Agenzia delle Entrate: arriva l’email per denunciare la corruzione. Intervista a Rossella Orlandi (Riparteilfuturo.it, 16 gennaio 2015)

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“Non ci possono essere opzioni quando s’incontra o ci s’imbatte in fenomeni, atti o eventi di corruzione. Non ci è concesso di girare la testa dall’altra parte, come se nulla fosse”

  • di Laura Ghisellini

L’Agenzia delle Entrate ha da poco avviato un’iniziativa che mira a prevenire e contrastare la corruzione all’interno della propria vasta struttura.
Si tratta di una casella email a disposizione dei dipendenti per segnalare eventuali episodi di corruzione, tutelando la loro privacy e la loro posizione.
In sostanza un programma autogestito di whistleblowing che intende non solo incentivare la cultura dell’anticorruzione tra i dipendenti, ma anche istituire un dialogo con i cittadini.
L’esempio è virtuoso e nasce all’interno di una struttura tendenzialmente "sana", come precisa il direttore dell’A.E. Rossella Orlandi.
Le abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio come si fa a proteggere ogni giorno i soldi versati dai cittadini e quali sono i provvedimenti di più ampio raggio da adottare contro i reati economici e finanziari, in Italia e in Europa.

In merito alla recente introduzione dell’indirizzo email per la segnalazione degli episodi di corruzione a disposizione dei dipendenti dell’Agenzia delle entrate: come è nata questa iniziativa e a quali problemi intende far fronte?

L’Agenzia delle Entrate, con 40 mila dipendenti, raccoglie ogni anno centinaia di miliardi di euro da 43 milioni di contribuenti. L’iniziativa nasce da qui, da questo assunto di base. Se queste sono le proporzioni e i numeri della nostra mission istituzionale, allora non è ammissibile che coloro che fanno parte dell’Amministrazione che dirigo scelgano di “voltare la testa dall’altra parte”. Non ci possono essere opzioni quando s’incontra o ci s’imbatte in fenomeni, atti o eventi di corruzione. Non ci è concesso di girare la testa dall’altra parte, come se nulla fosse. Al contrario, proprio per ciò che l’Agenzia incarna e rappresenta, noi tutti, nessuno escluso, dobbiamo essere imparziali e rispettosi della legge, per primi. In caso contrario, il danno prodotto sarebbe enorme. Questo è sufficiente per spiegare il perché dell’iniziativa.    

La corruzione è un fenomeno già definito sistemico dalla Corte dei Conti diverso tempo fa ma di recente domina le cronache a causa dei grandi scandali come Expo, Mose, Mafia Capitale. All’interno dell’A.E. sembra che la diffusione della corruzione sia di lieve entità: come avete fatto a arginare il fenomeno in questi anni?

Innanzitutto, è corretto precisare, da subito, che il tessuto vivo dell’Agenzia delle Entrate, 40 mila dipendenti che collaborano ogni giorno, è integro, sano. Le “mele marce” esistono naturalmente. E proprio per questo esistono, da tempo, misure ad hoc già attive, come la possibilità di licenziare senza attendere la fine del processo penale, la dichiarazione patrimoniale richiesta ai dirigenti e, forse la meno nota, il turn over nella gestione dei diversi incarichi di rilievo, di modo da togliere fin dall’origine ossigeno ai circuiti fisiologici che alimentano la corruzione. È infatti evidente che il permanere troppo a lungo in certi incarichi, magari delimitati anche territorialmente, costituisce l’humus preferito da chi sponsorizza la corruzione come metodo economico, o peggio, di vita.

La denuncia degli episodi di corruzione sul proprio posto di lavoro può diventare per il dipendente pubblico fonte di un dilemma: parlare rischiando di subire ritorsioni, mobbing, oppure onorare il mandato di responsabilità. In Italia il "whistleblower" è culturalmente percepito come il delatore, la spia. Da cosa dipende questo grave pregiudizio e come possiamo combatterlo, anche a livello culturale?

Scendiamo nei dettagli del piano di contrasto interno alla corruzione. Per denunciare casi di cui si viene a conoscenza non ci sarà solo la mail, ma anche un gruppo di ascolto. L’obiettivo sarà proprio quello di tutelare la privacy di chi farà le denunce in modo da allontanarle dal rischio di subire eventuali ritorsioni. Detto questo passiamo alla questione “culturale” del rapporto tra i cittadini italiani e la corruzione. Ebbene, le posso assicurare che chi denuncia, da dentro, episodi o fenomeni di corruzione, è spesso abbinato alla figura del “delatore”, o della “spia”, non soltanto in Italia ma nella stragrande maggioranza dei Paesi. Difficile, se non impossibile, imbattersi in una area geografica libera da questo pregiudizio. Lo stesso vale per l’evasione fiscale, rispetto alla quale nessuno Stato, o Paese, può vantare la titolarità del copy-right. E lo stesso vale per il pregiudizio che si alza ogniqualvolta una persona trovi la forza, o il coraggio, di denunciare la corruzione apertamente, senza più veli. Dunque, è bene partire da questo assunto, che ci unisce tutti, al di là dei confini, per porre basi serie sia per superare il pregiudizio sia per arrestare la corsa della corruzione.

La campagna “Riparte il futuro” è impegnata attualmente anche in Europa per chiedere al Parlamento europeo di approvare una direttiva transnazionale per il whistleblowing. Anche i reati fiscali sono spesso transnazionali, che strumenti dovrebbe adottare l’Europa per ostacolarli in maniera congiunta?

Trasparenza, scambio automatico di informazioni, adozione di principi normati da un’etica comune e condivisa prima che disegnati dai codici, spesso distanti. Costruire un modello europeo che funzioni come una catena di vasi comunicanti senza che i flussi ristagnino, o peggio, scompaiano. E per finire, sacrificare l’egoismo di alcuni Paesi armonizzandone e smussandone le dissonanze fiscali. Quello che le sto riassumendo è già parte del progetto europeo all’interno del quale gli accordi sullo scambio automatico d’informazioni sono già operativi e dove, ad esempio, piani per ridurre il terreno dell’evasione fiscale, soprattutto le praterie su cui viaggia l’elusione, sono già avviati, basti pensare ai passi avanti compiuti in materia di Iva. Certo, il passaggio dalla liquidità, cioè il denaro, cartaceo a quello in formato elettronico, tramite bancomat o carte di credito ecc…, costituirebbe il terminale tecnico per dare soluzione al problema dell’evasione e della corruzione. Comunque è necessario tenere bene a mente che come non c’è crescita senza sviluppo, lo stesso vale per la corruzione e l’evasione fiscale, non le si combatte senza un forte e comune sentire etico.

La corruzione danneggia fortemente l’economia perché, tra le varie ragioni, fa sì che gli investitori evitino di mettera a frutto capitali in un Sistema-Paese di cui non si fidano. Poi c’è la pressione fiscale, la burocrazia farraginosa (che è l’humus della corruzione) e via dicendo. Quali sono i provvedimenti necessari per riportare gli investimenti in Italia?

Per l’esattezza, un cambio di clima internazionale, che mira a limitare la concorrenza sleale tra Paesi in campo fiscale, è già in corso e i primi effetti sono ben visibili. Per esempio, ci sono diversi segnali di ritorno in Italia delle imprese. Oltre a questo, vi sono anche flussi in crescita indirizzati nella nostra economia da investitori esteri. Naturalmente, si deve fare di più. Come? Procedendo sulla strada che si è aperta, non soltanto introducendo nuove norme, ma facendo in modo che quelle che già esistono siano applicate non alla bisogna ma in modo puntuale e rigoroso. Sempre. In quanto poi al denaro che dagli altri Paesi giunge in Italia, è importante tenere ben a mente che non è solo il dato degli investimenti esteri diretti che ci è di aiuto a far luce sullo stato dell’economia d’un Paese, in questo caso dell’Italia, e questo perché una gran massa di flussi finanziari arriva con la tipologia degli investimenti cosiddetti “indiretti”. Sempre di denaro si parla, e di investimenti, anche se più sfuggenti tendenzialmente.

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