti devono però tener conto delle regole che disciplinano il rapporto tra attività giornalistica e protezione dei dati personali e delle garanzie poste a tutela dei più piccoli. In particolare, quelle del codice deontologico e della Carta di Treviso che considerano il diritto del minore alla riservatezza primario rispetto al diritto di cronaca e stabiliscono che in caso di bambini malati, il giornalista deve porre "particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende” per evitare forme di sensazionalismo lesive della loro personalità.
E, anche se in questo caso la diffusione di dati personali è avvenuta con il consenso dei genitori, questo elemento, sottolinea l'Autorità, non è di per sé sufficiente a legittimare l'identificabilità del minore. Il consenso parentale non esime infatti il giornalista dal valutare il potenziale pregiudizio che può derivare dalla pubblicazione di informazioni così dettagliate. Il giornalista è chiamato ad adottare le cautele di volta in volta più opportune per tutelare il minore, senza per questo abdicare al ruolo fondamentale di denuncia e informazione della collettività. Tale principio, più volte affermato dall'Autorità, trova conferma anche nella Carta di Treviso, secondo cui, "a prescindere dall'eventuale consenso dei genitori, il minore non va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell'armonico sviluppo della sua personalità".

Anagrafe nazionale studenti, ok a consultazione da parte dell'Università

Sarà possibile per le Università utilizzare l'Anagrafe nazionale degli studenti (Ans)  per verificare la veridicità dei titoli autocertificati dagli studenti. E' quanto ha indicato il Garante per la protezione dei dati personali in un parere [doc. web n. 5029548] reso al Miur, nel quale ha però  chiesto  specifiche garanzie.
L'Ans, istituita per la realizzazione del diritto-dovere all'istruzione e alla formazione e per la prevenzione e il contrasto alla dispersione scolastica, opera presso il Miur, registrando i dati sui percorsi scolastici, formativi e in apprendistato dei singoli studenti e i dati sulle loro valutazioni, a partire dal primo anno della scuola primaria.
Col parere reso il Garante ha respinto la richiesta del Ministero di conservare a tempo illimitato, per ogni studente censito nell'Ans che giunge al termine del percorso scolastico, le informazioni relative, nello specifico, al codice fiscale, al codice della scuola che rilascia il titolo di studio, al tipo di titolo, al voto conseguito, all'anno solare di conseguimento. Il Codice privacy prevede infatti che la conservazione dei dati personali non possa essere protratta oltre il tempo strettamente necessario al perseguimento dello scopo prefissato.
L'allungamento del periodo di conservazione dei dati, finora previsto fino al termine dell'anno solare successivo alla conclusione di ogni ciclo scolastico, dovrà essere motivato dal Miur che dovrà fissare uno specifico lasso di tempo oltre il quale i dati dovranno essere cancellati o resi anonimi. Il Garante ha raccomandato al Ministero che per l'accesso all'anagrafe da parte del personale incaricato dalle università vengano previste rigorose misure in ordine al tracciamento e alla conservazione dei log relativi agli accessi, nel rispetto delle misure tecniche ed organizzative adottate a protezione dei dati degli studenti contenuti nell'anagrafe.
Con un altro parere [doc. web n 5029436], il Garante ha dato il via libera all'integrazione dell'Ans con le informazioni  degli alunni  delle scuole d'infanzia relative a  sezione della classe e  numero giorni/orario settimanale di frequenza. Tali dati risultano infatti pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite.

Ultimi articoli su Privacy

UIF: Portale per il contrasto al finanziamento del terrorismo (25 maggio 2016)

160525-uif-portale-at2.jpg

  • Fonte: comunicato UIF del 20 maggio 2016 in pdf

Portale per il contrasto al finanziamento del terrorismo

Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia

Roma, 20 maggio 2016

La UIF ha realizzato un Portale che consente agli operatori un facile e immediato accesso a un’ampia selezione di pubblicazioni curate da organismi internazionali in materia di contrasto al finanziamento del terrorismo.
Il portale è consultabile sul sito web della UIF, nella sezione ADEMPIMENTI DEGLI OPERATORI al seguente indirizzo : https://uif.bancaditalia.it/adempimenti-operatori/portale-contrasto/index.html
La UIF intende dare un supporto agli intermediari finanziari, ai professionisti e agli operatori economici che sono chiamati a contribuire al contrasto del finanziamento del terrorismo individuando e segnalando all’Unità di Informazione Finanziaria le operazioni che possono nascondere tale finalità (d.lgs. 231/2007).
La conoscenza delle indicazioni, delle riflessioni e delle esperienze condotte in sede internazionale può potenzia re la capacità di individuare operazioni e comportamenti a rischio.

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Ultimi articoli su UIF

150716-uif.jpg

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

ComplianceNet: 

Corruzione, Visco: in Italia più grave e urgente. Cantone: serve impegno di tutti (Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2016)

Palazzo_Koch_1000117.jpg

Convegno organizzato dall’Anac
Il problema della corruzione «nel contesto attuale italiano è ancora più rilevante e urgente che per altri paesi».
Lo ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, aprendo i lavori di un convegno organizzato dall'Anac presso la Banca d’Italia.
«Il fenomeno della corruzione - ha aggiunto - purtroppo è diffuso come in altri paesi».
E «il caso dei Panama Papers è una delle evidenze recenti - ha aggiunto Visco - sull'uso di veicoli societari opachi per nascondere proventi di comportamenti illeciti, tra cui evasione fiscale e corruzione».
«La lotta alla corruzione - ha sottolineato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione - Raffaele Cantone non è solo lotta al malaffare ma lotta ad uno dei più gravi problemi del Paese perche' blocca l'economia, la concorrenza e causa la fuga dei cervelli».
Rivolto alla platea del secondo incontro nazionale con i responsabili di prevenzione della corruzione Cantone ha sottolineato: «Sulla prevenzione e corruzione non si può tornare indietro; c’è ormai un intervento strutturale da parte del legislatore».
Ma, ha aggiunto Cantone «la riuscita spetta all'impegno di tutti».
Insomma «nessuno mette in discussione che il momento della repressione è uno dei cardini della lotta alla corruzione, ma appunto è uno. L'altro è quello della prevenzione».
Con le nuove norme varate, come il Codice degli appalti o la riforma che riguarda la Pa, ai responsabili anticorruzione degli enti - oggi riuniti a Roma per il secondo convegno annuale - spetterà «un compito rilevante di controllo.
L'Autorità, da parte sua, mette in campo un nuovo piano nazionale per la prevenzione della corruzione: prima - ha detto Cantone - era un tomo quasi enciclopedico, di difficile lettura. Ora la parte generale è di 28 pagine assolutamente esplicative, tende a dare indicazioni sulle principali aree di rischio ed è comprensibilissima.
I piani - ha ricordato Cantone - non sono carta, non sono adempimenti burocratici, come in parte si continua a credere, ma sono strumenti di compliance” attraverso i quali anche il cittadino può partecipare».

Un tema ripreso questa mattina anche da Matteo Renzi

«Gli accordi anti-corruzione che stiamo siglando sono un punto di riferimento nel mondo» ha detto Renzi .
«Ho fatto due presentazioni a Londra e in Serbia. Dovranno esserlo anche a livello del G7 e io in Giappone porterò questa nostra esperienza come esempio di lotta alla corruzione» ha sottolineato nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi dedicata al protocollo di vigilanza sulle procedure per la bonifica delle aree di Bagnoli.

I disonesti sono in tutti i partiti e vanno cacciati

«Gli amministratori onesti sono la stragrande maggioranza di tutti i colori politici e partiti, come purtroppo ci sono disonesti in tutti i partiti politici e vanno cacciati» ha detto Renzi sottolineando come la lotta alla corruzione sia portata avanti grazie anche al lavoro degli amministratori onesti.

Cantone, problemi enormi da norma incompatibilità

«Il decreto 39 su incompatibilità e inconferibilità degli incarichi, su cui ci saremmo aspettati una chiarificazione, visto che è una misura che tende a evitare conflitti di interessi, sta creando problemi applicativi enormi» ha detto il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.
Il riferimento è a uno dei decreti attuativi della legge Severino, su cui «abbiamo fatto due segnalazioni al Parlamento», ha ricordato Cantone, sottolineando che «la normativa non va indebolita, ma rafforzata», ma sono necessari dei «chiarimenti».
Uno dei nodi riguarda le sanzioni.
“Spesso - ha spiegato infatti Cantone - i responsabili anticorruzione degli enti, che sono competenti a irrogare le sanzioni verso un organo politico quando si presenta un caso si incompatibilità o inconferibilità, non se la sono sentita di farlo.
Proveremo a dare indicazioni più stringenti, ma questo resta un punto di carenza del sistema”.
Il tema si lega con un altro punto segnalato da Cantone, che riguarda il ruolo stesso dei responsabili anticorruzione, a cui va assicurata “una propria autonomia e indipendenza dagli organi di indirizzo politico.
Il responsabile anticorruzione deve rimanere interno alla pubblica amministrazione, ma deve essere messo in condizione di svolgere il proprio ruolo con un'autonomia che consenta di mantenere una distanza dall'organo politico”.

ANAC

sito web http://www.anticorruzione.it

Schema di Piano Nazionale Anticorruzione 2016

Consultazione on line del 20 maggio 2016 – invio contributi entro il 9 giugno 2016
I contributi e le osservazioni potranno essere inviati, utilizzando l’apposito Modulo, entro le ore  24  del 9 giugno 2016.

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Altri articoli su Anticorruzione

Autoriciclaggio senza forzature (Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2016)

160524-sole-autoriciclaggio.jpg

Massima cautela sull’autoriciclaggio. Non va incoraggiata un’applicazione retroattiva del nuovo...
Penale. Negato il riconoscimento della condanna emessa in Svizzera quando il reato per l’Italia non esisteva

  • di Giovanni Negri

Massima cautela sull’autoriciclaggio.
Non va incoraggiata un’applicazione retroattiva del nuovo reato introdotto nel nostro ordinamento dall’anno scorso che porti al riconoscimento di una sentenza di condanna emessa in Svizzera.
Lo sottolinea la Corte di cassazione con la sentenza n. 21348 depositata ieri, scritta da Ersilia Calvanese, ex direttore dell’ufficio Affari europei e internazionali del ministero della Giustizia.
La pronuncia ha così accolto il ricorso presentato dalla difesa (ma per l’annullamento con rinvio si era pronunciato anche il sostituto procuratore generale Eugenio Selvaggi, ex capo del dipartimento Affari di giustizia di via Arenula).
La Corte d’appello di Venezia, invece, aveva riconosciuto la sentenza del tribunale federale di Bellinzona (Svizzera) con una condanna a 4 anni e 11 mesi di detenzione a carico di uomo accusato per reati in materia di stupefacenti, falsità in certificati e riciclaggio di denaro.
Alla sanzione detentiva si aggiungevano quelle accessorie – delle quali veniva contestata l’applicazione in Italia – dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici per 5 anni, del ritiro della patente e del divieto di espatrio per un anno.
La difesa aveva sostenuto, tra i motivi di ricorso, che la decisione dei giudici della Corte d’appello aveva applicato in maniera erronea l’articolo 733 comma 1 lettera e) del Codice di procedura penale, disposizione che disciplina i presupposti del riconoscimento, perché l’ordinamento italiano non puniva, all’epoca della commissione dei fatti, tra il marzo 2003 e l’ottobre 2009), l’ipotesi dell’autoriciclaggio per la quale l’imputato era stato condannato in Svizzera.
La Cassazione, nell’esaminare il caso, mette preliminarmente in evidenza come condizione generale per il riconoscimento è che il fatto per il quale l’imputato è stato punito all’estero costituisce reato, secondo la legge italiana del tempo in cui fu commesso.
Inoltre, va ricordato che il riconoscimento della sentenza svizzera, nel caso in esame, non è stato pronunciato per realizzare esigenze di cooperazione giudiziaria oppure per permettere l’esecuzione di misure penali in essa contenute, ma piuttosto per farne discendere effetti penali che, secondo la legge italiana, deriverebbero dalla condanna se questa fosse stata pronunciata in Italia.
Da una parte, allora, è vero che al tempo della commissione dei fatti sanzionati in Svizzera l’autoriciclaggio non era previsto dalla legge italiana come reato (oggi è l’articolo 648 ter-1 del Codice penale, in vigore dal 1°gennaio 2015) e questo impedisce il riconoscimento della condanna del tribunale di Bellinzona; tuttavia dalla Cassazione arriva una conclusione di annullamento con rinvio e non di annullamento tout court.
La Corte, infatti, avverte che una diversa sezione della Corte d’appello di Venezia dovrà valutare se, pur in assenza di una norma specifica, la condotta oggetto della condanna estera non può costituire comunque reato sulla base della lettura data dalle Sezioni unite nel 2014 con la sentenza n. 25191.
Interpretazione che considera soggetto attivo del reato anche chi ha commesso o concorso a realizzare il reato presupposto, «qualora abbia predisposto una situazione di apparenza giuridica e formale difforme dalla realtà circa la titolarità o disponibilità dei beni di provenienza delittuosa al fine di agevolare la commissione dei delitti di riciclaggio o reimpiego».

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

Foia: uffici pubblici, la lunga marcia della trasparenza (Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2016)

160523-sole-trasparenza3.jpg

Dal diritto a conoscere i documenti di interesse al nuovo «Foia» che apre tutti i cassetti della burocrazia

  • di Antonello Cherchi e Valeria Uva

Il perimetro allargato: più complete le informazioni sui dirigenti e sui criteri di formazione delle liste d’attesa
Il ruolo delle banche dati: meno oneri per le amministrazioni, obblighi assolti con l’invio agli archivi centrali

Trasparenza atto terzo.
Il primo si è aperto alla fine del 1990, quando è arrivata la legge 241 sull’accesso agli atti amministrativi.
Il secondo ha compiuto tre anni di vita giusto lo scorso 20 aprile: si tratta del decreto 33 del 2013, ribattezzato anti-corruzione.
L’ultimo arrivato è il Foia (il Freedom of information act), che prende le mosse dalle norme del 2013 per introdurre anche in Italia ciò che in Gran Bretagna esiste dal Duemila, ovvero la possibilità per il cittadino di chiedere alla pubblica amministrazione tutti gli atti che quest’ultima possiede.
Un cammino lungo 26 anni, dunque, contrassegnato da pervicaci resistenze della burocrazia a mettersi in mostra.
Il diritto di accesso del ’90 era (ed è) limitato, nel senso che il cittadino deve dimostrare di avere un interesse rispetto ai documenti che chiede alla Pa.
Per esempio, posso vedere gli atti di un concorso pubblico se vi ho partecipato.
Questi vincoli sono stati amplificati dalle prese di posizione degli uffici, maldisposti ad aprire i cassetti, che dal ’96 in poi hanno anche utilizzato come sponda le esigenze della privacy.
«Questi dati non possono essere forniti perché c’è la tutela dei dati personali», è stata spesso la risposta dietro cui la Pa si è trincerata.
Sono state le sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato a convincere le amministrazioni a cambiare idea e convertirsi, pian piano, alla trasparenza.
E anche il Garante della privacy ha più volte richiamato gli uffici all’ordine, invitandoli a non utilizzare la riservatezza come alibi.
Nel 2013 il salto di qualità: la trasparenza diventa a portata di click e si fa più penetrante.
Le amministrazioni devono pubblicare sui propri siti una lunga serie di dati: gli stipendi dei politici, le liste d’attesa delle strutture sanitarie, le consulenze, i dati sul personale, i bandi di concorso, i beneficiari di sovvenzioni e sussidi e così via.
Dati di semplice consultazione, forniti in formato aperto e a cui i cittadini devono poter accedere online senza costi.

160523-sole-trasparenza2.jpg

(clicca per ingrandire immagine)

Il monitoraggio

Come hanno reagito le amministrazioni?
Di certo c’è che ogni realtà pubblica - dal ministero al piccolo comune - ormai ha sul proprio sito istituzionale la sezione apposita denominata “Amministrazione trasparente”.
Il problema è che dietro quell’etichetta ipertestuale si schiude un mondo difficile da monitorare.
Ci ha provato il ministero della Pubblica amministrazione con lo strumento della Bussola della trasparenza, che però non è in grado di rilevare la tipologia e la qualità dei dati inseriti online.
Secondo la Bussola, quindi sarebbero in regola con le norme sulla trasparenza oltre l’85% delle amministrazioni.
Ma tra i “segreti” meglio custoditi delle Pa ci sono la mappa delle società partecipate (si vedano le schede a fianco), i dati aggregati sugli appalti (praticamente introvabili in rete informazioni sui tempi di attuazione e sulle varianti) e l’elenco dei controlli gravanti sulle imprese.
All’appuntamento con la trasparenza, poi, gli enti arrivano in ordine tecnologico sparso: qualcuno riesce a pubblicare in formato aperto e rielaborabile, i più si affidano all’immutabile Pdf.

La riforma

Il decreto approvato la scorsa settimana interviene anche sugli obblighi informativi (si vedano le schede a fianco) con due obiettivi: in alcuni casi il perimetro si allarga (ad esempio le informazioni su redditi e patrimoni si estendono dai politici ai dirigenti pubblici); dall’altro si scommette su un alleggerimento degli oneri.
Molti degli obblighi di trasparenza, infatti, saranno assolti con l’invio delle notizie ad alcune banche dati pubbliche a cui basterà rinviare con un link.
Sarà così, ad esempio, per i rendiconti dei gruppi politici regionali e provinciali (da spedire alla Corte dei conti), per le informazioni sui bandi di gara, le aggiudicazioni e i costi dei lavori pubblici (ad Anac e Infrastrutture), per quelle sulle società partecipate (al Siquel).
Il decreto Foia non chiarisce come queste banche dati - per ora non accessibili - restituiranno queste informazioni.
E per capirlo bisognerà aspettare un anno: questo è il lasso di tempo concesso a tutte le amministrazioni per riorganizzare l’invio alle banche dati.

Il testo del Decreto legislativo 17 maggio 2016 (FOIA)

17 maggio 2016 — post CDM - Decreto legislativo recante revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione pubblicità e trasparenza correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell'articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche (testo e pdf)

Leggi anche

Pagine