Il Sole 24 Ore

Guardia di Finanza: 1.000 denunciati per riciclaggio nel 2016, 16.400 segnalazioni operazioni sospette (Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2016)

160622-gdf-riciclaggio2.jpg

Frode fiscale: 3.300 evasori totali smascherati in cinque mesi

1.000 soggetti denunciati per riciclaggio nel 2016
16.400 segnalazioni di operazioni sospette
Sono oltre trecento i casi di evasione scoperti dalla Guardia di finanza nei primi mesi del 2016.
In 193 casi il reato presupposto dell’auto riciclaggio è quello della frode fiscale.
Seguono usura e corruzione, che si ferma a meno di trenta contestazioni.
Gli evasori totali smascherati dalla Gdf nei primi cinque mesi dell’anno sono 3.300.
In questi mesi, il 47% delle violazioni fiscali scoperte ha riguardato casi di fittizie residenze all’estero, occultamento di patrimoni e disponibilità finanziaria in paradisi fiscali, utilizzo strumentale di trust e di altri schemi societari o strumenti negoziali per finalità evasive o elusive, stabili organizzazioni occulte di imprese estere ed altre manovre di trasferimento di reddito oltre frontiera.
Nel 2015, invece, un appalto su tre tra quelli sottoposti a controlli è risultato irregolare.

(Tratto da Il Sole 24 ORE del 22/06/2016, pagina 35)

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

Ultimi articoli su "Guardia di Finanza"

160622-gdf-2.jpg

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Voluntary disclosure, vantaggi equi (Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2016)

160622-corte.jpg

Commissioni tributarie. Due sentenze di Ctp stabiliscono che il raddoppio dei termini non si applica alle istanze presentate prima dell’entata in vigore della legge 186/2014

  • di Alessandro Massa

Anche alle istanze di voluntary disclosure formulate anteriormente all’entrata in vigore della legge 186/2014 non si applica il raddoppio dei termini per l’accertamento e la misura delle sanzioni deve essere parametrata con riguardo alla legge più favorevole sopravvenuta.
A esprimere questi principi di diritto sono state due sentenze di merito, depositate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, e cioè la Ctp Genova n.1110/13/2016 depositata il 5 maggio 2016 e la Ctp Mantova n.100/02/2016 depositata il 13 maggio 2016.
L’agenzia delle Entrate aveva notificato alcuni avvisi di accertamento e atti di irrogazione delle sanzioni a seguito di istanze di collaborazione volontaria depositate dai contribuenti in epoca precedente la vigenza della legge 186/2014, e cioè nel corso dell’anno 2014, sanzionandoli anche per gli anni precedenti la scadenza dei termini ordinari ai sensi dell’articolo 12, comma 2-bis, Dl 78/2009.
I provvedimenti venivano impugnati eccependo, oltre alla irretroattività della norma da ultimo citata, anche la sua inapplicabilità in forza dell’articolo 5-quater, comma 4, Dl 167/1990, così come introdotto dalla legge n.186/2014, norma che, essendo intervenuta a disciplinare la medesima disciplina nelle more del procedimento di accertamento, doveva trovare applicazione in virtù del principio tempus regit actum.
Quanto alla misura delle sanzioni, inoltre, veniva invocato il principio del favor rei.
I giudici del merito, in entrambi i casi, hanno accolto le domande dei contribuenti, annullando i provvedimenti relativi agli anni non più accertabili e mandando all’Agenzia di rideterminare le sanzioni rispetto a quelli accertabili.
In particolare il giudice mantovano osserva come la legge 186/2014, essendo intervenuta prima dell’emanazione degli atti impugnati, abbia «chiaramente escluso la possibilità di applicare il raddoppio dei termini nei casi in cui il ricorrente volontariamente disveli il patrimonio detenuto all’estero in Paesi che, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore, sottoscrivano accordi con l’Italia (fatto pacificamente avvenuto per la Svizzera) e che, nel contempo, rilasci all’intermediario estero autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane tutti i dati concernenti le attività oggetto di collaborazione volontaria (il ricorrente lo ha fatto e ne ha dato tempestiva notizia alla amministrazione finanziaria)».
Dunque ove il contribuente abbia adempiuto agli obblighi previsti dalla legge, anche se la sua istanza era stata presentata prima dell’entrata in vigore della stessa, può legittimamente invocare l’applicazione delle disposizioni premiali.
Ciò nonostante il fatto che l’Agenzia, con la circolare n.27/E/2015, avesse espressamente negato la disapplicazione del raddoppio dei termini prevista alle istanze di collaborazione volontaria pervenute prima della entrata in vigore della legge 186/2014.
Le pronunce hanno notevole rilevanza dal punto di vista dottrinale in quanto accolgono implicitamente l’idea per cui la collaborazione volontaria costituisca un unico istituto, regolato dapprima solamente dalla prassi e dalla circolare n.38/E/2013 e in seguito disciplinato da mirati interventi legislativi (prima il Dl 4/2014, non convertito, e dopo la legge 186/2014).

Ultimi articoli su Voluntary Disclosure

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

L’Ocse accelera sul progetto Beps (Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2016)

160618-sole-beps.jpg

  • Fonte: in pdf  su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Misure antielusive. In Italia si attende l’emanazione del decreto di attuazione del cosiddetto «Country-by-Country report»

  • di Domenico Pezzella e Benedetto Santacroce

L’Ocse nei giorni scorsi nei suoi periodici appuntamenti dedicati allo stato di avanzamento del progetto Beps (Base erosion and profit shifting) ha dato particolare enfasi ai progressi di implementazione all’interno dei singoli Stati del cosiddetto “Country-by- Country report
L’Italia è uno dei 48 Stati che, a seguito della pubblicazione delle direttive finali del progetto Beps, si è preventivamente attivata per l’introduzione dell’obbligo per le multinazionali di presentare annualmente una rendicontazione Paese per Paese.
L’obbligo è previsto dall’articolo 1, comma 145 della legge di stabilità 2016 (Legge n. 208/15), ma affinché divenga pienamente operativo è necessario attendere il decreto di attuazione del ministro dell’Economia.
Decreto che, sarebbe dovuto arrivare entro 90 giorni, ancora non ha visto la luce.
Nelle more, la Commissione Ue ha formulato una proposta di direttiva per la modifica della direttiva 2013/34/Ue sulla comunicazione delle informazioni sull’imposta sul reddito da parte di alcune imprese succursali.
Una proposta che recepisce le proposte avanzate in ambito Ocse sull’azione Beps n.13 in merito al Country-by-Country Report.
Nell’analisi svolta durante la Tax Talk si è, dunque, enfatizzato il ruolo di tale strumento nella lotta all’elusione fiscale ed è stata ribadita la necessità che la maggior parte degli Stati introduca al più presto l’obbligo di predisposizione di tale Report.
Particolare attenzione è stata posta sulle modalità attraverso cui le informazioni recepite dall’amministrazione finanziaria dove ha sede la capogruppo possano essere veicolate agli altri Stati in cui sono localizzate le società controllate al fine di avere un ottimale monitoraggio delle operazioni intragruppo.
La modalità preferenziale è lo scambio di informazioni implementato mediante il canale dei trattatati bilaterali ovvero, preferibilmente, con accordi multilaterali.
Al momento già 39 giurisdizioni hanno sottoscritto il relativo Multilateral Competent Authority Agreement.
L’articolo 6 prevede un meccanismo automatico di scambio di informazioni tra i diversi Stati.
Le informazioni devono essere trasferite esclusivamente alle singole amministrazioni finanziarie che sono tenute a trattarle nel rispetto delle norme sulla riservatezza contenute all’interno dei diversi trattati ed accordi internazionali.
Da un punto di vista pratico l’Ocse sta poi sviluppando un “sistema comune di trasmissione dati” al fine di agevolare la condivisione e trasmissione fisica delle informazioni contenute nel Country-by-Country Report.
Tale sistema avrà il compito di mettere in comunicazione in via bilaterale le diverse amministrazioni finanziarie.
In definitiva gli sforzi che si stanno compiendo a livello internazionale in merito al Country by Country Report riguardano la creazione di un sistema comune che permetta un effettivo uso delle informazioni raccolte ma nel rispetto del diritto alla riservatezza dei soggetti che forniscono tali informazioni

160618-country.jpg

Leggi anche

Ultimi articoli su BEPS

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

ComplianceNet: 

Cooperative compliance per imprese «di indirizzo» (Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2016)

160619-compliance.jpg
 

  • Fonte: in pdf su rassegna stampa Unione Commercio

Adempimento collaborativo. In relazione al controllo del rischio fiscale

  • di Sandro Maria Galardo

Il regime di cooperative compliance tra amministrazione finanziaria e contribuente previsto dal Dlgs 128/2015 consente di individuare, monitorare e gestire congiuntamente il rischio di natura fiscale.
In particolare, obiettivo della cooperative compliance è quello di fornire certezza del diritto in relazione ai rischi fiscali dell’impresa, attraverso un rapporto di reciproco affidamento e di fiducia tra fisco e contribuente.
Nella seconda giornata dell’evento organizzato sull’argomento, l’ agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti che rappresentano aperture in relazione ai requisiti soggettivi e oggettivi di accesso al regime.
Per poter partecipare all’adempimento collaborativo, l’impresa deve avere un volume di affari o di ricavi pari o superiore a dieci miliardi di euro ovvero aver presentato richiesta di partecipazione al progetto pilota del 2013 e avere un volume d’affari o ricavi non inferiore a un miliardo di euro; inoltre, possono accedere al regime le imprese che presentano un interpello sui nuovi investimenti (articolo 2 del Dlgs 147/2015), conformandosi alla risposta ricevuta.
È altresì previsto che “per trascinamento” possa aderire anche l’impresa che svolge funzioni di indirizzo in relazione al sistema di controllo del rischio fiscale, anche se non in possesso dei limiti dimensionali.
Con riguardo a quest’ultima fattispecie sono stati forniti molti chiarimenti.
In primo luogo, per ragioni logico-sistematiche, l’entrata per trascinamento riguarda anche le adesioni tramite l’interpello nuovi investimenti, anche se tale ipotesi non era stata esplicitamente disciplinata nel provvedimento del 14 aprile 2016.
Inoltre, è stato chiarito che possono aderire, con l’effetto inclusivo, non solo le holding ma ogni altra società che abbia il potere di emanare direttive in ordine alle linee di indirizzo interno.
L’ingresso delle imprese che svolgono funzioni di indirizzo è consentita, altresì, successivamente all’adesione del soggetto che la “trascina”, tenendo comunque in considerazione l’istruttoria effettuata nei confronti di quest’ultimo.
Per quanto riguarda le adesioni consentite per aver aderito al progetto pilota indetto nel 2013 delle Entrate, qualora la partecipazione abbia riguardato la holding, l’accesso al regime è consentito a tutte le società del gruppo che abbiano un volume di affari o di ricavi pari o superiore a un miliardo di euro.
La nozione di gruppo comprende tutte le società del consolidato civilistico o soggette a direzione e coordinamento.
Per quanto riguarda i requisiti oggettivi di accesso, il regime si basa sull’adozione da parte delle imprese di un’efficace tax control framework (Tcf) ovvero di un sistema di rilevazione, misurazione e controllo del rischio fiscale inserito nel più ampio sistema di governo aziendale e di controllo interno, rimanendo ferma l’autonomia di scelta delle soluzioni organizzative più adeguate per il perseguimento dei relativi obiettivi.
Per tali motivi, il contribuente per poter aderire al regime di adempimento collaborativo, oltre ai requisiti soggettivi sopra richiamati, deve dotarsi di un’efficace Tcf.
Il regime di collaborazione, infatti, deve basarsi su uno scambio reciproco: il contribuente mette a disposizione del fisco un quadro informativo idoneo all’identificazione, misura, gestione e controllo del rischio fiscale e riceve dall’amministrazione finanziaria certezza in merito al trattamento fiscale dei rischi.
In relazione alle modalità di accesso, una questione operativa particolarmente rilevante concerne il momento in cui il tax control framework debba essere completo e operativo.
L’Agenzia ha chiarito che il sistema di controllo debba essere predisposto già al momento in cui viene presentata la domanda di ammissione al regime, tuttavia, la stessa produrrà comunque effetti dalla presentazione anche qualora il Tcf divenga effettivamente operativo successivamente.
Il regime di adempimento collaborativo sembra riscontrare interesse da parte delle imprese.
In un quadro generale nuovo e complesso, sarà interessante attendere gli esiti delle prime adesioni al fine di una valutazione complessiva del regime.

Allegato – il testo del Decreto Legislativo 5 agosto 2015, n. 128

Leggi anche sulla "Cooperative Compliance"

Per saperne di più

  • Agenzia delle Entrate, Progetto pilota "Regime di adempimento collaborativo" - Invito pubblico
  • Ernst & Young Italia, “Il Rischio Fiscale ed il regime di adempimento collaborativo” (pdf)
  • Gennaro Napolitano, “Dalla riforma fiscale, il regime dell'adempimento collaborativo  (parte 1 e 2), Fisco Oggi, Settembre 2015
  • Protiviti Italia, “Adempimento Collaborativo  Il sistema di rilevazione, misurazione, monitoraggio e gestione del rischio fiscale”, (pdf), Marzo 2015

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Rischio fiscale e Cooperative compliance: interpelli sprint (Il Sole 24 Ore, 17 giugno 2016)

160617-fisco.jpg

Diventa pienamente operativo l’interpello sprint per la cooperative compliance.

  • di Giovanni Parente

È pronto il decreto del Mef per le risposte in 45 giorni per i soggetti che aderiranno al nuovo regime previsto dal decreto sulla certezza del diritto (Dlgs 128/2015).
Per ora, i requisiti soggettivi non lasciano margini a una platea ampia (sono ammesse le imprese con volume d’affari o ricavi non inferiore a dieci miliardi di euro, i soggetti i con un volume d’affari o ricavi non inferiore a un miliardo di euro, a patto che abbiano partecipato al progetto pilota, le imprese che si adegueranno alle risposte di interpello sui nuovi investimenti): la stima è di 50-60 società con i requisiti per l’accesso al sistema, ma ovviamente non tutte sceglieranno di aderire.
È quanto emerso ieri nella prima delle due giornate sul tema svoltasi all’agenzia delle Entrate.
La cooperative si inserisce nel nuovo corso del «cambia verso» con interventi tagliati su misura a seconda della dimensione dei contribuenti.
«Ci sono alcuni elementi da correggere, modificare per far sì che l’impresa partecipi. Abbiamo la necessità di definire al meglio la cooperative in modo che diventi uno degli elementi caratterizzanti del nuovo fisco», ha ammesso il viceministro all’Economia, Luigi Casero.
«La platea iniziale dovrebbe essere intorno ai teorici 50-60 soggetti – ha messo in evidenza la direttrice delle Entrate, Rossella Orlandi -. Non mi aspetto che entrino tutti insieme. Più riusciremo a rodare bene questo strumento, più potrà essere ampliato ad altri soggetti».
Intanto la cooperative compliance entrerà nella convenzione Mef-Agenzia in via di definizione.
Ad anticiparlo è stata la direttrice generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, indicando come affianco alla lotta all’evasione e ai servizi ai contribuenti è stata introdotta una nuova area strategica relativa alla prevenzione dell’evasione.
In questo contesto sarà valorizzato un indicatore relativo alla cooperative compliance.
Di fatto, questo dovrebbe aprire la strada a un minor peso specifico dell’area strategica più strettamente legata ai controlli per ribilanciare gli obiettivi dei prossimi anni ma chiaramente si tratterà di riscontrarlo quando le convenzioni saranno approvate.
Dal consigliere economico del Mef e neo Ad di Sose, Vieri Ceriani, è arrivata la considerazione che gli organismi internazionali tracciano la rotta di fissare pochi indicatori di risultato e in base a questi misurare l’attuazione.
Proprio in relazione alle esperienze mappate nel panorama internazionale, Thomas Brandt, a capo della Tax administration unit dell’Ocse, ha messo in evidenza come il tax control framework interno alle imprese per la gestione del rischio fiscale per funzionare non può sfuggire al controllo del conisglio di amministrazione.
Adriano Di Pietro, ordinario di diritto tributario a Bologna, ha sollevato le incognite ancora legate ai rischi penali: «La cooperative compliance passa attraverso la più ampia valutazione del rischio.
Ma questo per il giudice penale è un pericolo non una garanzia perché più sono i soggetti coinvolti, più si allarga l’area del concorso».
Di «impianto migliorabile» ha parlato Francesca Mariotti, direttore area politiche fiscali di Confindustria, che ha evidenziato le potenzialità della cooperative ma segnalato anche i punti su cui intervenire: dal tema dei gruppi d’impresa a quello delle sanzioni, senza dimenticare i possibili effetti in caso di uscita dall’adempimento collaborativo.
Laura Zaccaria, responsabile della direzione Norme e tributi dell’Abi, ha delineato il percorso che ha portato già da qualche anno Bankitalia a chiedere agli istituti di credito di considerare già il controllo del rischio fiscale.
Mentre Ivan Vacca, responsabile area imposizione diretta e indiretta di Assonime, ha auspicato che la cooperative nel suo cammino possa trovare strumenti più duttili con la previsione di standard minimi da assicurare.

Allegato – il testo del Decreto Legislativo 5 agosto 2015, n. 128

Per saperne di più

  • Agenzia delle Entrate, Progetto pilota "Regime di adempimento collaborativo" - Invito pubblico
  • Ernst & Young Italia, “Il Rischio Fiscale ed il regime di adempimento collaborativo” (pdf)
  • Gennaro Napolitano, “Dalla riforma fiscale, il regime dell'adempimento collaborativo  (parte 1 e 2), Fisco Oggi, Settembre 2015
  • Protiviti Italia, “Adempimento Collaborativo  Il sistema di rilevazione, misurazione, monitoraggio e gestione del rischio fiscale”, (pdf), Marzo 2015

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

La Svizzera dice addio al segreto bancario (Il Sole 24 Ore, 16 giugno 2016)

131018-svizzera

Fisco internazionale. Domani i due rami del Parlamento in seduta plenaria voteranno i nuovi standard
Fine dell’Euroritenuta - Il protocollo fra la Confederazione elvetica e l’Europa aggiorna l’accordo fiscale del luglio del 2005

  • di Paolo Bernasconi e Alessandro Galimberti

La Svizzera dice addio al segreto bancario e apre definitivamente e ufficialmente l’era dello scambio automatico di informazioni fiscali.
I due rami del Parlamento – Consiglio Nazionale e quello degli Stati – domattina ratificheranno in sede plenaria ciò che hanno già approvato nei mesi scorsi, cioè la modifica dell’accordo sull’Euroritenuta entrato in vigore il 1° luglio del 2005.
Dal 1° gennaio 2017, e con retroattività che coincide con la stessa data, tutti gli intermediari finanziari svizzeri dovranno inviare report semestrali all’autorità fiscale nazionale che li trasmetterà, a sua volta, all’agenzia delle Entrate e alle altre 27 agenzie dell’area Ue.
L’Unione Democratica di Centro, partito di maggioranza relativa in Svizzera, ha votato contro, ma non è stato annunciato il referendum popolare, che potrebbe eventualmente modificare il calendario governativo nei 100 giorni successivi all’approvazione.
Nel dicembre scorso, il Parlamento svizzero aveva già approvato il quadro legale di supporto, ossia lo Standard comune per la comunicazione e le informazioni (Crs) nonché l’Accordo multilaterale fra autorità competenti (Mcaa) dell’Ocse.
Sul piano formale, nei confronti dei 28 Stati membri dell’Unione europea, l’applicazione di questo pacchetto di standard avrà luogo in applicazione del recente Protocollo fra la Svizzera e l’Unione europea, che ha modificato sostanzialmente l’Accordo sull’Euroritenuta fra la Svizzera e l’Unione europea in vigore dal 1.7.2005.
Riguardo a ogni cliente, le banche oppure le compagnie di assicurazioni sulla vita trasmetteranno al fisco federale svizzero, affinché li ritrasmetta al fisco dello Stato di residenza, tutti i dati concernenti il cliente, nonché i dati concernenti il suo patrimonio, ossia l’importo lordo degli interessi e dei dividendi, distribuzioni da fondi di investimento, saldi dei conti bancari al 31 dicembre, compresi quelli intestati a società di sede, fondazioni e trust, (di cui dovrà essere comunicato il nome anche dei trustees e dei protectors), redditi da determinati contratti di assicurazione sulla vita, nonché l’importo lordo derivante dalla cessione di attivi finanziari.
Scarse le garanzie per i contribuenti esteri coinvolti: infatti, secondo la giurisprudenza federale, le garanzie previste dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo in applicazione del principio dell’equo processo (articolo 6 Cedu) non si applicano alle procedure di acquisizione delle informazioni.
Anzi, il Tribunale federale già anni orsono dichiarò che, nei confronti della cooperazione internazionale addirittura in materia penale, i principi del cosiddetto «equo processo» non erano applicabili, poiché le procedure di cooperazione non sono considerate come procedure penali vere e proprie.
Per le migliaia di clienti del sistema bancario svizzero residenti all’estero ciò significa una quasi totale assenza di garanzie procedurali: ogni banca e compagnia di assicurazione deve informare preventivamente la clientela riguardo alle informazioni destinate ad essere trasmesse al fisco del paese di residenza.
I clienti potranno far valere esclusivamente il proprio diritto all’informazione, nonché esigere la rettifica dei dati eventualmente inesatti che fossero basati su errori di trasmissione.
Bisognerà appellarsi alla legge federale sulla protezione dei dati, con facoltà di chiedere la protezione al giudice civile.
Si tratta di un’eventualità importante, per esempio se la banca dovesse disconoscere la residenza del cliente fuori da un paese dell’Ue, considerata fittizia, magari facendo valere che la residenza p.es.
in un paese dei Caraibi o del Golfo, sia stata comperata pagando qualche migliaio di dollari.

Ultimi articoli su "Svizzera"

ComplianceNet: 

Per il riciclaggio giurisdizione italiana allargata (Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2016)

160614-sole-riciclaggio.jpg

  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Fra Stati. Con una sola condotta legata al nostro Paese

  • di Sara Mecca

Va riconosciuta la giurisdizione italiana per il reato di riciclaggio commesso in parte all’estero, quando nel territorio dello Stato si sia verificato anche solo un frammento della condotta che abbia oggettivo rilievo per la configurazione dell’illecito.
Integra il reato, inoltre, il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un conto corrente ad un altro, diversamente intestato ed acceso presso un altro istituto bancario.
Ad affermare questi principi è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24401 depositata ieri.
Un imprenditore veniva indagato per il reato di riciclaggio per aver investito denaro proveniente da frode fiscale commessa da un terzo soggetto.
Il Gip disponeva così il sequestro preventivo su beni mobili ed immobili riconducibili all’indagato e la misura era confermata dal Tribunale del riesame.
La difesa ricorreva in Cassazione, contestando sia la competenza per territorio dell’autorità giudiziaria italiana, poiché in realtà il denaro sarebbe stato movimentato all’estero, sia il fumus del reato.
In particolare era lamentata l’assenza di prova in ordine alla provenienza delittuosa della somma, frutto di un semplice prestito da parte di un terzo e confluito sul conto corrente dell’imprenditore indagato (regolarmente tracciabile).
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile.
Circa l’asserita incompetenza dell’autorità italiana, i giudici hanno rilevato che il reato di riciclaggio si considera radicato in Italia qualora ricorrano più elementi sintomatici, indicativi della consumazione del reato anche solo in parte nel territorio italiano.
La condotta delittuosa va infatti considerata in maniera unitaria, avendo riguardo alla complessiva attività di ripulitura del denaro.
Nella specie, il riciclaggio del provento dell’asserita evasione fiscale era stato effettuato tramite una società di diritto inglese, facente capo però all’indagato, il quale impartiva direttive dal territorio italiano.
Pertanto, era evidente che una parte della condotta si fosse verificata in Italia.
Quanto al fumus del reato, la Corte evidenzia che era stato provato tramite intercettazioni che il denaro trasferito dal terzo all’indagato – e da questo successivamente investito in ulteriori operazioni - fosse di provenienza illecita (frode fiscale).
La consistenza economica del trasferimento e l’assenza di qualunque rapporto contrattuale lecito sottostante provava poi la consapevolezza dell’indagato circa la provenienza illecita del denaro.
A tal fine viene ricordato dalla sentenza che integra di per sé un autonomo atto di riciclaggio - essendo tale reato a forma libera ed a consumazione prolungata, attuabile anche con modalità frammentarie e progressive - il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un conto corrente ad un altro diversamente intestato, ed acceso presso un’altra banca.
L’indagato, destinatario dei bonifici e consapevole dell’illiceità dell’operazione, deve così ritenersi concorrente nell’attività di riciclaggio.
Da qui la conferma del sequestro a suo carico.

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Corruzione, Visco: in Italia più grave e urgente. Cantone: serve impegno di tutti (Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2016)

Palazzo_Koch_1000117.jpg

Convegno organizzato dall’Anac
Il problema della corruzione «nel contesto attuale italiano è ancora più rilevante e urgente che per altri paesi».
Lo ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, aprendo i lavori di un convegno organizzato dall'Anac presso la Banca d’Italia.
«Il fenomeno della corruzione - ha aggiunto - purtroppo è diffuso come in altri paesi».
E «il caso dei Panama Papers è una delle evidenze recenti - ha aggiunto Visco - sull'uso di veicoli societari opachi per nascondere proventi di comportamenti illeciti, tra cui evasione fiscale e corruzione».
«La lotta alla corruzione - ha sottolineato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione - Raffaele Cantone non è solo lotta al malaffare ma lotta ad uno dei più gravi problemi del Paese perche' blocca l'economia, la concorrenza e causa la fuga dei cervelli».
Rivolto alla platea del secondo incontro nazionale con i responsabili di prevenzione della corruzione Cantone ha sottolineato: «Sulla prevenzione e corruzione non si può tornare indietro; c’è ormai un intervento strutturale da parte del legislatore».
Ma, ha aggiunto Cantone «la riuscita spetta all'impegno di tutti».
Insomma «nessuno mette in discussione che il momento della repressione è uno dei cardini della lotta alla corruzione, ma appunto è uno. L'altro è quello della prevenzione».
Con le nuove norme varate, come il Codice degli appalti o la riforma che riguarda la Pa, ai responsabili anticorruzione degli enti - oggi riuniti a Roma per il secondo convegno annuale - spetterà «un compito rilevante di controllo.
L'Autorità, da parte sua, mette in campo un nuovo piano nazionale per la prevenzione della corruzione: prima - ha detto Cantone - era un tomo quasi enciclopedico, di difficile lettura. Ora la parte generale è di 28 pagine assolutamente esplicative, tende a dare indicazioni sulle principali aree di rischio ed è comprensibilissima.
I piani - ha ricordato Cantone - non sono carta, non sono adempimenti burocratici, come in parte si continua a credere, ma sono strumenti di compliance” attraverso i quali anche il cittadino può partecipare».

Un tema ripreso questa mattina anche da Matteo Renzi

«Gli accordi anti-corruzione che stiamo siglando sono un punto di riferimento nel mondo» ha detto Renzi .
«Ho fatto due presentazioni a Londra e in Serbia. Dovranno esserlo anche a livello del G7 e io in Giappone porterò questa nostra esperienza come esempio di lotta alla corruzione» ha sottolineato nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi dedicata al protocollo di vigilanza sulle procedure per la bonifica delle aree di Bagnoli.

I disonesti sono in tutti i partiti e vanno cacciati

«Gli amministratori onesti sono la stragrande maggioranza di tutti i colori politici e partiti, come purtroppo ci sono disonesti in tutti i partiti politici e vanno cacciati» ha detto Renzi sottolineando come la lotta alla corruzione sia portata avanti grazie anche al lavoro degli amministratori onesti.

Cantone, problemi enormi da norma incompatibilità

«Il decreto 39 su incompatibilità e inconferibilità degli incarichi, su cui ci saremmo aspettati una chiarificazione, visto che è una misura che tende a evitare conflitti di interessi, sta creando problemi applicativi enormi» ha detto il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.
Il riferimento è a uno dei decreti attuativi della legge Severino, su cui «abbiamo fatto due segnalazioni al Parlamento», ha ricordato Cantone, sottolineando che «la normativa non va indebolita, ma rafforzata», ma sono necessari dei «chiarimenti».
Uno dei nodi riguarda le sanzioni.
“Spesso - ha spiegato infatti Cantone - i responsabili anticorruzione degli enti, che sono competenti a irrogare le sanzioni verso un organo politico quando si presenta un caso si incompatibilità o inconferibilità, non se la sono sentita di farlo.
Proveremo a dare indicazioni più stringenti, ma questo resta un punto di carenza del sistema”.
Il tema si lega con un altro punto segnalato da Cantone, che riguarda il ruolo stesso dei responsabili anticorruzione, a cui va assicurata “una propria autonomia e indipendenza dagli organi di indirizzo politico.
Il responsabile anticorruzione deve rimanere interno alla pubblica amministrazione, ma deve essere messo in condizione di svolgere il proprio ruolo con un'autonomia che consenta di mantenere una distanza dall'organo politico”.

ANAC

sito web http://www.anticorruzione.it

Schema di Piano Nazionale Anticorruzione 2016

Consultazione on line del 20 maggio 2016 – invio contributi entro il 9 giugno 2016
I contributi e le osservazioni potranno essere inviati, utilizzando l’apposito Modulo, entro le ore  24  del 9 giugno 2016.

Rimani in contatto

140709-linkedin2.jpg  facebook facebook

Altri articoli su Anticorruzione

Autoriciclaggio senza forzature (Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2016)

160524-sole-autoriciclaggio.jpg

Massima cautela sull’autoriciclaggio. Non va incoraggiata un’applicazione retroattiva del nuovo...
Penale. Negato il riconoscimento della condanna emessa in Svizzera quando il reato per l’Italia non esisteva

  • di Giovanni Negri

Massima cautela sull’autoriciclaggio.
Non va incoraggiata un’applicazione retroattiva del nuovo reato introdotto nel nostro ordinamento dall’anno scorso che porti al riconoscimento di una sentenza di condanna emessa in Svizzera.
Lo sottolinea la Corte di cassazione con la sentenza n. 21348 depositata ieri, scritta da Ersilia Calvanese, ex direttore dell’ufficio Affari europei e internazionali del ministero della Giustizia.
La pronuncia ha così accolto il ricorso presentato dalla difesa (ma per l’annullamento con rinvio si era pronunciato anche il sostituto procuratore generale Eugenio Selvaggi, ex capo del dipartimento Affari di giustizia di via Arenula).
La Corte d’appello di Venezia, invece, aveva riconosciuto la sentenza del tribunale federale di Bellinzona (Svizzera) con una condanna a 4 anni e 11 mesi di detenzione a carico di uomo accusato per reati in materia di stupefacenti, falsità in certificati e riciclaggio di denaro.
Alla sanzione detentiva si aggiungevano quelle accessorie – delle quali veniva contestata l’applicazione in Italia – dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici per 5 anni, del ritiro della patente e del divieto di espatrio per un anno.
La difesa aveva sostenuto, tra i motivi di ricorso, che la decisione dei giudici della Corte d’appello aveva applicato in maniera erronea l’articolo 733 comma 1 lettera e) del Codice di procedura penale, disposizione che disciplina i presupposti del riconoscimento, perché l’ordinamento italiano non puniva, all’epoca della commissione dei fatti, tra il marzo 2003 e l’ottobre 2009), l’ipotesi dell’autoriciclaggio per la quale l’imputato era stato condannato in Svizzera.
La Cassazione, nell’esaminare il caso, mette preliminarmente in evidenza come condizione generale per il riconoscimento è che il fatto per il quale l’imputato è stato punito all’estero costituisce reato, secondo la legge italiana del tempo in cui fu commesso.
Inoltre, va ricordato che il riconoscimento della sentenza svizzera, nel caso in esame, non è stato pronunciato per realizzare esigenze di cooperazione giudiziaria oppure per permettere l’esecuzione di misure penali in essa contenute, ma piuttosto per farne discendere effetti penali che, secondo la legge italiana, deriverebbero dalla condanna se questa fosse stata pronunciata in Italia.
Da una parte, allora, è vero che al tempo della commissione dei fatti sanzionati in Svizzera l’autoriciclaggio non era previsto dalla legge italiana come reato (oggi è l’articolo 648 ter-1 del Codice penale, in vigore dal 1°gennaio 2015) e questo impedisce il riconoscimento della condanna del tribunale di Bellinzona; tuttavia dalla Cassazione arriva una conclusione di annullamento con rinvio e non di annullamento tout court.
La Corte, infatti, avverte che una diversa sezione della Corte d’appello di Venezia dovrà valutare se, pur in assenza di una norma specifica, la condotta oggetto della condanna estera non può costituire comunque reato sulla base della lettura data dalle Sezioni unite nel 2014 con la sentenza n. 25191.
Interpretazione che considera soggetto attivo del reato anche chi ha commesso o concorso a realizzare il reato presupposto, «qualora abbia predisposto una situazione di apparenza giuridica e formale difforme dalla realtà circa la titolarità o disponibilità dei beni di provenienza delittuosa al fine di agevolare la commissione dei delitti di riciclaggio o reimpiego».

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

443px-Money-laundering.svg.png

(image from http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Money-laundering.svg)

Foia: uffici pubblici, la lunga marcia della trasparenza (Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2016)

160523-sole-trasparenza3.jpg

Dal diritto a conoscere i documenti di interesse al nuovo «Foia» che apre tutti i cassetti della burocrazia

  • di Antonello Cherchi e Valeria Uva

Il perimetro allargato: più complete le informazioni sui dirigenti e sui criteri di formazione delle liste d’attesa
Il ruolo delle banche dati: meno oneri per le amministrazioni, obblighi assolti con l’invio agli archivi centrali

Trasparenza atto terzo.
Il primo si è aperto alla fine del 1990, quando è arrivata la legge 241 sull’accesso agli atti amministrativi.
Il secondo ha compiuto tre anni di vita giusto lo scorso 20 aprile: si tratta del decreto 33 del 2013, ribattezzato anti-corruzione.
L’ultimo arrivato è il Foia (il Freedom of information act), che prende le mosse dalle norme del 2013 per introdurre anche in Italia ciò che in Gran Bretagna esiste dal Duemila, ovvero la possibilità per il cittadino di chiedere alla pubblica amministrazione tutti gli atti che quest’ultima possiede.
Un cammino lungo 26 anni, dunque, contrassegnato da pervicaci resistenze della burocrazia a mettersi in mostra.
Il diritto di accesso del ’90 era (ed è) limitato, nel senso che il cittadino deve dimostrare di avere un interesse rispetto ai documenti che chiede alla Pa.
Per esempio, posso vedere gli atti di un concorso pubblico se vi ho partecipato.
Questi vincoli sono stati amplificati dalle prese di posizione degli uffici, maldisposti ad aprire i cassetti, che dal ’96 in poi hanno anche utilizzato come sponda le esigenze della privacy.
«Questi dati non possono essere forniti perché c’è la tutela dei dati personali», è stata spesso la risposta dietro cui la Pa si è trincerata.
Sono state le sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato a convincere le amministrazioni a cambiare idea e convertirsi, pian piano, alla trasparenza.
E anche il Garante della privacy ha più volte richiamato gli uffici all’ordine, invitandoli a non utilizzare la riservatezza come alibi.
Nel 2013 il salto di qualità: la trasparenza diventa a portata di click e si fa più penetrante.
Le amministrazioni devono pubblicare sui propri siti una lunga serie di dati: gli stipendi dei politici, le liste d’attesa delle strutture sanitarie, le consulenze, i dati sul personale, i bandi di concorso, i beneficiari di sovvenzioni e sussidi e così via.
Dati di semplice consultazione, forniti in formato aperto e a cui i cittadini devono poter accedere online senza costi.

160523-sole-trasparenza2.jpg

(clicca per ingrandire immagine)

Il monitoraggio

Come hanno reagito le amministrazioni?
Di certo c’è che ogni realtà pubblica - dal ministero al piccolo comune - ormai ha sul proprio sito istituzionale la sezione apposita denominata “Amministrazione trasparente”.
Il problema è che dietro quell’etichetta ipertestuale si schiude un mondo difficile da monitorare.
Ci ha provato il ministero della Pubblica amministrazione con lo strumento della Bussola della trasparenza, che però non è in grado di rilevare la tipologia e la qualità dei dati inseriti online.
Secondo la Bussola, quindi sarebbero in regola con le norme sulla trasparenza oltre l’85% delle amministrazioni.
Ma tra i “segreti” meglio custoditi delle Pa ci sono la mappa delle società partecipate (si vedano le schede a fianco), i dati aggregati sugli appalti (praticamente introvabili in rete informazioni sui tempi di attuazione e sulle varianti) e l’elenco dei controlli gravanti sulle imprese.
All’appuntamento con la trasparenza, poi, gli enti arrivano in ordine tecnologico sparso: qualcuno riesce a pubblicare in formato aperto e rielaborabile, i più si affidano all’immutabile Pdf.

La riforma

Il decreto approvato la scorsa settimana interviene anche sugli obblighi informativi (si vedano le schede a fianco) con due obiettivi: in alcuni casi il perimetro si allarga (ad esempio le informazioni su redditi e patrimoni si estendono dai politici ai dirigenti pubblici); dall’altro si scommette su un alleggerimento degli oneri.
Molti degli obblighi di trasparenza, infatti, saranno assolti con l’invio delle notizie ad alcune banche dati pubbliche a cui basterà rinviare con un link.
Sarà così, ad esempio, per i rendiconti dei gruppi politici regionali e provinciali (da spedire alla Corte dei conti), per le informazioni sui bandi di gara, le aggiudicazioni e i costi dei lavori pubblici (ad Anac e Infrastrutture), per quelle sulle società partecipate (al Siquel).
Il decreto Foia non chiarisce come queste banche dati - per ora non accessibili - restituiranno queste informazioni.
E per capirlo bisognerà aspettare un anno: questo è il lasso di tempo concesso a tutte le amministrazioni per riorganizzare l’invio alle banche dati.

Il testo del Decreto legislativo 17 maggio 2016 (FOIA)

17 maggio 2016 — post CDM - Decreto legislativo recante revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione pubblicità e trasparenza correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell'articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche (testo e pdf)

Leggi anche

Pagine