Banca d'Italia

Le sfide dei nuovi sistemi di pagamento digitali (BCE, 30 novembre 2017)

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scritto da Agatino Grillo

Il 30 novembre e 1° dicembre 2017 la Banca d'Italia organizza, in collaborazione con la Banca Centrale Europea, una conferenza su "La trasformazione digitale nell'Ecosistema dei pagamenti al dettaglio", con l'obiettivo di condividere esperienze, analisi e ricerche effettuate nel campo dei pagamenti digitali al dettaglio con operatori di mercato, regolatori e ricercatori.
Per presentare l’evento, Ignazio Visco – Governatore della Banca d'Italia – ha pubblicato una breve nota (“Digital transformation of the retail payments ecosystem” qui in pdf) sui temi che la conferenza affronta.
Di seguito una sintesi dell’intervento di Ignazio Visco.

La trasformazione digitale del sistema dei pagamenti

  • Sintesi dell’intervento di Ignazio Visco - “Digital transformation of the retail payments eco system” (testo in inglese, pdf, 167.6 K, 5 pp.)

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La rapida evoluzione delle tecnologie digitali promette di apportare benefici, ma crea anche nuove sfide per il sistema di pagamento e per le parti interessate.
La trasformazione digitale della nostra società ha anche cambiato il tipo di strumenti di pagamento che utilizziamo.
Infatti, più utilizziamo i canali di distribuzione digitale nelle nostre spese al consumo, più abbiamo bisogno di forme digitali di denaro per pagare queste transazioni.
Ma c' è anche un cambiamento culturale dietro a questo processo.
Le carte di credito e di debito sono sempre più utilizzate nei negozi e in alcuni paesi le banconote non sono più il mezzo di pagamento più comune.
Grandi progressi tecnologici nel sistema finanziario stanno creando nuove opportunità per gli utenti dei pagamenti e tuttavia, esse pongono anche nuove sfide per gli intermediari tradizionali, che sono ora esposti all’accresciuta concorrenza delle piattaforme digitali che offrono anche servizi di pagamento.
Le banche non sono più (solo) in concorrenza tra loro, ma anche con le istituzioni non bancarie e devono affrontare le sfide che derivano dagli sviluppi della tecnologia finanziaria (Fintech).
Nel contesto europeo, le trasformazioni tecnologiche nel sistema di pagamento sono supportate anche da interventi normativi che incrementano la concorrenza e l'innovazione.
La nuova direttiva PSD2 (Payment Service Directive 2), che entrerà in vigore nel gennaio 2018, apre una strada stabile verso un'ulteriore innovazione disciplinando l'attività dei "fornitori terzi" (TPP - Third Parties Providers).
Si tratta di società Fintech che offrono servizi di “payment initiation” e “account information” sfruttando le nuove opportunità di business offerte da innovazione tecnologica, posizionandosi tra prestatori di servizi di pagamento e clienti finali.
La direttiva PSD2, pur imponendo alle banche di condividere le informazioni sui clienti con i TPP, prevede che l'attività di questi ultimi sia autorizzata e controllata dalle autorità di vigilanza.
Pertanto, promuovendo l'innovazione e la concorrenza, la direttiva mira a garantire condizioni di parità nel settore dei servizi di pagamento e a tutelare i consumatori.
Inoltre la direttiva si concentra sulla sicurezza dei servizi di pagamento, con l'obiettivo di raggiungere un elevato livello di armonizzazione attraverso un approccio normativo comune all'interno dell' Autorità bancaria europea (EBA): nell' ambito della direttiva PSD2, l'ABE è stata incaricata di elaborare norme e linee guida che migliorano la cooperazione tra tutte le autorità nazionali competenti.
In quanto fornitori di moneta, le banche centrali devono assicurarsi di essere all'avanguardia tecnologica nella loro produzione e, in qualità di autorità di regolamentazione, che i cittadini continuino a fidarsi del sistema, sia esso fisico o digitale.

Il programma della conferenza

Allegati

 

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Banca d’Italia: diffusione della criminalità organizzata nel Centro Nord (31 maggio 2017)

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  • Fonte: Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia sul 2016  (pag. 156 e 157)

Il riciclaggio di proventi criminali impone uno svantaggio competitivo alle imprese che non ne usufruiscono; l’uso di metodi mafiosi scoraggia la concorrenza e l’iniziativa imprenditoriale, deprimendo gli investimenti; i legami corruttivi con la PA condizionano la spesa pubblica, deviandola verso interessi di parte

La criminalità organizzata

Secondo le stime dell’Istat il valore aggiunto generato dalle attività illegali (droga, prostituzione e contrabbando di sigarette) ammontava nel 2014 a quasi 17 miliardi di euro, circa l’1 per cento del PIL.
Tali valori si riferiscono solo alle attività che generano un valore aggiunto e che si basano su un mutuo consenso fra i contraenti, escludendo pertanto le attività di tipo redistributivo, come il furto, e quelle coercitive, come l’estorsione.
Sono escluse anche altre attività illegali quali la contraffazione, l’usura e il traffico di armi.
La diffusione delle attività illegali, in larga parte gestite dalla criminalità organizzata, genera rilevanti costi indiretti sull’economia legale.
Il riciclaggio di proventi criminali impone uno svantaggio competitivo alle imprese che non ne usufruiscono; l’uso di metodi mafiosi scoraggia la concorrenza e l’iniziativa imprenditoriale, deprimendo gli investimenti; i legami corruttivi con la PA condizionano la spesa pubblica, deviandola verso interessi di parte.
L’assenza di certezza dei rapporti contrattuali e di sicurezza dei beni e della persona ha rappresentato un importante freno allo sviluppo economico nelle regioni del Mezzogiorno dove le organizzazioni criminali sono storicamente insediate (nota 2).
Pur conservando i centri decisionali nei luoghi di origine, tali organizzazioni hanno tuttavia espanso la loro attività anche nel Centro Nord, alla ricerca di mercati più remunerativi per impiegare i capitali illeciti.
L’infiltrazione nelle imprese legali riduce i livelli di attività di quelle concorrenti e ne aumenta la probabilità di uscita dal mercato (cfr. il riquadro: Gli effetti economici della diffusione della criminalità organizzata nel Centro Nord).

Note

  • 2) P. Pinotti, The economic costs of organized crime: evidence from southern Italy, “The Economic Journal”, 125, 586, 2015, pp. F203-F232.

Riquadro: Gli effetti economici della diffusione della criminalità organizzata nel Centro Nord

Indicazioni oggettive dell’infiltrazione mafiosa a livello di singola impresa non sono disponibili se non a seguito di provvedimenti giudiziari.
Tuttavia – incrociando le informazioni contenute nel rapporto del Ministero dell’Interno sulla penetrazione di alcune organizzazioni criminali (in particolare della ’ndrangheta) nel Centro Nord (nota 1) con dati sulle modifiche nella struttura proprietaria e di governance delle imprese – può essere costruito un indicatore che, benché di natura esclusivamente statistica, è utile per condurre analisi empiriche della distribuzione territoriale e settoriale e degli effetti economici di questo fenomeno (nota 2).
Gli indicatori di infiltrazione della criminalità organizzata così ottenuti segnalerebbero un’incidenza del fenomeno più elevata nel Nord Ovest.
Secondo queste elaborazioni, inoltre, il fenomeno interesserebbe principalmente le imprese nel settore immobiliare e delle costruzioni (figura); i settori dei servizi di pubblica utilità e dell’intermediazione finanziaria (principalmente money transfer) presenterebbero una quota di imprese infiltrate sul totale delle stesse che è più elevata rispetto al peso dei relativi settori nell’intera economia.
Infine le imprese a più alto rischio di infiltrazione sarebbero quelle che hanno subito un calo del fatturato e della redditività, un aumento dell’incidenza degli oneri finanziari e un peggioramento del merito creditizio.
Un incremento degli indicatori di infiltrazione della criminalità si associa nel breve termine a un aumento del fatturato dell’impresa interessata, ma anche a un effetto negativo sull’attività economica delle altre imprese operanti nello stesso mercato.
Il risultato per la singola azienda potrebbe riflettere una mera sovrafatturazione a fini di riciclaggio, oppure indicare un effettivo miglioramento della sua performance dovuto all’immissione di nuovo capitale in un momento di difficoltà finanziaria o alla capacità dell’organizzazione criminale di estorcere rendite attraverso l’uso del potere intimidatorio.
Al crescere dell’incidenza delle imprese per cui è alta la probabilità di essere state infiltrate, le aziende concorrenti registrano un significativo calo del fatturato e un aumento del rischio di uscire dal mercato.

Note

  • 1 Osservatorio sulla criminalità organizzata (a cura di), Primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali, per la Presidenza della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso, Università degli Studi di Milano, 2014.
  • 2 L. Mirenda, S. Mocetti e L. Rizzica, The real effects of ’ndrangheta: firm-level evidence, Banca d’Italia, Temi di discussione, di prossima pubblicazione.

Distribuzione delle imprese per settore di attività (1)

(valori percentuali)

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Fonte: elaborazioni su dati Cerved Group, Infocamere e Ministero dell’Interno.

(1) L’indicatore di infiltrazione è stato costruito incrociando le informazioni contenute nel rapporto del Ministero dell’Interno sulla penetrazione della ’ndrangheta nel Centro Nord con i dati sulla struttura proprietaria e di governance delle imprese tratti da Infocamere. I settori indicati corrispondono alla classificazione Isic: D+E=servizi di pubblica utilità; F+L=costruzioni e attività immobiliari; G+H=commercio, trasporto e magazzinaggio; I=alloggio e ristorazione; J+K=informazione e comunicazione, attività finanziarie e assicurative; M+N=attività professionali, scientifiche, tecniche, amministrative e di supporto; P+Q=istruzione, sanità e servizi alle famiglie e assistenza sociale; altri=settori residuali.

Allegato

  • Relazione annuale sul 2016 (pdf,  4.3 M, 210 pp.)

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Banca d’Italia: norme EBA in tema di sicurezza dei pagamenti (2 marzo 2017)

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La European Banking Authority (EBA) ha pubblicato  la versione finale delle norme tecniche di regolamentazione in tema di autenticazione forte del cliente e comunicazione sicura ai sensi della direttiva (UE) 2366/2015 sui servizi di pagamento - PSD2 (qui in pdf, 1.3 M, 153 pp.).
Le norme tecniche, sviluppate in stretta collaborazione con la Banca Centrale Europea (BCE), stabiliscono le condizioni per lo sviluppo di un mercato aperto e sicuro dei pagamenti al dettaglio nell'Unione europea.
Esse entreranno in vigore 18 mesi dopo la loro adozione da parte della Commissione europea.
Le norme tecniche specificano:

  • i requisiti dell’autenticazione forte dei pagamenti e le relative ipotesi di esenzione;
  • i requisiti per la protezione delle credenziali di sicurezza degli utenti;
  • i requisiti di standard aperti comuni e sicuri per la comunicazione tra prestatori di servizi di pagamento e con gli utenti.

La versione finale delle norme tecniche tiene conto delle osservazioni ricevute nel corso della consultazione pubblica, conclusa nel mese di ottobre 2016.
Le 224 risposte pervenute hanno evidenziato l’esigenza di un miglior bilanciamento tra sicurezza e facilità d’uso degli strumenti di pagamento, nonché di una maggiore neutralità della regolamentazione rispetto alle soluzioni tecnologiche sviluppate dal mercato.

Allegato

  • European Banking Authority (EBA): “Draft Regulatory Technical Standards on Strong Customer Authentication and common and secure communication under Article 98 of Directive 2015/2366 - PSD2” (pdf, 1.3 M, 153 pp.).

EBA, leggi anche

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CyberSecurity: accordo Bankit e ABI. Nasce CERTIF (21 dicembre 2016)

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Accordo Banca d'Italia/ABI per la sicurezza informatica

Nasce il CertFin, il nuovo organismo altamente specializzato nella cybersecurity del settore bancario e finanziario, con l’obiettivo di prevenire e contrastare le minacce informatiche legate allo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’economia digitale.
 
La Banca d’Italia, l’Associazione bancaria italiana e il Consorzio ABI Lab hanno firmato oggi a Roma una convenzione per rafforzare la collaborazione sulla cybersecurity.
L’obiettivo è garantire una sempre maggiore sicurezza degli operatori del mondo bancario e finanziario italiano e dei servizi digitali offerti a famiglie, imprese e Pubblica Amministrazione.
L’accordo – sottoscritto dal Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, dal Direttore generale dell’ABI, Giovanni Sabatini e dal Presidente di ABI Lab, Pierfrancesco Gaggi - prevede la realizzazione di un Cert (Computer emergency response team), ossia di una struttura altamente specializzata, dedicata al settore finanziario italiano, che avrà l’obiettivo di prevenire e contrastare le minacce informatiche legate allo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’economia digitale.
Il nuovo organismo si chiamerà CertFin e sarà basato sul principio della cooperazione tra pubblico e privato.
Il CertFin avrà il compito di raccogliere dati, indicazioni e segnalazioni e analizzare tutti i fenomeni connessi all’universo della cybersecurity, consentendo l’efficiente scambio di informazioni tra gli operatori bancari e finanziari attivi in Italia e, allo stesso tempo, offrendo loro una serie di strumenti e servizi utili per rafforzare ulteriormente i presidi di sicurezza.
Grazie all’attività del CertFin sarà possibile rendere ancora più tempestiva e omogenea la circolazione delle informazioni sugli eventi e sui fenomeni che riguardano la sicurezza informatica e rafforzare la “cyber-intelligence” del settore bancario e finanziario, con conseguenti impatti positivi per l’intero Sistema Paese.
Inoltre, già a partire da gennaio, il CertFin metterà gradualmente a disposizione della comunità bancaria e finanziaria una serie di servizi, con l’obiettivo di completare entro due anni l’erogazione di tutti quelli previsti dagli standard internazionali.
In linea con il Quadro Strategico nazionale per la sicurezza dello spazio cibernetico, il CertFin svolgerà anche una funzione di raccordo con tutte le altre iniziative istituzionali avviate nel Paese in tema di sicurezza cibernetica e protezione delle infrastrutture critiche, consolidando la collaborazione e ampliando ulteriormente la rete di interlocutori istituzionali e di esperti a livello nazionale e internazionale.
La partecipazione al nuovo organismo sarà aperta a tutti gli operatori del settore: banche, prestatori di servizi di pagamento, intermediari finanziari, infrastrutture e società di mercato, gestori di infrastrutture tecnologiche e di rete, soggetti assicurativi e altre autorità di settore.
Le decisioni strategiche e di indirizzo del CertFin saranno affidate a un Comitato Strategico presieduto dalla Banca d’Italia e dall’ABI, mentre i servizi saranno coordinati da una direzione operativa gestita dal Consorzio ABI Lab e messi a disposizione dei partecipanti su base cooperativa, grazie al coinvolgimento degli operatori finanziari italiani.

Il comunicato di Banca d’Italia

“Banca d’Italia e Abi firmano un accordo per rafforzare la sicurezza informatica”, 20 dicembre 2016 (pdf, 2 pp.)

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AICOM: slide interventi evento su Antiriciclaggio, lotta al finanziamento del terrorismo e all'immigrazione clandestina (17 novembre 2016)

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Fonte: sito AICOM

Slide presentate al convegno AICOM - Associazione Italiana Compliance - "Antiriciclaggio, lotta al finanziamento del terrorismo e all'immigrazione clandestina" del 9 novembre 2016.

Slide disponibili

  • Magda Bianco, Capo Servizio Tutela dei Clienti e Antiriciclaggio Banca d’Italia, “Le regole antiriciclaggio nelle relazioni tra cliente e intermediario: presente e futuro” (pdf, 671 K, 23 slide)
  • Claudio Clemente, Direttore Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF), “L’attività di analisi dell’UIF a fini di contrasto  del finanziamento  del terrorismo e del traffico di immigrati”  (pdf, 2.9 M, 29 slide)
  • Giuseppe Maresca, Direttore generale prevenzione reati finanziari Ministero dell’economia e delle finanze (MEF), “Antiriciclaggio, lotta al finanziamento del terrorismo e all’immigrazione clandestina”  (pdf, 1 M, 27 slide)
  • Ugo Poggi, Colonnello Guardia di Finanza, Vice Comandante Operativo Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, “I meccanismi di controllo preventivo con riferimento al terrorismo e all’immigrazione clandestina”  (pdf, 3.3 M, 39 slide )
  • Antonio Graziano, Responsabile Antiriciclaggio BancoPosta, Poste Italiane “Bancoposta, funzione antiriciclaggio” (pdf, 327 K, 7 slide)

AICOM - leggi anche

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UIF: antiriciclaggio, nuova funzionalità di caricamento segnalazioni operazioni sospette (27 luglio 2016)

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  • Fonte: comunicato di Banca d’Italia (pdf)

Nuova funzionalità per la compilazione delle segnalazioni di operazioni sospette di tipo money transfermediante il data-entry

Dal 27 luglio 2016 è disponibile sul portale Infostat-UIF una nuova funzionalità del data-entry che agevola la compilazione della segnalazione di operazioni sospette di tipo money transfer.
Previo inserimento del fenomeno E08, i segnalanti possono caricare un file in formato csv, elaborato in autonomia secondo gli standard del tracciato record previsto, inserendo in automatico i dati della segnalazione.
La funzionalità genera, sempre in automatico, un report che riporta il dettaglio relativo all’esito del caricamento dei dati.
Si ricorda che il popolamento automatico dei dati della segnalazione mediante un file in formato csv costituisce un ausilio alla compilazione mediante la funzionalità di data-entry; il processo di trasmissione deve essere completato con le usuali modalità, attivando i controlli automatici per la “VERIFICA” di correttezza e coerenza dei dati inseriti e inoltrandola segnalazione in diagnostico o in consegna

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Vigilanza finanziaria: accordo tra Banca d’Italia e AIF della Santa Sede (26 luglio 2016)

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  • Fonte: comunicato di Banca d’Italia (pdf)

Accordo di Cooperazione tra la Banca d’Italia e l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) della Santa Sede

La Banca d’Italia e l’Autorità di In formazione Finanziaria (AIF) della Santa Sede hanno concluso un accordo di cooperazione finalizzato a facilitare , su base di reciprocità, lo scambio di informazioni in materia di vigilanza finanziaria.
L’accordo consente ad entrambe le Autorità di ampliare i canali informativi per vigilare sui rapporti tra gli intermediari italiani e gli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria nello Stato della Città del Vaticano.
Sono state previste, tra le altre, clausole sulla riservatezza e sull’utilizzo delle informazioni.
Questo accordo di cooperazione segue quello già siglato tra l’Unità di Informazione Finanziaria e l’AIF nel 2013 per la collaborazione nella prevenzione e nel contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

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Banca d’Italia dà il “nulla osta” all’esplorazione dei Bitcoin (IlFoglio.it, 22 Giugno 2016)

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Dialogo con le banche per sviluppare la Blockchain, la tecnologia sottostante la moneta digitale. Un seminario

La Banca d’Italia ha mostrato una posizione neutrale e aperta verso gli intermediari bancari che intendono usare la tecnologia Blockchain.
La nuova tecnologia che promette di cambiare il sistema con cui si possono effettuare transazioni finanziarie nel prossimo futuro è stata l’argomento del seminario “La tecnologia Blockchain: nuove prospettive per i mercati finanziari” tenutosi ieri mattina presso la sede di Roma della Banca centrale e riservato a funzionari di Palazzo Koch, operatori di mercato, accademici e banchieri.
Il governatore Ignazio Visco ha aperto i lavori (aveva un discorso preparato, ma sovente ha parlato a braccio) affermando che le innovazioni, in quanto tali, implicano cambiamenti, a volte repentini e a volte lunghi, ma con i quali si deve comunque fare i conti.
Persone presenti alla conferenza a porte chiuse riferiscono che Visco ha parlato della Blockchain come la promessa di una rivoluzione epocale di cui però al momento non è chiara l’entità e per questo è da seguire con attenzione.
Visco avrebbe detto di non essere un fan della Blockchain com’è stato riportato dalla stampa – con una battuta ha replicato di essere tifoso solo della Sampdoria.
La Banca d’Italia s’è detta comunque aperta alla discussione con gli intermediari.
Domenico Gammaldi, condirettore centrale e capo del Servizio supervisione sui mercati e sul sistema dei pagamenti, chiudendo il seminario ha detto che per l’Istituto non è possibile regolamentare l’uso della tecnologia e che verranno esaminati i progetti che qualunque intermediario vorrà sottoporre.
A quel punto ci si chiederà: che obiettivi si pone un ipotetico progetto? Che problemi ha? Quale forma societaria vuole darsi? Una new company o una realtà ibrida? Per Banca d’Italia entrambe le strade sarebbero percorribili, senza preconcetti.
Secondo Gammaldi, l’importante è tutelare la difesa dei risparmiatori e garantire l’interoperabilità delle piattaforme di pagamento.
Le istituzioni finanziarie e i regolatori dei mercati finanziari (Esma, Iosco) e monetari (Federal reserve, Bank of England, Banca centrale europea, Bank of Canada) in tutto il mondo sembrano desiderosi di sfruttare la tecnologia Blockchain, ultimamente esaltata dai media.
La Blockchain funziona come un libro mastro digitale che registra le transazioni tra due o più soggetti quando esse sono validate da una moltitudine di entità che per il loro lavoro di autentificazione delle operazioni vengono remunerate in bitcoin, la più popolare e diffusa valuta virtuale nata nel 2008.
La Blockchain è affascinante perché renderebbe possibile bypassare le autorità centralizzate, dalle banche agli studi notarili.
I sostenitori ritengono che la Blockchain possa abbassare di miliardi di euro i costi delle transazioni finanziarie per le banche e attenuare i ritardi burocratici nelle contrattazioni.
Gli scettici, moderando l’entusiasmo, evidenziano alcuni problemi.
Ferdinando Ametrano, intervenuto a titolo accademico in qualità di professore dell’Università Bicocca di Milano (è anche Head of Blockchain and virtual currencies in Intesa Sanpaolo), è critico della Blockchain senza Bitcoin.
Ametrano ritiene infatti che questa tecnologia abbia senso solo come supporto al bitcoin, la moneta privata che rappresenta l’oro digitale.
Nella sua presentazione (disponibile qui)  Ametrano ha ridimensionato la vulgata secondo la quale la Blockchain è un sistema di certificazione diffusa applicabile in qualsiasi contesto a prescindere dal Bitcoin.
Per Ametrano la creazione di un libro mastro non può esistere senza che la comunità di soggetti che validano le transazioni sia remunerata per farlo con un asset nativo digitale presente in quantità finite, come appunto è il bitcoin.
Pensare questo significa compiere lo stesso errore logico che nel 1994 commettevano gli imprenditori che volevano andare online senza andare in internet.
Senza contare che un libro mastro al quale si aggiungono dei “blocchi” di transazioni non consente la correzione di eventuali errori o potenziali frodi; la Blockchain a differenza di un normale database informatico aperto non consente modifiche retroattive.
Paolo Tasca, direttore del Centre for Blockchain Technologies della University College di Londra, è sembrato invece ottimista su un Blockchain funzionante a prescindere da un asset digitale sottostante per una molteplicità di operazioni che disintermediano un’autorità istituzionale – dal catasto, al trading, all’anagrafe per esempio.
Al seminario erano presenti top manager di Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banca Sella.
Daniele Savarè, Head of product line cash management di Unicredit, ha spiegato che la sua banca ha cominciato a fare prove concrete sulla trasmissione di valore attraverso nuove tecnologie.
Mario Costantini, Chief innovation officer di Intesa Sanpaolo, ha detto che il suo istituto valuta sia le Blockchain che operano con asset digitali nativi (pubbliche e permissionless, senza permesso, come Bitcoin) sia quelle senza asset (private e permissioned, che richiedono controllo dei regolatori).
Unicredit e Intesa fanno parte con altre 40 banche del consorzio R3, società di servizi tecnologico-finanziari che studia le ricadute pratiche del Blockchain.
Pietro Sella, amministratore delegato del Gruppo Sella, ha sollevato il tema dell’unità digitale di valore, toccando quindi i collegati dirompenti temi monetari.

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About Bitcoin And Blockchain by Ferdinando M. Ametrano, June 21, 2016

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Sicurezza pagamenti internet: aggiornamento Circolare Banca d’Italia n.285/2013 (DirittoBancario.it, 10 giugno 2016)

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(introduzione e sommario della pubblicazione. Il testo completo è disponibile qui online e in pdf)

  • di  Damiano Di Maio

Introduzione

Con la pubblicazione, in data 17 maggio 2016, del 16° aggiornamento della Circolare n. 285 del 17 dicembre 2013 recante “Disposizioni di vigilanza per le banche” (G.U. n. 127 del 1 giugno 2016 – Supplemento Ordinario n. 17), l’Autorità di vigilanza italiana ha provveduto a recepire le previsioni regolamentari elaborate dall’Autorità Bancaria Europea (di seguito per brevità, l’ABE) finalizzate ad accrescere il livello di sicurezza dei pagamenti via internet, nell’ambito di una cornice normativa comune su base europea.
Con il predetto aggiornamento si prefigurano una serie di nuovi adempimenti che impatteranno trasversalmente sull’organizzazione e sull’operatività dei soggetti destinatari delle previsioni in esso contenute, in attesa peraltro che venga recepita nell’ordinamento italiano[1] la Direttiva (UE) 2015/2366 del 25 novembre 2015 (di seguito, Direttiva PSD2)[2] recante la rinnovata disciplina relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che abroga[3] la Direttiva 2007/64/CE (di seguito Direttiva PSD).
Il presente contributo si propone pertanto di illustrare sinteticamente le principali novità intervenute nel corpus normativo delle richiamate Diposizioni di vigilanza, al fine di individuarne i concreti effetti sui modelli di business e di governo dei processi per gli operatori economici coinvolti, anche alla luce delle problematiche emerse e delle indicazioni fornite dalla Banca d’Italia in sede di resoconto alle consultazioni.
(continua a leggere online e in pdf)

Sommario

Introduzione - 1. Gli Orientamenti dell’Autorità Bancaria Europea sulla sicurezza dei pagamenti via internet recepiti nella disciplina di vigilanza – 1.1 Ambito di applicazione soggettivo – 1.2 Ambito di applicazione oggettivo – 1.3 Contenuto sostanziale degli Orientamenti: fattispecie di maggior rilievo – 1.3.1 L’assetto organizzativo per la prevenzione, il monitoraggio ed il controllo dei rischi connessi all’ambiente di sicurezza dei pagamenti via internet – 1.3.2 Le misure specifiche di controllo e sicurezza che impattano sui pagamenti via internet – 1.3.2.1 Identificazione inziale dei clienti e adempimenti di trasparenza – 1.3.2.2 Autenticazione forte del cliente – 1.3.2.3 Registrazione del cliente e monitoraggio delle operazioni – 1.3.3. L’assistenza al cliente: sensibilizzazione, educazione e comunicazione – 2. I dubbi degli operatori in sede di recepimento e le indicazioni della Banca d’Italia: ulteriori profili di riflessione – 2.1 L’eliminazione del principio comply or explain e la non vincolatività delle Migliori Prassi – Conclusioni.

Allegato

Damiano Di Maio, “Sicurezza dei pagamenti via internet: l’aggiornamento della Circolare Banca d’Italia n.285/2013 in recepimento degli Orientamenti dell’Autorità Bancaria Europea”, giugno 2016 (pdf, 479 K, 16 pp.)

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Banca d’Italia: Voluntary disclosure, attività italiane all’estero non dichiarate e evasione fiscale internazionale (1° giugno 2016)

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Fonte: Relazione annuale del Governatore della Banca d’italia, pp. 117, 118, 119 (qui in pdf)

Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).

La posizione patrimoniale sull’estero

I dati relativi alla posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia sono stati di recente rivisti per incorporare le attività dichiarate a seguito della procedura di emersione volontaria dei capitali illecitamente detenuti all’estero (voluntary disclosure; cfr. il riquadro: Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale).
Per effetto di questa revisione la posizione netta dell’Italia a fine 2015 è migliorata di poco meno di tre punti di PIL.

Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale

In mancanza di evidenze dirette, indicazioni sull’entità della ricchezza detenuta all’estero dai residenti e non dichiarata possono essere derivate dalle statistiche sull’estero.
Questi dati mostrano la rilevanza dei trasferimenti e della detenzione di capitali non dichiarati all’estero, in particolare nei paradisi fiscali: è elevata l’incidenza dei centri offshore nella distribuzione per paese di controparte degli investimenti diretti esteri e dello scambio internazionale di servizi; i dati della BRI sui depositi bancari cross-border della clientela non bancaria riportano ingenti consistenze di capitali intestati a soggetti residenti in paesi offshore oppure detenuti in tali centri; a livello globale le statistiche relative alla detenzione di titoli di portafoglio da parte di non residenti mostrano una sistematica preponderanza delle passività sulle attività, mentre i due aggregati dovrebbero teoricamente bilanciarsi.
Questa discrepanza rappresenta una base utile per stimare la sottodichiarazione delle attività.

La tavola A presenta le stime più recenti (nota 1) delle attività finanziarie detenute all’estero e non dichiarate, basate sul confronto tra le statistiche bilaterali pubblicate dall’FMI, integrate con altre fonti (BRI per i depositi).
A livello globale la sottodichiarazione delle attività di portafoglio raggiungerebbe un importo di quasi 5.000 miliardi di dollari alla fine del 2013, circa il 7 per cento del PIL mondiale; sarebbe relativa soprattutto a quote di fondi comuni investiti in centri finanziari (in particolare il Lussemburgo) e paesi offshore (soprattutto le isole Cayman).
Sommando a tale importo la stima dei depositi bancari esteri non dichiarati dagli investitori si ottiene uno stock complessivo compreso tra i 6.000 e 7.000 miliardi di dollari.

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Alle attività non dichiarate detenute all’estero si associa un’evasione fiscale sui redditi da capitale e, soprattutto, sulle imposte personali sul reddito, considerato che la sottodichiarazione statistica riguarda principalmente il settore delle famiglie.
Si può stimare che a livello globale l’evasione annua sui redditi da capitale si collochi tra i 16 e i 33 miliardi di euro.
Per quanto riguarda le imposte personali sul reddito – ipotizzando che l’intero ammontare dello stock di attività non dichiarate di fine 2013 sia il frutto di redditi precedentemente sfuggiti all’imposizione a livello nazionale – l’evasione globale potrebbe invece essere compresa fra i 1.500 e i 2.100 miliardi di euro (tavola B). Quest’ultima stima definisce il livello della potenziale perdita fiscale, accumulatasi nel tempo, legata ai capitali non dichiarati detenuti all’estero.

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Pur nella difficoltà di ripartirne geograficamente il valore globale, le attività non dichiarate possono essere attribuite ai singoli paesi detentori sulla base di variabili economiche (il prodotto interno lordo e misure di ricchezza finanziaria).
Si valuta che la quota dell’Italia potesse essere compresa tra i 150 e i 200 miliardi di euro a fine 2013, con un’evasione fiscale di quasi un miliardo l’anno per i redditi da capitale e di circa 70 per l’imposta personale sul reddito (nota 2).
Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).
Poiché si valuta che poco più di 51 miliardi riguarderebbero titoli di portafoglio e depositi bancari, tali attività ammonterebbero a circa il 30 per cento della stima media degli stock sfuggiti alla rilevazione.
Questo valore appare plausibile, tenuto conto che il costo effettivo di adesione alla procedura era variabile e poteva in molti casi essere superiore ai vantaggi derivanti dalla regolarizzazione dei capitali non dichiarati detenuti all’estero.
La posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia non contiene di prassi una stima delle attività detenute all’estero dai residenti e non segnalate; nei casi in cui queste attività siano tuttavia soggette a regolarizzazione, come avvenuto per la recente voluntary disclosure o per gli scudi fiscali applicati in passato, le statistiche ufficiali sono state riviste per tenerne conto (cfr. il paragrafo: La posizione patrimoniale sull’estero).

Note

1 V. Pellegrini, A. Sanelli e E. Tosti, What do external statistics tell us about undeclared assets held abroad and tax evasion?, contributo presentato alla conferenza The Bank of Italy’s analysis of household finances. Fifty years of the Survey on household income and wealth and the Financial accounts, Roma, Banca d’Italia, 3-4 dicembre 2015.

2 Gran parte degli importi evasi è comunque difficilmente recuperabile soprattutto a causa della decadenza dei termini di accertamento tributario.

Rassegna web

Giorgia Pacione Di Bello, “In fuga dal fisco 51 mld” , Italia Oggi, 1° giugno 2016 

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