Speciale antiriciclaggio e commercialisti, Maresca, MEF: “Anche i commercialisti al tavolo sulla IV Direttiva” (Press, 31 maggio

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    • Fonte:  Press, rivista del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, maggio 2013, no.55, interamente dedicato all'antiriciclaggio (qui in pdf , 2,9 M, 53 pp. qui consultabile online)  


    Solo così si può evitare il rischio che nell’applicazione della norma i soggetti italiani siano svantaggiati rispetto agli omologhi europei

    • di Fabio Pisani

    Dottor Maresca, lo scorso 5 febbraio la Commissione europea ha approvato la proposta di quarta direttiva in materia di antiriciclaggio. A che punto siamo?

    Siamo entrati nella fase di negoziato della Quarta Direttiva e siamo impegnati a dialogare con i soggetti interessati dalla normativa di prevenzione del riciclaggio. Nelle prossime settimane organizzeremo una riunione informale operativa con questi soggetti e il mio auspicio è di vedere anche la partecipazione dei commercialisti a questo tavolo di discussione. Abbiamo bisogno di ascoltare proposte e richieste su come montare i diversi pezzi della nuova Direttiva. A monte vi sono le raccomandazione del GAFI, gli standard internazionali in materia che la Direttiva dovrà recepire avendo l’Unione europea correttamente deciso, sin dalla Prima Direttiva, di utilizzare questo strumento per far sì che le norme siano applicate in maniera ragionevolmente uniforme in tutti i Paesi dell’Unione stessa, minimizzando il rischio che – per una impostazione giuridica differente da Paese a Paese - si possano verificare trattamenti difformi.

    Le scelte del legislatore e le circolari applicative degli ultimi anni hanno scavato un gap tra ciò che è richiesto ai professionisti italiani rispetto ai loro colleghi dell'UE.

    Questo è un punto cui dobbiamo dedicare raddoppiata attenzione per evitare che nell’applicazione della normativa i nostri soggetti, come ad esempio commercialisti, notai, banche e così via, si trovino, per una ragione o per un’altra, in condizioni svantaggiate rispetto agli omologhi degli altri paesi. Vi deve essere un equo trattamento tra i soggetti dei diversi Paesi. In questo senso i suggerimenti e la collaborazione dei commercialisti saranno assolutamente importanti.

    Forse è venuto il momento di definire uno standard comune di “evasione fiscale” che valga, anche solo ai fini dell'antiriciclaggio, su tutto il territorio UE.

    Un punto che vorrei sottolineare è quello dell’“importanza” del fenomeno del riciclaggio. Cito un dato: si stima che il sommerso rappresenti il 25% dell’economia italiana. Il sommerso significa illegalità, anche quella che qualcuno definisce “innocente” e che troppo spesso il cittadino - e quindi anche tutti noi - alimenta con i propri comportamenti quotidiani. Ne cito uno per tutti: gli scontrini fiscali. Ecco allora che i soggetti che sono chiamati a rispondere a determinati obblighi - come i commercialisti - hanno una vita doppiamente difficile: da una parte si trovano nell’illegalità diffusa con cui devono fare i conti ogni giorno e, dall’altra, sono chiamati ad applicare e a rispettare la normativa antiriciclaggio.

    I commercialisti lamentano esservi numerose difficoltà pratiche.

    Noi ci rendiamo perfettamente conto delle difficoltà che questa categoria incontra, in particolare nell’espletare la sua attività di prevenzione del riciclaggio. D’altra parte non abbiamo fino ad ora fatto ricorso - né intendiamo farlo domani - a pesanti intimidazioni sanzionatorie nei confronti della categoria dei commercialisti; riteniamo che o questa normativa viene intesa come normativa di collaborazione attiva oppure non ha futuro. È impensabile, infatti, che in questa materia gli obblighi siano fatti rispettare attraverso la minaccia delle sanzioni. Non funzionerebbe. Questa normativa non prevede un semplice obbligo di fare: prevede un obbligo di fare in modo partecipativo, usando il cervello, dando quindi un contributo attivo per combattere il fenomeno del riciclaggio. E questo è un punto che per noi è ben chiaro. Così come ci è chiaro che nella applicazione pratica della norma ci possono essere delle carenze e dei problemi, principalmente per la difficoltà interpretativa delle diverse situazioni al fine di individuare le soluzioni migliori.

    Come può essere definita questa ipotesi di Quarta Direttiva?

    Sulla Quarta Direttiva si potrebbe dire che in questo momento - per usare un’espressione figurata - vola molto alto, cioè non è molto puntuale nelle sue prescrizioni. La novità degli standard internazionali si chiama “approccio basato sul rischio” e sostanzialmente prescrive che in ogni momento sia posta attenzione alle fattispecie e alle situazioni dove maggiore è il rischio. Era presente anche nelle precedenti versioni delle raccomandazioni del GAFI ma in questa versione è stato inserito - non a caso - proprio nella prima raccomandazione: ciò significa che questo approccio permea - per così dire - l’intera normativa. È importante anche ricordare che, sempre nelle prime raccomandazioni, viene prescritto ai Governi dei vari Paesi di definire una mappa nazionale del rischio riciclaggio sulla cui base le autorità di vigilanza, prima, e successivamente tutti coloro che devono sottostare ad adempimenti antiriciclaggio, dovranno costruire le mappe locali relative al proprio rischio del riciclaggio.

    Questo cosa significa?

    Significa che la Quarta Direttiva, partendo da queste considerazioni, fornisce prescrizioni abbastanza ‘leggere’ perché poi sarà dato spazio all’analisi basata sul rischio di ogni singolo Paese e di ogni soggetto. Questa impostazione va certamente bene in via teorica, ma non si possono dimenticare che si aprono due ordini di problemi: il primo è una frammentazione della normativa e una sua segmentazione Paese per Paese; il secondo è una possibile discriminazione delle categorie e dei soggetti a seconda delle decisioni nazionali che vengono prese. Alla fine il rischio concreto è quello che i singoli Stati si appiattiscano sul minimo necessario e predispongano una normativa che rimane formale e che in sostanza ‘morde’ poco. Credo che questo sia un risultato da evitare perché l’esperienza ci mostra che una normativa di questo genere si traduce in una gran quantità di adempimenti formali ma nulla di sostanziale.
    E ciò sarebbe una doppia sconfitta per tutti.

    Quali misure sono state contemplate al fine di garantire una maggiore trasparenza e accessibilità dei dati del titolare effettivo?

    Il tema del ‘titolare effettivo’ è già presente nella attuale normativa, anche se sicuramente tutti abbiamo incontrato una serie di difficoltà nell’applicazione pratica di questo concetto. Vorrei riprendere la definizione di titolare effettivo: “la persona o le persone fisiche che in ultima istanza possiedono o controllano il cliente o la persona fisica per conto della quale è realizzata un’operazione o un’attività; in caso di società, il titolare effettivo comprende almeno la persona fisica o le persone fisiche che in ultima istanza possiedono o controllano l’entità giuridica attraverso la proprietà o il controllo diretto o indiretto di una percentuale sufficiente delle partecipazione al capitale sociale o dei diritti di voto anche tramite azioni al portatore”. È evidente che quando parliamo di titolare effettivo la preoccupazione è, sostanzialmente, per il titolare effettivo di persone giuridiche.

    Quali le novità più rilevanti?

    Ci sono alcune novità sia negli standard del GAFI sia nella Direttiva. Il primo dato innovativo inserito proprio nella bozza di Quarta Direttiva è nella fissazione della soglia di controllo al 25% del capitale: il superamento di questa percentuale implica in maniera meccanica il controllo del soggetto sulla società. E solo in caso di dubbio che il detentore di questo 25% sia il titolare effettivo, serve verificare chi eserciti il controllo effettivo sulla gestione della società. Naturalmente analoghe considerazioni valgono per trust, fondazioni e simili. Perché è stata inserita questa indicazione nella proposta di Direttiva? Si è cercato di dare una risposta pratica alle difficoltà di stabilire quando si ha una situazione di controllo effettivo. Come si fa a determinarlo? Se questa percentuale fosse corretta sarebbe uno strumento importante. Però non è detto che essa sia effettivamente corretta. È evidente che vi sono casi di controllo con percentuali ben inferiori al 25% e casi in cui il 25% rimane una quota di minoranza. Inoltre questa impostazione contrasta con l’approccio basato sul rischio che ricordavo prima: il GAFI, ad esempio, lungi dal fissare una percentuale, dice invece che è necessario esaminare chi ha il controllo effettivo al di là di quelle che possono essere le apparenze. In altre parole, secondo il GAFI, la percentuale di partecipazione rappresenta un indice sintomatico importante e significativo ma di per sé non conclusivo. E quindi dovrebbe rappresentare una base di partenza per una analisi logica per risalire al titolare effettivo. D’altra parte questa impostazione la si ritrova, ad esempio, in alcune istruzioni della Banca d’Italia.

    Servirà un confronto continuo …

     

    Sicuramente questo sarà un punto da chiarire a Bruxelles e su cui ci sarà una ampia discussione. Ma sarà anche un punto che dovrà essere oggetto delle discussioni che ci saranno al nostro interno, tra noi e i soggetti obbligati, nel confronto che avremo nei prossimi mesi: chiarirci gli aspetti più critici è fondamentale per noi che andiamo a negoziare questa normativa così come per i soggetti che poi dovranno applicarla.
    Un altro aspetto rilevante è contenuto nell’articolo 29 della proposta di Direttiva: esso stabilisce che “gli Stati assicurano che le società o entità giuridiche stabilite nel loro territorio ottengano e mantengano informazioni adeguate, accurate e aggiornate sui propri titolari effettivi. Gli Stati membri assicurano che le autorità competenti abbiano prontamente accesso alle informazioni”. Questo è certamente un passo in avanti molto importante perché è una norma che, se effettivamente dovesse funzionare come tutti auspichiamo, rappresenterà un valido aiuto per le categorie interessate, quali i commercialisti: infatti l’individuazione del titolare effettivo deve essere effettuata dal soggetto stesso, dall’impresa stessa che ha, quindi, l’obbligo di conoscere e mantenere l’informazione su questo aspetto e di renderla disponibile - in questo caso al commercialista - nel momento in cui egli deve effettuare una adeguata verifica.

    Allegato

    • Press, professione economica e sistema sociale, maggio 2013, no.55, interamente dedicato all'antiriciclaggio (qui in pdf , 2,9 M, 53 pp. qui consultabile online

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