Anna Maria Tarantola, Banca d’Italia: "Le banche popolari: vocazione territoriale e profili di governance"

Anna Maria Tarantola, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, è intervenuta il 27 febbraio 2009 all'incontro "Le banche popolari cooperative: profili italiani ed europei" dedicato alla memoria del prof. Giuseppe Muré ed organizzato dall'Istituto Centrale delle Banche Popolari - Associazione Nazionale delle Banche Popolari a Taormina con una relazione su "Le banche popolari nel confronto competitivo: vocazione territoriale e profili di governance" (pdf, 139 K, 20 pp).
Anna Maria Tarantola, dopo un breve riferimento all’evoluzione delle banche popolari nel sistema bancario italiano e un breve inquadramento nel contesto europeo della cooperazione di credito, si è soffermata sul ruolo di questi intermediari nel sostegno all’economia e sull’analisi dei principali profili tecnici per poi passare al punto centrale del suo intervento: il richiamo alle peculiarità della governance ed alle prospettive evolutive della regolamentazione.
Nel seguito riportiamo i passi salienti dell’intervento del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia.

I profili tecnici

L’esame dei profili tecnici delle banche popolari mette in luce (…)  una situazione alquanto diversificata all’interno della categoria, in relazione alle dimensioni e ai mercati di insediamento.
Inoltre ha ricordato Tarantola "le analisi periodiche svolte dalla Vigilanza mostrano taluni elementi di debolezza nel profilo organizzativo.
Le carenze riguardano prevalentemente la funzionalità degli organi – risultata talvolta condizionata da uno scarso equilibrio nella ripartizione dei compiti e da un’insoddisfacente dialettica interna, con negativi riflessi sull’attività di indirizzo strategico e di coordinamento – l’efficacia degli strumenti direzionali, di identificazione e gestione dei rischi, l’ampiezza e incisività dell’attività di audit.
La gestione dei rischi, anche di quelli operativi, legali e reputazionali è risultata talora non adeguata alla complessità operativo-dimensionale raggiunta. Ciò è vero in modo particolare per le banche quotate, per le quali, negli ultimi anni, sono cresciute l’attenzione e la pressione del mercato, con particolare riferimento all’efficacia del processo di controllo dei rischi a livello aziendale.
Le situazioni di anomalia, tuttavia, non sono generalizzate; necessità di miglioramento si riscontrano soprattutto in presenza di sistemi di governance non pienamente efficienti, caratterizzati da cristallizzazione dell’assetto di governo, da insufficiente controllo sull’operato del management.
Le inadeguatezze del profilo organizzativo, anche se non si sono ancora riverberate sugli altri profili, indicano comunque la presenza di un rischio potenziale, latente e come tali sono un segnale importante, da non trascurare perché condizionano lo sviluppo e le capacità competitive. Al pari dell’adeguatezza patrimoniale, quella organizzativa costituisce il presidio, il presupposto per la sana e prudente gestione."

La governance

Si è sviluppato in anni recenti un vivace dibattito sul modello di governance proprio delle banche popolari. Diverse le posizioni, diverse le ottiche. La domanda di fondo concerne l’attualità del modello e la sua idoneità a soddisfare le esigenze di aziende che, a seguito di processi di consolidamento, hanno conseguito dimensioni ragguardevoli, con assetti proprietari sempre più ampi e diversificati e aperti al mercato dei capitali.
Il dibattito si è focalizzato sull’ampliamento dei limiti individuali di partecipazione al capitale, sul rafforzamento del ruolo degli investitori istituzionali e l’estensione dei meccanismi di delega, sulla valorizzazione della natura cooperativa di tale categoria di intermediari.
Il modello di banca popolare sembra manifestare tensioni soprattutto nel caso delle maggiori banche quotate, per le quali si riscontra un divario tra un assetto proprietario aperto al mercato e agli investitori istituzionali e un assetto regolamentare che, nonostante sia disegnato a tutela della democrazia partecipativa, rende difficilmente contendibile il controllo, limita la rappresentanza negli organi delle diverse componenti dell’azionariato e non incentiva la partecipazione alle assemblee.
(…)
Occorre trovare un punto di equilibrio tra il mantenimento delle specificità cooperative e la necessità di meglio correlare le caratteristiche dimensionali e di apertura al mercato con quelle della governance. Va valutata l’opportunità per organismi complessi e di ampie dimensioni, orientati allo sviluppo di aree di business non tradizionali, di adottare una struttura di governo più aperta e dinamica, capace di cogliere tempestivamente il mutare del contesto e le nuove opportunità, di definire un organico disegno strategico, di realizzare un’efficace azione di indirizzo e coordinamento.

La regolamentazione

(...)
In Italia, la regolamentazione delle banche popolari si caratterizza ancora per l’interpretazione rigorosa del principio del voto capitario, la stringente disciplina legale dei limiti di partecipazione nel capitale (cui possono derogare soltanto alcune categorie di investitori istituzionali), la disapplicazione degli istituti della sollecitazione e raccolta di deleghe di voto, in deroga alle norme generali sulle società quotate.
Una equilibrata e pragmatica evoluzione dell’assetto di governance delle banche popolari, in coerenza con le specifiche caratteristiche di ciascuna, va attentamente valutata e può essere attuata attraverso l’autoregolamentazione, soprattutto con innovazioni statutarie dirette a utilizzare meglio e in misura maggiore alcune opzioni consentite dal vigente quadro giuridico-societario.
Un’opportunità può essere colta in sede di definizione del progetto di governance previsto dalle disposizioni di vigilanza sull’organizzazione e il governo societario delle banche, emanate dalla Banca d’Italia nel marzo 2008. Mi riferisco alle indicazioni dirette ad assicurare adeguata rappresentanza alle diverse componenti della base sociale e ad attivare meccanismi che agevolino la partecipazione dei soci all’assemblea.
Anche nelle ultime assemblee (2008), infatti, la presenza in proprio e per delega dei soci delle banche popolari quotate è risultata, con poche eccezioni, molto contenuta (inferiore al 5 per cento degli aventi diritto).
Strumenti idonei a dare attuazione a tali principi normativi sono l’utilizzo del voto di lista per la nomina di amministratori e sindaci di minoranza, l’introduzione di previsioni statutarie che riservino a una o più categorie di soci la nomina di una quota di amministratori, l’ampliamento delle possibilità di delega in assemblea (nel rispetto della disciplina civilistica), il voto a distanza, la disciplina in statuto delle assemblee separate.
Non possono essere risolti attraverso l’autoregolamentazione altri aspetti pure al centro del dibattito e che sono alla base di diverse iniziative legislative: l’ampliamento dei limiti di partecipazione nel capitale, l’attribuzione agli investitori istituzionali di una presenza significativa negli organi sociali, il potenziamento dei meccanismi partecipativi. Tra gli scopi sottesi a tali iniziative vi è l’aumento degli strumenti di rafforzamento patrimoniale delle banche popolari.
Nell’attuale crisi finanziaria è particolarmente urgente rimuovere ogni potenziale ostacolo a interventi di capitalizzazione che dovessero rendersi necessari. Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente evidenziato i rischi legati all’attuale disciplina dei limiti al possesso di quote nel capitale delle banche popolari (nota 5).
La partecipazione dei soci alle assemblee deve essere favorita con strumenti che non stravolgano l’essenza della forma cooperativa e, nello stesso tempo, siano in linea con l’evoluzione regolamentare in atto in ambito europeo anche per effetto del recepimento della direttiva sugli shareholders’ rights.

Conclusioni

Il mondo delle banche popolari si presenta, nel complesso, vitale e capace di sostenere le esigenze finanziarie del territorio di riferimento. Elevata è peraltro la differenziazione interna alla categoria, per dimensioni, tipo di operatività, grado di apertura al mercato.
Il modello di governo, che nel complesso ha consentito di fronteggiare le sollecitazioni del contesto competitivo, può risultare non pienamente idoneo per enti di grandi dimensioni, con azionariato ampiamente frazionato e diversificato.
Per questi intermediari si indeboliscono infatti i tradizionali vantaggi informativi e di relazione con la clientela di riferimento che derivano dalla vicinanza, dal controllo reciproco svolto dai soci-clienti. Senza snaturare il modello di banca popolare, è opportuno che si realizzino assetti organizzativi e di governo che compensino il venir meno di tale vantaggio competitivo e siano più coerenti con l’accresciuta complessità operativa e dimensionale.
La crisi dei mercati finanziari manifestatasi nell’estate del 2007 e aggravatasi dal settembre 2008 ha indotto governi, banche centrali, istituzioni internazionali ad avviare approfondite analisi delle cause e dei rimedi della crisi, in vista non solo di soluzioni immediate ma anche di più ampie riforme dei mercati finanziari, della regolamentazione, dei controlli.
Le analisi più autorevoli finora condotte – penso al rapporto del Financial Stability Forum, presieduto dal Governatore Draghi (6), e al documento recentemente prodotto dal Gruppo dei 30 (7) – mettono in luce la centralità degli assetti di governance e dei sistemi di risk management per la stabilità delle singole istituzioni e del sistema finanziario nel suo complesso. Le riforme a cui sono chiamati legislatori e autorità, ai diversi livelli sopranazionali e domestici, saranno incentrate su regole comuni e su un maggiore ruolo delle variabili organizzative e di governo societario.

In tale contesto, le popolari, così come tutto il sistema bancario, devono cogliere l’occasione per accelerare il processo di adeguamento organizzativo e del sistema dei controlli interni, rimuovere i fattori problematici e valorizzare il proprio ruolo e le proprie potenzialità di sviluppo.

È altresì opportuno che le popolari svolgano un ruolo pro-attivo, dimostrando la capacità di evolvere verso assetti di governance più consoni alle istanze degli stakeholder e alle esigenze di mercati sempre più concorrenziali, mantenendo lo spirito di “democrazia partecipativa” alla base dell’assetto regolamentare originario.
È questo un modo per porsi nella condizione di svolgere con ancor maggiore efficienza la tradizionale funzione di sostegno dell’economia, tanto più necessaria in momenti di crisi come l’attuale.

  • Nota 5) International Monetary Fund, "ITALY, Staff Report for the 2008 Art. IV Consultation", 7 gennaio 2009, p. 18; Gutiérrez (2008).
  • Nota 6) Report of the Financial Stability Forum on Enhancing Market and Institutional Resilience, aprile 2008.
  • Nota 7) Group of Thirty – Financial Reform A Framework for Financial Stability, gennaio 2009.

Indice dell’intervento

  • Introduzione
  • 1. Le Banche Popolari nell’evoluzione del sistema bancario italiano
  • 2. Le Banche Cooperative nel contesto europeo
  • 3. Il sostegno all’economia
  • 4. I profili tecnici
  • 5. La governance
  • 6. La regolamentazione
  • 7. Conclusioni
  • Riferimenti bibliografici
  • Tavole

Link utili

  • Anna Maria Tarantola, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, "Le banche popolari nel confronto competitivo: vocazione territoriale e profili di governance" (pdf, 139 K, 20 pp).
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