231 e associazione per delinquere: profili di criticità (Filodiritto.com, 23 giugno 2014)

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Fonte: Filodiritto.com
Articolo estratto dal volume di Maurizio Arena “La responsabilità da reato degli enti collettivi – Normativa – Modelli organizzativi – Temi d’attualità”, di prossima pubblicazione
di Maurizio Arena
È stato affermato che, nelle ipotesi di coinvolgimento nella fattispecie di cui all’articolo 24-ter del Decreto Legislativo n. 231/2001 di enti non criminali, i percorsi interpretativi del criterio ascrittivo oggettivo debbano svolgersi secondo i consolidati itinerari, senza significative particolarità: l’interesse o il vantaggio andranno, tuttavia, riferiti al delitto associativo e non già ai delitti-fine programmati dal sodalizio criminoso[nota 1].
Inoltre, è pure stato messo in evidenza che l’ampliamento indeterminato del rischio-reato, connesso alla realizzazione in forma associativa di qualsiasi delitto, rende assai difficile la precostituzione di procedure di prevenzione specifiche ed idonee.
A ben vedere, l’estensione della responsabilità dell’ente a tali delitti è sostanzialmente indefinita, potendo l’associazione per delinquere essere preordinata alla commissione di qualsiasi delitto.
Di conseguenza, il rischio di “mappature vaghe e procedure parimenti indefinite” è certamente reale, ma – secondo taluni – può essere parzialmente ridimensionato, considerando che il delitto di associazione per delinquere è un delitto autonomo dai delitti-fine perseguiti dal sodalizio criminoso e che, pertanto, non necessariamente il Modello organizzativo deve confrontarsi con tutti i possibili delitti programmabili da una associazione a delinquere.
Che il Modello organizzativo non debba confrontarsi con tutti i possibili delitti programmabili da una associazione per delinquere sembra incontestabile, a meno di non volere rendere di fatto inoperante la possibilità di avvalersi della c.d. esimente ex art 6.
È invece revocabile in dubbio che l’interesse e il vantaggio possano essere correttamente riferiti al delitto associativo e non già ai delitti-fine programmati dallo stesso.
È, altresì, fortemente discutibile il rispetto del principio di legalità da parte dell’art 24-ter.
Ad ogni modo, non appare peregrino che l’esistenza di un’associazione che persegue un programma criminoso possa essere desunta dalla semplice commissione di determinati reati-fine e dal coinvolgimento di molteplici funzioni nel processo aziendale in cui hanno avuto origine i reati stessi.
Una volta appurato che i soggetti coinvolti nel processo aziendale sono almeno tre e che operano all’interno di una struttura aziendale, avvalendosi dei suoi mezzi e nel contesto di rapporti continuativi, gerarchici e con separazione di ruoli, potrebbe infine contestarsi l’esistenza di un’associazione per delinquere[nota 2].

Indice del documento

I problemi sul campo
1. Le tensioni con il principio di legalità
2. L’associazione per delinquere nell’interesse o a vantaggio dell’ente
3. La mappatura e la gestione del rischio di commissione di delitti associativi
4. Il problema dell’elusione fraudolenta
Conclusioni

Note al testo

  1. Cfr. Beltrani, I reati presupposto della responsabilità degli enti: punti fermi e questioni controverse (II), secondo cui il delitto di cui all’art. 416 c.p. figura nel catalogo dei reati-presupposto della responsabilità degli enti, quali che siano i delitti-fine (l’art. 24-ter del d.lg. n. 231 attribuisce rilievo ai delitti-fine unicamente ai fini del trattamento sanzionatorio, più afflittivo nei casi di cui all’art. 416, comma 6, c.p.): pertanto, secondo l’A., deve ritenersi che la voluntas legis sia nel senso di assoggettare a sanzione l’ente nel cui interesse od a cui vantaggio il reato associativo sia stato commesso dai soggetti che lo rappresentano ex art. 5, a nulla rilevando l’evenienza che il reato-fine in vista della cui commissione sia stata costituita e abbia operato l’associazione non figuri di per sé nel catalogo dei reati-presupposto di responsabilità dell’ente.
  2. Consorte – Guerini, Reati associativi e responsabilità degli enti: profili dogmatici e questioni applicative , Riv. Resp. Amm. Soc. enti, 2/2013, 290.

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