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Franco Mirabelli: a Milano c’è la Mafia (24 gennaio 2017)

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  • Fonte: lavoce.info, titolo originale “La Commissione antimafia e la criminalità al Nord”

A Milano e nella sua area metropolitana la mafia c’è e la stiamo affrontando

  • di Franco Mirabelli  , Senatore, Capogruppo Pd in Commissione Parlamentare Antimafia

Le mafie oramai sono un problema di tutto il paese, non solo di una parte.
In questi anni, grazie alle inchieste della magistratura e al lavoro della Commissione parlamentare antimafia  , infatti, abbiamo capito un po’ meglio non solo che le mafie al Nord ci sono (in particolare la ‘ndrangheta) ma anche che sono molto aggressive e che fanno di tutto per non farsi vedere per non creare allarme sociale, favorendo così una forte sottovalutazione del fenomeno.
Gli studi mostrano una criminalità organizzata che è cambiata rispetto all’immagine che abbiamo in mente e molto diversa dagli stereotipi che spesso vengono diffusi anche dai mass media.
Le inchieste riguardanti i territori di Lombardia ed Emilia, fanno vedere che non c’è soltanto una mafia che dà l’assalto agli appalti pubblici e la criminalità è insediata al Nord non più solo per riciclare il denaro ma prevalentemente perché vuole penetrare nell’economia legale, vuole entrare nelle imprese e governarle, cercando così di condizionare il mercato.
In questo, sempre più spesso, si trovano coinvolti anche il mondo dei professionisti e dei colletti bianchi, che arricchiscono le mafie intervenendo sulle fatturazioni.
La magistratura, in questi anni, ha dato colpi consistenti alle mafie al Nord ma la lotta alla mafia non può essere un compito delegato soltanto alla magistratura, alle forze dell’ordine o alla politica ma anche le imprese e il mondo delle professioni devono alzare il livello di attenzione e fornire il loro contributo su questo fronte, denunciando ogni anomalia che riscontrano.
La città di Milano, in questi anni, ha saputo distinguersi in positivo sul fronte della legalità.
Solo qualche anno fa, parlare di mafia a Milano era un elemento di contrasto con alcune istituzioni mentre da un po’ di tempo a questa parte si è smesso di dire che qui “la mafia non esiste”.
A Milano e nella sua area metropolitana la mafia c’è e la stiamo affrontando.
È giusto anche sottolineare che a Milano si è costruito un modello di intervento con Expo, basato su una collaborazione inter-istituzionale, che è stato poi esportato per altre grandi opere.
Con Expo, infatti, si è creato un coordinamento tra tutte le forze dell’ordine, sono stati istituiti dei protocolli per gestire le modalità degli interventi e l’accesso ai cantieri per i controlli e, di fatto, si sono poi bloccate con una numerosa serie di interdittive i tentativi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.
A quel modello, che ha esordito per la prima volta a Milano e che, comunque, è sicuramente ancora migliorabile, oggi tutti fanno riferimento per fare da scudo contro le infiltrazioni della criminalità organizzata e garantire la trasparenza.
Nel Comune di Milano, inoltre, si sono sperimentati una serie di meccanismi e iniziative per mettere il Comune stesso e la sua struttura al riparo da quegli episodi corruttivi che, invece, purtroppo, hanno contraddistinto la vita di altri comuni del nostro paese.
Con la Commissione parlamentare antimafia siamo stati a Milano più volte per verificare la situazione delle inchieste in corso.
Nel corso dell’ultima recente visita, tra le tante problematiche affrontate, abbiamo portato all’attenzione delle forze dell’ordine e della prefettura le preoccupazioni riguardanti alcune vicende che hanno coinvolto le amministrazioni di alcuni comuni dell’hinterland.
Da tempo, infatti, in Commissione Antimafia si è fatto un ragionamento anche sul rapporto tra mafia e politica.
Sicuramente ai partiti spetta il compito di alzare la soglia dell’attenzione rispetto a certi fenomeni ma c’è anche un ragionamento che devono fare i cittadini, decidendo di porre la questione della legalità al centro, quando scelgono i propri rappresentanti.
Sulla lotta alle mafie, quindi, c’è bisogno del contributo di tutti.
Nel corso degli anni, grazie al lavoro della Commissione antimafia, grazie a chi lavora sul campo, alle associazioni che si occupano di questo tema, alcuni provvedimenti efficaci sono stati presi.
L’Italia è lo stato che ha la miglior legislazione antimafia del mondo ma purtroppo ha anche delle mafie forti.
La criminalità organizzata, nel tempo, cambia strategie, si evolve e le leggi per contrastarla vanno aggiornate di conseguenza.
Per questo, il percorso di collaborazione che si sta facendo tra la Commissione antimafia e le università italiane è molto importante e ha l’intento di costruire un lavoro comune utile a fornire gli strumenti e le competenze per saper riconoscere il fenomeno mafioso e contrastarlo.
Recentemente, l’Università degli Studi di Milano ha presentato il primo dottorato di ricerca in studi sulla criminalità organizzata  .
Si tratta di un’importante iniziativa, concretizzatasi anche grazie a Nando Dalla Chiesa, fortemente voluta dalla Commissione parlamentare antimafia (che ha messo a disposizione dei ricercatori la propria documentazione, acquisita nel corso degli anni) e dalla Conferenza nazionale dei rettori.
È la prima iniziativa in Italia di questo genere, che si avvale della collaborazione di più istituzioni e Università e che consentirà di formare i giovani per renderli consapevoli dei fenomeni mafiosi.
Essi saranno risorse di cui abbiamo bisogno per contrastare più efficacemente le mafie e, spero, per il futuro – come diceva Falcone – anche di batterle.

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Sanzioni: alle imprese europee la multa arriva dagli Usa (lavoce.info, 6 giugno 2016)

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Attraverso una sua agenzia, il Tesoro Usa commina multe a banche e aziende non statunitensi per violazione delle sanzioni verso alcuni stati. Finora le imprese italiane sono state risparmiate, ma le misure contro la Russia potrebbero cambiare la situazione. Il dollaro e gli scambi internazionali.

Le sanzioni e l’extraterritorialità dell’Ofac

Negli ultimi anni, sui giornali sono apparse notizie di multe salatissime pagate da grandi banche europee al governo degli Stati Uniti, come quella di 8,9 miliardi di dollari versata da Bnp Paribas.
Qual è la ragione delle multe?
E quali sono i rischi per le imprese italiane?
Quando si parla di sanzioni, si pensa in genere ad azioni contro gli Stati (come Iran o Siria), mentre gli obiettivi principali sono singoli individui, aziende e altri attori non-statali, cosicché a violarle è chiunque fornisca certi beni e servizi a soggetti che compaiono nell’elenco dei sottoposti a sanzioni.
Ogni Stato svolge attività di monitoraggio sulle aziende che operano sul proprio territorio, ma a questa regola fa eccezione il governo degli Stati Uniti, che invece esercita un controllo – extra-territoriale – anche su imprese non statunitensi.
Il Tesoro americano, attraverso l’agenzia Ofac (Office of Foreign Assets Control), si occupa di far rispettare le sanzioni commerciali e finanziarie adottate dagli Stati Uniti contro individui (per esempio, terroristi internazionali o il presidente del Sudan) e aziende (dalle quelle coinvolte nel nucleare iraniano ai produttori che hanno sede in Crimea, per esempio).
L’Ofac ritiene che l’utilizzo del dollaro come moneta di scambio per le transazioni internazionali vada interpretato come l’accettazione, da parte delle aziende, della sovranità americana e su questa base il governo statunitense minaccia di non permettere alle aziende europee l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali e richiede il rispetto della legislazione americana in tema di sanzioni internazionali.

Banche, imprese e le violazioni contestate

Molte banche europee (Commerzbank, Hsbc, Credit Agricole), così come varie aziende (Cwt e Fokker) hanno firmato accordi in proposito con gli Stati Uniti.
Quali trasgressioni possono giustificare le multe?
Le contestazioni dell’Ofac riguardano violazioni delle sanzioni adottate dagli Stati Uniti contro Sudan, Libia, Liberia, Birmania, Cuba, Iran e il terrorismo internazionale.
Per le banche, le operazioni colpite sono quelle di stripping e repairing nei pagamenti tramite swift, ovvero la rimozione volontaria di informazioni fondamentali – come nomi e indirizzi dei clienti ordinanti nonché delle banche coinvolte nelle transazioni – per eludere i controlli dell’amministrazione Usa.
Alle imprese europee, invece, l’Ofac ha contestato esportazioni di beni e servizi concluse in più o meno consapevole violazione delle normative Usa.
Le banche italiane non sono uscite indenni da questo processo.
Banca Intesa Sanpaolo ha infatti concordato con l’Ofac il pagamento di 2,9 milioni di dollari per la violazione delle restrizioni economiche contro Sudan, Cuba e Iran.
Secondo il Tesoro statunitense, l’istituto avrebbe autorizzato pagamenti destinati verso gli Stati Uniti o a entità statunitensi per conto della società Irasco, con sede a Genova, ma controllata dal governo iraniano.
Ancora in stallo la posizione di Unicredit, sotto inchiesta sempre per la supposta violazione delle sanzioni contro l’Iran.
Per quanto riguarda le imprese italiane, spicca il caso della vicentina Dettin.
Nel 2014 era stata inserita nella lista di Specially Designated Nationals (Sdn) per una fornitura di apparecchiature destinate a impianti petrolchimici in Iran superiore al limite dei 250mila dollari fissato da Washington.
In questo caso, non sono state comminate multe.
Tuttavia, le aziende nella lista Sdn di fatto vengono escluse dal circuito finanziario internazionale, con conseguente impossibilità di eseguire o ricevere pagamenti e di accedere a linee di credito.
L’azienda è stata rimossa dalla lista alla fine del 2015, dopo aver cessato ogni attività commerciale con l’industria petrolchimica iraniana.
Le sanzioni costituiscono un sistema legislativo complicato che si snoda attraverso una stratificata struttura di norme e autorità esecutive, che arriva fino a Washington.
Le aziende europee si sono accorte dell’ingombrante presenza dell’Ofac con le prime multe inflitte nel 2009; la situazione, da allora, si è complicata. Le aziende italiane sono state, per ora, colpite marginalmente; tuttavia, le recenti sanzioni alla Russia, con la quale l’Italia ha avuto un volume di affari di 21 miliardi nel 2015, e la ragnatela dei provvedimenti contro l’Iran rischiano di provocare un brutto risveglio per imprese ancora ignare della nuova dinamica sui mercati internazionali. E la recente tendenza di punire anche aziende non finanziarie, come Dettin ad esempio, suggerisce che il fenomeno è destinato a crescere.

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(1) La lista non include le banche svizzere Credit Suisse e Ubs multate rispettivamente per $536 mln nel 2009 e $1,7 mln nel 2015
(2) Comprende le somme pagate all’Ofac e ad altre autorità Usa, ad esempio il dipartimento di Giustizia
(3) $500 milioni nel 2010 e $40 milioni nel 2006
(4) $298 mln nel 2010 e $2,5 mln nel 2016
(5) $667 mln nel 2012 e $300 mln nel 2014
(6) $19.000 nel 2013 e $258 mln nel 2015

Bio dell'autore

Francesco Giumelli

Assistant Professor in Relazioni Internazionali all'Universita' di Groninga in Olanda, Si occupa di sanzioni internazionali ed è autore di numerosi saggi, tra i quali "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining and Understanding UN and EU Sanctions after the Cold War" (ECPR Press, 2011) e "The Success of Sanctions. Lessons Learned from the EU Experience" (Ashgate/Routledge, 2013). Cura il blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).
Altri articoli di Francesco Giumelli

Giulia Levi

Collabora con lo studio legale associato Buffa, Bortolotti & Mathis di Torino occupandosi prevalentemente di diritto del commercio nazionale ed internazionale. È giornalista pubblicista iscritta all'Ordine dei giornalisti del Piemonte.
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Voluntary disclosure: i rischi delle leggi mal scritte (laVoce.info, 16 giugno 2015)

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La legge prevede che se durante un’indagine emergono reati tributari, si raddoppiano i termini per l’accertamento. L’amministrazione ha però fatto un uso improprio della norma. Il governo è pronto a varare alcune precisazioni sul tema. Con effetti positivi anche sulla voluntary disclosure

Un raddoppio mal utilizzato

Acquisiti i pareri delle commissioni parlamentari, il governo può finalmente varare il decreto sulla certezza del diritto che contiene la nuova disciplina sul raddoppio dei termini per l’accertamento.
Si tratta di un passaggio chiave per l’effettivo decollo dell’operazione voluntary disclosure.
Oggi infatti la procedura resta al palo, perché se fatti configurabili come reati tributari emergono dopo lo scadere del termine ordinariamente previsto per l’accertamento, il termine stesso si raddoppia.
La norma aveva l’obiettivo di offrire all’amministrazione finanziaria una scadenza più lunga per consentirle di procedere alle sue contestazioni nel caso in cui da indagini extratributarie emergessero fatti rilevanti come reati, ma di interesse anche ai fini dell’accertamento tributario.
Si trattava, in sostanza, di fare sì che un comportamento potenzialmente oggetto di sanzione penale potesse essere valutato anche in sede tributaria, per non disperderne il potenziale contributo alle spese pubbliche.
Sennonché l’utilizzo che l’amministrazione ne ha fatto ha dato luogo a più di una perplessità.
In particolare, forte di una certa opacità della norma, nei fatti l’amministrazione ha raddoppiato sistematicamente il termine ordinario per l’accertamento (quattro anni, che diventano cinque nell’ipotesi di dichiarazione omessa), sollevando – anche strumentalmente – contestazioni che avevano rilevanza penale: un’eventualità non difficile viste le soglie di punibilità davvero basse per imprese di medio-grande dimensione.
E lo ha fatto spesso per rimediare a proprie inefficienze interne.
Occorreva, quindi, porre rimedio a questa situazione.
La bozza di decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 20 aprile scorso disponeva già che si poteva dar luogo al raddoppio dei termini solo se la contestazione avente rilevanza penale fosse stata sollevata – dall’Agenzia delle entrate – entro il termine ordinario.
Le commissioni parlamentari intervengono oggi per precisare che la contestazione del fatto (penalmente rilevante) che fa scattare la proroga del termine possa essere sollevata anche dalla Guardia di finanza. Insomma, il periodo di accertamento va rispettato dalla pubblica amministrazione e non violentato per proprio comodo.
Ma se nel corso dell’accertamento esso emergono fatti gravi (e il compimento di un reato certamente lo è), che richiedono un approfondimento, ci sono motivi per ampliarlo.
Precisazioni, quindi, opportune che recepiscono appieno la ratio legis e come tali vanno condivise.

Gli effetti sulla voluntary disclosure

Peraltro, le stesse precisazioni risolvono una questione avvertita come decisiva nel decollo della voluntary disclosure.
Questa è basata, infatti, sull’esistenza di una situazione di irregolarità fiscale, penalmente rilevante, che viene sanata attraverso la procedura in questione.
E la sanatoria opera a condizione che vengano assolti – per intero – tutti i tributi dovuti per le annualità i cui termini di accertamento non siano prescritti.
Sennonché l’attuale formulazione della norma sui termini fa sì che, all’emergere di fatti penalmente rilevanti (elemento scontato nella voluntary disclosure), il loro arco di durata si raddoppi.
Ne consegue che, rebus sic stantibus, le annualità da coprire mediante utilizzo della voluntary disclosure sarebbero sistematicamente almeno otto (nel caso di dichiarazione infedele) oppure dieci (se le dichiarazioni relative non sono mai state presentate).
È evidente che più sono le annualità da sanare, maggiori sono i costi di un’operazione già di per sé piuttosto onerosa e anche preoccupante sotto il profilo dell’individuazione della documentazione necessaria per poter correttamente adempiere alle sue prescrizioni.
In conclusione, mi pare che la precisazione sul momento in cui devono intervenire le iniziative degli organi preposti alla tutela dell’ordinamento tributario per legittimare il raddoppio dei termini per l’accertamento sia opportuna e condivisibile in sé.
Se poi ne scaturisce un miglioramento della prospettiva per la sanatoria disposta con la voluntary disclosure, tutto sommato si continua ad andare nella direzione giusta, posto che l’estensione del periodo di sanatoria non rientrava certo nella volontà del legislatore ed emerge più da una formulazione carente della norma originaria, che da un’effettiva volontà penalizzante.

Bio dell’autore

Tommaso Di Tanno Professore di Diritto Tributario presso l’Università di Siena. Docente al corso di perfezionamento in Diritto Tributario nell’Università Bocconi; docente al Master Tributario de “Il Sole 24 ore”. È fondatore dello Studio Di Tanno & Associati, con sede in Roma e Milano (27 dottori commercialisti e 21 avvocati). È Membro di numerose commissioni di studio, italiane ed internazionali, in materia tributaria. È  stato consigliere per gli affari economici e finanziari del Ministro delle Finanze (1996/2000). Membro del Comitato Piazza Finanziaria Italiana (1998 – 2001 e 2006 – 2008). È stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di Sisal Spa (2006-2010) e delle Assicurazioni di Roma (2005-2010). Consigliere di Amministrazione di INA Assitalia (2000-2008). Presidente del Collegio Sindacale di Banca Nazionale del Lavoro (2002-2005) e di Caltagirone Spa (2004-2007). È membro del Consiglio di Amministrazione di Tages Capital SGR SpA. Presidente del Collegio Sindacale di: Banca Monte dei Paschi di Siena, Vodafone Omnitel NV, BAT Italia, Prima SGR e Anima SGR. Membro del Collegio Sindacale di Atlantia e Alitalia.

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Banche italiane poco social (lavoce.info, 20 marzo 2015)

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Il social banking potrebbe essere una delle chiavi per incrementare nettamente l’utilizzo dei servizi online messi a disposizione dalle banche. Ma gli istituti di credito italiani ancora non utilizzano i social network in modo adeguato. Un’occasione per la ricollocazione del personale in esubero

  • di Mariachiara Marsella e Carlo Milani

Banche sui social network

I social network rivestono un ruolo cruciale per le imprese.
È sui social network che le persone trascorrono sempre più tempo, è su Facebook che si cercano i consigli degli amici per il prossimo acquisto online, è su Twitter che i consumatori criticano o elogiano i servizi e i prodotti di un’azienda, determinando, in tal modo, la reputazione del brand.
E nel 2014 circa un quarto della popolazione mondiale ha utilizzato un social.
La banca è anch’essa un’impresa e come tale può trarre vantaggi, anche economici, da un loro utilizzo sensato.
Dal World Retail Banking Report di Capgemini (pdf, 4 pp.)emerge che il 10 per cento dei clienti, in differenti paesi del mondo, ricorrono ai social almeno una volta a settimana per interagire con la loro banca, evidenziando inoltre che “le banche devono migliorare la comprensione dei social network, per meglio sfruttarne i vantaggi”.
Se, poi, confrontiamo i dati Eurostat sull’uso dei social network con quelli riguardanti l’utilizzo dell’online banking in 31 paesi europei, il quadro che emerge è una chiara relazione positiva tra le due misure: in altri termini, per un maggiore utilizzo dei social si registra un più alto impiego dei servizi di online banking, con un correlazione pari al 75 per cento (grafico 1).
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Il grafico mostra una relazione (bivariata) tra social network e online banking, e il nostro paese si colloca ben al di sotto di quelli a noi più “vicini”, quali Germania e Francia (gli utenti che usano l’online banking in Italia sono il 26 per cento, contro il 49 per cento della Germania e il 58 per cento della Francia). Anche considerando una relazione multivariata, che includa il Pil pro-capite espresso alla parità dei poteri di acquisto (classico indicatore di benessere economico di un paese) e il grado di istruzione, espresso dalla percentuale di popolazione tra i 15 e i 64 anni in possesso di almeno una laurea, l’uso dei social spiega, in modo statisticamente significativo, il grado di utilizzo dell’online banking.
Il cosiddetto “social banking” potrebbe dunque costituire una delle chiavi di volta necessarie per incrementare in modo decisivo l’utilizzo dei servizi di online banking messi a disposizione dalle banche.
Questo è ancora più vero se andiamo a osservare i canali attraverso i quali gli utenti interagiscono con la banche.
Dal grafico 2, si vede quanto il canale mobile, ossia l’utilizzo di smartphone e tablet per accedere ai servizi bancari, sia cresciuto rispetto a solo un anno fa, passando dal 13 al 22 per cento.
E tra le attività preferite degli utenti che usano il proprio device mobile per connettersi a Internet, c’è proprio l’utilizzo dei social network.

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Prospettive per il futuro

Anche il terzo rapporto dell’Osservatorio mobile banking, promosso da Abi Lab e dalla School of management del Politecnico di Milano, sembra sottolineare la poca attenzione delle banche verso i social network come strumenti per spingere l’utente a utilizzare i servizi di mobile banking: solo il 3 per cento degli utenti è stato incentivato a usufruirne attraverso una piattaforma social.
Alcuni casi di successo evidenziano invece come attraverso i social sia possibile favorire, ad esempio, il download delle applicazioni per mobile e trarre utili suggerimenti per migliorarne l’utilizzo.
Eppure, i social network possono essere considerati un vero e proprio business: come scritto nel rapporto “nel 2018 il mercato dei social network potrebbe arrivare intorno al 15 per cento del mercato Internet media”.
L’atteggiamento delle banche italiane appare pertanto incomprensibile: questi strumenti, utilizzati nel modo corretto, rappresentano una sorta di “miniera d’oro” per gli istituti di credito che in tal modo possono anche ottenere numerose informazioni sui loro clienti sfruttando i big data (Marsella e Milani).
Un miglior impiego dei social implica però investimenti, soprattutto nelle risorse umane, che necessariamente devono essere presenti sui network e interagire con la clientela. Quale occasione migliore allora per convertire e ricollocare il personale in esubero determinato dalle ristrutturazione bancarie? Probabilmente, una fetta importante di questi lavoratori, dopo essere stati adeguatamente formati sul social banking, potrebbe contribuire a gestire quella inevitabile trasformazione che vede i clienti allontanarsi sempre più dagli sportelli fisici per avvicinarsi sempre di più a quelli virtuali.

Chi sono gli autori di questo articolo?

Mariachiara Marsella

Responsabile Marketing e Comunicazione Online per PMI Servizi Srl. Esperta di Search Engine Optimization (SEO, ottimizzazione per i motori di ricerca), Social Media e Mobile Marketing. Partecipa a convegni ed eventi formativi inerenti il Web Marketing.
Ha lavorato presso importanti Agenzie SEM (Search Engine Marketing) nazionali e internazionali.
 

Carlo Milani

Economista presso il Centro Europa Ricerche (CER), dove si occupa della gestione del modello macro-econometrico e delle analisi sul sistema bancario italiano ed europeo.
È  inoltre docente a contratto presso l’Università degli Studi Roma Tre e redattore del sito di informazione finanziaria del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano, www.finriskalert.it.
Svolge prevalentemente la sua attività di ricerca nel campo del banking, ambito nel quale ha pubblicato diversi studi su riviste nazionali e internazionali.
Per circa 10 anni ha lavorato presso l’Ufficio Studi dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI). Twitter @MilaniC

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Sul rating di legalità non tornano i conti (lavoce.info, 30 gennaio 2015)

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Tra gli strumenti premiali di lotta alla corruzione figura il rating di legalità per le aziende. Che però non ha dato i risultati sperati. Anche perché si è intrecciato con altre misure, finendo per essere un onere senza vantaggi tangibili per le imprese. Come renderlo efficace.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora

Il rating di legalità per fermare la corruzione

L’Italia è percepita come un paese a elevato rischio di corruzione: il Corruption Perception Index di Transparency International lo dimostra annualmente, le cronache degli scandali nazionali ne forniscono frequenti conferme.
La difficoltà nel misurare l’impatto del fenomeno sulla crescita dell’Italia con “criteri univoci sulla base dei quali elaborare credibili stime quantitative” passa così in secondo piano rispetto alla necessità di contrastarlo, tanto più se si considera che “assume dimensioni e un perimetro ben più ampio che in altri paesi sviluppati”.
I comportamenti illegali e, soprattutto, le interferenze delle organizzazioni criminali con l’attività di impresa, specie in alcuni settori, ostacolano il corretto funzionamento del mercato concorrenziale e lo sviluppo di un’economia sana.
Poiché l’approccio repressivo al malaffare non è risultato idoneo a una deterrenza effettiva, di recente gli sono stati affiancati strumenti di tipo premiale, mirati a sostenere concretamente chi svolga un’attività imprenditoriale improntata al rispetto di regole etiche e di normative specifiche, nonché a incentivare un’emancipazione culturale verso comportamenti virtuosi, atti a determinare positive ricadute reputazionali in quanto oggetto di pubblico riconoscimento.
In particolare, con la previsione del rating di legalità (art. 5-ter decreto legge 1/2012) il legislatore ha inteso attribuire vantaggi a imprese che operino in conformità a legge, sostenibilità ed etica, in sede di accesso al credito bancario e ai finanziamenti delle pubbliche amministrazioni, agevolandone così la competizione con le aziende che si collocano nell’area grigia dell’illegalità.
Il regolamento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (modificato dalla delibera n. 24953/2014, di recente in consultazione per nuove modifiche) ha introdotto un sistema di valutazione basato sull’assegnazione di un punteggio (che dipende da alcune condizioni essenziali ed è incrementabile attraverso altri requisiti) alle aziende che, nel territorio nazionale, raggiungano un fatturato minimo di due milioni di euro e siano iscritte nel registro delle imprese da almeno due anni.
Il decreto n. 57/2014 dei ministeri dello Sviluppo economico e dell’Economia e delle Finanze, poi, ha individuato le “modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese ai fini della concessione di finanziamenti da parte di pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario”.
Quanto ai primi, il rating consente alle imprese che ne siano in possesso almeno una delle seguenti prerogative: preferenza in graduatoria, conferimento di punteggio aggiuntivo, riserva di quota delle risorse finanziarie allocate.
Quanto al secondo, le banche tengono conto del rating per la riduzione dei tempi e dei costi dell’istruttoria, nonché per la definizione delle condizioni economiche di erogazione, trasmettendo alla Banca d’Italia una relazione annuale dettagliata sui casi in cui il rating non abbia favorito l’accesso al credito e sulle motivazioni connesse.

Perché non ha funzionato

Il rating sembrerebbe dunque una misura idonea a contrastare l’illegalità e a valorizzare l’etica nella gestione imprenditoriale.
Tuttavia, a distanza di circa due anni dalla sua introduzione il numero di aziende che ne hanno richiesto il rilascio è esiguo.
Perché?
Innanzi tutto, i vincoli del fatturato e del periodo di iscrizione al registro delle imprese ne hanno limitato l’utilizzo, unitamente a una sua pubblicizzazione forse insufficiente.
A ciò si aggiunga che l’attuale periodo di crisi e la restrizione dei prestiti concessi dalle banche hanno reso il punteggio non determinante nella valutazione del merito del credito, mentre la carenza di pubbliche risorse ha ridotto la capacità della Pa di concedere finanziamenti.
La situazione contingente ha, pertanto, attenuato quel carattere premiale del rating che bilanciava gli oneri necessari al suo ottenimento.
Né il ricorso a esso è stato incentivato in modi diversi, come si era tentato di fare (Dl n. 133/2014, il cosiddetto “sblocca Italia”) prevedendo che nell’aggiudicazione di determinati appalti prevalesse l’impresa con il rating più alto.
Forse una paventata incompatibilità della disposizione con la direttiva comunitaria in materia (2014/24/UE) ha indotto a rinunciarvi.
Affievolendosi i benefici legati al suo utilizzo, il rating si è svuotato di parte del suo significato e la procedura atta a conseguirlo è rimasta un peso privo di contropartita concreta.
Peraltro, l’affastellamento di mezzi volti a contrastare l’illegalità e, al contempo, a valorizzare le imprese estranee ha determinato una sorta di burocrazia degli adempimenti.
L’iscrizione all’elenco dell’Agcm si intreccia con quella alle cosiddette white list prefettizie (la cui consultazione a fini antimafia, in dati settori, è stata resa obbligatoria dal Dl n. 90/2014), nonché con l’adesione al Protocollo di legalità tra ministero dell’Interno e Confindustria (riguardante il rispetto di standard etico-giuridici), le quali incidono sul punteggio finale. Ma elementi comuni e, quindi, parziali sovrapposizioni esistono anche tra tali strumenti e l’elenco di merito di cui alla legge regionale dell’Emilia Romagna n. 11/2010 sulla legalità e semplificazione nell’edilizia pubblica e privata e diversi protocolli che sanciscono un “impegno ad assicurare la legalità e la trasparenza nell’esecuzione di un dato contratto pubblico”. È evidente che gli adempimenti volti a comprovare, all’inizio e periodicamente, l’esistenza dei requisiti previsti da ciascun strumento moltiplicano l’aggravio per le imprese.
Le cause della scarso successo del rating appaiono ora più chiare: se i concreti vantaggi derivanti da una gestione imprenditoriale virtuosa si attenuano per motivi contingenti e non vengono altrimenti implementati, mentre gli oneri si sovrappongono ad altri finalizzati ad acquisire eventuali benefici diversi, all’operatore economico non tornano i conti.
La quantità dei mezzi non garantisce la qualità dei risultati: tra un certo stato di diritto e lo stato confusionale il passo è breve.
Un rating di legalità “complessivo”, che risulti dalla sintesi tra tutti gli strumenti e ne snellisca gli oneri connessi, congiuntamente a un più ampio ventaglio di opportunità premiali che si risolvano in vantaggi economici concreti (analoghi, ad esempio, alla riduzione del premio assicurativo Inail spettante alle aziende che realizzano interventi di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro) può ridurre la convenienza del ricorso al malaffare, rendendo più attrattivo e più proficuo l’agire etico e legale.

Chi è Vitalba Azzollini

Vitalba Azzollini, laureata in giurisprudenza alla LUISS, lavora presso la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB), Divisione Corporate Governance. E’ autrice di paper e articoli in materia giuridica.

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Il diavolo e l’acquasanta: il fisco italiano nelle banche svizzere (lavoce.info, 20 gennaio 2015)

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Grazie all’accordo raggiunto con le autorità elvetiche, il fisco italiano avrà libero accesso ai segreti fiscali degli italiani con tesoretto svizzero. Berna uscirà così dalla nostra black list. Ma la pessima notizia per gli evasori è che l’autoriciclaggio diventerà un reato anche in Svizzera

Come si è arrivati all’accordo

Pare proprio fatta: per rendere più appetibile la “voluntary disclosure” (lato italiano) e tenersi i clienti (lato svizzero) i rispettivi plenipotenziari hanno raggiunto un accordo (“l’Accordo”) che consentirà al fisco italiano di avere libero accesso ai segreti fiscali degli italiani con tesoretto svizzero.
L’opportunità, o forse anche la necessità, di raggiungere un accordo viene da lontano.
Sul versante italiano le nostre autorità sanno bene che la Svizzera è, da sempre, il principale beneficiario della sistematica evasione fiscale praticata da quei contribuenti un po’ più sofisticati che si fanno pagare in Svizzera – o su conti accesi presso entità off shore ma con conti gestiti da banche svizzere e con titoli e liquidità ivi fisicamente depositati – ciò che nascondono al fisco italiano.
Sanno pure che la Svizzera è assai recalcitrante nel collaborare quando si tratta di inseguire un evasore fiscale italiano.
E che l’Agenzia delle Entrate non ha titolo per fare domande tecniche al riguardo perché il fisco svizzero risponde solo alla procura federale; questa, a sua volta, risponde solo alle rogatorie presentate da una procura italiana.
Sennonché l’evasione fiscale non è reato perseguibile in quel paese e, quindi, l’autorità giudiziaria svizzera non è tenuta a collaborare, visto che le rogatorie funzionano solo quando il medesimo comportamento è punito penalmente in entrambe le legislazioni coinvolte.
Certo, può capitare che un evasore italiano usi i proventi dell’evasione per corrompere.
Essendo la corruzione perseguibile in entrambi gli ordinamenti, il fisco svizzero è tenuto, in questi casi, a collaborare.
Ma, come dire, sono mosche bianche.
Conclusione, a bocce ferme, gli italiani con tesoretto in Svizzera hanno potuto dormire sonni mediamente tranquilli, almeno fino a ora.
E questa, per converso, è anche la ragione per cui l’Italia ha inserito la Svizzera nella lista dei “cattivi” (cioè nella black list fiscale italiana) con una serie di svantaggi (tributari) per chi ha a che fare con imprese e professionisti svizzeri.
Sul versante svizzero, la storia recente dice che le banche di quel paese hanno dovuto sottostare a pesanti sanzioni inferte dagli Usa per “collaborazionismo” con i relativi evasori fiscali.
E poi a un trattato (il Facta – Foreign Account Tax Compliance Act) che le obbliga a fornire all’Irs (Internal Revenue Service) americano tutte le informazioni possibili sui loro clienti americani.
Su questa strada si sono messe, ormai, anche altre autorità bancarie centrali, prime fra tutte quelle francesi e tedesche.
Ne è derivata una sorta di strategia della trasparenza (“Weissgeldstrategie”) che, ancorché non obbligatoria, ha coinvolto di fatto l’intero sistema bancario svizzero con la piena sponsorizzazione della locale autorità di vigilanza (Financial Market Authority, “Finma”).
La Finma non ha emanato regole precise: ma ha invitato le banche svizzere a gestire il proprio “rischio legale” connesso con azioni risarcitorie eventualmente intentate da Stati esteri e tendenti ad attribuire loro una sorta di concorso con gli evasori fiscali dei loro paesi.
E poi con i rischi reputazionali che l’eventuale condanna per questi comportamenti può far emergere sui mercati finanziari internazionali.
Al tempo stesso, la Svizzera ha fatto tesoro delle esperienze maturate attraverso gli scudi di tremontiana memoria a seguito dei quali ha imparato a partecipare a una regolarizzazione di ciò che nasceva clandestino e che, ben ripulito, poteva continuare a essere gestito in Svizzera con un po’ di sano maquillage.
Perché non ritentare, allora, con la voluntary disclosure?

L’autoriciclaggio diventa reato

L’Accordo si materializza, dunque, in questo contesto.
Prevede, innanzitutto, la modifica – entro il 2 marzo prossimo – dell’articolo 26 del vigente Trattato contro le doppie imposizioni, così da rendere effettivo e soddisfacente lo scambio di informazioni fra Svizzera e Italia, già esistente ma oggi ancora assai limitato.
Dal che, peraltro, consegue, ai fini della voluntary disclosure:
a) la riduzione dei periodi d’imposta su cui calcolare il costo (imposte, sanzioni e interessi) da 10 a 5 anni;
b) la riduzione delle sanzioni concretamente applicabili dal 6 per cento (in alcuni casi 5 per cento) annuo al 3 per cento (cfr. articolo 5-quinqies, comma 7, del decreto legge 167/1990, come modificato dall’articolo 1 della legge 186/2014).
Prevede, poi, un accesso diretto ai dati posseduti dalle banche svizzere da parte dell’Agenzia delle Entrate italiana senza dover passare attraverso la lenta, farraginosa e spigolosa procedura rogatoriale.
Prevede, altresì, l’uscita della Svizzera dal novero della black list: il che vuol dire piena deducibilità a fini fiscali italiani dei costi sostenuti da imprese nostrane verso imprese e professionisti di quel paese.
Last but not least: il reato di autoriciclaggio, introdotto in Italia con la legge sulla voluntary disclosure ed entrato in vigore dal 1° gennaio scorso, diverrà tale anche in Svizzera a partire dal 1° luglio 2015.
Notizia pessima sia per l’evasore italiano che per le banche svizzere perché questo reato ha natura permanente e, quindi, vale oggi anche per ricchezze costituite con evasioni fiscali molto antiche e magari non più perseguibili per prescrizione dei relativi reati tributari.
Ma che diverrebbero ora di nuovo perseguibili sotto il diverso profilo dell’autoriciclaggio (e, per quanto attiene alle banche svizzere, per concorso nello stesso).
Insomma l’abbinato “strategia della trasparenza” e autoriciclaggio spinge verso l’adozione della voluntary disclosure e l’Accordo ne rende meno oneroso l’utilizzo. Si avvicina, forse, un buon giorno per le casse dell’Erario italiano.

L’articolo è disponibile anche su www.tvsvizzera.it

Tommaso Di Tanno, bio dell’autore

Professore di Diritto Tributario presso l’Università di Siena. Docente al corso di perfezionamento in Diritto Tributario nell’Università Bocconi; docente al Master Tributario de “Il Sole 24 ore”. È fondatore dello Studio Di Tanno & Associati, con sede in Roma e Milano (27 dottori commercialisti e 21 avvocati). E’ Membro di numerose commissioni di studio, italiane ed internazionali, in materia tributaria. E’ stato consigliere per gli affari economici e finanziari del Ministro delle Finanze (1996/2000). Membro del Comitato Piazza Finanziaria Italiana (1998 – 2001 e 2006 – 2008). E’ stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di Sisal Spa (2006-2010) e delle Assicurazioni di Roma (2005-2010). Consigliere di Amministrazione di INA Assitalia (2000-2008). Presidente del Collegio Sindacale di Banca Nazionale del Lavoro (2002-2005) e di Caltagirone Spa (2004-2007). E’ membro del Consiglio di Amministrazione di Tages Capital SGR SpA. Presidente del Collegio Sindacale di: Banca Monte dei Paschi di Siena, Vodafone Omnitel NV, BAT Italia, Prima SGR e Anima SGR. Membro del Collegio Sindacale di Atlantia e Alitalia.

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Autoriciclaggio nel codice penale: da scrivere bene (lavoce.info, 9 ottobre 2014)

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In Commissione Finanze della Camera è in discussione un testo che potrebbe porre fine all’impunibilità dell’autoriciclaggio. Scopo, sanzionare l’inquinamento del sistema imprenditoriale con l’utilizzo di denaro o beni di provenienza delittuosa. I rischi di uno stravolgimento del testo

Cos’ è il reato di riciclaggio?

Il riciclaggio è il principale canale di occultamento dei profitti di ogni forma di criminalità anche organizzata ed economica.
Si sostanzia nell’insieme di operazioni volte a dare parvenza lecita a capitali la cui provenienza è in realtà illecita, rendendone così difficile l’identificazione ed eventualmente il recupero.
Come mostrato da Unger, Takats e Masciandaro, la misurazione del suo impatto economico è assai difficoltosa (numericamente paragonabile ad un’’industria’ il cui fatturato varierebbe dai 200-500 miliardi di dollari alla stima, ben più considerevole, di 2,85 trilioni).
Tramite il riciclaggio, il denaro sporco penetra l’economia legale e acquisisce legittimazione sociale.
Si pensi al boss del cartello della droga di Medellin, Pablo Escobar Gaviria che, all’apice del suo potere negli anni ‘80, si offrì di ripianare il debito pubblico colombiano.
Anche il rapporto di Europol Threat Assessment Italian Organized Crime  (qui il commento su ComplianceNet ndr ) del 2013 conferma che, grazie ai proventi riciclati dalle attività criminali, le mafie sussidiano le loro imprese operanti nei settori legali dell’economia, permettendo a queste di operare temporaneamente sotto-costo ed eliminare i concorrenti.

L’immunità dell’auto-riciclaggio

Ai sensi dell’art. 648 bis del codice penale, il reato di riciclaggio consiste nella condotta di chi, fuori dai casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto doloso, ovvero compie altre operazioni in relazione ad essi, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
La clausola di riserva in caso di concorso nel reato rende irrilevante, sotto il profilo penale, l’attività di riciclaggio attuata da chi occulta direttamente i proventi del delitto che egli stesso ha commesso, il cosiddetto autoriciclaggio: ciò significa che non commette reato, il riciclatore che “lava” i profitti del suo stesso crimine (per esempio il corrotto che investe la tangente o l’evasore che acquista una casa con il ‘nero’).
La ratio dell’esclusione dell’autoriciclaggio si fonda sulla cosiddetta consunzione: per chi ha partecipato alla realizzazione del fatto antecedente, il riutilizzo dei proventi illecitamente conseguiti rappresenta la naturale continuazione della condotta criminosa non idonea ad assumere un diverso e autonomo rilievo penale. Già tra il 2005 e il 2009, tuttavia, il Fondo Monetario Internazionale (pdf), il Gafi (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale) e l’allora Governatore della Banca d’Italia Draghi (pdf) manifestarono perplessità e obiezioni sull’opportunità di mantenere nell’ordinamento penale italiano il ‘privilegio d’immunità dell’auto-riciclaggio’.
Inoltre, proprio le direttive europee determinano l’introduzione in Italia del d. lgs. 231/2007 contente disposizioni volte a prevenire l’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e che reca, all’art. 2, una seconda definizione positiva di riciclaggio priva di riserva analoga al 648 bis c.p. Ad animare ulteriormente il dibattito sul tema, è stata l’ampia convergenza consolidatasi a livello europeo e internazionale per la penalizzazione dell’autoriciclaggio, nonché l’introduzione di tale fattispecie delittuosa in ordinamenti non distanti dal nostro (quelli spagnolo e francese).
Le ragioni sistematiche che osterebbero all’introduzione di tale reato (oltre la non punibilità del post factum, soprattutto, evitare ingiustificati aggravi sanzionatori sugli autori dei reati principali e, insieme, un eccessivo aggravio del lavoro delle Procure) sembrano superabili con opportuni accorgimenti, privilegiando l’opportunità di rafforzare l’intera struttura dell’intervento legislativo ispirato alla rimozione di aree di impunità intollerabili.
La necessità di introdurre l’autoriciclaggio è emersa soprattutto di fronte a oggettive difficoltà in sede processuale, riconducibili all’esigenza di provare allo stesso tempo la consapevolezza dell’illecita origine del denaro sostituito o trasferito e la contestuale estraneità del soggetto agente alla commissione del reato da cui il denaro proviene.

Perché riformare?

Le ragioni a favore dell’auspicata riforma sono ormai parte del patrimonio giuridico comune che guarda alla trasparenza e affidabilità del sistema economico come a un bene primario.
Quanto agli strumenti, anzitutto, è opportuno limitare la punibilità all’autoriciclaggio che segue le più gravi forme di criminalità organizzata ed economica (traffico di stupefacenti su larga scala, corruzione, grande contraffazione ed evasione fiscale punibile penalmente), per non ingolfare le procure.
Altrettanto importante è dosare attentamente le sanzioni, prevedendo che l’entità della pena per l’autoriciclaggio trovi una qualche correlazione con quella per il reato-base, considerando anche l’introduzione di una sanzione diversa dalla tradizionale pena detentiva.
All’ipotesi di una norma onnicomprensiva (riciclaggio comprendente pure il self-laudering), infine, è forse preferibile l’introduzione di due fattispecie distinte. Il testo in discussione in Commissione Finanze della Camera, frutto del lavoro di una commissione di studio presieduta dal magistrato Francesco Greco, è una solida base per un intervento normativo.
Tuttavia, numerosi quotidiani anticipano la stesura di un testo governativo che stravolge l’originale attraverso la riduzione delle sanzioni ma, soprattutto, l’esclusione della punibilità per i reati presupposto puniti con una pena inferiore ai cinque anni di reclusione (esclusi sarebbero i reati di appropriazione indebita e infedele o omessa dichiarazione dei redditi) e il “comma del godimento”, per cui l’autore del reato non sarebbe punibile quando denaro, beni o altra utilità vengono destinati alla utilizzazione o al godimento personale, perché non c’è “ulteriore vantaggio o profitto”.
La vera finalità sottesa all’introduzione del reato di autoriciclaggio sarebbe, pertanto, quella di sanzionare l’inquinamento del sistema imprenditoriale con l’utilizzo di denaro o beni di provenienza delittuosa e dunque non il semplice “lavaggio” di denaro.
Se tale sarà il testo finale della norma, ben definito sarebbe il bene giuridico tutelato (l’ordine economico), ma povero l’effetto deterrente che sta anzitutto nell’impedire a chi delinque di godere il frutto dei suoi crimini. Inoltre, si graverebbe la magistratura inquirente di un arduo onere probatorio, insieme fornendo un’agevole giustificazione agli accusati (al corrotto, ad esempio, non risulterebbe difficile dimostrare di non aver investito proprio la mazzetta in attività di impresa, derivandone nuovo profitto, ma di averci acquistato, invece, una casa o una macchina). Infine si taglierebbe fuori la grande evasione fiscale poiché omessa e infedele dichiarazione sono, al massimo, punite con la detenzione fino a tre anni e quindi ricadrebbero nell’esclusione della punibilità.

*  Aggiornamento

Il testo della norma, modificato dalla commissione Finanze della Camera il 9 ottobre, entra in aula per la discussione e il voto nella seguente formulazione che inserisce nel codice penale dopo l’articolo 648-ter:
“Art 648-ter.1. — (Autoriciclaggio). - Si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5.000 a euro 25.000 a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, sostituisce, trasferisce ovvero impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni se il denaro, i beni o le altre utilità provengono dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.
Fuori dei casi di cui ai commi prece- denti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale.
La pena è aumentata quando i fatti sono commessi nell’esercizio di un’attività bancaria o finanziaria o di altra attività professionale.
La pena è diminuita fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l’individuazione dei beni, del denaro e delle altre utilità provenienti dal delitto.
Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648″.

Chi è Leonardo Borlini

Leonardo Borlini è Assistant Professor di Diritto dell’Unione Europea e docente di Advanced EU Law, Diritto delle Istituzioni Nazionali, International Trade Law e Internazionali e di Competition presso l’Università Bocconi. Laureato in Economia e Legislazione per l’Impresa presso l’Università Bocconi e in Giurisprudenza presso l’Università di Pavia.
Ha conseguito LL.M. alla Faculty of Law dell’University of Cambridge e il Dottorato di Diritto Internazionale dell’Economia presso l’Università Bocconi.

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In arrivo una nuova MiFID (laVoce.info, 16 novembre 2012)

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di Massimo Scolari  segretario generale di Ascosim, associazione delle Sim di consulenza
La direttiva Mifid disciplina i servizi di investimento nell'Unione Europea. Presto ne entrerà in vigore una versione profondamente rivista, che aumenta la trasparenza verso i risparmiatori. Soprattutto in Italia, comporterà la fine di prassi obsolete che hanno regolato il mercato negli ultimi decenni.
La direttiva Mifid, che disciplina i servizi di investimento nei paesi dell’Unione Europea, è stata approvata nel 2004 e, dopo l’emanazione di direttive applicative (di secondo livello), è stata recepita nei diversi ordinamenti nazionali, Italia inclusa, nel 2007.
La direttiva conteneva clausole di revisione che prevedevano una manutenzione della normativa alla fine del primo triennio di applicazione.
I primi tre anni di vita della Mifid hanno coinciso con una fase di profonda instabilità dei mercati finanziari: ciò ha reso ancor più indispensabile, anche in virtù di impegni assunti nel quadro degli accordi del G20, una revisione della normativa al fine di assicurare una maggiore protezione degli investitori e una maggiore uniformità nell’applicazione nei diversi paesi europei.
La revisione è stata avviata nel 2010 con una pubblica consultazione; nell’ottobre 2011 la Commissione europea ha adottato un testo che costituisce la proposta di modifica della direttiva - più precisamente, si tratta di una proposta di una nuova direttiva (Mifid 2) e di un regolamento (Mifir).

La proposta della Commissione europea

Le tematiche sulle quali si sofferma la proposta della nuova direttiva sono molteplici, trasparenza e integrità dei mercati, high frequency trading, istituzione e gestione di Otf (Organised Trading Facility), regole di trasparenza pre e post trading, accesso ai mercati europei da parte di intermediari di paesi terzi.
Nell’ambito della protezione degli investitori sono introdotte alcune novità importanti nella disciplina del servizio di consulenza in materia di investimenti.
In primo luogo, si trova una conferma dell’ampia definizione di consulenza finanziaria e della sua rilevanza nell’ambito dei servizi di investimento.
La novità più rilevante è l’introduzione di una specifica tipologia di consulenza definita “indipendente”, nella quale si prevede l’obbligo di considerare, per le raccomandazioni di investimento, un’ampia gamma di emittenti e di strumenti finanziari, in particolare non limitandosi agli strumenti o prodotti finanziari emessi o gestiti dalle società del gruppo di appartenenza, e il divieto di percepire “incentivi” da società terze, ossia le retrocessioni di commissioni da parte delle società-prodotto.
Il Recital n. 52 della proposta della Commissione europea chiarisce infatti che “al fine di definire ulteriormente il contesto all’interno del quale viene prestato il servizio di consulenza in materia di investimenti (…) risulta appropriato stabilire le condizioni per l’offerta di questo servizio, quando esso viene prestato su base indipendente. Al fine di rafforzare la protezione degli investitori e di accrescere l’informativa ai clienti in merito al servizio ricevuto, risulta appropriato restringere ulteriormente la possibilità per le società di investimento di accettare o ricevere incentivi da terze parti, e particolarmente da fornitori di prodotti finanziari nell’ambito del servizio di consulenza e di gestione patrimoniale”.
Vengono quindi introdotti nuovi obblighi di comportamento per tutte le società e gli intermediari che offrono questo servizio alla clientela “retail”: il cliente deve essere preventivamente informato su la tipologia della consulenza offerta (indipendente o non) e se il monitoraggio delle raccomandazioni viene effettuato su base continuativa.

La posizione del Parlamento europeo

La proposta della Commissione europea ha suscitato molte discussioni e opposizioni tra alcune associazioni rappresentanti delle banche e degli altri intermediari, soprattutto in Francia e in Italia. I paesi del Nord Europa, in particolare Gran Bretagna (nella quale sta per entrare in vigore la normativa nazionale Retail and Ditribution Review) e Olanda, ne sono invece i maggiori sostenitori.
Le opposizioni allo schema della Commissione hanno trovato riscontro nella posizione assunta dal Parlamento europeo, e in particolare dalla commissione per i problemi economici e monetari, (Econ), che ha formulato alcune proposte di modifica del testo, sulla base di un rapporto elaborato da Mirkus Ferber.
Gli emendamenti della commissione Econ cancellano di fatto la tipologia di “indipendenza” nel servizio di consulenza e sostituiscono il divieto della percezione degli incentivi con un obbligo di maggiore trasparenza e disclosure alla clientela. Viene altresì consentito ai diversi Stati membri di introdurre disposizione più vincolanti in tema di incentivi.
Il Parlamento europeo ha approvato la proposta, in seduta plenaria, il 26 ottobre.

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