Fisco Oggi

Antiriciclaggio: le proposte FATF/GAFI sul titolare effettivo (FiscoOggi.it, 28 ottobre 2016)

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  • Fonte: FiscoOggi.it  , titolo originale: “GAFI: al lavoro da tredici anni sui dati dei beneficiari effettivi”, pubblicato il  27 Ottobre 2016

Pubblicato il Rapporto sui prossimi interventi che dovranno essere realizzati sulla base di quanto già fatto in passato

  • di Vito Rossi

Se il G20 chiama, il Gafi risponde.
Negli ultimi due vertici dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali (aprile e settembre 2016), il G20 aveva chiesto al Gruppo d’Azione finanziaria di ragionare su alcune proposte utili a rendere effettivi gli standard di trasparenza fiscale, con particolare riguardo alla disponibilità delle informazioni sui beneficiari effettivi, ma nascosti, di trust e altre strutture societarie “opache”.
Dopo aver approfondito la questione per anni, in occasione del summit del 6 ottobre tenuto a Washington il Gafi ha presentato al G20 una prima relazione con alcune ipotesi sul da farsi e con un’analisi su quanto realizzato in passato.
Gli sviluppi del nuovo piano di azione richiesto dal G20 comprendono l’ipotesi rivoluzionaria di attivare scambi internazionali contenenti queste informazioni.

Tre pilastri per un nuovo piano d’azione, il Gafi chiede al G20 di uscire allo scoperto

Le proposte, elaborate dal Gafi dopo un lungo e stimolante confronto con il Forum Globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali dell’Ocse, sono essenzialmente di tre tipi.
La prima ipotesi allo studio riguarda i processi di valutazione tra paesi, uno dei settori di attività in cui il Gafi spende molte energie.
In quest’ambito, assicurare che l’aspetto del beneficiario effettivo sia valorizzato nelle revisioni tra pari (peer review) aumenterebbe la pressione sugli Stati, spingendoli a dare attuazione agli standard del Gruppo d’Azione in questo settore.
L’ipotesi successiva ha come oggetto la realizzazione e la messa a disposizione della comunità internazionale di una serie di raccomandazioni su come migliorare gli aspetti relativi ai beneficiari effettivi, nel corso dei processi di valutazione portati avanti dal Gafi.
L’ultima ipotesi di lavoro immaginata dall’organismo sovranazionale ha a che fare con il potenziamento della cooperazione tra il Gafi e il Forum globale di casa Ocse.
Secondo il Segretariato del Gruppo d’Azione, un maggiore coordinamento tra i due enti garantirebbe coerenza e solidità ai lavori svolti dai due enti nei rispettivi ambiti e affinerebbe ancora di più gli standard globali di trasparenza fiscale.
La proposta più incisiva è di natura politica.
Il suggerimento del Gafi al G20 è di dare il buon esempio, magari emettendo una nota in cui vengano sollecitati tutti i membri della comunità internazionale a fare propri gli standard internazionali in materia.

Tredici anni di lavoro sul tema del beneficiario effettivo

L’accesso a una banca dati aggiornata e affidabile in cui confluiscano le informazioni sull’identità di azionisti e beneficiari effettivi di trust, società schermo e strutture societarie complesse è diventato un tema all’ordine del giorno.
Ma non sono stati i vari leaks di documenti riservati o i recenti scandali di Panama e Bahamas ad aver fatto interessare il Gafi a questi argomenti.
Infatti il Gruppo d’Azione, occupandosi istituzionalmente di riciclaggio di denaro sporco e di contrasto alle attività finanziarie illecite, già nel 2003 aveva fissato gli standard internazionali in materia, concentrandosi sui requisiti legali che le istituzioni finanziarie devono rispettare quando maneggiano queste informazioni.
Sono quindi già tredici anni che il Gruppo d’Azione ha reso disponibile un primo insieme di norme (poi implementate) per gli operatori che si occupano di raccogliere e  verificare le informazioni sulla proprietà delle persone giuridiche, e un primo insieme di misure tali da  garantire che informazioni sulla loro proprietà effettiva sia disponibile per gli investigatori.
Da quel momento oltre 190 giurisdizioni si sono impegnate ad attuare queste norme, a implementare le misure concordate e a sottoporsi a processi di revisioni tra pari (peer review) sul rispetto degli standard.

What’s next: non solo impegni, a Parigi il punto della situazione

I prossimi sviluppi sono facili da immaginare.
Il ricorso straordinario a strutture societarie dalla natura opaca come i trust ha finalmente indirizzato l'attenzione globale sulla necessità di rafforzare i controlli contro l'uso improprio di queste architetture aziendali.
Se le proposte del Gafi diventeranno definitive, bisognerà che tutti gli attori in campo si impegnino in maniera sostanziale per un nuovo cambio di passo.
È interessante notare che l’analisi contenuta nel rapporto presentato a Washington a inizio ottobre punta il dito anche nei confronti di quei Paesi (tra cui alcuni membri del G20) che non hanno ancora implementato gli standard, o che li hanno applicati in modo inefficace.
Il suggerimento del Gafi al G20 pertanto è di dare il buon esempio, magari emettendo una nota in cui vengano sollecitati tutti i membri della comunità internazionale a fare propri gli standard del Gafi in materia.
La nuova sessione plenaria dell’organismo internazionale, prevista a Parigi per la seconda metà di ottobre, ha tra gli argomenti all’ordine del giorno proprio il dibattito sui nuovi progetti in campo. Per dare la dimostrazione che i tempi stanno cambiando, Il Global Forum è stato invitato a partecipare alla riunione e a prendere parte ai gruppi di lavoro in programma.
Nel frattempo, il Segretariato del Gruppo d’Azione intende continuare a monitorare le misure adottate dai vari Paesi per colmare le lacune nei loro ordinamenti e per migliorare la loro efficacia.

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G20: nuove proposte per la trasparenza fiscale e l’antiriciclaggio (18 ottobre 2016)

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  • Fonte: FiscoOggi.it, titolo originale “G20: nuove proposte in campo per favorire la trasparenza fiscale” (pubblicato il 14 ottobre 2016)

La strategia, messa a punto nel corso dell’ultima riunione, prevede di incrementare il ricorso a strumenti collaudati. Beneficiario effettivo: il sistema fiscale è minato dall’uso di società schermo, trust e altre strutture societarie complesse

  • di Vito Rossi

Tra i vari rapporti pervenuti il 6 ottobre sulle scrivanie dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20 riuniti ancora una volta a Washington, quello firmato dal segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa (pdf , 718 K, 22 pp.) puntava dritto al sodo.
Questa volta però, invece di illustrare i risultati raggiunti negli ultimi anni in materia di trasparenza fiscale, si guarda al futuro.
L’ambiziosa finalità del piano presentato per sommi capi dal rappresentante dell’Ocse?
Affrontare una delle scappatoie fiscali più difficili da stanare, come dimostrato dai recenti scandali internazionali (Panama Papers e Bahamas Leaks, sopra tutti): quello del beneficiario effettivo.
“Il nostro sistema fiscale è minato alle sue basi dall’uso di società schermo, trust e altre strutture societarie complesse” ha osservato Gurrìa, “create allo scopo di nascondere l’identità dei reali proprietari/azionisti per difenderli dalle autorità fiscali dei loro Paesi di residenza.”
Non c’è dubbio che il bisogno di accedere a informazioni aggiornate e affidabili sui beneficiari effettivi è oggi un tema trasversale.
Per questa ragione, e per venire incontro alle richieste del G20 tenuto in Cina lo scorso settembre, l’Ocse ha coinvolto il Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (Gafi), l’organismo intergovernativo che ha come scopo istituzionale l’elaborazione e lo sviluppo di strategie di lotta al riciclaggio dei capitali e di contrasto alle attività finanziarie illecite.

I tre piani di intervento

“Il ricorso a queste forme societarie”, ha commentato il segretario generale rivolgendosi ai 20 Ministri, “ha reso difficile l’attività delle autorità che investigano sui reati finanziari e ha eroso la fiducia dei cittadini nei loro governi”.
La soluzione, elaborata per l’Ocse dal Forum Globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni dopo un lungo confronto con il Gafi (Gruppo d'Azione Finanziaria Internazionale), sarebbe attivare contemporaneamente tre tipologie di contromisure.
La relazione di Gurrìa le illustra sinteticamente e le descrive così:

  • attivare un processo di  peer review (seguendo l’impostazione tradizionale del lavoro del Global Forum) anche in materia di beneficiari effettivi
  • rafforzare la cooperazione tra il Gafi e il Global Forum per garantire ulteriormente la coerenza del lavoro dei due organismi internazionali
  • fornire assistenza agli Stati, anche mettendo a loro disposizione un certo numero di esempi pratici in cui è stata assicurata la disponibilità, l'accesso tempestivo e lo scambio di informazioni (a fini fiscali) sui beneficiari effettivi.  

La crescente attenzione politica mondiale su questi argomenti fa sì che questo sia un momento decisivo per organismi come Global Forum e Gafi.
Un’ulteriore conferma è data dal fatto che l’Ocse è al lavoro per assicurare che lo standard internazionale sulle informazioni dei beneficiari effettivi elaborato dal Gafi venga incorporato negli standard internazionali di trasparenza fiscale.

Gap analysis e nuove infrastrutture

L’impegno dall’Ocse va oltre le proposte presentate al vertice di Washington.
In primo luogo, i tecnici di Gurrìa stanno realizzando un’analisi sul potenziale gap esistente tra le esigenze di compliance tributaria delle varie giurisdizioni in materia di  beneficiari effettivi e gli standard del GAFI sull’antiriciclaggio.
In secondo luogo, l’organizzazione di Parigi immagina uno scenario in cui sarà possibile utilizzare l’esperienza raggiunta nel settore dello scambio automatico di informazioni per promuovere un modello innovativo di raccolta e memorizzazione dei dati sui beneficiari effettivi.
Un registro contenente tutte queste informazioni, e accessibile via computer dalle amministrazioni fiscali di tutto il mondo, potrebbe essere una soluzione brillante ai problemi in atto.
Infine, per Gurrìa andrebbe verificato quali paesi e giurisdizioni hanno normative e pratiche tali da permettergli di condividere a questo tipo di informazioni.
Un nuovo fronte nella battaglia per la trasparenza fiscale è stato aperto.
L’impressione è che siamo solo all’inizio.

La relazione

  • OECD Secretary - General report to the G20 finance ministers and central bank governors, October 2016 (pdf , 718 K, 22 pp.)

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La “soffiata” del bancario infedele è elemento probatorio legittimo (FiscoOggi.it, 13 Settembre 2016)

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Ciò che conta è che le informazioni non siano acquisite in violazione di un diritto fondamentale di rango costituzionale o di una norma che ne vieti specificamente l’utilizzo

  • di Francesco Brandi

Sono utilizzabili nell'accertamento e nel contenzioso con il contribuente i dati bancari acquisiti dal dipendente di un istituto di credito residente all'estero e ottenuti dall’amministrazione fiscale italiana mediante gli strumenti di cooperazione internazionale, senza che assuma rilievo l'eventuale illecito commesso dal dipendente stesso e la violazione dei doveri di fedeltà verso il datore di lavoro e di riservatezza dei dati bancari, che non godono di copertura costituzionale.
Lo ha ribadito la Cassazione con la pronuncia n. 17503 del 1° settembre 2016, non a caso resa in forma di ordinanza.

La vicenda processuale

L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione avverso una sentenza della Ctr della Lombardia che, nell’annullare un avviso di accertamento, aveva stabilito l’inutilizzabilità degli elementi probatori acquisiti dall’amministrazione fiscale francese per effetto della collaborazione informativa internazionale prevista dalla direttiva 77/799/Cee del Consiglio europeo del 19 dicembre 1977, nonché dalla convenzione tra l’Italia e la Francia contro le doppie imposizioni.

La pronuncia e le osservazioni

In ambito tributario non vige alcuna previsione generale di inutilizzabilità della documentazione irritualmente acquisita, come accade invece in ambito penale con la previsione di cui all’articolo 191 cpp.
Tale posizione è stata da sempre sostenuta dalla Cassazione, la quale, già con la sentenza 8344/2001, aveva chiarito che “Non esiste … nell’ordinamento tributario un principio generale di inutilizzabilità delle prove illegittimamente acquisite”. Dunque, il principio sancito dall’articolo 191 del codice di procedura penale “vale, ovviamente, soltanto all’interno di tale specifico sistema procedurale”, vale a dire in ambito penale.
Lo stesso orientamento è stato successivamente confermato dalla sentenza 24923/2011, con la quale la suprema Corte ha precisato che “non qualsiasi irritualità nell’acquisizione di elementi rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale comporta, di per sé, la inutilizzabilità degli stessi, in mancanza di una specifica previsione in tal senso, ed esclusi, ovviamente, i casi in cui viene in discussione la tutela di diritti fondamentali di rango costituzionale (cfr. Cass. 26 maggio 2003, n. 8273; 1 ottobre 2004, n. 19689; 16 giugno 2006, n. 14058; 16 aprile 2007, n. 8990)”.
In altri termini, in base al consolidato indirizzo della Cassazione, in assenza di una norma generale sull’inutilizzabilità in ambito tributario, eventuali illegittimità nelle procedure di acquisizione della documentazione non si riverberano sulla legittimità dell’atto tributario, salvo che:

  • l’acquisizione non sia avvenuta in violazione di una norma tributaria, che sanziona la propria violazione con l’inutilizzabilità della documentazione medesima
  • l’acquisizione non sia avvenuta in violazione di un diritto fondamentale di rango costituzionale.

Queste conclusioni sono state fatte proprie anche dalle ordinanze 8605 e 8606 del 2015 (le prime sul tema), con cui la Cassazione ha stabilito che:

  • l’amministrazione finanziaria, nella sua attività di accertamento dell’evasione fiscale, può – in linea di principio – avvalersi di qualsiasi elemento con valore indiziario, con esclusione di quelli la cui inutilizzabilità discenda da una disposizione di legge o dal fatto di essere stati acquisiti dall’amministrazione in violazione di un diritto del contribuente
  • sono utilizzabili, nel contraddittorio con il contribuente, i dati bancari acquisiti dal dipendente infedele di un istituto bancario, senza che assuma rilievo l’eventuale reato commesso dal dipendente stesso e la violazione del diritto alla riservatezza dei dati bancari (che non gode di tutela nei confronti del fisco).  Nell’ordinamento tributario, ai fini di un accertamento fiscale, assumono rilievo e sono utilizzabili anche elementi di prova assunti irritualmente, purché non lesivi dei diritti fondamentali di rango costituzionale, quale quello della libertà personale del contribuente. Alla luce di tanto, il principio di garanzia proprio del diritto alla libertà personale non è applicabile all’obbligo di riservatezza cui sono tenuti gli istituti bancari nei confronti delle operazioni compiute dai propri clienti, in quanto a fondamento del segreto bancario non ci sono valori della persona umana da tutelare, ma piuttosto istituzioni economiche e interessi patrimoniali
  • non è considerata violazione del segreto d’ufficio la comunicazione da parte dell’amministrazione finanziaria alle autorità competenti degli altri Stati membri delle informazioni atte a permettere il corretto accertamento delle imposte sul reddito e sul patrimonio
  • spetta al giudice di merito, in caso di contestazioni fiscali mosse al contribuente, valutare se i dati in questione siano attendibili, anche attraverso il riscontro con le difese del contribuente.

A tal proposito, la Corte sottolinea che la lista rappresenta un indizio idoneo a giustificare le riprese fiscali, ricordando il consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità per cui “deve ritenersi in linea di principio che gli elementi idonei a consentire al giudice di trarre la prova di un fatto in via presuntiva ai sensi dell’art. 2729 c.c. non devono necessariamente essere più di uno nonostante la previsione del requisito della concordanza contenuto in tale norma, valendo questa solo nell’ipotesi in cui concorrano più elementi e potendo quindi anche uno solo di essi essere assunto a base purché grave e preciso. La presunzione semplice del resto non è altro che un procedimento logico da cui il giudice desume l’esistenza di un fatto ignoto dalla presenza di un fatto noto sul presupposto di una loro successione nella normalità dei casi. E’ evidente pertanto che anche un solo fatto, qualora presenti i suddetti requisiti, possa essere idoneo per una tale deduzione e costituire quindi la fonte della presunzione” (cfr Cassazione, 4472/2003, 12671/2005, 22122/2010, eccetera).
In tale prospettiva, ne deriva che, se un singolo elemento indiziario è idoneo a fornire una presunzione grave e precisa, non vi sono dubbi sulla legittimità dell’accertamento analitico-induttivo che si fondi esclusivamente su di esso.
Dando continuità a tali principi, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, stabilendo che sono utilizzabili “i dati bancari acquisiti dal dipendente di una banca residente all'estero e ottenuti dal fisco italiano mediante gli strumenti di cooperazione comunitaria, senza che assuma rilievo l'eventuale illecito commesso dal dipendente stesso e la violazione dei doveri di fedeltà verso l'istituto datore di lavoro e di riservatezza dei dati bancari, che non godono di copertura costituzionale e di tutela legale nei confronti del fisco medesimo”.
Spetterà alla Ctr della Lombardia, cui la controversia è stata rinviata, valutare i dati acquisiti la cui attendibilità è da considerarsi presunta sino a prova contraria, da fornirsi a cura del contribuente attraverso contestazioni circostanziate.

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Scambio automatico di informazioni finanziarie (CRS) – standard Ocse in xml (FiscoOggi.it, 29 Luglio 2016)

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L'Organizzazione ha messo a punto lo status message XML schema relativo a quelli contenuti nelle due tipologie

  • di Matteo Mascia

CRS: da Ocse uno standard ad hoc per notifica errori di file o dati

Gli Stati che hanno aderito allo scambio automatico di informazioni finanziarie (CRS) inizieranno a trasmettere e ricevere i file, secondo il cd. CRS XML Schema, sviluppato dall’Ocse, a partire dal settembre 2017.

Le tipologie di errore e il tracciato XML

Le informazioni contenute nei file oggetto di trasmissione potrebbero contenere errori dovuti sia alla non corretta generazione del file, sia ad incompletezze o inesattezze relative ai singoli record di dati.
Tenuto conto di questa eventualità, l’Ocse ha predisposto un apposito tracciato XML (con annessa Guida per utenti), finalizzato a consentire alle Autorità fiscali di scambiarsi informazioni relative alla gestione e correzione di questi errori.
Il cd. CRS Status Message XML Schema consente all’Autorità fiscale che ha ricevuto un file XML relativo allo scambio automatico CRS di comunicare all’Autorità inviante che il file ricevuto è errato, oppure contiene uno o più errori relativi a specifici record contenuti.

Il CRS Multilateral Competent Authority Agreement

Gli errori relativi al file nel suo complesso sono quelli che non consentono all’Autorità fiscale ricevente di aprire il file trasmesso.
Si tratta quindi errori che sono alla base della trasmissione, per i quali l’Ocse raccomanda, da un lato la massima tempestività nell’invio del messaggio di errore e, dall’altro la speditezza nel ritrasmissione del file corretto.
Questo approccio consente la corretta applicazione della Section 4 del CRS Multilateral Competent Authority Agreement, in relazione alla notifica e correzione di errori che impediscono l’effettivo scambio di informazioni.

Le due sezioni del CRS Status Message XML

Il CRS Status Message XML Schema può, inoltre, essere utilizzato da un’Autorità fiscale per fornire un riscontro dei dati forniti da un’istituzione finanziaria residente nello stesso Stato dell’Autorità.
Il CRS Status Message XML Schema si compone di due sezioni:

  • l’intestazione del messaggio con l’indicazione del soggetto inviante, del soggetto ricevente, del tipo di messaggio e del momento in cui è stato prodotto;
  • il corpo del messaggio, che contiene indicazioni in merito all’eventuale individuazione di errori, al tipo di errore individuato ed alla decisione in merito al fatto se accettare o meno il messaggio CRS.

Il procedimento e la validazione

Per ciascun file CRS ricevuto, l’Autorità ricevente trasmette alla propria controparte inviante un messaggio che indica il risultato del processo di validazione.
Con riferimento agli errori presenti nei singoli record una richiesta di correzione o eliminazione di record in un messaggio CRS non deve essere inviata all’Autorità inviante fino a quando l’Autorità ricevente non ha confermato la ricezione del messaggio, o prima di quindici giorni a partire dalla ricezione del file.
Quando l’Autorità che ha ricevuto il file indica nel CRS Status Message XML Schema che il messaggio è stato rifiutato deve specificare almeno un tipo di errore registrato.
Quando non viene registrato alcun tipo di errore, il messaggio deve essere accettato.
Anche se vengono indicati errori, il file può comunque essere accettato nel caso in cui l’errore non sia considerato così grave da giustificare un rifiuto completo.

L’errore nei record

Nel caso venga individuato un errore nei singoli record, è opportuno che il messaggio sia accettato, a meno che i record errati non siano così frequenti da imporre un rifiuto completo del file trasmesso.
Quando il file è stato rifiutato, lo stesso deve essere corretto e ritrasmesso, nel caso in cui il rifiuto è dovuto ad un errore che ne inficia la capacità di lettura da parte dell’Autorità ricevente.
Qualora, invece, siano presenti molti errori nei singoli record le Autorità competenti si consulteranno, ai sensi della Section 6 del CRS Multilateral Competent Authority Agreement, al fine di trovare un accordo che consenta la corretta ed effettiva trasmissione dei dati.

Allegato

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A Milano un convegno sulla compliance fiscale (FiscoOggi.it, 29 luglio 2016)

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Agenzia, professionisti e intermediari allo stesso tavolo per discutere dell’assistenza ai contribuenti

  • di Sonia Ogliari

Collaborare per un fisco più semplice, equo e trasparente e soprattutto per rendere un servizio di assistenza efficiente ai cittadini.
Questo il tema degli incontri organizzati dalla Direzione regionale della Lombardia nell’ultima settimana.
Lo scorso 26 luglio (2016 ndr) , l’Agenzia ha infatti incontrato gli intermediari e, il 28 luglio, ha approfondito il tema con un convegno ad hoc “L’Agenzia delle Entrate cambia verso”, (comunicato in pdf) organizzato dalla Direzione regionale della Lombardia in collaborazione con gli Ordini dei commercialisti e degli esperti contabili appartenenti al Codis (Coordinamento degli Ordini dei dottori commercialisti e degli esperti contabili dell’Italia settentrionale).
Al convegno presenti il Direttore regionale delle Entrate, Giovanna Alessio, e il presidente del Codis, Mario Tagliaferri, che insieme a rappresentanti di entrambe le organizzazioni si sono confrontati sulle iniziative già avviate dall’Agenzia per garantire un dialogo preventivo con i contribuenti e con i professionisti che li rappresentano.
I momenti di dialogo e confronto - ha sottolineato il Direttore regionale - sono importanti per individuare congiuntamente strategie e soluzioni utili a garantire una sempre maggiore efficienza del sistema tributario e per trovare soluzioni condivise per la gestione di casi complessi, col fine ultimo di collaborare per offrire un’assistenza qualificata ai contribuenti.
L’Agenzia è infatti sempre più impegnata nella semplificazione degli adempimenti e delle procedure che agevolino il corretto comportamento tributario.
Anche in questa occasione Agenzia e professionisti hanno rinsaldato la loro collaborazione nel processo di realizzazione di un sistema fiscale più trasparente ed equo, basato sulla semplificazione e sulla conseguente riduzione dei costi connessi agli adempimenti fiscali.
In questa direzione vanno, ad esempio, le dichiarazioni precompilate e i corner di assistenza per la trasmissione, attivati recentemente presso la maggior parte degli uffici territoriali.
Ma in questa direzione va soprattutto una delle ultime iniziative più rilevanti nell’ottica del dialogo preventivo, ovvero le lettere per l’adempimento spontaneo inviate per informare i cittadini su possibili errori o dimenticanze nei redditi dichiarati nel 2013; o ancora le più recenti lettere inviate a contribuenti  nei confronti dei quali sono stati effettuati controlli fiscali conclusi con la consegna di uno o più processi verbali di constatazione (PVC) in cui sono riportate violazioni per l’anno d’imposta 2012.
Tutte iniziative che sono finalizzate ad instaurare un dialogo preventivo con il contribuente che ha così la possibilità di sanare la propria posizione evitando un accertamento.
C’è tempo fino a tutto settembre per rispondere alle richieste di documentazione inviate dalla metà di giugno dalle Entrate.
Lo slittamento riguarda le richieste di documentazione inviate per il modello Unico 2014 ed è concesso per evitare che i contribuenti debbano adempiere ad obblighi nel mese di agosto.
Gli incontri si sono conclusi con un focus sui servizi telematici, con un approfondimento su come gestire l’attività di assistenza attraverso questi canali, tra cui Civis, messi a disposizione dall’Agenzia.

Allegato – il testo del Decreto Legislativo 5 agosto 2015, n. 128

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Ue: una comunicazione ad hoc per la tutela dei whistle-blowers (FiscoOggi.it, 18 Luglio 2016)

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Il documento elaborato dalla Commissione europea passa in rassegna i progressi raggiunti e i settori dove intervenire

  • di Alessandra Gambadoro

Contrastare l’evasione fiscale e rendere più equo il sistema tributario europeo sono due facce della stessa medaglia.
Da questo assunto di base muove la Comunicazione (qui in pdf) presentata nei giorni scorsi dalla Commissione europea.
Il documento mette nero su bianco le azioni che l’esecutivo comunitario intende mettere in campo, anche alla luce del recente scandalo dei Panama Papers.

I danni dell’evasione fiscale

La Comunicazione evidenzia innanzitutto i danni causati dall’evasione fiscale.
L’evasione sottrae al gettito delle casse degli Stati Ue miliardi di euro ogni anno, danneggia la concorrenza e il mercato, gravando soprattutto sulle piccole e medie imprese, sfavorite rispetto alle grandi che possono adottare una pianificazione fiscale aggressiva.
L’evasione danneggia indirettamente anche l’occupazione.
I governi, infatti, per compensare le perdite in termini di tasse evase, scelgono spesso di aumentare la pressione fiscale, in particolare quella sul lavoro.
L’evasione, in sostanza, rende meno equo il sistema fiscale, contribuendo a minare il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini.
Per contrastarla, sottolinea il documento della Commissione, è necessario un coordinamento più stringente tra tutti gli Stati dell’Unione.

La tutela dei whistle-blowers

Il documento sottolinea la volontà dell’esecutivo Ue di voler migliorare la protezione dei whistle-blowers.
Numerosi casi hanno recentemente portato alla ribalta il ruolo di chi informa le autorità pubbliche dei crimini commessi contro la collettività, tra cui anche il reato di evasione fiscale.
La Commissione intende sia supportare i Paesi membri nella tutela dei whistle-blowers a livello nazionale, sia garantire a livello europeo una protezione generale, dato che le norme comunitarie tutelano queste figure solo in alcuni settori.
La Comunicazione, infine, informa che la Commissione presenterà in autunno un primo rapporto sulle misure da adottare per garantire uno scambio efficace di informazioni tra gli Stati membri sul beneficiario effettivo.

I punti chiave della strategia antievasione

La Comunicazione passa in rassegna i passi avanti realizzati fino a ora dall’Unione europea per garantire maggiore trasparenza fiscale e una tassazione più equa per tutti i contribuenti.
Il documento rimarca, però, che nonostante gli sforzi fatti fino ad adesso l’Ue ha ancora davanti parecchia strada da compiere sul fronte dell’evasione fiscale, soprattutto dopo gli eventi recenti legati alla divulgazione dei Panama Papers.
Il testo della Commissione individua, quindi, i punti chiave dove è necessario intervenire.
Primo: modificare in parte la Quarta Direttiva europea sull’antiriciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo, con lo scopo di rafforzare il contrasto al riciclo di denaro sporco connesso a fenomeni evasivi.
In quest’ambito, la Commissione, inoltre, intende stilare per la prima volta una lista di Paesi terzi ad alto rischio di riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.
Secondo il documento, l’esecutivo comunitario sta studiando anche le strategie migliori per assicurare un controllo delle pratiche di pianificazione fiscale aggressiva.
La Commissione sta già lavorando con l’Ocse e altre organizzazioni internazionali per mettere a punto un approccio globale e condiviso sulla trasparenza delle attività dei professionisti e degli intermediari finanziari che spesso favoriscono l’adozione di questo tipo di strategie fiscali.
Il prossimo autunno, inoltre, l’esecutivo Ue lancerà una consultazione pubblica sull’argomento.
Un altro punto in agenda riguarda il rafforzamento di misure per promuovere la buona governance fiscale, tra cui la stipula di accordi con Stati terzi.
La Commissione e il Gruppo “Codice di condotta”, inoltre, stanno lavorando alla stesura di un elenco di Paesi extra-Ue che non rispettano gli standard della buona governance.
La lista dovrebbe essere pronta per il 2017.

Allegato

  • Communication from the Commission to the European Parliament and the Council, "Communication on further measures to enhance transparency and the fight against tax evasion and avoidance", Strasbourg, 5.7.2016, COM(2016) 451 final, (pdf, 223 K, 10 pp.)

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Immagine tratta da transparencyinternational

Prelievi e versamenti inverosimili: il perché lo spieghi il contribuente (FiscoOggi.it, 4 luglio 2016)

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I movimenti bancari non sufficientemente giustificati e non transitati nelle scritture contabili sono considerati alla stregua di componenti positivi di reddito non dichiarati

  • di Francesco Brandi

In tema di accertamenti da indagini finanziarie, l'articolo 32, comma 1, del Dpr 600/1973 implica un'inversione dell'onere della prova, ponendo a carico del contribuente il compito di dimostrare chi sia il reale beneficiario dei prelievi bancari, altrimenti considerati come ricavi non contabilizzati; sbaglia quindi il giudice di merito che attribuisce rilevanza probatoria a circostanze solamente asserite (come il far fronte a esigenze di cassa) ponendo, poi, a carico dell'amministrazione finanziaria l'onere di verificarne la veridicità (Cassazione, sentenza n. 11942 del 10 giugno 2016).

Il caso

Una società esercente la vendita all'ingrosso di prodotti per pasticceria e gelateria riceveva un avviso di accertamento, con il quale venivano effettuati diversi rilievi: in particolare, venivano ripresi a tassazione alcuni importi relativi a due prelevamenti bancari, che venivano qualificati come ricavi non contabilizzati, in virtù della presunzione di cui all'articolo 32 del Dpr 600/1973.
Infatti, l'ufficio aveva considerato inverosimile, in quanto antieconomica, la condotta della società che aveva effettuato i prelevamenti su un conto con saldo a debito, riversando poi gli importi sul conto cassa che, al contrario, presentava un saldo di gran lunga attivo.
Giunto in contenzioso, l'atto veniva parzialmente annullato dalla Ctp di Caserta.
La Commissione tributaria regionale della Campania, poi, rigettava l'appello principale dell'ufficio e accoglieva quello incidentale della società.
Con il successivo ricorso per cassazione, l'Agenzia delle Entrate denunciava, tra l'altro, violazione dell'articolo 32, nonché omessa o comunque insufficiente e contraddittoria motivazione della pronuncia impugnata, per aver ritenuto giustificati i prelevamenti sulla base di una (solo) asserita urgente necessità di cassa, ribaltando in tal modo sull'ufficio l'onere della prova attraverso il concreto accertamento della consistenza di cassa.

La pronuncia

La Cassazione, con la sentenza in esame, ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate.
Dopo aver ricordato che, in tema di indagini finanziarie, spetta al contribuente fornire la prova della destinazione dei prelievi bancari attraverso l'indicazione del beneficiario, i giudici di legittimità hanno censurato il punto della sentenza di merito che ha attribuito all'amministrazione finanziaria l'onere di verificare la generica giustificazione fornita dal contribuente ovvero la composizione qualitativa della cassa per accertare l'esistenza di mezzi di pagamento non immediatamente liquidabili, tale da giustificare l'immissione di disponibilità finanziarie prelevate da un conto con saldo negativo.
Censurata anche la motivazione della sentenza impugnata "nella parte in cui non dà risposta alla argomentazione presuntiva dell'Ufficio circa la destinazione dei prelievi bancari a pagamenti di acquisti "in nero", desunta dalla natura palesemente antieconomica di una operazione di prelevamento di somme di denaro dal conto corrente, avente l'effetto di aggravare l'esposizione bancaria della società, al fine di riversare le medesime somme sul conto cassa avente un saldo attivo già elevato".

Osservazioni

Il contenzioso in tema di indagini finanziarie si incentra soprattutto sulla ripartizione e sull'assolvimento dell'onere probatorio posto a carico delle parti.
I prelevamenti non sufficientemente giustificati e non transitati nelle scritture contabili sono considerati quali componenti positivi di reddito, non dichiarati dal soggetto verificato; la ripresa a tassazione, ai fini Irpef e Iva, si fonda sull'assunto secondo cui un prelevamento privo di dati giustificativi costituisce "un investimento" (ovvero un costo sostenuto in nero) caratterizzante l'attività commerciale, a sua volta produttivo di un ricavo non dichiarato.
L'assimilazione con i ricavi avviene qualora il contribuente non ne riesca a dimostrare la destinazione o l'utilizzo; a tal fine, secondo l'orientamento rigoroso della giurisprudenza di legittimità, non è sufficiente indicare il beneficiario, perché, per vincere la presunzione, andrebbe altresì spiegata e provata la causa del rapporto fondamentale sottostante al documento bancario ovvero per quale motivo sia stato versato il denaro (cfr Cassazione, pronuncia 17250/2013).
In via generale, secondo un orientamento ormai consolidato, nel processo tributario, nel caso in cui l'accertamento effettuato dall'ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, è compito del contribuente, a carico del quale si determina una inversione dell'onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili a operazioni imponibili, mentre l'onere probatorio dell'amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti (cfr Cassazione, pronunce nn. 4589/2009 e 4153/2016).
Invero, il Dpr 600/1973, articolo 32, come il Dpr 633/1972, articolo 51, impone di considerare ricavi sia i prelevamenti sia i versamenti su conto corrente, salvo che il contribuente non provi che i versamenti sono registrati in contabilità e i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili.
Posto che in materia sussiste inversione dell'onere della prova, alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un'altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale (cfr Cassazione nn. 25365, 20858, 16720, 13819 e 6743, tutte del 2007; 19330 e 14675 del 2006; 18016/2005; 7267/2002 e 9103/2001).
Quindi, è necessario fornire una prova adeguata e rigorosa (cfr Cassazione nn. 25884/2013, 2895/2013 e 16650/2011), non essendo sufficienti mere asserzioni, tanto più se determinano l'effetto di ribaltare l'onere di verifica a carico dell'ufficio: per questo motivo, è stata censurata la sentenza della Ctr sia sotto il profilo della violazione di legge sia per carenza di motivazione.

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Sull’autoriciclaggio incertezze destinate alla Cassazione (Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2016)

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Panama papers: la preannunciata volontà del fisco italiano di setacciare le liste panamensi alla ricerca dei contribuenti evasori comporterà a cascata la perseguibilità pressoché automatica per condotte di self-laundering

A più di un anno dall’entrata in vigore, l’autoriciclaggio balza agli occhi per lo scandalo dei Panama papers. Nomen omen, per dirla con il brocardo: il reato tradisce le origini.
Non a caso il battesimo coincide con la legge 186/2014, destinata all’emersione e rientro dei patrimoni illecitamente detenuti all’estero (la “voluntary disclosure”).
Cosicché, la preannunciata volontà del fisco italiano di setacciare le liste panamensi alla ricerca dei contribuenti evasori comporterà a cascata la perseguibilità pressoché automatica per condotte di self-laundering.
Ma procediamo per ordine.
La recente politica criminale in materia economica si distingue per tratti persino monotoni nella loro ripetitività: intanto, l’aspetto governocentrico, che relega il Parlamento a recettore di scelte eterodirette; ancora, la cinica esigenza di far cassa, cioè l’asservimento delle modalità e del contenuto dell’incriminazione a obiettivi di invarianza di bilancio, anzi di reperimento di risorse finanziarie aggiuntive.
Infine, il disagio linguistico condensato in formule oscure con inevitabili ricadute quanto a certezza del diritto.
Il ”vissuto” degli ultimi anni lo testimonia: lo spacchettamento della concussione con l’induzione indebita, il falso in bilancio, la clausola deflattiva della particolare tenuità del fatto (e l’elenco potrebbe continuare) scontano un imprinting macchinoso, con l’effetto a cascata di rimettere alla giurisprudenza l’esatto perimetro applicativo, spesso attraverso interpretazioni creative.
La degenerazione del sistema si tocca con mano nel disallineamento delle pronunce, tale da invocare il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione per dirimere il contrasto.
Emblematica la punibilità del falso valutativo, rientrata dalla finestra, a fronte delle opzioni (almeno formali) legislative.
Facile allora prevedere medesima sorte per l’autoriciclaggio, che ricorda il tentativo del barone di Münchausen di salvarsi dalle sabbie mobili afferrandosi per i capelli.
Ciò poiché, semplificando, il reimpiego nel circuito economico dei proventi di un delitto-presupposto a opera di un unico autore risponde all’esigenza, astrattamente condivisibile, di evitarne l’inquinamento con l’ingresso di denaro sporco.
Lo scopo di protezione del mercato si scontra tuttavia con la descrizione di una condotta tipica tale da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa.
L’avverbio «concretamente», introdotto dalla riforma e assente nel riciclaggio, se funzionale al recupero di una decettività significativa in termini di offensività, risulta distonico però rispetto al bene giuridico tutelato, strizzando l’occhio verso obiettivi di salvaguardia dell’amministrazione della giustizia.
Il baricentro dell’autoriciclaggio e del tipo criminologico sotteso si inclina ormai verso il reimpiego da evasione tributaria.
Se inoltre è condivisibile il range sanzionatorio (2-8 anni di reclusione) minore a confronto del riciclaggio (4-12 anni), dovendosi temere di più chi smacchia l’abito rivolgendosi alla lavanderia specializzata anziché ricorrere alla lavatrice di casa, il punto debole della riforma si annida nella causa di non punibilità di cui al quarto comma, riferita alle «condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinati alla mera utilizzazione o godimento personale».
L’oscurità semantica è pari alla tortuosità logica.
Innanzitutto per l’incipit «fuori dei casi di cui ai commi precedenti»( forse da intendersi al contrario «nei casi»).
Inoltre, per la curiosa creazione di un’eccezione (comma 4) all’eccezione (comma 1) che fa rivivere il principio generale di non punibilità; ancora, per l’inversione dell’onere della prova, a carico dell’imputato.
E soprattutto per il carattere “personale” della destinazione, riferito al solo riciclatore o anche alla famiglia? E da considerarsi esclusivo o no? Con conseguenze non trascurabili.
Così, una modesta vincita frutto di scommesse clandestine, utilizzata per giocare al lotto (attività speculativa) sarà punibile se sia stata condivisa con un amico, dando vita peraltro, nel caso di pluralità di puntate, a un autoriciclaggio a catena, con pene finali eccessive, confrontate con il peso dell’offesa.
E il profitto di un insider trading utilizzato per l’acquisto di una barca non integrerà l’autoriciclaggio quando l’autore se ne serva unicamente per prendere il sole, anziché contemporaneamente noleggiarla il fine-settimana.

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Ue: la Gazzetta europea "suggella" l’accordo firmato con la Svizzera (FiscoOggi.it, 12 gennaio 2016)

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Pubblicato il 19 dicembre scorso il protocollo di modifica il cui obiettivo è applicare lo standard globale Ocse

  • di Fabrizio Ortu

L’accordo tra l'Unione europea e la Svizzera sulla tassazione dei redditi da risparmio cambia volto e si trasforma in una vera e propria intesa a tutto campo sul flusso di informazioni fiscali fra Stati.
Con l’intento di applicare lo standard globale dell'Ocse per lo scambio automatico di informazioni, infatti, le parti si stringono la mano e danno l'ok a un protocollo di modifica, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 19 dicembre scorso.

Si parte nel 2017

Il primo gennaio 2017 è la data fissata come linea di partenza per l’applicazione dell'accordo.
Entro l'inizio del prossimo anno i requisiti previsti dalla Confederazione Svizzera e dall’Unione Europea per l’entrata in vigore degli accordi internazionali dovrebbero infatti essere soddisfatti.
A partire dal 2017 si dovrebbe quindi procedere alla raccolta delle informazioni, da trasmettere a partire dal 2018.

I contenuti dell’accordo

Le novità del  protocollo di intesa si concentrano su due punti chiave: lo scambio automatico di informazioni secondo lo standard Ocse e lo scambio di informazioni su richiesta, così come previsto dall’articolo 26 dello standard di convenzione della stessa organizzazione.
In questo specifico ambito, l’accordo registra anche la decisione-comunicazione elvetica di  non scambiare informazioni in merito a richieste basate su dati ottenuti illegalmente.

Il flusso di dati automatico, anno dopo anno

Il protocollo prevede che ogni anno la Svizzera scambi automaticamente le informazioni ottenute con gli stati membri dell’Unione Europea, e viceversa.
I dati da scambiare sono raccolti dagli istituti finanziari all’interno di un determinato paese e trasmessi alle autorità fiscali dello stesso stato.
Queste informazioni sono poi inviate alle autorità fiscali degli stati parte dell'accordo sullo scambio automatico di informazioni.
Facciamo un esempio: se un contribuente del paese X detiene un conto presso una banca del paese Y.
La banca del paese Y comunica i dati dei conti finanziari all’autorità del paese Y, che  quindi trasmette automaticamente le informazioni alle autorità del paese X.
Quali dati sono oggetto di scambio automatico?
Informazioni sui conti e sui redditi da capitale (interessi, dividendi, proventi da vendite e altri ricavi) come pure sulle identità delle persone beneficiarie.
Le informazioni relative al conto "oggetto di comunicazione" devono essere trasmesse con periodicità annuale, nel corso dell'anno solare successivo a quello a cui si riferiscono le informazioni.

Il dibattito in Svizzera

Lo scorso settembre il Consiglio nazionale elvetico dice sì all’introduzione dello scambio automatico di informazioni secondo lo standard Ocse, con l’obiettivo di fare della Svizzera “una piazza finanziaria svizzera competitiva, stabile, integra e dotata di condizioni quadro accettate a livello internazionale”.
Allo stesso tempo – invece – il Consiglio boccia (112 voti contrari e 60 favorevoli) la proposta del consigliere Marco Romano di sottoporre l’accordo a referendum obbligatorio.
Nelle istituzioni della Confederazione svizzera è quindi sempre più diffusa la consapevolezza che lo scambio automatico di informazioni in ambito fiscale si avvia a diventare una pratica condivisa a livello globale.
Tant’è che tutte le forze politiche, a eccezione dei democentristi dell’Udc, si esprimono a favore di questo passaggio per alcuni versi epocale.
Quest’ultima formazione, su posizioni nazionaliste, vede nell’applicazione dello scambio automatico di informazioni a fini fiscali una lesione della sfera di riservatezza dei cittadini da parte degli Stati.

Allegato

  • Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, “Protocollo di modifica dell'accordo tra la Comunità europea e la Confederazione svizzera che stabilisce misure equivalenti a quelle definite nella direttiva 2003/48/CE del Consiglio in materia di tassazione dei redditi da risparmio sotto forma di pagamenti di interessi”, testo (italiano) in html, pdf e openoffice

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Ue: scambio informazioni fiscali, cambio di marcia dei Paesi membri (FiscoOggi.it, 4 gennaio 2016)

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Le nuove regole, introdotte da una direttiva emanata alla fine del 2015, entreranno in vigore il primo gennaio 2017

  • di Vito Rossi

Entro il 31 dicembre 2016 tutti gli Stati aderenti all’Ue dovranno integrare le proprie legislazioni nazionali per conformarle alle norme comunitarie.
Le nuove regole, introdotte da una direttiva emanata a fine 2015, entreranno in vigore il 1° gennaio 2017 quando tutti i membri avranno adottato e pubblicato le indispensabili disposizioni di adeguamento (legislative, regolamentari e amministrative).
La direttiva rientra in una serie di iniziative volte a prevenire l'elusione delle imposte sul reddito delle società.

Novità in arrivo per i meccanismi di cooperazione amministrativa

Con la direttiva n. 2015/2376, firmata a nome dell’Ecofin dal presidente Pierre Gramegna, il quadro generale regolato dalla direttiva n. 2011/16/UE è stato riformato, con l’obiettivo di migliorare la trasparenza dei ruling fiscali e l’accesso e il monitoraggio delle informazioni da parte di tutti gli Stati membri coinvolti.
In pratica la direttiva punta a far divenire ordinario lo scambio automatico di informazioni sui ruling fiscali preventivi transfrontalieri e sugli accordi preventivi sui prezzi di trasferimento.
Questo strumento di cooperazione tra Paesi dell’Unione europea, pertanto, smette di essere facoltativo e si appresta a diventare il nuovo standard.
Adesso la palla passa agli Stati membri, ai quali spetta il compito di adottare e pubblicare entro il 31 dicembre 2016 le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva in esame.
Le nuove regole entreranno in vigore a partire dal primo gennaio 2017.

L’anno zero dello scambio automatico

Le informazioni, che confluiranno in una nuova banca dati, riguardano i ruling fiscali preventivi transfrontalieri e gli accordi preventivi sui prezzi di trasferimento.
Una volta costituita, la banca dati sarà accessibile a tutti gli Stati membri e alla Commissione.
Quest’ultima la utilizzerà per monitorare la corretta attuazione della direttiva.
Grazie alle nuove regole qualsiasi Stato membro interessato potrà monitorare la situazione e valutare le eventuali ripercussioni sul proprio gettito fiscale derivanti da un ruling fiscale preventivo o da un accordo sui prezzi di trasferimento emanato da un altro Stato membro.
In ogni caso, i Paesi dell’Unione potranno richiedere informazioni aggiuntive, laddove lo ritengano necessario.
Per l’Ecofin la direttiva, frutto di un grosso sforzo di coordinamento tra tutte le istituzioni europee, risulta in linea con i lavori svolti in ambito Ocse in merito ai fenomeni di erosione della base imponibile e trasferimento degli utili (Beps, Base Erosion and Profit Shifting), che hanno ricevuto un recente imprimatur dai leader del G20 durante il vertice di Antalya dello scorso novembre.

Quali dati vengono messi in comune

Le informazioni che daranno vita alla nuova banca dati sono quelle relative ai ruling fiscali preventivi transfrontalieri (attraverso i quali le autorità fiscali garantiscono ai contribuenti attivi in ambiti transnazionali come verranno trattati alcuni aspetti della tassazione che li riguarda nel loro caso specifico) e agli accordi preventivi sui prezzi di trasferimento (attraverso i quali le autorità fiscali determinano le modalità, e altri dettagli rilevanti, dei prezzi applicabili a un trasferimento di beni o servizi tra imprese appartenenti allo stesso gruppo).
Un problema di non poco conto per gli operatori riguarda i periodi in cui potrebbero sorgere dubbi interpretativi per via delle potenziali sovrapposizioni tra vecchio e nuovo regime.
La direttiva pertanto si preoccupa di chiarire proprio a quali ruling si applicherà il nuovo scambio automatico di informazioni.

Quando scatta il meccanismo di condivisione delle info

In generale, le nuove norme si applicheranno ai ruling emanati a partire dal primo gennaio 2017.
Per i ruling emanati prima di questa data, invece, lo scambio automatico verrà effettuato al verificarsi di determinate condizioni.
Nel caso in cui ruling e accordi preventivi di transferpricing siano emanati, modificati o rinnovati tra il primo gennaio 2012 e il 31 dicembre 2013, la comunicazione di default avverrà a condizione che i ruling e gli accordi siano ancora validi il primo gennaio 2014.
Nel caso in cui ruling e accordi preventivi siano emanati, modificati o rinnovati tra il primo gennaio 2014 e il 31 dicembre 2016, la comunicazione automatica dovrà essere effettuata indipendentemente dal fatto che siano ancora validi.
Gli Stati membri avranno però la possibilità (opzionale) di escludere dallo scambio di informazioni ruling e accordi preventivi sui prezzi di trasferimento emanati a favore di imprese appartenenti a un gruppo il cui fatturato netto annuo non superi i 40 milioni di euro.
L’eccezione sarà possibile solo nel caso in cui questi ruling e accordi preventivi siano stati emanati, modificati o rinnovati prima del 1° aprile 2016, e non potrà comunque essere accordata nel caso di imprese che si occupano principalmente di attività finanziarie o di investimento.  

Allegato

  • Direttiva (UE) 2015/2376 del Consiglio, dell'8 dicembre 2015, recante modifica della direttiva 2011/16/UE per quanto riguarda lo scambio automatico obbligatorio di informazioni nel settore fiscale (html , pdf, openoffice)

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