Bitcoin

Banca d’Italia dà il “nulla osta” all’esplorazione dei Bitcoin (IlFoglio.it, 22 Giugno 2016)

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Dialogo con le banche per sviluppare la Blockchain, la tecnologia sottostante la moneta digitale. Un seminario

La Banca d’Italia ha mostrato una posizione neutrale e aperta verso gli intermediari bancari che intendono usare la tecnologia Blockchain.
La nuova tecnologia che promette di cambiare il sistema con cui si possono effettuare transazioni finanziarie nel prossimo futuro è stata l’argomento del seminario “La tecnologia Blockchain: nuove prospettive per i mercati finanziari” tenutosi ieri mattina presso la sede di Roma della Banca centrale e riservato a funzionari di Palazzo Koch, operatori di mercato, accademici e banchieri.
Il governatore Ignazio Visco ha aperto i lavori (aveva un discorso preparato, ma sovente ha parlato a braccio) affermando che le innovazioni, in quanto tali, implicano cambiamenti, a volte repentini e a volte lunghi, ma con i quali si deve comunque fare i conti.
Persone presenti alla conferenza a porte chiuse riferiscono che Visco ha parlato della Blockchain come la promessa di una rivoluzione epocale di cui però al momento non è chiara l’entità e per questo è da seguire con attenzione.
Visco avrebbe detto di non essere un fan della Blockchain com’è stato riportato dalla stampa – con una battuta ha replicato di essere tifoso solo della Sampdoria.
La Banca d’Italia s’è detta comunque aperta alla discussione con gli intermediari.
Domenico Gammaldi, condirettore centrale e capo del Servizio supervisione sui mercati e sul sistema dei pagamenti, chiudendo il seminario ha detto che per l’Istituto non è possibile regolamentare l’uso della tecnologia e che verranno esaminati i progetti che qualunque intermediario vorrà sottoporre.
A quel punto ci si chiederà: che obiettivi si pone un ipotetico progetto? Che problemi ha? Quale forma societaria vuole darsi? Una new company o una realtà ibrida? Per Banca d’Italia entrambe le strade sarebbero percorribili, senza preconcetti.
Secondo Gammaldi, l’importante è tutelare la difesa dei risparmiatori e garantire l’interoperabilità delle piattaforme di pagamento.
Le istituzioni finanziarie e i regolatori dei mercati finanziari (Esma, Iosco) e monetari (Federal reserve, Bank of England, Banca centrale europea, Bank of Canada) in tutto il mondo sembrano desiderosi di sfruttare la tecnologia Blockchain, ultimamente esaltata dai media.
La Blockchain funziona come un libro mastro digitale che registra le transazioni tra due o più soggetti quando esse sono validate da una moltitudine di entità che per il loro lavoro di autentificazione delle operazioni vengono remunerate in bitcoin, la più popolare e diffusa valuta virtuale nata nel 2008.
La Blockchain è affascinante perché renderebbe possibile bypassare le autorità centralizzate, dalle banche agli studi notarili.
I sostenitori ritengono che la Blockchain possa abbassare di miliardi di euro i costi delle transazioni finanziarie per le banche e attenuare i ritardi burocratici nelle contrattazioni.
Gli scettici, moderando l’entusiasmo, evidenziano alcuni problemi.
Ferdinando Ametrano, intervenuto a titolo accademico in qualità di professore dell’Università Bicocca di Milano (è anche Head of Blockchain and virtual currencies in Intesa Sanpaolo), è critico della Blockchain senza Bitcoin.
Ametrano ritiene infatti che questa tecnologia abbia senso solo come supporto al bitcoin, la moneta privata che rappresenta l’oro digitale.
Nella sua presentazione (disponibile qui)  Ametrano ha ridimensionato la vulgata secondo la quale la Blockchain è un sistema di certificazione diffusa applicabile in qualsiasi contesto a prescindere dal Bitcoin.
Per Ametrano la creazione di un libro mastro non può esistere senza che la comunità di soggetti che validano le transazioni sia remunerata per farlo con un asset nativo digitale presente in quantità finite, come appunto è il bitcoin.
Pensare questo significa compiere lo stesso errore logico che nel 1994 commettevano gli imprenditori che volevano andare online senza andare in internet.
Senza contare che un libro mastro al quale si aggiungono dei “blocchi” di transazioni non consente la correzione di eventuali errori o potenziali frodi; la Blockchain a differenza di un normale database informatico aperto non consente modifiche retroattive.
Paolo Tasca, direttore del Centre for Blockchain Technologies della University College di Londra, è sembrato invece ottimista su un Blockchain funzionante a prescindere da un asset digitale sottostante per una molteplicità di operazioni che disintermediano un’autorità istituzionale – dal catasto, al trading, all’anagrafe per esempio.
Al seminario erano presenti top manager di Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banca Sella.
Daniele Savarè, Head of product line cash management di Unicredit, ha spiegato che la sua banca ha cominciato a fare prove concrete sulla trasmissione di valore attraverso nuove tecnologie.
Mario Costantini, Chief innovation officer di Intesa Sanpaolo, ha detto che il suo istituto valuta sia le Blockchain che operano con asset digitali nativi (pubbliche e permissionless, senza permesso, come Bitcoin) sia quelle senza asset (private e permissioned, che richiedono controllo dei regolatori).
Unicredit e Intesa fanno parte con altre 40 banche del consorzio R3, società di servizi tecnologico-finanziari che studia le ricadute pratiche del Blockchain.
Pietro Sella, amministratore delegato del Gruppo Sella, ha sollevato il tema dell’unità digitale di valore, toccando quindi i collegati dirompenti temi monetari.

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About Bitcoin And Blockchain by Ferdinando M. Ametrano, June 21, 2016

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Antiriciclaggio: Europarlamento vota più controllo su bitcoin, moneta virtuale (30 maggio 2016)

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Chiesto a Commissione Ue costituire Task force
Una task force per aumentare il controllo sulle valute virtuali, come i Bitcoin, che potrebbero essere utilizzate per il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.
Lo ha chiesto il Parlamento europeo, rivolgendosi alla Commissione Ue, in una risoluzione non vincolante approvata con 452 voti favorevoli durante la sessione plenaria di Bruxelles.
L'unità operativa, posta sotto la supervisione della Commissione, dovrebbe "monitorare attivamente l'evoluzione della tecnologia e, in caso di necessità, avanzare proposte tempestive per una regolamentazione specifica", spiega il relatore tedesco Jakob von Weizsäcker del gruppo S&D.
La stretta di Bruxelles sul denaro virtuale, però, non dovrà essere troppo rigida, poiché - precisano gli eurodeputati - le cosiddette cripto-valute "possono offrire importanti opportunità per i consumatori e per lo sviluppo economico".
La parola passa ora alla Commissione, che sta vagliando diverse proposte, tra cui la fine dell'anonimato che caratterizza gli scambi tra le valute virtuali e quelle reali.

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  • Committee on Economic and Monetary Affairs, PE 575.277 v01 – 00, Jakob von Weizsäcke, “DRAFT REPORT on  virtual currencies” (2016/2007 (INI)) – pdf

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Bitcoin: la moneta è virtuale, ma l’esenzione Iva è reale (FiscoOggi.it, 26 ottobre 2015)

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Secondo gli eurogiudici le operazioni di cambio sono prestazioni di servizi non soggette a imposizione, essendo il denaro elettronico del tutto assimilabile a quello tradizionale

  • di Martino Verrengia

Il servizio di compravendita di bitcoin, svolto da un cittadino svedese in forma d’impresa, non configura una prestazione di servizi e, quindi, non sconta l’Iva.
È la conclusione della Corte di giustizia nella causa C-264-2014, adita dal Fisco svedese.
Secondo il parere dei giudici Ue, le operazioni di cambio della valuta virtuale non scontano l’imposta in quanto la moneta elettronica è un ordinario mezzo di pagamento con pieno valore liberatorio.

I fatti in causa

Un cittadino svedese intendeva svolgere, in forma d'impresa, operazioni di cambio della valuta virtuale bitcoin in moneta tradizionale e viceversa; a tal proposito, richiedeva un parere preliminare alla Commissione tributaria locale al fine di conoscere se fosse dovuta o meno l’Iva su tale tipologia di operazioni.
La Commissione riteneva sussistente l’esenzione Iva, considerando il bitcoin un ordinario mezzo di pagamento con pieno valore liberatorio, nonostante lo stesso manchi della materialità propria delle banconote e delle monete.

Il contenzioso nazionale

Il Fisco svedese si mostrava, però, di diverso avviso, stabilendo che il servizio di compravendita di bitcoin non ricadesse nell’esenzione Iva bensì configurasse una normale prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso, come tale soggetta all'imposta.
Sulla scorta di tale differente valutazione, il Fisco ricorreva alla Corte suprema, la quale - a sua volta - decideva di sospendere il procedimento e di formulare alla Corte di giustizia i seguenti quesiti.

Le questioni pregiudiziali

  1. Se l’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva Iva debba essere interpretato nel senso che le operazioni indicate come cambio di valuta virtuale contro valuta tradizionale e viceversa, effettuato dietro un corrispettivo che il fornitore della prestazione integra all’atto della determinazione dei tassi di cambio, costituiscano prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso;
  2. In caso di risposta affermativa alla prima questione, se l’articolo 135, paragrafo 1, della direttiva Iva debba essere interpretato nel senso che le operazioni di cambio sopra descritte siano esenti da imposizione.

La decisione

La Corte premette che la valuta virtuale bitcoin non può essere qualificata come “bene materiale”, dato che non ha altre finalità se non quelle di un qualsiasi altro mezzo legale di pagamento; di conseguenza, il suo scambio non configura una cessione di beni bensì una prestazione di servizi.
In merito al primo quesito, relativo al riconoscimento del carattere oneroso di tale tipologia di prestazioni, risulta indifferente - secondo i giudici - il fatto che detta retribuzione non consista nel versamento di una provvigione o nel pagamento di spese specifiche, bensì nella dazione di una somma corrispondente al margine differenziale tra il prezzo di acquisto delle valute a opera della società e quello di vendita ai clienti.
Tale prestazione è esente Iva solo se sussiste un nesso diretto tra il servizio prestato e il corrispettivo ricevuto dall'amministrato, ossia solamente quando tra il prestatore e il destinatario intercorra un rapporto giuridico sinallagmatico e il compenso ricevuto dal prestatore costituisca il controvalore effettivo del servizio offerto.
Quanto al secondo quesito, le operazioni finanziarie esenti Iva non devono essere necessariamente effettuate tramite banche o istituti finanziari ma vengono definite, per pacifica giurisprudenza, essenzialmente in funzione della natura delle prestazioni di servizi in concreto rese (ad esempio, depositi fondi, conti correnti, pagamenti, giroconti, crediti, assegni ecc.), le quali postulano generalmente un trasferimento di denaro.
Considerato però che l’articolo 135 della direttiva Iva prevede diverse ipotesi di esenzione per le operazioni finanziarie, i giudici valutano sotto quale caso specifico sussumere il fenomeno dello scambio della moneta virtuale bitcoin.
Di certo, non sotto la previsione di cui alla lettera d) di detto articolo, in quanto il bitcoin, essendo un mezzo di pagamento contrattuale, non può essere assimilato né ad un conto corrente, né ad un deposito fondi, ovvero a un pagamento o versamento.
Quanto alla lettera e) della stessa norma, essa prevede l’esenzione per le operazioni relative a “divise, banconote e monete con valore liberatorio” ossia a valute tradizionali: dal tenore letterale della norma, tuttavia, non è chiaro se tale disposizione possa essere estesa a valute non tradizionali; l’interpretazione teleologica, secondo la Corte, deporrebbe in tal senso, visto che la finalità ultima dell'esenzione è evitare le difficoltà connesse alla determinazione della base imponibile e dell'importo dell'Iva detraibile che sorgono nel contesto dell'imposizione delle operazioni finanziarie.
A parere dei giudici, la voluntas legis è quella di agevolare la circolazione dei capitali e promuovere le operazioni finanziarie, essendo indifferente la natura reale o virtuale del mezzo di pagamento in concreto scelto, che può essere tanto la moneta classica quanto il bitcoin, al cui scambio pure si deve riconoscere l'esenzione Iva.
La successiva lettera f) dell’articolo 135, infine, si riferisce espressamente alle operazioni riguardanti azioni, quote, obbligazioni societarie che conferiscono la qualità di socio, cui il bitcoin non è certamente assimilabile per natura e funzione.

Conclusioni

  • L’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), della direttiva Iva va interpretato nel senso che costituiscono prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso, ai sensi di tale disposizione, operazioni, come quelle oggetto del procedimento principale, che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale «bitcoin» e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra, da una parte, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e, dall’altra, il prezzo al quale le vende ai suoi clienti.
  • L’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva Iva va interpretato nel senso che prestazioni di servizi, come quelle oggetto del procedimento principale, che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale «bitcoin» e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra, da una parte, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e, dall’altra, il prezzo al quale le vende ai suoi clienti, costituiscono operazioni esenti dall’imposta sul valore aggiunto ai sensi di tale disposizione.
  • L’articolo 135, paragrafo 1, lettere d) e f), della direttiva Iva va interpretato nel senso che siffatte prestazioni di servizi non ricadono nella sfera di applicazione di tali disposizioni.

Fonte

  • Data della sentenza: 22 ottobre 2015
  • Numero della causa:C-264/2014
  • Nome delle parti: Skatteverket contro David Hedqvist

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FATF: Guidance for a risk-based approach to virtual currencies (June, 26th 2015)

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Virtual currencies have emerged and attracted investment in payment infrastructure built on their software protocols. These payment mechanisms seek to provide a new method for transmitting value over the internet. At the same time, virtual currency payment products and services (VCPPS) present money laundering and terrorist financing (ML/TF) risks. FATF made a preliminary assessment of these ML/TF risks in the June 2014 VC Report (key definitions and Potential AML/CFT Risks).
As part of a staged approach, The FATF has developed this Guidance focusing on the points of intersection that provide gateways to the regulated financial system, in particular convertible virtual currency exchangers. FATF will continue to monitor developments in VCPPS and emerging risks and mitigating factors to update this Guidance, to include, where appropriate, emerging best practices to address regulatory issues arising in respect of ML/TF risks associated with VCPPS.
This Guidance seeks to:

  • Show how specific FATF Recommendations should apply to convertible virtual currency exchangers in the context of VCPPS, identify AML/CFT measures that could be required, and provide examples; and
  • Identify obstacles to applying mitigating measures rooted in VCPPS’s technology and/or business models and in legacy legal frameworks.

Table of contents

  • Table of acronyms
  • Section I – Introduction
    • Background
    • Purpose of the guidance
    • Scope of the guidance
    • Structure
  • Section II - Scope of FATF standards
    • Initial risk assessment
    • FATF definitions
  • Section III – application of FATF standards to countries and competent authorities8
  • Section IV– application of FATF standards to covered entities
    • Potential solutions to compliance challenges
  • Section V - country (or group of countries) examples of risk-based approach to Vcpps
  • Appendix A virtual currencies - key definitions and potential aml/cft risks
    • Introduction
    • Key definitions:
    • Legitimate uses
    • Potential risks
    • Law enforcement actions involving virtual currency
    • Notes
    • Bibliography and sources
  • Appendix B how decentralised convertible virtual currency works as a
    • Payments mechanism
    • Introduction
    • Scope
    • Participating in the bitcoin network to send and receive bitcoins

Annex

  • FATF, “Guidance for a risk-based approach to virtual currencies”, June 26th 2015 (pdf, 608 K, 48 pp.)

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Virtual currencies and AML risks, the Italian Supervisors opinions (April 18th, 2015)

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(part of “AML in Italy” draft version)

Introduction: FATF, EBA and ECB positions

On June 27th, 2014 the Financial Action Task Force (FATF) published  “Virtual Currencies: Key Definitions and Potential AML/CFT Risks” (pdf, 545 K, 17 pp.) a research into the characteristics of virtual currencies aimed to make a preliminary assessment of the ML/TF risk associated with this payment method.
The FATF’s report has established a conceptual framework of key definitions for virtual currencies and formed a basis for further policy development.
According to FATF, virtual currency (VC) is a digital representation of value that can be digitally traded and functions as (1) a medium of exchange; and/or (2) a unit of account; and/or (3) a store of value, but does not have legal tender status (i.e., when tendered to a creditor, is a valid and legal offer of payment) in any jurisdiction.
VC is not issued nor guaranteed by any jurisdiction, and fulfils the above functions only by agreement within the community of users of the virtual currency.
VC is distinct from e-money, which is a digital representation of fiat currency used to electronically transfer value denominated in fiat currency.
FATF wrote that virtual currencies, particularly Bitcoin, are the wave of the future for payment systems but they provide also a powerful new tool for criminals, terrorist financiers and other sanctions evaders to move and store illicit funds, out of the reach of law enforcement and other authorities.

On July 4th 2014, the European Banking Authority (EBA) published an “Opinion” (pdf, 620 K, 46 pp.) addressed to the EU Council, European Commission and European Parliament setting out the requirements that would be needed to regulate “virtual currencies”.
The Opinion is also addressed to national supervisory authorities and advises to discourage financial institutions from buying, holding or selling virtual currencies while no regulatory regime is in place.

Finally on February 2015, the European Central Bank (ECB) published “Virtual currency schemes – a further analysis” (pdf, 491 K, 37 pp.) which reiterates and confirms the general consideration of the previous ECB’s report on virtual currency schemes of 2012: although VC can have positive aspects in terms of financial innovation and the provision of additional payment alternatives for consumers, it is clear that they also entail risks.
According to ECB “the materialisation risks depends on the volume of VC issued, their connection to the real economy – including through supervised institutions involved with VC – their traded volume and user acceptance. For the moment, all these risk drivers have remained low, which implies that there is no material risk for any of the central bank’s tasks as yet. Nevertheless, a major incident involving VC and a subsequent loss of trust in them could also undermine users’ confidence in electronic payment instruments, in e-money and/or in specific payment solutions, such as those in place for e-commerce.”

The Italian AML Supevisory authorities opinions on virtual currencies

  • On January 30th 2015 the Bank of Italy issued a statement about Virtual Currencies  on its Supervisory Bullettin n.1: “Virtual currencies - Communication (Comunicazione sulle valute virtuali)”
  • On February 2nd 2015 the UIF (Unità di Informazioni Finanziarie), the Italian FIU, published its opinion: “Anomalous use of virtual currencies (Utilizzo anomalo di valute virtuali)”.

Virtual currencies - Communication of the Bank of Italy on January 30th, 2015

On January 30th 2015, the Bank of Italy published in its “Supervisory Bulletin” a warning relating to virtual currencies.
“The Bank of Italy discourages banks and other supervised institutions from purchasing, holding or selling virtual currencies,” writes the Financial Intermediaries Supervisory Authority.
On this issue Bankitalia “shares” the EBA (European Banking Authority) opinion which had already warned about the virtual currencies, issuing an opinion in July 2014.
“Therefore Bank of Italy addressees - banks, financial intermediaries and other persons subject to its supervision - are advised to carefully consider the risks indicated by the EBA and to consider that in the absence of an adequate legal framework and certainty about the legal nature of virtual currencies, those risks can expose to losses and affect, consequently, the consistency of the regulatory capital and the stability of intermediaries”.
Bankit also points out that “the real modus operandi of virtual currency can result in a violation of regulations which are punished by law”.
The Bitcoin is an electronic currency created in 2009 by a computer scientist known by the pseudonym Satoshi Nakamoto.
Bitcoin is based on completely anonymous encrypted transactions.
Bitcoin is not managed by any financial institutions and its value depends on the trust of its investors.
This crypto currency can be transferred via web to everyone who has a “bitcoin address”, saved in a computer in the form of “portfolio” or held by a third part which offices as a bank.
EBA in its report ha explained that although there are “some potential benefits, for example, quicker and easier transactions and financial inclusion too” at the moment in absence of well-defined rules “risks are higher than benefits even though in Europe it remains less significant.”

UIF, the Financial Intelligence Unit for Italy: “Anomalous use of virtual currencies” (January, 30th 2015)

On January 30th 2015 UIF, the Italian Financial Unit, published an opinion on so-called “virtual currencies”.
The UIF reminds financial operators that virtual currencies are not issued by central banks or by public authorities and do not constitute legal tender neither are comparable to electronic money.
There are more than 500 different types of virtual currencies; the most common is “Bitcoin”.
Virtual currencies are used especially in electronic commerce and for gambling especially online.
According to the UIF the use of virtual currencies may expose operators to the risk of money laundering and terrorist financing, as evidenced by international and European authorities, such as the Financial Action Task Force (FATF), the European Banking Authority (EBA) and the European Central Bank (ECB).
Transactions with virtual currencies take place mainly online, between subjects that can operate in different countries, often in countries or territories at risk.
These subjects are not easily detectable and anonymity is facilitated for those involved in the network and the real beneficiaries of transactions.
Suppliers of “virtual coin” activities such as use, exchange and storage of virtual currencies and their conversion from / into legal currencies are not, as such, recipients of money laundering legislation and therefore are not required to comply with the obligations on customer due diligence, data recording and suspicious transaction reporting.
This circumstance can make the virtual instrument attractive for those who intend to engage in criminal conduct and facilitate the activities of prevention and response.
The UIF reminds financial operators again that during 2014 the Unit received from addressees of anti-money laundering obligations some suspicious transaction reports regarding purchases or sales of virtual currencies considered opaque because of the “subjective profile” of the client, the nature of the parties who were often from abroad, or the modus operandi, for example, the use of cash or payment cards.
To avoid the infiltration of money laundering and terrorist financing into the legal economic and financial system, the addressees of the Legislative Decree no. 231/2007 must be careful to identify the operations involving virtual currencies and thus detect any suspicious elements.
In particular, financial intermediaries, especially when providing payment services must evaluate with great attention the operations of withdrawal and / or payment of cash and the movements of payment cards, connected with the buying and / or selling of virtual currencies carried out over a limited period of time and for large sums of money.
Gambling operators referred to in Article 14, d), e) and e-bis) of the decree against money laundering must pay particular attention to the operation carried out through virtual currencies.
Such operations must be examined in relation to the subjective profile of the customer, the involvement of countries or territories at risk and any additional information available.
Suspicious transactions related to the phenomenon described must be reported to the Financial Intelligence Unit as soon as possible, specifying the same phenomenon in the appropriate section of the report, in accordance with what is indicated in the instructions for the compilation of reports of suspicious transactions.
It is responsibility of the persons obliged to report suspicious transactions, as part of his organizational autonomy and in the manner deemed most appropriate, to raise awareness among staff and the team responsible for the evaluation of suspicious transactions, communicating the appropriate instructions.

Footnotes

  1. The nature and characteristics of virtual currencies that exist today are described analytically in the following documents available online: EBA Opinion on 'virtual currencies' of 4 July 2014; FATF Report, Virtual Currencies, published in June 2014; ECB -Virtual Currency Schemes October 2012.
  2. See EBA “Opinion on virtual currencies” of July 4th, 2014, cit., FATF Report, “Virtual Currencies”, cit., ECB “Virtual Currency Schemes”, cit .; in particular, the FATF document describes some criminal acts committed by exploiting virtual currencies, for example, in the United States, also part of the "deep web" (eg. Silk Road and Liberty Reserve).
  3. It means the countries or territories not included in anti-money laundering regime equivalent to those laid down in the relevant decree of the Ministry of Economy and Finance and, in any case, those indicated by competent international bodies (eg. The FATF, OECD) as exposed to risk of money laundering or terrorist financing or uncooperative in the exchange of information in tax matters.
  4. For active collaboration purpose see, in particular, FIU communication of 11 April 2013, scheme 2.

Annexes

  • Financial Action Task Force (FATF), “Virtual Currencies: Key Definitions and Potential AML/CFT Risks”, 27 June 2014  (pdf, 545 K, 17 pp.)
  • European Banking Authority (EBA), “Opinion on virtual currencies”, EBA/Op/2014/08, July 4th, 2014 (pdf, 620 K, 46 pp.)
  • European Central Bank (ECB), “Virtual currency schemes – a further analysis” (pdf, 491 K, 37 pp.)
  • Bank of Italy, Supervisory Bullettin n.1 2015, “Virtual currencies – Communication”, Italian, 30 January 2015 (pdf, 69 K, 2 pp.)
  • Bank of Italy, "Avvertenza sull’utilizzo delle cosiddette valute virtuali", Italian, 30 January 2015 (pdf, 180 K, 3 pp.)
  • UIF, Unità di Informazioni Finanziaria, “Anomalous use of virtual currencies”, Italian, On 2 February 2015 (pdf, 26 K, 2 pp.)

Links

 

Bitcoin in crisi? “Ni”, ci riprovano le startup (Corriere Comunicazioni, 14 aprile 2015)

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Nonostante le polemiche attorno all'uso della moneta virtuale, l’espansione non si arresta, soprattutto in Europa. Nel nostro Paese 6mila utenti

  • di Giampiero Rossi

Tra tutte le criptovalute, ovvero basate sui principi di crittografia, i Bitcoin hanno passato il test di longevità, in quanto da anni resistono non scomparendo, come invece si prevedeva.
Nati nel 2009, attraverso un documento tecnico stillato l’anno precedente da un anonimo conosciuto, con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, i Bitcoin sono un sistema di pagamento che permette uno scambio di valore tra utenti.
La differenza principale, rispetto alle valute tradizionali, sta nel fatto che non fanno uso di un ente centrale, ma sfruttano un database distribuito tra i nodi della rete che tiene traccia delle transazioni.
Per generare nuova moneta (ogni persona, se vuole, può creare o “minare” Bitcoin) e per determinarne la proprietà, viene sfruttata la crittografia, il loro valore è determinato dal mercato e dai numerosi exchange sparsi in rete, che ne determinano il prezzo.
Il loro numero totale tende asintoticamente al limite di 21 milioni, quindi questo significa che in un futuro prossimo, non sarà più possibile generarne di nuovi.
Per iniziare ad utilizzarli, basta installare un "portafoglio" digitale sul proprio pc o presso terze parti e possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque disponga di un “indirizzo Bitcoin”.

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(clicca immagine per ingrandire)
In Europa si stanno diffondendo, soprattutto in Inghilterra, Olanda, Germania e Spagna, mentre in Italia, il fenomeno può contare su quasi 400 negozi che li accettano e con una base utenti stimata sulle 6000 persone.
Chiaramente la loro struttura “anarchica” ha portato molti problemi a diversi exchange, tra cui il più clamoroso è stato il furto ai danni di MtGox, azienda leader nel cambio e dal cui forziere digitale vennero sottratti circa 700mila Bitcoin, che corrispondevano a oltre 300 milioni di euro.
Ma anche se il sistema, nell’ultimo anno, ha passato un periodo infernale ed i furti hanno notevolmente indebolito la moneta virtuale, facendone variare il loro valore da oltre 1000 dollari agli attuali 235, l’interesse non è diminuito.
Tanto che la banca d’affari statunitense J.P. Morgan aveva messo un annuncio di lavoro per assumere esperti di Bitcoin, la richiesta però è subito scomparsa dopo che il Wall Street Journal se n’è occupato, probabile segno di voler mantenere un certo riserbo.
Anche la Juniper Research si è occupata di criptovalute, producendo un rapporto dove si prospetta un forte incremento di utenti entro il 2019, che si pensa raggiungeranno la cifra di 5 milioni di utenti mondiali, in aumento rispetto a poco più di 1,3 milioni dello scorso anno.
Tuttavia la relazione sostiene che i Bitcoin saranno sempre utilizzati da una nicchia di persone, in quanto alcuni fattori, come la difficoltà di comunicare il concetto di criptovaluta agli utenti finali e l’uso continuato per il riciclaggio di denaro, saranno un deterrente per l’adozione di massa, ma continua anche affermando che una norma negli scambi potrebbe portare ad una stabilizzazione dei valori di valuta e con essa ad un incremento nell’adozione delle transazioni di vendita al dettaglio.

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(clicca immagine per ingrandire)
Evidentemente tutte le problematiche passate non preoccupano minimamente Paypal, che proprio ad inizio aprile, oltre alla separazione da eBay, ha confermato che i commercianti che utilizzano il loro sistema possono accettare pagamenti anche in Bitcoin e sempre in questo mese, c’è stato l’interesse di Orange a questa criptovaluta, visto che ha affermato di voler investire in “Bitcoin start-up” nei prossimi mesi.
È  chiaro che tutto questo fenomeno, seppure con alti e bassi, è più vivo che mai e anche se molte sono state le difficoltà incontrate negli anni, il fatto che ancora ne stiamo parlando tiene vive l’idea che la fine non è per nulla scontata.
È  certo che in futuro non saranno solo i Bitcoin ad esistere (visto che dovrebbero finire nel 2033), ma il concetto di un nuovo tipo di valuta diventerà un fattore con cui dovremmo fare i conti.

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(clicca immagine per ingrandire)

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Bitcoin o Blockchain, quale sarà la vera rivoluzione? (linkiesta.it, 10 febbraio 2015)

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Il Bitcoin sta al Blockchain come l’e-mail sta a Internet, entrambi aprono immense prospettive

Nel 2014 sono stati scambiati più di 23 miliardi di dollari in Bitcoin, la moneta elettronica creata nel 2009 da un anonimo conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.
I dati sono stati diffusi da Bitpay, uno dei sistemi di elaborazione di pagamenti automatizzato per le transazioni di Bitcoin, il “Paypal dei Bitcoin” come lo definisce lo stesso fondatore Tony Gallippi.
Rispetto al 2013, le transazioni sono aumentate del 57%.
Contemporaneamente la quantità di portafogli attivi sono diventati quasi 8 milioni e i commercianti che hanno iniziato ad accettare pagamenti in Bitcoin hanno raggiunto quota 100mila.
Dall’altra parte abbiamo gli investimenti dei fondi di venture capital che in questo settore sono aumentati del 342%, passando dai $96M del 2013 ai $345M del 2014.
Le sole Xapo ($40M), Bitpay ($30,5M) e Blockchain ($30M) hanno raccolto più di $100 milioni nel 2014.
Visto l’impennare vertiginoso di questi numeri, viene da domandarsi qual è la “rivoluzione” che si nasconde dietro questo trend?
È nella moneta virtuale, il Bitcoin, che i venture capital hanno intravisto la “next Big Thing” o nella tecnologia che la rende possibile?
Una premessa imprescindibile: ad oggi sono tantissime le critiche e gli scetticismi intorno a queste nuove tecnologie. L’obiettivo di questo articolo è quello di indagare dove si annidano gli entusiasmi e perché.
Facciamo un passo indietro.
I Bitcoin sono una versione puramente peer-to-peer di denaro elettronico che permette di effettuare pagamenti online direttamente da un soggetto ad un altro, senza passare attraverso un istituto finanziario. Un sistema decentralizzato, dove le operazioni sono gestite collettivamente dal network, ma non per questo meno sicure.
Per la prima volta, un utente della rete può trasferire ad un altro utente una proprietà digitale esclusiva con certezza sull’esito positivo della transazione, senza intermediari.
Ok, una moneta virtuale. Ma quali possono essere le applicazioni che la rendono “rivoluzionaria”?
Come sottolinea Marc Andreessen  noto venture capitalist americano, nel suo celebre articolo comparso sul New York Times (e di cui, a un anno di distanza, non cambierebbe “neanche una sola parola”, stando ad un suo recente tweet) il mercato potenzialmente più ricco per i Bitcoin è quello delle rimesse internazionali di pagamento.
Ma non solo.
I Bitcoin possono far entrare un numero sempre più largo di persone nel sistema economico globale, come chi non ha a disposizione sistemi bancari e di fiducia.
Un terzo caso interessante è quello dei micropagamenti.
Ad oggi le commissioni previste li rendono impraticabili.
I bitcoin hanno l’incredibile peculiarità di essere divisibili all’infinito e proprio per questo potrebbero avere molti usi diversi: basti pensare alle implicazioni dei micropagamenti nella lotta contro lo spam (accetto mail solo se accompagnate da un bitcoin), al mondo dell’editoria (una modalità per rendere a pagamento i contenuti editoriali online), alla raccolta fondi di movimenti di protesta.
Ma quale tecnologia garantisce l’efficacia e la sicurezza di questo genere di trasferimenti?
In cosa consiste il “sistema decentralizzato”?
Cosa ci assicura che la transazione non venga contraffatta, chi verifica l’identità di chi è coinvolto senza rendere necessaria l’intermediazione di un’autorità centrale e chi ci assicura che la stessa moneta non venga utilizzata più di una volta?
Qui entra in gioco il Blockchain, il registro pubblico e non anonimo che contiene tutte le transazioni di Bitcoin effettuate nel corso della storia.
Si tratta di una sorta di libro mastro condiviso, dove attraverso un complesso sistema di crittografia, vengono verificate l’identità di chi è coinvolto, il messaggio che trasmette e la sua integrità.
Ed è decentralizzato, condiviso da tutti gli utenti.
È proprio per queste sue caratteristiche che i fautori del Blockchain vedono nel Bitcoin solo una delle forme di “proprietà intellettuale” che possono essere scambiate tramite questo sistema: le firme digitali, i contratti digitali, le chiavi digitali (per le serrature materiali o per le casseforti online), la proprietà digitali di beni fisici come automobili e case, le azioni e le obbligazioni, sono solo alcuni esempi delle proprietà scambiabili tramite questo sistema.
“Il Bitcoin è l’email, il blockchain è il protocollo (HTTP)”, afferma Joichi Ito, direttore del MIT Media Lab.
Come spiegato in un recente articolo del giornalista americano Scott Rosenberg, l’obiettivo del Blockchain è proprio quello di sostituire i server che oggi “sostengono” il mondo online fornendo il potere di calcolo e di stoccaggio.
Chi si fa da garante dell’identità online e dell’integrità dei contenuti scambiati e in cambio di cosa?
Ad oggi, le aziende e i governi sono le autorità che accertano le transazioni, gli intermediari imprescindibili che garantiscono la veridicità e l’affidabilità di ciò che si scambia online.
Stiamo parlando di Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Netflix, Twitter, Yahoo! — per citarne alcune — che si fanno garanti delle nostre identità digitali a patto di ottenere i nostri dati.
Con la Blockchain, la legittimità delle transazioni (di moneta, informazioni, identità, servizi) è garantita collettivamente.
La nostra intera esistenza online potrebbe essere disintermediata da progetti che si basano su una tecnologia di questo tipo, che permette di verificare l’identità di chi vi collabora senza per questo obbligarci a cedere la proprietà dei dati che trasmettiamo (alcuni pionieri sono ad esempio Twister e Trsst).
Gli entusiasti si aspettano che questa innovazione detonerà un Big Bang di nuovi mercati, più sicuri e decentralizzati.
Ad esempio?
Oltre ad immaginare la disintermediazione del sistema finanziario e bancario, la decentralizzazione del mercato azionario o i processi di quotazione in borsa, i fautori del Blockchain dipingono un mondo in cui entità autonome si sostituiscono a governi ed aziende.
Nuovi servizi di cloud storage, governance o gestione di servizi affidati oggi ai governi (come la registrazione di terre, vedi Amin Rafiee) fino a database di nuova generazione o nuovi marketplaces, come suggerisce il venture capitalist Fred Wilson.
Nonostante alcune di queste possibili applicazioni costituiscano ad oggi solo un mero “sistema concettuale” in fermento, su cui centinaia di programmatori trascorrono giornate di lavoro, la “killer app” del Blockchain, i Bitcoin, è realtà ormai da diversi anni.
Ed è una realtà da 23 miliardi di dollari.

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ComplianceNet: 

Parere di Bitcoin Foundation Italia su comunicato di Banca D’Italia su Bitcoin e critto valute (3 febbraio 2015)

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  • Fonte: www.bitcoin-italia.org  , titolo originale “Parere dalla Bitcoin Foundation Italia su quanto espresso dalla Banca D’Italia sul Bitcoin e critto valute (3 febbraio 2015)”

(tra “” le citazioni dal documento di Banca d’Italia ndr)

Negli ultimi giorni è uscita su diversi media (per lo più dell’ambiente Internet) la segnalazione del parere della Banca D’Italia rispetto alle crittovalute.
Si sono trovati anche titoli abbastanza allarmistici, come di abitudine spesso fa questo settore. (es: “Bankitalia sconsiglia l’acquisto di Bitcoin” – Repubblica)
Qui i due documenti completi:

Tratteremo ora alcuni punti presenti in questi documenti (partendo in ordine dal primo) che possono essere di relativa importanza:

“Le c.d. valute virtuali (VV) sono rappresentazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica”.

Quanto detto qui è corretto, se non che la maggior parte delle persone vicino all’ambiente non considera il Bitcoin e e le crittovalute “virtuali”, ma sorvoliamo ora su questo punto.

“Esse non sono necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma sono utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente.
Le VV non sono moneta legale e non devono essere confuse con la moneta elettronica”.

Quanto detto qui è anch’esso corretto.
Punta a differenziare ciò che viene definito come moneta elettronica, che si tratta invece della normale moneta legale, che in Italia è l’euro, ma in formato elettronico (sui conti bancari, carte di credito/debito, paypal ecc …)
Quando indica per le normali valute (tipo Euro) “avente corso legale”, o “moneta legale”, non intende dire che in contrapposizione le crittovalute sono “illegali”, ma che semplicemente i cittadini italiani non sono “costretti” ad accettarle per farsi pagare la vendita di beni/servizi, coprire debiti contratti in valuta Euro, pagarci le tasse.
Il Bitcoin e le crittovalute in generale sono e rimangono un tipo di moneta di uso volontario.

“In particolare, l’EBA ha individuato numerosi profili di rischio derivanti dall’utilizzo o dalla detenzione delle VV.
Essi sono rilevanti per gli utilizzatori (consumatori, investitori e merchant), per i partecipanti al mercato – piattaforme di scambio e depositari dei portafogli virtuali (wallet providers) – per gli intermediari e le autorità di regolamentazione, oltre che per l’integrità e la stabilità del sistema finanziario e del sistema dei pagamenti.
Alcuni di tali rischi si sono già concretizzati in gravi perdite o furti di VV per la clientela, nel fallimento di piattaforme di scambio o in attività di riciclaggio e altre condotte criminali (3 ). Secondo l’Autorità Bancaria Europea, i rischi individuati superano i possibili benefici che le VV potrebbero fornire ai loro utilizzatori, anche considerando i vantaggi in termini di costi e tempi di transazione e di inclusione finanziaria”.

Qui viene riportato quanto indicato dall’EBA nel precedente documento da loro rilasciato.
L’EBA scoraggia, ma non vieta, l’uso delle crittovalute anche alle normali utenze, e la Banca D’Italia si conferma di questa veduta.

“Auspicando un intervento delle istituzioni europee, l’EBA ha evidenziato la necessità di
definire, nel lungo periodo, un quadro normativo armonizzato, che riservi l’operatività in VV a
soggetti autorizzati e definisca, tra l’altro, requisiti in materia di capitale e governance dei
partecipanti al mercato e segregazione dei conti della clientela”.

Si punta ad avere un quadro normativo omogeneo, cioè che sia comune fra tutti gli istituti bancari e le varie nazioni appartenenti all’eurozona.

“Nel breve termine, ha ravvisato
l’urgenza di mitigare i rischi derivanti dall’interazione tra gli schemi di VV e i servizi
finanziari regolamentati ed ha, pertanto, invitato le Autorità nazionali di vigilanza a scoraggiare
gli intermediari dall’acquistare, detenere o vendere VV. In tale contesto, gli intermediari
potrebbero invece continuare a offrire a soggetti operanti nel settore delle VV, le attività e i
servizi finanziari alla cui prestazione sono autorizzati”.

E’ indicato e riconfermato che si scoraggiano i servizi intermediari (che potremo individuare nei vari istituti bancari attivi in Italia) da fare uso diretto di crittovalute.
Viene però lasciata libera la possibilità di fornire servizi a soggetti operanti nel settore, quali ad esempio “un exchange”.
Quindi non troverete banche che forniscono servizi legati alle crittovalute (come è già attualmente), ma saprete che nel caso vogliate far uso dei loro servizi, il vostro essere a contatto e/o fare uso di crittovalute non pregiudicherà questa possibilità. (certo, questo dipenderà anche dalle scelte delle singole banche)
Nella situazione di incertezza avutasi fino ad ora, questa è sicuramente una buona notizia.

“La Banca d’Italia condivide l’opinione dell’EBA di scoraggiare le banche e gli altri
intermediari vigilati dall’acquistare, detenere o vendere VV”.

Sempre agli istituti bancari viene vivamente sconsigliato e si scoraggiano dall’offrire direttamente servizi legati alle crittovalute.
Ancora viene vivamente scoraggiato l’uso diretto delle crittovalute e servizi allegate agli istituti bancari italiani.

“Banca d’Italia vanno quindi invitati a valutare con attenzione i rischi indicati dall’EBA e a
considerare che:
– in assenza di adeguati presidi e di un quadro legale certo circa la natura giuridica delle
VV, quei rischi possono esporre a perdite e inficiare, di conseguenza, la consistenza del
patrimonio di vigilanza e la stabilità stessa degli intermediari;
– le concrete modalità di funzionamento degli schemi di VV possono integrare,
nell’ordinamento nazionale, la violazione di disposizioni normative, penalmente
sanzionate, che riservano l’esercizio della relativa attività ai soli soggetti legittimati (artt.
130, 131 TUB per l’attività bancaria e l’attività di raccolta del risparmio; art. 131 ter TUB
per la prestazione di servizi di pagamento; art. 166 TUF, per la prestazione di servizi di
investimento).
Le banche e gli altri intermediari vigilati dalla Banca d’Italia devono rendere edotti di tale
orientamento i clienti, persone fisiche o giuridiche, operanti nel settore delle VV, prima di
intraprendere operazioni della specie con essi.
Resta inteso che, nei confronti di tali soggetti potranno continuare a essere prestati i
servizi finanziari autorizzati, nel rispetto degli obblighi previsti dalla vigente disciplina in
materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo e delle indicazioni
fornite dalla UIF.
La Banca d’Italia, in relazione al coinvolgimento delle banche e degli altri intermediari da
essa vigilati nel comparto delle VV, si riserva di assumere o proporre misure specifiche di
carattere prudenziale”.

In sostanza, si riconferma ancora che chi farà uso delle crittovalute, dovrà rispettare le norme presenti per le normali valute legali.
Gli intermediari / istituti bancari dovranno mettere al corrente i propri clienti dei rischi dell’uso delle crittovalute.
Con questo passaggio equipara le crittovalute agli strumenti finanziari, per cui vige l’obbligo di informativa esaustiva al cliente.
Viene lasciato comunque libero questo spazio per enti/soggetti attivi sul settore.
Nel secondo documento viene trattato l’aspetto dell’uso delle crittovalute a fini di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.
In tal senso si invitano i servizi bancari e operatori attivi nel settore a segnalare operazioni sospette che possano ricadere in questi due aspetti.

“Tali operatività devono essere esaminate in relazione al profilo soggettivo del cliente, al
coinvolgimento di Paesi o territori a rischio e alle eventuali ulteriori informazioni disponibili.
Le operazioni sospette riconducibili al fenomeno descritto dovranno essere segnalate all’Unità
di Informazione Finanziaria con la massima tempestività, specificando il fenomeno stesso
nell’apposita sezione della segnalazione, in conformità con quanto indicato nelle istruzioni per la
compilazione delle segnalazioni di operazioni sospette.
Sarà cura dei soggetti tenuti agli obblighi di segnalazione, nell’ambito della propria autonomia
organizzativa e con le modalità ritenute più idonee, sensibilizzare il personale e i collaboratori
incaricati della valutazione delle operazioni sospette, diffondendo opportune indicazioni operative”.

Ripetendo, l’uso diretto delle crittovalute da parte di enti intermediari e istituti bancari viene sì scoraggiato, ma non viene vietato la fornitura di conti e servizi finanziari a soggetti di questo mercato/ambiente.
Visto che prima di queste comunicazioni, banche che fornissero servizi con le crittovalute non ve ne erano, su questo aspetto non ci saranno cambiamenti.
Per quanto riguarda invece chi aveva intenzione di aprire servizi legati alle crittovalute, e avesse timore ad aprire conti in Italia, o si fosse già trovato porte chiuse, è probabile che le cose cambieranno in meglio.
Per un ipotetico comune servizio di exchange questa sarà probabilmente una buona notizia.
Questo comunque potremo dire che va ancora nella direzione auspicata dagli appartenenti all’associazione e in generale della comunità Bitcoin.
Dove cioè un eventuale regolamentazione dovrebbe puntare principalmente a definire il comportamento degli intermediari fra il mondo delle monete fiat (euro, dollari ecc …) e le crittovalute.
Lasciando quindi libero il mercato delle crittovalute di definirsi, auto-regolamentarsi ed evolversi.
Rimarrà comunque sempre attiva la nostra attenzione per individuare e segnalare eventuali paletti virtuali che possano limitare la concorrenza fra vari enti.
Il nostro principale timore è che una regolamentazione troppo stringente potrebbe portare ad una grossa limitazione delle offerte di servizi e prodotti, aumentandone i prezzi, calandone la qualità e creando possibili situazioni di cartello.

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(Fonte immagine: "Bitcoin paper wallet generated at bitaddress" di Open Source - http://bitaddress.org. Con licenza MIT tramite Wikimedia Commons )

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ComplianceNet: 

UIF, Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia: “Utilizzo anomalo di valute virtuali” (30 gennaio 2015)

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  • Fonte: sito Banca d’Italia / UIF (qui in pdf, 2 pp. 26 K)

Le cosiddette “valute virtuali”, oggetto di crescente diffusione, sono rappresentazioni digitali di valore, utilizzate - su base volontaria - come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi.
Esse possono essere trasferite, conservate e negoziate elettronicamente.
Le valute virtuali non sono emesse da banche centrali o da autorità pubbliche, non costituiscono moneta legale né sono assimilabili alla moneta elettronica (nota 1).
Esistono differenti tipologie di valute virtuali.
A oggi, nel mondo, ne risultano oltre 500; la più diffusa è “Bitcoin”.
Le valute virtuali sono utilizzate soprattutto nel commercio elettronico e per l’attività di gioco, specie on line.
L’utilizzo delle valute virtuali può esporre a rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, come messo in evidenza da Autorità internazionali ed europee, quali il Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (Financial Action Task Force, FATF), l’Autorità Bancaria Europea (European Banking Authority, EBA) e la Banca Centrale Europea (European Central Bank, ECB) (nota 2).
Le operazioni effettuate con valute virtuali avvengono prevalentemente on line, fra soggetti che possono operare in Stati diversi, spesso anche in Paesi o territori a rischio (nota 3).
Tali soggetti non sono facilmente individuabili ed è agevolato l’anonimato sia di coloro che operano in rete, sia dei reali beneficiari delle transazioni.
I prestatori di attività funzionali all’utilizzo, allo scambio e alla conservazione di valute virtuali e alla loro conversione da/in valute aventi corso legale non sono, in quanto tali, destinatari della normativa antiriciclaggio e quindi non sono tenuti all’osservanza degli obblighi di adeguata verifica della clientela, registrazione dei dati e segnalazione delle operazioni sospette.
Tale circostanza può rendere appetibile lo strumento virtuale per coloro che intendono porre in essere condotte criminali e non agevola le attività di prevenzione e contrasto.
Nel corso del 2014 sono pervenute all’Unità da parte di soggetti destinatari degli obblighi antiriciclaggio alcune segnalazioni di operazioni sospette relative ad acquisti o vendite di valute virtuali ritenuti opachi in ragione del profilo soggettivo del cliente, della natura delle controparti spesso estere, ovvero delle modalità di realizzazione delle operazioni tramite, ad esempio, l’utilizzo di contante o di carte di pagamento.
Al fine di prevenire l’utilizzo del sistema economico-finanziario a fini di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, i destinatari del d.lgs. 231/2007 devono aver cura di individuare le operatività connesse con valute virtuali, rilevandone gli eventuali elementi di sospetto.
In particolare, gli intermediari finanziari, specie quando prestano servizi di pagamento, devono valutare con specifica attenzione le operazioni di prelevamento e/o versamento di contante e le movimentazioni di carte di pagamento, connesse con operazioni di acquisto e/o vendita di valute virtuali, realizzate in un arco temporale circoscritto, per importi complessivi rilevanti.
Gli operatori di gioco di cui all’articolo 14, lettere d), e) ed e-bis) del decreto antiriciclaggio devono prestare particolare attenzione alle operatività poste in essere anche attraverso valute virtuali (nota 4).
Tali operatività devono essere esaminate in relazione al profilo soggettivo del cliente, al coinvolgimento di Paesi o territori a rischio e alle eventuali ulteriori informazioni disponibili.
Le operazioni sospette riconducibili al fenomeno descritto dovranno essere segnalate all’Unità di Informazione Finanziaria con la massima tempestività, specificando il fenomeno stesso nell’apposita sezione della segnalazione, in conformità con quanto indicato nelle istruzioni per la compilazione delle segnalazioni di operazioni sospette.
Sarà cura dei soggetti tenuti agli obblighi di segnalazione, nell’ambito della propria autonomia organizzativa e con le modalità ritenute più idonee, sensibilizzare il personale e i collaboratori incaricati della valutazione delle operazioni sospette, diffondendo opportune indicazioni operative.

Note al testo

  1. La natura e le caratteristiche delle valute virtuali oggi esistenti sono descritte in modo analitico nei seguenti documenti disponibili on line: EBA Opinion on ‘virtual currencies’ del 4 luglio 2014 (http://www.eba.europa.eu/documents/10180/657547/EBA-Op-2014-08+Opinion+o...); FATF Report, Virtual Currencies, pubblicato nel Giugno 2014 (http://www.fatf-gafi.org/media/fatf/documents/reports/Virtualcurrencykey...); ECB -Virtual Currency Schemes dell’ottobre 2012 (http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/virtualcurrencyschemes201210en.pdf).
  2. Cfr. EBA Opinion on ‘virtual currencies’ del 4 luglio 2014, cit., FATF Report, Virtual Currencies, cit., ECB Virtual Currency Schemes, cit.; in particolare, il documento FATF descrive alcuni fatti criminali commessi sfruttando le valute virtuali, ad esempio, negli Stati Uniti, anche nell’ambito del cosiddetto “deep web” (es. Silk Road e Liberty Reserve).
  3. Si intendono i Paesi o i territori non annoverati in quelli a regime antiriciclaggio equivalente di cui al relativo decreto del Ministero dell’economia e delle finanze e, in ogni caso, quelli indicati da organismi internazionali competenti (ad es. GAFI, OCSE) come esposti a rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ovvero non cooperativi nello scambio di informazioni anche in materia fiscale.
  4. Ai fini della collaborazione attiva si richiama, in particolare, la comunicazione UIF dell’11 aprile 2013, schema n. 2.

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FATF/GAFI: “Valute Virtuali, definizioni chiave e potenziali rischi in ambito antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo” (11 luglio 2014)

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(clicca sull'immagine per ingrandire)

Fonte: Comunicato FATF/GAFI  (traduzione unofficial dall’inglese a cura di Agatino Grillo)
Il 27 giugno 2014 FATF/GAFI ha pubblicato il documento “Virtual Currencies - Key Definitions and Potential AML/CFT Risks” (qui in pdf, 545 K, 17 pp.) presentandolo con il seguente comunicato (ndr)

Comunicato

In un breve periodo di tempo, le valute virtuali, come Bitcoin, si sono diffuse quale metodo di pagamento sempre più diffuso a livello globale.
Le “valute virtuali” offrono un metodo innovativo, economico e flessibile di pagamento.
Allo stesso tempo, il modello di business ancora poco chiaro e con caratteristiche uniche delle valute virtuali rappresenta una sfida per i “regulator” di tutto il mondo che non sanno ancora come normare questo nuovo metodo di pagamento.
Le risposte politiche variano considerevolmente: alcuni Paesi hanno immediatamente accolto questa nuova tecnologia mentre altri ne hanno limitato anche totalmente l’uso.
FATF/GAFI ha condotto una ricerca sulle caratteristiche delle valute virtuali per effettuare una valutazione preliminare del rischio di “antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo” (ML/TF) associato a questo metodo di pagamento.
Un passo preliminare nella valutazione dei rischi e nello sviluppo di risposte adeguata consiste nella chiara comprensione dei diversi tipi di valute virtuali e di come esse vengono controllate e utilizzate.
Questo documento fornisce un quadro concettuale, sulla base di “definizioni chiave” che costituisce il punto di partenza per un ulteriori analisi.
L’uso legittimo delle valute virtuali offre molti vantaggi quali ad esempio una maggiore efficienza e minori costi di transazione.
Le valute virtuali facilitano i pagamenti internazionali e potenzialmente possono fornire servizi di pagamento alle popolazioni che non hanno accesso o hanno un accesso limitato ai servizi bancari tradizionali.
Altre caratteristiche delle “monete virtuali” presentano però, anche grazie alla loro diffusione su scala mondiale, potenziali rischi AML/CFT quali:

  • l’anonimato garantito grazie all’uso di Internet
  • la limitata identificazione e verifica dei partecipanti
  • l’assenza di chiare responsabilità in materia di conformità agli obblighi antiriciclaggio e di contrasto del finanziamento del terrorismo specie nel caso che i “pagamenti” siano frazionati su diversi Paesi
  • la mancanza di un organo di controllo centrale.

Il rapporto fornisce esempi di applicazione di normative e esempi di reati di riciclaggio che coinvolgono le valute virtuali per dimostrare come si sia già fatto un uso non corretto di questo nuovo metodo di pagamento per finalità di riciclaggio.

Indice del documento

  • CONTENTS
  • INTRODUCTION
  • KEY DEFINITIONS:
  • Virtual Currency
  • Convertible Versus Non-Convertible Virtual Currency
  • Centralised Versus Non-Centralised Virtual Currencies
  • Virtual Currency System Participants
  • LEGITIMATE USES
  • POTENTIAL RISKS
  • LAW ENFORCEMENT ACTIONS INVOLVING VIRTUAL CURRENCY
  • Liberty Reserve
  • Silk Road
  • Western Express International
  • NOTES
  • BIBLIOGRAPHY AND SOURCES

Allegato

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