#AgatinoGrillo2016

Banca d’Italia: Voluntary disclosure, attività italiane all’estero non dichiarate e evasione fiscale internazionale (1° giugno 2016)

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Fonte: Relazione annuale del Governatore della Banca d’italia, pp. 117, 118, 119 (qui in pdf)

Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).

La posizione patrimoniale sull’estero

I dati relativi alla posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia sono stati di recente rivisti per incorporare le attività dichiarate a seguito della procedura di emersione volontaria dei capitali illecitamente detenuti all’estero (voluntary disclosure; cfr. il riquadro: Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale).
Per effetto di questa revisione la posizione netta dell’Italia a fine 2015 è migliorata di poco meno di tre punti di PIL.

Le attività all’estero non dichiarate e l’evasione fiscale internazionale

In mancanza di evidenze dirette, indicazioni sull’entità della ricchezza detenuta all’estero dai residenti e non dichiarata possono essere derivate dalle statistiche sull’estero.
Questi dati mostrano la rilevanza dei trasferimenti e della detenzione di capitali non dichiarati all’estero, in particolare nei paradisi fiscali: è elevata l’incidenza dei centri offshore nella distribuzione per paese di controparte degli investimenti diretti esteri e dello scambio internazionale di servizi; i dati della BRI sui depositi bancari cross-border della clientela non bancaria riportano ingenti consistenze di capitali intestati a soggetti residenti in paesi offshore oppure detenuti in tali centri; a livello globale le statistiche relative alla detenzione di titoli di portafoglio da parte di non residenti mostrano una sistematica preponderanza delle passività sulle attività, mentre i due aggregati dovrebbero teoricamente bilanciarsi.
Questa discrepanza rappresenta una base utile per stimare la sottodichiarazione delle attività.

La tavola A presenta le stime più recenti (nota 1) delle attività finanziarie detenute all’estero e non dichiarate, basate sul confronto tra le statistiche bilaterali pubblicate dall’FMI, integrate con altre fonti (BRI per i depositi).
A livello globale la sottodichiarazione delle attività di portafoglio raggiungerebbe un importo di quasi 5.000 miliardi di dollari alla fine del 2013, circa il 7 per cento del PIL mondiale; sarebbe relativa soprattutto a quote di fondi comuni investiti in centri finanziari (in particolare il Lussemburgo) e paesi offshore (soprattutto le isole Cayman).
Sommando a tale importo la stima dei depositi bancari esteri non dichiarati dagli investitori si ottiene uno stock complessivo compreso tra i 6.000 e 7.000 miliardi di dollari.

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Alle attività non dichiarate detenute all’estero si associa un’evasione fiscale sui redditi da capitale e, soprattutto, sulle imposte personali sul reddito, considerato che la sottodichiarazione statistica riguarda principalmente il settore delle famiglie.
Si può stimare che a livello globale l’evasione annua sui redditi da capitale si collochi tra i 16 e i 33 miliardi di euro.
Per quanto riguarda le imposte personali sul reddito – ipotizzando che l’intero ammontare dello stock di attività non dichiarate di fine 2013 sia il frutto di redditi precedentemente sfuggiti all’imposizione a livello nazionale – l’evasione globale potrebbe invece essere compresa fra i 1.500 e i 2.100 miliardi di euro (tavola B). Quest’ultima stima definisce il livello della potenziale perdita fiscale, accumulatasi nel tempo, legata ai capitali non dichiarati detenuti all’estero.

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Pur nella difficoltà di ripartirne geograficamente il valore globale, le attività non dichiarate possono essere attribuite ai singoli paesi detentori sulla base di variabili economiche (il prodotto interno lordo e misure di ricchezza finanziaria).
Si valuta che la quota dell’Italia potesse essere compresa tra i 150 e i 200 miliardi di euro a fine 2013, con un’evasione fiscale di quasi un miliardo l’anno per i redditi da capitale e di circa 70 per l’imposta personale sul reddito (nota 2).
Con la procedura di collaborazione volontaria (voluntary disclosure) istituita con la L. 186/2014, sono emerse attività precedentemente non dichiarate per quasi 62 miliardi (con circa 4 miliardi di gettito fiscale, secondo dati ancora provvisori dell’Agenzia delle entrate).
Poiché si valuta che poco più di 51 miliardi riguarderebbero titoli di portafoglio e depositi bancari, tali attività ammonterebbero a circa il 30 per cento della stima media degli stock sfuggiti alla rilevazione.
Questo valore appare plausibile, tenuto conto che il costo effettivo di adesione alla procedura era variabile e poteva in molti casi essere superiore ai vantaggi derivanti dalla regolarizzazione dei capitali non dichiarati detenuti all’estero.
La posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia non contiene di prassi una stima delle attività detenute all’estero dai residenti e non segnalate; nei casi in cui queste attività siano tuttavia soggette a regolarizzazione, come avvenuto per la recente voluntary disclosure o per gli scudi fiscali applicati in passato, le statistiche ufficiali sono state riviste per tenerne conto (cfr. il paragrafo: La posizione patrimoniale sull’estero).

Note

1 V. Pellegrini, A. Sanelli e E. Tosti, What do external statistics tell us about undeclared assets held abroad and tax evasion?, contributo presentato alla conferenza The Bank of Italy’s analysis of household finances. Fifty years of the Survey on household income and wealth and the Financial accounts, Roma, Banca d’Italia, 3-4 dicembre 2015.

2 Gran parte degli importi evasi è comunque difficilmente recuperabile soprattutto a causa della decadenza dei termini di accertamento tributario.

Rassegna web

Giorgia Pacione Di Bello, “In fuga dal fisco 51 mld” , Italia Oggi, 1° giugno 2016 

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Orrick: La Cassazione esclude la responsabilità penale dell'OdV (31 maggio 2016)

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La pronuncia in commento trae origine dall’infortunio di un operaio che ha riportato lesioni gravissime e invalidità permanente durante un’operazione di caricamento di materiali da una banchina a una costruzione navale.
La dinamica dell’incidente ha mostrato che alcuni tubi, issati tramite una gru, si erano sfilati dai lacci che li legavano insieme e uno colpiva l’operaio causandogli paraplegia completa degli arti inferiori.
A fronte di tale accaduto venivano imputati i componenti del consiglio di amministrazione e quelli dell’organismo di vigilanza ex D.Lgs. 231/01 della società proprietaria del cantiere navale per il reato di “Omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” ex art. 437 c.p. che dispone che: “Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni”.

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Antiriciclaggio: Europarlamento vota più controllo su bitcoin, moneta virtuale (30 maggio 2016)

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Chiesto a Commissione Ue costituire Task force
Una task force per aumentare il controllo sulle valute virtuali, come i Bitcoin, che potrebbero essere utilizzate per il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.
Lo ha chiesto il Parlamento europeo, rivolgendosi alla Commissione Ue, in una risoluzione non vincolante approvata con 452 voti favorevoli durante la sessione plenaria di Bruxelles.
L'unità operativa, posta sotto la supervisione della Commissione, dovrebbe "monitorare attivamente l'evoluzione della tecnologia e, in caso di necessità, avanzare proposte tempestive per una regolamentazione specifica", spiega il relatore tedesco Jakob von Weizsäcker del gruppo S&D.
La stretta di Bruxelles sul denaro virtuale, però, non dovrà essere troppo rigida, poiché - precisano gli eurodeputati - le cosiddette cripto-valute "possono offrire importanti opportunità per i consumatori e per lo sviluppo economico".
La parola passa ora alla Commissione, che sta vagliando diverse proposte, tra cui la fine dell'anonimato che caratterizza gli scambi tra le valute virtuali e quelle reali.

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  • Committee on Economic and Monetary Affairs, PE 575.277 v01 – 00, Jakob von Weizsäcke, “DRAFT REPORT on  virtual currencies” (2016/2007 (INI)) – pdf

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Privacy, Newsletter del Garante n. 415 del 27 maggio 2016: spam elettorale, diritto cronaca, anagrafe studenti

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Il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato la Newsletter n. 415 del 27 maggio 2016. Tre gli argomenti trattati:

  1. No allo spam elettorale sulle mail dei dipendenti comunali
  2. Cronaca: garantire sempre riservatezza bambino malato
  3. Anagrafe nazionale studenti, ok a consultazione da parte dell'Università

No allo spam elettorale sulle mail dei dipendenti comunali

Un candidato non può usare a fini di propaganda elettorale  i dati personali in suo possesso per ragioni istituzionali.
È quanto ha ribadito il Garante privacy in un provvedimento con cui ha vietato ad un ex assessore di utilizzare gli indirizzi mail dei dipendenti comunali  nella sua disponibilità ai tempi del suo mandato.
La vicenda risale alle amministrative dello scorso anno, quando una dipendente comunale, aprendo la mail di lavoro,  scopre che l'ex assessore al personale si candida alle elezioni regionali e chiede il suo voto.
La scena si ripete più volte -  probabilmente la stessa mail è stata spedita a tutto il personale comunale - e alcuni dipendenti, che si ritengono lesi nei loro diritti, si rivolgono al Garante per la protezione dei dati personali.
I dipendenti segnalano all'Autorità che gli indirizzi mail sono stati acquisiti da un indirizzario di posta elettronica che non è pubblico, essendo ad esclusivo uso interno dell'amministrazione e nella disponibilità dell'ex assessore al personale  in virtù dell'incarico precedentemente ricoperto.
Per questo motivo ritengono che i loro dati personali siano stati trattati in modo non corretto e  in violazione delle regole dettate dal Garante privacy in materia di propaganda elettorale.
Tesi condivisa dall'Autorità che, nell'emettere il provvedimento di divieto, ha ritenuto l'operato dell'ex assessore illecito sotto diversi profili. In primo luogo, perché il trattamento dei dati è avvenuto in violazione del principio di finalità: gli indirizzi mail comunali, infatti, il cui scopo è quello di consentire il contatto per l'assolvimento delle funzioni istituzionali, non possono essere utilizzati per il perseguimento di altre finalità (non compatibili con quelle che ne hanno giustificato la raccolta originaria), come appunto la propaganda elettorale.
Così come non possono essere utilizzati liberamente da chi ricopre incarichi pubblici e detiene questi dati solo per lo svolgimento dei propri compiti istituzionali.
In secondo luogo perché, come affermato dal Garante in più occasioni, i partiti, le liste o i singoli candidati non possono utilizzare indirizzi di posta elettronica senza il consenso specifico e informato dei destinatari.
Consenso che, nel caso in esame, non risulta acquisito, come non risulta che i destinatari siano stati informati sull'uso che veniva fatto dei loro dati.
Con un autonomo procedimento l'Autorità provvederà a verificare i presupposti per l'applicazione della sanzione amministrativa prevista per l'omessa informativa e la mancata acquisizione del consenso.

Cronaca: garantire sempre riservatezza bambino malato

Il minore va tutelato da forme di comunicazione lesive dell'armonico sviluppo della sua personalità

No a troppe informazioni che rendono identificabile un bambino malato. Il diritto del minore alla riservatezza prevale sul diritto di cronaca e neanche il consenso dei genitori autorizza il giornalista a riportare informazioni che possano nuocere al suo sviluppo. Lo ha ribadito [doc. web n 5029484] il Garante privacy nel definire un'istruttoria avviata d'ufficio a seguito della pubblicazione su alcune testate di diversi dati identificativi di una bambina (fotografie, il nome, il luogo di residenza, l'età, il nome e il cognome della madre, il nome della scuola frequentata), associati a precise indicazioni della patologia di cui soffre. Il Garante ha tuttavia ritenuto di non dover adottare alcun provvedimento inibitorio, poiché le testate, appena avuta notizia dell'avvio dell'istruttoria, hanno eliminato gli articoli dalla rete o oscurato i dati che rendevano identificabile la bambina.
La vicenda descritta negli articoli affronta, a parere dell'Autorità, un tema di indubbio interesse pubblico, riguardando il dibattito in corso sul rapporto rischi benefici delle vaccinazioni. Nel riportare la notizia, i giornalisti devono però tener conto delle regole che disciplinano il rapporto tra attività giornalistica e protezione dei dati personali e delle garanzie poste a tutela dei più piccoli. In particolare, quelle del codice deontologico e della Carta di Treviso che considerano il diritto del minore alla riservatezza primario rispetto al diritto di cronaca e stabiliscono che in caso di bambini malati, il giornalista deve porre "particolare attenzione e sensibilità nella diffusione delle immagini e delle vicende” per evitare forme di sensazionalismo lesive della loro personalità.
E, anche se in questo caso la diffusione di dati personali è avvenuta con il consenso dei genitori, questo elemento, sottolinea l'Autorità, non è di per sé sufficiente a legittimare l'identificabilità del minore. Il consenso parentale non esime infatti il giornalista dal valutare il potenziale pregiudizio che può derivare dalla pubblicazione di informazioni così dettagliate. Il giornalista è chiamato ad adottare le cautele di volta in volta più opportune per tutelare il minore, senza per questo abdicare al ruolo fondamentale di denuncia e informazione della collettività. Tale principio, più volte affermato dall'Autorità, trova conferma anche nella Carta di Treviso, secondo cui, "a prescindere dall'eventuale consenso dei genitori, il minore non va coinvolto in forme di comunicazioni lesive dell'armonico sviluppo della sua personalità".

Anagrafe nazionale studenti, ok a consultazione da parte dell'Università

Sarà possibile per le Università utilizzare l'Anagrafe nazionale degli studenti (Ans)  per verificare la veridicità dei titoli autocertificati dagli studenti. E' quanto ha indicato il Garante per la protezione dei dati personali in un parere [doc. web n. 5029548] reso al Miur, nel quale ha però  chiesto  specifiche garanzie.
L'Ans, istituita per la realizzazione del diritto-dovere all'istruzione e alla formazione e per la prevenzione e il contrasto alla dispersione scolastica, opera presso il Miur, registrando i dati sui percorsi scolastici, formativi e in apprendistato dei singoli studenti e i dati sulle loro valutazioni, a partire dal primo anno della scuola primaria.
Col parere reso il Garante ha respinto la richiesta del Ministero di conservare a tempo illimitato, per ogni studente censito nell'Ans che giunge al termine del percorso scolastico, le informazioni relative, nello specifico, al codice fiscale, al codice della scuola che rilascia il titolo di studio, al tipo di titolo, al voto conseguito, all'anno solare di conseguimento. Il Codice privacy prevede infatti che la conservazione dei dati personali non possa essere protratta oltre il tempo strettamente necessario al perseguimento dello scopo prefissato.
L'allungamento del periodo di conservazione dei dati, finora previsto fino al termine dell'anno solare successivo alla conclusione di ogni ciclo scolastico, dovrà essere motivato dal Miur che dovrà fissare uno specifico lasso di tempo oltre il quale i dati dovranno essere cancellati o resi anonimi. Il Garante ha raccomandato al Ministero che per l'accesso all'anagrafe da parte del personale incaricato dalle università vengano previste rigorose misure in ordine al tracciamento e alla conservazione dei log relativi agli accessi, nel rispetto delle misure tecniche ed organizzative adottate a protezione dei dati degli studenti contenuti nell'anagrafe.
Con un altro parere [doc. web n 5029436], il Garante ha dato il via libera all'integrazione dell'Ans con le informazioni  degli alunni  delle scuole d'infanzia relative a  sezione della classe e  numero giorni/orario settimanale di frequenza. Tali dati risultano infatti pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite.

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Foia: uffici pubblici, la lunga marcia della trasparenza (Il Sole 24 Ore, 23 maggio 2016)

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Dal diritto a conoscere i documenti di interesse al nuovo «Foia» che apre tutti i cassetti della burocrazia

  • di Antonello Cherchi e Valeria Uva

Il perimetro allargato: più complete le informazioni sui dirigenti e sui criteri di formazione delle liste d’attesa
Il ruolo delle banche dati: meno oneri per le amministrazioni, obblighi assolti con l’invio agli archivi centrali

Trasparenza atto terzo.
Il primo si è aperto alla fine del 1990, quando è arrivata la legge 241 sull’accesso agli atti amministrativi.
Il secondo ha compiuto tre anni di vita giusto lo scorso 20 aprile: si tratta del decreto 33 del 2013, ribattezzato anti-corruzione.
L’ultimo arrivato è il Foia (il Freedom of information act), che prende le mosse dalle norme del 2013 per introdurre anche in Italia ciò che in Gran Bretagna esiste dal Duemila, ovvero la possibilità per il cittadino di chiedere alla pubblica amministrazione tutti gli atti che quest’ultima possiede.
Un cammino lungo 26 anni, dunque, contrassegnato da pervicaci resistenze della burocrazia a mettersi in mostra.
Il diritto di accesso del ’90 era (ed è) limitato, nel senso che il cittadino deve dimostrare di avere un interesse rispetto ai documenti che chiede alla Pa.
Per esempio, posso vedere gli atti di un concorso pubblico se vi ho partecipato.
Questi vincoli sono stati amplificati dalle prese di posizione degli uffici, maldisposti ad aprire i cassetti, che dal ’96 in poi hanno anche utilizzato come sponda le esigenze della privacy.
«Questi dati non possono essere forniti perché c’è la tutela dei dati personali», è stata spesso la risposta dietro cui la Pa si è trincerata.
Sono state le sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato a convincere le amministrazioni a cambiare idea e convertirsi, pian piano, alla trasparenza.
E anche il Garante della privacy ha più volte richiamato gli uffici all’ordine, invitandoli a non utilizzare la riservatezza come alibi.
Nel 2013 il salto di qualità: la trasparenza diventa a portata di click e si fa più penetrante.
Le amministrazioni devono pubblicare sui propri siti una lunga serie di dati: gli stipendi dei politici, le liste d’attesa delle strutture sanitarie, le consulenze, i dati sul personale, i bandi di concorso, i beneficiari di sovvenzioni e sussidi e così via.
Dati di semplice consultazione, forniti in formato aperto e a cui i cittadini devono poter accedere online senza costi.

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(clicca per ingrandire immagine)

Il monitoraggio

Come hanno reagito le amministrazioni?
Di certo c’è che ogni realtà pubblica - dal ministero al piccolo comune - ormai ha sul proprio sito istituzionale la sezione apposita denominata “Amministrazione trasparente”.
Il problema è che dietro quell’etichetta ipertestuale si schiude un mondo difficile da monitorare.
Ci ha provato il ministero della Pubblica amministrazione con lo strumento della Bussola della trasparenza, che però non è in grado di rilevare la tipologia e la qualità dei dati inseriti online.
Secondo la Bussola, quindi sarebbero in regola con le norme sulla trasparenza oltre l’85% delle amministrazioni.
Ma tra i “segreti” meglio custoditi delle Pa ci sono la mappa delle società partecipate (si vedano le schede a fianco), i dati aggregati sugli appalti (praticamente introvabili in rete informazioni sui tempi di attuazione e sulle varianti) e l’elenco dei controlli gravanti sulle imprese.
All’appuntamento con la trasparenza, poi, gli enti arrivano in ordine tecnologico sparso: qualcuno riesce a pubblicare in formato aperto e rielaborabile, i più si affidano all’immutabile Pdf.

La riforma

Il decreto approvato la scorsa settimana interviene anche sugli obblighi informativi (si vedano le schede a fianco) con due obiettivi: in alcuni casi il perimetro si allarga (ad esempio le informazioni su redditi e patrimoni si estendono dai politici ai dirigenti pubblici); dall’altro si scommette su un alleggerimento degli oneri.
Molti degli obblighi di trasparenza, infatti, saranno assolti con l’invio delle notizie ad alcune banche dati pubbliche a cui basterà rinviare con un link.
Sarà così, ad esempio, per i rendiconti dei gruppi politici regionali e provinciali (da spedire alla Corte dei conti), per le informazioni sui bandi di gara, le aggiudicazioni e i costi dei lavori pubblici (ad Anac e Infrastrutture), per quelle sulle società partecipate (al Siquel).
Il decreto Foia non chiarisce come queste banche dati - per ora non accessibili - restituiranno queste informazioni.
E per capirlo bisognerà aspettare un anno: questo è il lasso di tempo concesso a tutte le amministrazioni per riorganizzare l’invio alle banche dati.

Il testo del Decreto legislativo 17 maggio 2016 (FOIA)

17 maggio 2016 — post CDM - Decreto legislativo recante revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione pubblicità e trasparenza correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell'articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche (testo e pdf)

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