Cndcec: “Voluntary disclosure? Troppo complesso e spesso oneroso, rischio flop” (9 dicembre 2014)

141210-logo-sito-cndcec.png

Il costo complessivo dell’adesione alla voluntary disclosure è estremamente variabile da caso a caso. Rispetto al valore finale dell’investimento, il costo andrà infatti da un minimo del 5%, particolarmente conveniente, ad un massimo del 97% che di fatto dell’investimento azzera l’importo. Sono i risultati che emergono da una simulazione effettuata su tre diverse ipotesi dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti .
Il costo complessivo dell’adesione alla voluntary disclosure è estremamente variabile da caso a caso.
Rispetto al valore finale dell’investimento, il costo andrà infatti da un minimo del 5%, particolarmente conveniente, ad un massimo del 97% che di fatto dell’investimento azzera l’importo.
Sono i risultati che emergono da una simulazione effettuata su tre diverse ipotesi dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti, che fanno dire alla categoria che la legge sul rientro dei capitali, anche per la sua estrema complessità e nonostante il vantaggio derivante dall’abbattimento delle pene, rischia di non raggiungere gli auspicati obiettivi di gettito, rischiando di tramutarsi in un flop per le casse dello Stato.
Le principali variabili che influenzano il costo dell’operazione, spiegano i commercialisti, sono rappresentate dal Paese e dalla “stagionatura” dell’investimento nonché dalla tipologia di evasione eventualmente commessa.

1.Investimenti effettuati da soggetti non imprenditori in Paesi White list o in  Black List , che dovessero stipulare un accordo con l’Italia entro 60 giorni (tabella 1)

Un costo per il rientro dei capitali pari al 4,61%.

Il caso in cui la disclosure risulta più conveniente è sicuramente quello relativo agli investimenti effettuati da soggetti non imprenditori in Paesi appartenenti alla White list o in quelli Black List , come la  Svizzera, se, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della nuova disciplina, stipuleranno con l’Italia un accordo sullo scambio di informazioni e se il contribuente autorizzerà l’intermediario estero a trasmettere alle autorità fiscali italiane, su loro richiesta, i dati delle attività estere.
In questa ipotesi, indipendentemente dal periodo in cui l’investimento è stato effettuato, i periodi accertabili non possono essere più di cinque (tranne i casi di rilevanza penale tributaria dell’illecito eventualmente commesso), per cui la disclosure si risolve nel pagamento delle imposte sostitutive sui rendimenti finanziari dell’investimento e delle corrispondenti sanzioni in misura ridotta oltre a quelle, parimenti ridotte, relative all’omessa o incompleta compilazione del quadro RW del modello UNICO, destinato al monitoraggio fiscale delle attività e degli investimenti detenuti all’estero.

2. Investimenti effettuati da soggetti non imprenditori in Paesi Black List che non stipuleranno un accordo con l’Italia (tabella 2)

Il costo per la disclosure diventa decisamente più consistente, arrivando al 67,29%,  nei casi in cui l’investimento, ferme restando le altre condizioni, sia stato effettuato invece in un Paese appartenente alla Black list che non abbia stipulato con l’Italia un accordo sullo scambio di informazioni.
In tali ipotesi, i periodi accertabili possono estendersi fino al doppio e quindi anche per gli investimenti più “stagionati”, l’IRPEF potrà essere recuperata sull’intero importo iniziale dell’investimento in base alle aliquote marginali applicabili sul reddito complessivo del contribuente.
Per quanto concerne le sanzioni, le riduzioni previste in caso di disclosure saranno in tal caso calcolate su una base costituita dal doppio dei minimi edittali.

3.Investimenti effettuati da un imprenditore individuale che evade imposte sui redditi, IRAP e IVA (tabella 3)

La disclosure può infine comportare il pressoché totale azzeramento del capitale nei casi in cui l’investimento, ferme restando le condizioni di cui all’esempio n. 2, sia stato effettuato invece da un imprenditore individuale in evasione non solo delle imposte sui redditi, ma anche dell’IRAP e dell’IVA, oltre ai contributi previdenziali non considerati nella tabella 3.
In questa ipotesi il costo complessivo dell’operazione di rientro sfiora infatti il 100% (96,80).
Oltre all’IRPEF calcolata in base alle aliquote marginali sull’intero importo iniziale dell’investimento, potranno essere recuperate anche l’IRAP e l’IVA in base alle aliquote ordinarie vigenti all’epoca dell’investimento.
Inoltre, come nel caso precedente, il beneficio della riduzione delle sanzioni previsto in caso di disclosure sarà calcolato su una base costituita dal doppio dei minimi edittali delle sanzioni. In queste circostanze, l’unico motivo che, quindi, potrebbe spingere all’adesione alla procedura di collaborazione volontaria potrebbe essere costituito dai benefici sotto il profilo penale della stessa, ossia dal fatto di volersi avvalere delle cause di non punibilità previste per i reati “coperti” dalla disclosure.
“Per come è stata concepita – afferma Luigi Mandolesi, consigliere nazionale dei commercialisti, la norma sulla diclosure rischia di non raggiungere i risultati sperati. E’ troppo complessa e molto spesso troppo onerosa.
Nelle scorse settimane avevamo chiesto, inascoltati, di mantenere l’anonimato nella prima fase di accesso alla procedura e l’introduzione dell’obbligo del contraddittorio preventivo.
Ci sembravano strumenti utili a garantirne un maggior successo, perché avrebbero evitato di trasformare l’operazione per il contribuente in una vera e propria autodenuncia.
Il nostro timore è che ora possano risultare pregiudicati sia la riemersione delle attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute all’estero, sia l’effettivo raggiungimento degli obiettivi di gettito fissati dal Governo”.

Articoli collegati su "Voluntary Disclosure"

ComplianceNet: