Intervista a Manuela Gallo - tesi di dottorato in Compliance

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ComplianceNet (CN): Buongiorno dottoressa. Grazie per la collaborazione al "Progetto tesi" di ComplianceNet. Vuole presentarsi?

Manuela Gallo (MG): Mi sono laureata in "Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari" presso l’Università degli Studi di Perugia nel 2002. Nel 2007 ho conseguito il titolo di Dottore di ricerca in "Banca e Finanza" presso l’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" con una tesi dal titolo "La Funzione Compliance nelle Banche Italiane" (qui il testo in pdf, 2.5 M, 171 pp.). Dal 2010 sono docente di Economia e Gestione della Banca e di Gestione del Rischio di credito presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Perugia.

CN: Quali argomenti ha trattato nella sua tesi di dottorato in Compliance?

MG: La tesi è articolata in quattro capitoli.

  • Il primo capitolo offre una rassegna della letteratura esistente in materia di Compliance, focalizzando l’attenzione sul concetto di compliance e la definizione di rischio di non conformità; sono in esso presentati, inoltre, i principali risultati rivenienti da indagini, compiute in contesti internazionali, riguardanti la struttura organizzativa e operativa del presidio per la compliance.
  • Il secondo capitolo riporta i risultati di una indagine empirica campionaria tesa a rendere manifesti struttura organizzativa, costi e benefici dell’attività di compliance, così come rivenienti da un campione rappresentativo degli intermediari finanziari che operano sul mercato italiano.
  • Il terzo capitolo passa in rassegna le principali norme che interessano la Funzione compliance e dalle quali è desumibile l’eventuale rischio di sovrapposizione con le attività svolte dalle altre funzioni aziendali, in particolare la Funzione di auditing interno, proponendo una possibile interpretazione del dettato normativo.
  • Infine il quarto e ultimo capitolo descrive, mediante i risultati rivenienti da una seconda indagine campionaria, i ruoli e le responsabilità attribuiti ai diversi organi aziendali coinvolti nel processo dei controlli interni e la predisposizione dei necessari flussi informativi periodici.

CN: In cosa sono consistite le indagini campionarie utilizzate per la tesi?

MG: Si è trattato di un'unica indagine, suddivisa in due fasi e basata sulla rilevazione mediante la somministrazione di due questionari.
Il primo questionario ha avuto lo scopo di analizzare il profilo organizzativo, la struttura e la collocazione della funzione compliance nelle banche italiane, nonché il profilo di valutazione dei costi e dei benefici derivanti dall’adozione del presidio sulla compliance.
Il secondo questionario è stato proposto a distanza di circa un anno dal precedente e ha avuto l’obiettivo di mettere in rilievo i rapporti, i compiti e le responsabilità della funzione di compliance con gli altri organi aziendali, in particolare con la Funzione di Internal Audit, deputata all’attività di controllo interno; sono stati presi in considerazione:

  • la verifica della presenza dei requisiti organizzativi minimi individuati dall’Autorità di vigilanza per implementare un’attività di compliance;
  • le attività di reporting e la produzione e diffusione di flussi informativi fra le diverse aree dell’attività bancaria;
  • alcuni aspetti particolarmente problematici che erano emersi a seguito di numerosi incontri fra autorità di vigilanza e sistema bancario all’epoca dell’indagine.

I questionari, sono stati somministrati rispettivamente ad un campione rappresentativo di 60 e 31 intermediari, prevalentemente bancari e associati all'AICOM (Associazione Italiana Compliance), a distanza di circa un anno l’uno dall’altro, precisamente nel periodo aprile-giugno 2006 e marzo-maggio 2007.

CN: Che evoluzioni ci sono state dal 2007 (data di pubblicazione della sua Tesi) ad oggi nella Compliance? I modelli organizzativi presso gli intermediari si sono stabilizzati? Quali sono le criticità più rilevanti?

MG: Dal 2007 ad oggi, la consapevolezza della necessità di controllare e contenere il rischio di compliance è aumentata negli intermediari italiani, sia in quelli che operano principalmente a livello domestico che in quelli che presentano una operatività internazionale.
Quando inviai il primo questionario per la stesura della mia tesi di dottorato molte banche di piccole dimensioni non conoscevano neppure la definizione di rischio di compliance, ma soprattutto non era ancora chiaro il collocamento della funzione di compliance (FC) all’interno della struttura organizzativa della banca. Oggi oltre il 40% degli intermediari che adottano una FC ne garantiscono l’autonomia mediate la predisposizione di un budget indipendente, ma soprattutto sono ormai fugati i dubbi sull’inserimento della funzione all’interno dell’auditing. Nel gennaio del 2009, inoltre, l’obbligo di istituire la FC è stato esteso anche alle imprese di assicurazione, secondo un principio di proporzionalità con la natura, la dimensione e la complessità dell’attività svolta. Ciò nonostante molto deve ancora essere fatto, soprattutto con riferimento alla formazione e alla diffusione  di una cultura aziendale improntata alla conformità.

CN: In Italia a livello accademico quali sono i temi della Compliance oggetto di studio? Ed a livello internazionale?

MG: Lo studio sulla compliance in Italia è in prevalenza incentrato sulla struttura organizzativa della funzione e sul perimetro di riferimento normativo e regolamentare. Mentre ancora, a parte qualche caso, si è scritto poco sulle metodologie di misurazione, trasferimento e mitigazione del compliance risk e sull’analisi costi/benefici che l’introduzione della funzione comporta negli intermediari, ciò, naturalmente,  per via dell’ancora recente introduzione della FC stessa.
A livello internazionale la maggiore consapevolezza del compliance risk si è tradotta in ricerche che puntano di più agli aspetti di misurazione e contenimento del rischio e al legame fra rischio reputazionale e rischio di compliance, la cui consapevolezza è divenuta maggiore a seguito degli scandali finanziari e della crisi internazionale.

CN: Che consigli darebbe ad un laureando che intende fare la tesi in Compliance?

MG:  Il rischio di compliance è articolato e coinvolge vari aspetti della gestione aziendale, ma soprattutto interessa la sfera reputazionale e l’immagine degli intermediari finanziari, così come della pubblica amministrazione e di tutte le aziende che operano su un mercato e sono chiamate al rispetto di norme o regole di auto o etero regolamentazione. Pertanto, il mio consiglio è quello di definire in principio l’aspetto del rischio che si vuole indagare e i soggetti economici di riferimento.

CN: Consigli per chi si affaccia al mondo del lavoro in questa disciplina?

MG: Durante la stesura della tesi di dottorato, ma anche in seguito, mediante convegni o lavori di gruppo, ho avuto modo di incontrare alcuni responsabili della FC di banche e intermediari italiani; il sentimento comune in queste occasioni era, inizialmente, di preoccupazione verso una funzione nuova e di cui non si conosceva bene il perimetro di responsabilità, ma, con il tempo, anche di crescente consapevolezza della centralità della compliance nel garantire una gestione sana e prudente dell’intermediario e soprattutto di tutelarne l’immagine sul mercato. Detto questo, ai futuri responsabili della compliance consiglierei di puntare su una crescente integrazione della FC con le altre strutture aziendali, così da rendere più agevole il processo di dialogo e favorire la diffusione di una cultura della conformità, presupposto indispensabile affinché si ci possa definire compliant.

CN: Grazie Manuela e buon lavoro.

MG: Grazie a voi.

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