Adempimenti antiriciclaggio, per gli studi associati invio della PEC non obbligatorio (Eutekne.info, 25 novembre 2014)

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Con il Pronto Ordini n. 276/2014  pubblicato ieri, il CNDCEC è tornato sul tema dell’invio dell’indirizzo PEC ai fini dell’antiriciclaggio da parte degli studi associati.
Viene ricordato innanzitutto come nell’informativa n. 20 dello scorso 16 ottobre, il Consiglio nazionale avesse già precisato come i destinatari di obbligo di comunicazione fossero gli iscritti all’Albo, mentre lo studio associato non è destinatario in via autonoma degli obblighi antiriciclaggio.
L’ormai soppresso UIC aveva, nel 2006, ammesso la possibilità che in uno studio associato si istituisse un solo archivio ai fini antiriciclaggio, anche per motivi di semplificazione degli adempimenti, ma allo stesso tempo aveva posto l’attenzione sulla necessità che, anche in quel caso, l’identificazione del cliente potesse sempre essere ricondotta al singolo professionista che l’aveva effettuata.
Dunque, si conclude ne Pronto Ordini, l’invio della PEC ai fini dell’antiriciclaggio da parte dello studio associato costituisce un adempimento non dovuto ai sensi di legge.

Allegato

  • Cndcec, Pronto Ordini, “Antiriciclaggio - esonero invio PEC studi associati”, PO 276/2014, data pubblicazione: 03/11/2014 (pdf, 429 K, 2 pp.)

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Grandi imprese nel mirino della GdF (Italia Oggi, 25 novembre 2014)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate, sottotitolo:“Scontrino non salva l’evasore

Circolare della Guardia di Finanza rivede gli indirizzi operativi sui controlli alle aziende

  • di Valerio Stroppa e Cristina Bartelli

L’infedeltà fiscale si cela dietro l’emissione di ricevute.
Anche chi fa scontrini e ricevute può essere un evasore totale.
È frequente il caso di operatori economici che, nonostante l’apparente rispetto degli obblighi fiscali, omettono di presentare la dichiarazione dei redditi e restano quindi completamente sconosciuti al fisco.
Si tratta di imprese e lavoratori autonomi di piccole dimensioni «che evadono attraverso sistemi elementari, occultando agevolmente le tracce dell’evasione mediante un generalizzato ricorso all’uso del contante e destinando i proventi in nero a consumi privati di difficile tracciabilità».
Per ricostruire il reddito di questi soggetti la Guardia di finanza adotterà sistemi di ricostruzione indiretta del ciclo d’affari: movimentazione delle merci, utilizzo di materie prime e beni di consumo, altri elementi di fatto o documentali eventualmente rinvenuti in sede di verifica (contabilità «black» o parallela a quella ufficiale, appunti, agende, quietanze informali ecc.).
È quanto spiega la Gdf in una circolare inviata nei giorni scorsi ai comandi territoriali, che reca aggiornamenti alle istruzioni sulle attività di verifica già fornite con la circolare n. 1/2008.

Strutture complesse

Gli evasori totali possono annidarsi anche in realtà imprenditoriali più strutturate.
È il caso, per esempio, delle stabili organizzazioni occulte di società estere o delle imprese esterovestite (ossia formalmente localizzate all’estero ma in sostanza residenti ai fini fiscali in Italia).
In questi casi, osserva la circolare, gli strumenti di ricostruzione induttiva del volume d’affari utilizzati per i piccoli non sono adeguati.
La strada da seguire è invece quella di valutare caso per caso gli elementi contabili e non, instaurando un confronto collaborativo con il contribuente.
In alcuni casi, i finanzieri possono concedere un più ampio termine alla società per provvedere alla consegna dei documenti richiesti.
Visti i rapporti con la casa madre estera e le procedure amministrative interne, «potrebbero oggettivamente sussistere effettive difficoltà a reperire tempestivamente tutta la documentazione necessaria». Allo stesso tempo, però, i militari del fisco devono individuare «intenti meramente dilatori o ostruzionistici» da parte dell’impresa.

Programmazione verifiche

Negli anni dal 2011 al 2013 le verifiche extra-programma sui contribuenti di grandi dimensione (ricavi oltre 100 milioni di euro) hanno prodotto per le fiamme gialle oltre il 50% dei recuperi conseguiti nella medesima categoria.
Le fonti di innesco di tali attività sono state per lo più elementi acquisiti durante indagini di polizia giudiziaria e l’approfondimento di segnalazioni di operazioni sospette ai fini antiriciclaggio.
La circolare invita quindi i reparti a portare avanti attività di intelligence o di analisi «basate sul confronto tra flussi finanziari e situazione reddituale dei soggetti selezionati».
I controlli extra-programma assorbiranno nel 2015 almeno il 50% del carico annuale assegnato ai reparti.
Di conseguenza, i controlli eseguiti sui contribuenti di minori dimensioni in base al programma nominativo scenderanno dal 70 al 50%.

Banche dati à gogo

Continuano a moltiplicarsi i database fiscali a disposizione dei verificatori.
Il 10 ottobre 2014 sono stati rilasciati cinque nuovi applicativi informatici, tra cui «Cast» (Controllo apparecchi sul territorio) e il «Cruscotto dei conti gioco».
Altri strumenti telematici sono la banca dati «Siva», per rilevare la presenza di operazioni sospette antiriciclaggio nei confronti dei soggetti da sottoporre a controllo, oppure «Amico», che raccoglie gli alert di rischio individuati dal Nucleo speciale entrate.
Inoltre, è stato predisposto l’applicativo «Scopro», che consente con una sola interrogazione di verificare la presenza di soggetti (fino a un massimo di 500 per volta) nelle liste selettive dei soggetti ad alta capacità contributiva e/o ai quali sono stati associati consistenti movimenti di capitale.

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Guida antiriciclaggio per gli Avvocati e per gli Studi Legali (International Bar Association, 25 novembre 2014)

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Nel mese di ottobre 2014 l’International Bar Association (IBA), in collaborazione con l’American Bar Association (ABA) e il Consiglio degli Ordini Forensi dell’Europa (CCBE ), ha pubblicato una interessantissima guida operativa ((pdf, 1.5 M, 60 pp, in inglese) al fine di fornire agli avvocati di tutto il mondo indicazioni pratiche per individuare e prevenire il riciclaggio di denaro.
La Guida è una risorsa importante per gli avvocati e gli studi legali per evidenziare le preoccupazioni etiche e professionali in materia di antiriciclaggio e per aiutare gli stessi, a rispettare i loro obblighi in materia di normativa antiriciclaggio nei diversi paesi del mondo.
La necessità di elaborare un documento operativo congiunto sulla normativa antiriciclaggio, è nata su iniziativa degli avvocati di IBA , ABA e CCBE, che negli ultimi anni hanno raccolto una serie studi di casistiche di partecipazione inconsapevole di avvocati negli schemi del riciclaggio di denaro.
La guida comprende:

  • una sintesi di alcune fonti internazionali e nazionali, degli obblighi antiriciclaggio;
  • la discussione delle vulnerabilità della professione legale per l’abuso dei servizi da parte dei criminali nell’ambito del riciclaggio di denaro;
  • una sezione sull’approccio basato sul rischio, per la rilevazione di segnali di allarme e su come rispondere ad essi;
  • casi di studio per illustrare come molte criticità possono sorgere nel contesto della consulenza legale.

Questa guida operativa, unica nel suo genere, si concentra sugli obblighi di legge che gli avvocati hanno in diverse situazioni durante lo svolgimento della loro attività professionale.
Vengono illustrate le più recenti tecniche per evitare il coinvolgimento degli avvocati nel riciclaggio di denaro.
Inoltre, la Guida fornisce stimolante commenti sugli obblighi etici che hanno gli avvocati – per esempio, essere attenti a ritrovarsi coinvolti in attività criminali e facendo attenzione a non agevolare il lavoro dei criminali.

Allegato

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  • A Lawyer’s Guide to Detecting and Preventing Money Laundering”, A collaborative publication of the International Bar Association, the American Bar Association and the Council of Bars and Law Societies of Europe, October 2014 (pdf, 1.5 M, 60 pp)

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Intermediari finanziari con albo unico (Italia Oggi, 25 novembre 2014)

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Via libera all’istituzione di un albo unico degli intermediari finanziari che esercitano nei confronti del pubblico l’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma

  • di Valerio Stroppa  

Via libera all’istituzione di un albo unico degli intermediari finanziari che esercitano nei confronti del pubblico l’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma.
Con il parere n. 3563/2014 il Consiglio di stato ha dato l’ok allo schema di decreto Mef che attua gli articoli 106, 112 e 114 del dlgs n. 385/1993 (Testo unico bancario).
Il dm, sul quale il ministero dell’economia ha condotto una consultazione pubblica, va collocato sullo sfondo del dlgs n. 141/2010, come modificato dal dlgs n. 169/2012.
Tali provvedimenti hanno ridefinito i confini delle attività riservate agli intermediari finanziari, includendo anche la riscossione di crediti ceduti e i servizi di cassa e pagamento in materia di crediti cartolarizzati (c.d. servicing).
È stato poi previsto un albo unico degli intermediari finanziari, con il superamento della distinzione tra elenco generale ed elenco speciale finora previsti, rispettivamente, agli articoli 106 e 107 del Tub.
Nell’albo unico confluiranno anche i confidi di dimensioni maggiori e le agenzie di prestito su pegno.
Una sezione separata del medesimo albo includerà invece le società fiduciarie controllate da una banca o aventi capitale non inferiore al doppio di quello previsto dal codice civile per le spa.
Come confermato dal dm, l’obbligo di iscrizione negli elenchi di cui ai previgenti articoli 106 e 107 del Tub sarà sostituito da un nuovo procedimento di natura autorizzatoria, che trova la relativa disciplina nel residuo art. 107 del Tub e nelle disposizioni regolamentari che saranno emanate direttamente dalla Banca d’Italia.
Affinché Bankitalia conceda il proprio nullaosta, l’intermediario dovrà possedere alcuni requisiti: adottare forma giuridica di società di capitali, avere la sede legale e la direzione generale in Italia, rispettare le soglie di capitale versato e patrimoniali fissate dall’autorità di vigilanza, presentare un business plan e la struttura organizzativa unitamente all’atto costitutivo e allo statuto, avere i requisiti di professionalità e onorabilità da parte di soci e manager.
Banca d’Italia potrà negare l’autorizzazione quando dalla verifica di tali condizioni non risulti garantita la sana e prudente gestione.

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Consob alle Poste “Pratiche scorrette nei servizi finanziari correzioni urgenti” (La Repubblica, 25 novembre 2014)

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La vigilanza l’8 agosto critica le gestioni 2011-13 in vendita prodotti troppo complicati per i clienti L’azienda: “A settembre il cda con i primi rimedi”

  • di Andrea Greco

Altolà di Consob a Poste Italiane.
Un’ispezione durata mesi sul più capillare distributore di prodotti finanziari (13mila sportelli) ha rivelato critiche e irregolarità, e imposto al cda di studiare «dedicate e tempestive iniziative correttive».
L’azienda replica che il cda del 16 settembre ha deliberato le prime azioni chieste dalla vigilanza, come profilare la clientela e rimodulare gli incentivi commerciali alla rete.
Il programma di lavoro è stato inviato a inizio ottobre in Consob; ma dati i rilievi sono probabili strascichi sanzionatori a breve.
Simili critiche e correttivi Consob li chiese nel 2010 alle principali banche italiane, di cui la quotanda pubblica è ormai un temuto rivale.
Il procedimento 20638/14 della Divisione intermediari, di una ventina di pagine dell’8 agosto 2014, stigmatizza le pratiche commerciali e distributive 2011-2013, quand’era ad Massimo Sarmi: vendite di prodotti in conflitto di interesse con la rete BancoPosta, strutture commerciali pressate per raccogliere volumi e incentivi legati al budget, forme di marketing scorrette, poche e ottimistiche profilazioni di clienti che permettevano al 74,5% di essi di sottoscrivere strumenti complessi (come le opzioni certificates su sottostanti cartolarizzati).
E dire che tra i 32 milioni di clienti del gruppo dovrebbe stare la parte più semplice dei risparmiatori.
I «profili di attenzione» segnalati al cda Poste sono: il conflitto d’interesse tra BancoPosta e la holding Poste spa che stabilisce budget, tipi e volumi degli strumenti da vendere, «senza preventiva analisi di bisogni e caratteristiche dei clienti».
L’aver fissato obiettivi «in funzione delle esigenze delle società prodotto, con una gamma di prodotti strutturalmente esigua, ha privato l’investitore di alternative»: nel 2013 il 93% degli investimenti erano polizze vita e fondi comuni, con soli tre bond di terzi riservati a clienti che portavano nuova liquidità.
«La centralità degli interessi della società è emersa dal ruolo di Poste spa in vari buyback su bond terzi»: come i tassi fissi di Barclays e Credit Suisse, per cui Poste spa incassava commissioni «rivelando, anziché svolgere il ruolo neutrale asserito nelle lettere ai clienti e alla Consob, un rilevante conflitto d’interessi».
Altro problema, «il costante e penetrante controllo delle performance di rete, tramite vari monitoraggi dei risultati e forme di pressione per raggiungere i budget».
Un controllo con commenti comparativi e toni pressanti: come nelle mail di Pasquale Marchese, capo Funzione mercato privati: «Forse non mi sono spiegato: vanno fatti i numeri che abbiamo assegnato singolarmente a ognuno di voi come obiettivo trimestrale!».
Il correlato metodo di incentivi della rete è fatto «su obiettivi quantitativi di breve, anziché qualitativi e virtuosi», e fa dire a un capo: «Gli uffici che hanno raggiunto l’incentivo si sono fermati, chi sa di non farcela si risparmia per il periodo successivo».
Tali consigli spesso producono «disinvestimenti anticipati rispetto alle scadenze durante i nuovi collocamenti », con più costi ai clienti e più commissioni alla società.
Ultima doglianza le profilature del rischio cliente, cardine della Mifid. A fine 2013 solo 330mila clienti erano profilati contro 900mila aventi diritto.
Tre quarti dei clienti Bancoposta «sono concentrati sui tre livelli più alti di esperienza e conoscenza»: ma le verifiche Consob su alcuni sottoscrittori di polizze index e bond hanno evidenziato che «il 91% clienti con istruzione media inferiore si posiziona nelle tre classi più alte, e oltre l’80% degli ultrasettantenni presenta orizzonte di investimento oltre 7 anni».

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Disclosure, scelta penalizzata (Italia Oggi, 25 novembre 2014)

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La prassi seguita da alcuni uffici delle Entrate si scontra con gli obiettivi del dl 4/14. Credito non riconosciuto per le imposte pagate all’estero

  • di Vincenzo Josè Cavallaro

Penalizzato chi sceglie la strada della voluntary disclosure.
Alcuni uffici periferici dell’Agenzia delle entrate, infatti, non riconoscono il credito per le imposte pagate all’estero nell’ambito delle procedure di collaborazione volontaria avviate in vigenza del dl n. 4 del 2014, poi non convertito.
Ma una circolare dell’Agenzia, prevista per i prossimi giorni, potrebbe porre rimedio al problema.
La questione (che è ben presente al Parlamento, si vedano le dichiarazioni rese a ItaliaOggi del 20 novembre scorso dal pd Claudio Moscardelli, relatore del ddl sulla collaborazione volontaria presso la commissione finanze del senato) deve essere analizzata partendo dalla natura della procedura medesima, per verificare se, anche in astratto, norme sostanziali che introducono sanzioni indirette (come quella del mancato riconoscimento del credito per le imposte pagate all’estero), sanzioni non espressamente contemplate nella legislazione speciale in materia di collaborazione volontaria, possano essere ritenute applicabili nel caso in esame.

La filosofia della disclosure

La collaborazione volontaria si basa sulla resipiscenza del contribuente, che in modo spontaneo, decide di fare disclosure nei confronti dell’amministrazione finanziaria di violazioni relative alla normativa sul monitoraggio fiscale (questo il presupposto di accesso della procedura di collaborazione volontaria secondo il dl n. 4/2014) e sui fatti che sono stati alla base della precostituzione della provvista estera non dichiarata.
Nella collaborazione volontaria il legislatore ha ritenuto di valorizzare la spontaneità della resipiscenza del contribuente, che, in assenza di accessi, ispezioni, verifiche o di altri eventi che possano far dubitare di tale spontaneità, decide di fare piena luce sull’esistenza di attivi esteri detenuti in violazione alle norme sul monitoraggio fiscale e sui fatti che sono stati alla base della precostituitone della provvista estera non dichiarata.
Per premiare tale spontaneità, il legislatore ha deciso di prevedere delle clausole di esclusione della punibilità relative a specifici reati tributari, nonché un trattamento sanzionatorio premiale.
L’art. 165, comma 8 del Tuir, preclude, come è noto, la detrazione delle imposte pagate all’estero in caso di omessa presentazione della dichiarazione o di omessa indicazione dei redditi prodotti all’estero nella dichiarazione presentata.
Si tratta di una norma che introduce una sanzione indiretta consistente nella preclusione della possibilità di utilizzare il credito delle imposte assolte all’estero in caso di violazioni dichiarative constatate dagli uffici accertatori.
Da un punto di vista concettuale, l’applicabilità delle norma in questione deve fare i conti, con alcune considerazioni.
Da una parte vanno considerati i rimedi contro le doppie imposizioni (e tra questi, in primis, la deduzione delle imposte estere) previsti dalle convenzioni contro le doppie imposizioni sottoscritte dall’Italia.
La normativa convenzionale prevale infatti sul Tuir, e questo in relazione alle limitazioni alla sovranità impositiva che discendono alla Repubblica italiana dall’aver firmato le convenzioni contro le doppie imposizioni conformi al modello Ocse che prevedono la deduzione delle imposte assolte all’estero.
Del resto se così non fosse, saremmo di fronte a una doppia imposizione giuridica ed economica - stesso reddito tassato due volte in capo allo stesso contribuente - e ciò in palese contrasto con le Convenzioni in parola. Ammettere, de resto, che nell’ambito della collaborazione volontaria risulta applicabile la sanzione indiretta prevista dall’art. 165, comma 8 del Tuir, significa non tener conto che è stato lo stesso contribuente che, in modo spontaneo, ha fatto piena luce sulle violazioni commesse, e tra queste, le violazioni dichiarative che sono menzionate dall’art. 165, comma 8 del Tuir.

Paradossi e chiarimenti

In sostanza, la spontaneità che è alla base della resipiscenza del contribuente non può essere ignorata dall’ufficio.
Se cosi non fosse, si arriverebbe al paradosso di considerare non applicabile l’art. 165, comma 8 del Tuir nel caso di presentazione di una dichiarazione integrativa (e questo, per esempio, nell’ambito del nuovo ravvedimento previsto dalla legge di stabilità) e di penalizzare il contribuente, che – di contro – in modo spontaneo decide di fare piena luce sulle proprie violazioni.
E che questa sia una conseguenza paradossale è sotto gli occhi di tutti: con il ravvedimento speciale si possono decidere di sanare specifiche violazioni, e questo anche se manca la spontaneità (il ravvedimento speciale è attivabile anche dopo l’avvio di accessi, ispezioni e verifiche).
La collaborazione volontaria si basa invece sulla confessione piena e veritiera.
In sostanza il credito per le imposte pagate all’estero sarebbe riconosciuto al contribuente che presenta una dichiarazione integrativa solo per sanare alcune violazioni, magari dopo l’avvio di accessi ispezioni e verifiche e non sarebbe riconosciuto al contribuente che, in modo spontaneo, decide di fare piena luce su »tutte» le violazioni che sono in connessione con attivi esteri non dichiarati.
La posizione di alcuni uffici periferici dell’Agenzia delle entrate, secondo cui nella procedura di collaborazione volontaria si applica l’art. 165, comma 8, determina effetti che devono essere valutati soprattutto in termini di violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento nonché di principi costituzionali come il principio di eguaglianza sostanziale.
La tematica assume peraltro valenza generale e di sistema, tanto da lasciar ben sperare che con una circolare che potrebbe essere diramata nei prossimi giorni, l’Agenzia delle entrate faccia chiarezza affermando che, il credito per le imposte pagate all’estero spetta per le domande di collaborazione volontaria avviate in vigenza del dl n. 4 del 2014.

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Inammissibili le Pec seriali (Italia Oggi, 25 novembre 2014)

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Bloccato dalla Gdf il sistema usato da una ditta sfruttando la norma del dl del Fare. Vietati invii tesi a frenare l’ufficio per avere indennizzi

  • di Marilisa Bombi

Vietato inviare alla p.a. centinaia di richieste via Pec, tutte uguali, solo al fine di paralizzare l’attività del Comune e ottenere, quindi, l’indennizzo previsto dalla legge per il danno da ritardo.
A seguito del procedimento penale (n. 4941/14/21) avviato dalla procura di Imperia è stato bloccato, nei giorni scorsi, dalla Guardia di finanza, il dominio internet di una società che intendeva sfruttare, a proprio vantaggio la difficoltà per il comune di rispondere entro i termini fissati dalla legge.
La giurisprudenza (da ultimo il Consiglio di stato, sez. V, con la sentenza 3045/2013) ha più volte affermato il diritto, per gli operatori economici, di ottenere un risarcimento poiché il ritardo nella conclusione di un qualunque procedimento è sempre un costo.
Per evitare ogni dubbio sul fronte del riconoscimento dell’indennizzo per il disagio sopportato dal privato a seguito della violazione dei termini di conclusione del procedimento, è intervenuto il legislatore: nell’estate del 2013, con una specifica modifica all’articolo 2-bis della legge 241/1990 introdotta dal decreto del Fare (dl 69/2013) è stato previsto l’indennizzo da erogare in ogni caso, a prescindere da una causa.
Nel senso che il pagamento delle somme è dovuto anche nell’eventualità in cui il ritardo nella emanazione dell’atto sia connesso ad un comportamento scusabile e astrattamente lecito.
In seguito è stata emanata anche, il 9 gennaio scorso, una specifica direttiva da parte del Ministero della semplificazione, con la quale è stata fissata in 30 euro la misura dell’indennizzo per ogni giorno di ritardo, nel limite massimo di 2 mila euro.
Da qui, la strumentale iniziativa di inviare centinaia di Pec ai comuni inventata dalla ditta, tutti relativi all’installazione di cartelloni pubblicitari.
Per fronteggiare la situazione, tuttavia, i comuni non sono rimasti inerti.
Ad esempio, il comune di Arona  ha predisposto una nota fatta girare via web, che ha fornito indicazioni su come gestire il problema.
E anche il Consorzio dei comuni trentini, con una circolare del 29 ottobre, si è mosso in tal senso, dando atto dell’ apertura di un’inchiesta da parte della magistratura per il reato ipotizzato di interruzione o turbativa di pubblico servizio.

 

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Il datore può usare i dati dei dipendenti pubblicati online (Il Sole 24 Ore, 24 novembre 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore

  • di Marisa Marraffino

Il datore di lavoro può utilizzare i dati che riguardano i suoi dipendenti reperiti sui social network, anche grazie agli “amici degli amici” o ai contatti in comune.
A stabilirlo sono stati il Garante della privacy (nota del 26 agosto 2010) e i giudici, che hanno tracciato precedenti ormai consolidati.
Da ultimo, il tribunale di Milano, con l’ordinanza del 1° agosto scorso, ha deciso che è legittimo licenziare il dipendente che ha postato su Facebook fotografie scattate durante l’orario di lavoro, accompagnate da post offensivi nei confronti dell’azienda.
Sembra crollare anche il principio secondo il quale ricade sul datore di lavoro l’onere di informare il dipendente sull’uso corretto dei social network in azienda.
A prescindere dall’affissione del codice disciplinare, l’utilizzo improprio dei social network può essere in grado da solo di ledere il vincolo fiduciario con l’azienda e, quindi, di legittimare il licenziamento.
In generale, i tribunali considerano pubblico tutto ciò che si posta sui social network e, pertanto, utilizzabile in giudizio, a esclusione delle chat private. A maggior ragione se il lavoratore effettua l’accesso durante l’orario di lavoro.
Può costare caro, poi, non effettuare il log out alla fine della giornata lavorativa, avere “amici” in comune con il proprio datore o semplicemente usare internet per scopi personali mentre si è in ufficio.
La privacy è violata solo se si compie una diffusione indebita, cioè per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui, e si commette così il reato di trattamento illecito dei dati personali (articolo 167 del Dlgs 196/2003).
Dal momento in cui si pubblicano informazioni e foto sul proprio profilo Facebook si accetta il rischio che possano essere portate a conoscenza di terze persone non rientranti nell’ambito delle “amicizie” accettate dall’utente, il che le rende utilizzabili anche in sede giudiziaria.
È accaduto nel caso del poliziotto che ha postato foto con abiti femminili (Consiglio di Stato, sentenza 848 del 21 febbraio 2014).
In questi casi i giudici sono chiari: se la foto lede il decoro dell’amministrazione pubblica per la quale il dipendente lavora, il provvedimento disciplinare è motivato.
Non è necessario, poi, che il lavoratore citi espressamente il nome dell’azienda o del datore di lavoro.
Quello che conta è che quest’ultimo sia riconoscibile anche solo alla cerchia degli amici dell’utente (Cassazione penale, sentenza 16712 del 16 aprile 2014).
Commette invece trattamento illecito dei dati personali il datore di lavoro di un ente pubblico che raccoglie su internet dati sensibili, attinenti la vita sessuale di un dipendente, per licenziarlo. Infatti i dati personali possono essere utilizzati solo in giudizio per tutelare un diritto, sempre rispettando i principi generali di proporzionalità, necessità, pertinenza e non eccedenza, ma non nella fase amministrativa del procedimento che prelude alla massima sanzione (Cassazione, sentenza 21107 del 7 ottobre 2014).
In futuro, poi, potrebbe arrivare la revisione della disciplina dei controlli a distanza dei lavoratori, prevista dal disegno di legge delega di riforma del mercato del lavoro. Il controllo potrà riferirsi agli impianti e agli strumenti utilizzati durante l’attività.

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Giudici severi sui reati nel web (Il Sole 24 Ore, 24 novembre 2014)

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Diffamazione tramite social network e ingiuria
Diffamazione tramite social network e ingiuria.
Sono alcuni dei reati commessi via internet, che i giudici sanzionano con sempre maggiore severità.
Linea dura per molestie e stalking e paletti per la pubblicazione delle foto online.
Si consolida, dunque, la giurisprudenza sui reati nel web.
Sul fronte delle prove i giudici aprono anche alle intercettazioni delle conversazioni tramite Skype.
Dopo anni di incertezze e cautele, la giurisprudenza sui reati commessi nel web si sta consolidando.
E, sull’onda delle querele che negli ultimi anni hanno travolto le Procure, i giudici hanno sposato orientamenti più severi.
Tra i reati più comuni, c’è la diffamazione tramite social network aggravata dal «mezzo di pubblicità» utilizzato (articolo 595, comma 3, del Codice penale) ma non dalla legge sulla stampa, come alcune Procure hanno sostenuto in passato.
I casi esaminati dai giudici italiani riguardano Facebook, ma i principi valgono anche per altri mezzi (Twitter, Linkedin, eccetera).
Ci sono 90 giorni di tempo per sporgere querela; diventa quindi fondamentale salvare la pagina web su supporto durevole (cd o chiavetta usb), che comprende anche i codici Html, per preservarne l’autenticità anche in caso di rimozione.
In generale, è sempre buona norma avvalersi anche di testimoni, in grado di riferire in giudizio il contenuto dei post offensivi.
I giudici stringono le maglie anche su chi clicca «mi piace» ai commenti altrui.
Quest’anno sono scattati i primi rinvii a giudizio per concorso in diffamazione aggravata che tengono conto del fatto che l’addebito offensivo alla reputazione della vittima aumenta in proporzione alle persone che apprezzano i post denigratori.
Se l’insulto avviene in chat, invece, il reato configurabile è quello di ingiuria e anche in questo caso può dar luogo al risarcimento del danno (anche non patrimoniale).
Non si sfugge alla condanna nemmeno sostenendo di essere stati vittima di un furto di identità. L’eventuale accesso abusivo all’account di posta elettronica o al profilo social deve essere dimostrato con prove tracciabili e documentate.
I giudici hanno messo dei paletti anche alle foto pubblicate online.
Non si possono postare neppure le foto del coniuge o di altri familiari senza il loro consenso.
In caso di violazione, il tribunale potrà ordinare la rimozione coattiva.
La richiesta può essere fatta dalla parte interessata, instaurando un procedimento cautelare d’urgenza (in base all’articolo 700 del Codice di procedura civile) che in poco tempo porterà all’ordinanza di rimozione.
A essere violati in questo caso sono la legge sul diritto d’autore (articoli 96 e 97 della legge 633/41) e il Testo unico sulla privacy (articolo 23).
È bene che facciano attenzione i genitori che pubblicano le foto dei figli minorenni: raggiunta la maggiore età, i figli potrebbero azionare i propri diritti in giudizio e i genitori potrebbero essere sanzionati.
Invece divulgare in chat o via mail il numero di cellulare di altri può portare a una condanna per il reato di trattamento illecito dei dati personali, in base all’articolo 167 del Testo unico sulla privacy (Cassazione, sentenza 21839 del 1° giugno 2011).
I giudici sanzionano inoltre le molestie e lo stalking commesso tramite Facebook, perché il social network rappresenta un luogo aperto al pubblico.
Se i messaggi (sia in bacheca che privati) sono costanti e in grado di turbare la vita della vittima non si sfugge a una condanna che, nei casi più gravi, può arrivare fino a quattro anni.
Paga pegno anche il “narcisista virtuale”: i giudici aprono al reato di sostituzione di persona a mezzo social network.
Creare un falso profilo, anche di un vip, può costare una pena fino a un anno (articolo 494 del Codice penale).
La Cassazione ha, infatti, chiarito che il bene giuridico protetto dalla norma è la fiducia degli utenti e il dolo specifico può consistere nel solo scopo di ottenere un vantaggio non economico, come l’immeritata visibilità e attenzione degli utenti.
Sul fronte delle prove, i giudici aprono alle intercettazioni delle conversazioni a mezzo Skype.
Se la comunicazione avviene in viva voce, bastano una microspia ambientale e l’autorizzazione del Gip per portare la prova in giudizio.
Più discutibile, invece, la possibilità di ricorrere al cosiddetto captatore informatico (trojan) per intercettare le comunicazioni Voip.
Nessuna violazione della privacy se si depositano in giudizio videoregistrazioni di conversazioni private fatte con smartphone.
Se servono a tutelare un diritto e non recano un danno a terzi, rappresentano una prova documentale.
Attenzione, infine, alle promesse di matrimonio via internet: se poi non vanno a buon fine, potrebbero giustificare la richiesta di restituzione dei doni fatti in vista delle nozze.
Non esistono sentenze sul punto, ma la Cassazione ha precisato che i social network sono luoghi aperti al pubblico e in quanto tali potrebbero vincolare alla restituzione dei regali scambiati (articolo 80 del Codice civile).
Modificare il proprio status e promettersi amore eterno, quindi, potrebbe costare caro ai nubendi.

 

Le misure di straordinaria e temporanea gestione dell’impresa per fatti corruttivi (FiloDiritto.it, 24 novembre 2014)

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Articolo 32 del Decreto Legge 90/2014 16 settembre 2014

Parte I - Introduzione e presupposti

Sommario: 1. L’articolo 32 del D.L. 90/2014 - 2. Il procedimento amministrativo di applicazione delle misure - 3. I presupposti delle misure: in generale - 4. I presupposti delle misure: in dettaglio - 4.1 La pendenza di un procedimento penale per fatti corruttivi - 4.2 Le situazioni anomale e sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali - 4.3 Il terzo presupposto: i “fatti gravi e accertati”

1. L’articolo 32 del D.L. 90/2014

L’articolo 32 del Decreto Legge 24 giugno 2014 n. 90, recante misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari, ha introdotto alcune misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio di imprese nell’ambito della prevenzione della corruzione.
Per quel che interessa in questa sede, il decreto è stato adottato “ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre disposizioni volte a garantire un miglior livello di certezza giuridica, correttezza e trasparenza delle procedure nei lavori pubblici, anche con riferimento al completamento dei lavori e delle opere necessarie a garantire lo svolgimento dell’evento Expo 2015”.
Il D.L. è stato convertito, con modificazioni, dalla Legge 11 agosto 2014, n. 114 in vigore dal 19 agosto.
Una prima applicazione dell’articolo 32 è avvenuta con il decreto del Prefetto di Milano del 16 luglio: sull’argomento ci si soffermerà nella Parte III del presente contributo.
Va aggiunto che il 15 luglio scorso è stato stipulato un protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Interno e l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) contenente le “Prime Linee-guida per l’avvio di un circuito stabile e collaborativo tra ANAC, Prefetture, UTG e Enti locali per la prevenzione dei fenomeni di corruzione e l’attuazione della trasparenza amministrativa” (d’ora in avanti: Linee-guida ANAC-Interno).
Ai fini delle considerazioni che seguono, pare opportuno riportare il testo vigente dell’articolo 32, con le modifiche apportate in sede di conversione evidenziate in grassetto.
“1. Nell’ipotesi in cui l’autorità giudiziaria proceda per i delitti di cui agli articoli 317 c.p., 318 c.p., 319 c.p., 319-bis c.p., 319-ter c.p., 319-quater c.p., 320 c.p., 322, c.p., 322-bis, c.p. 346-bis, c.p., 353 c.p. e 353-bis c.p., ovvero, in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili ad un’impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture ovvero ad un concessionario di lavori pubblici o ad un contraente generale, il Presidente dell’ANAC ne informa il procuratore della Repubblica e, in presenza di fatti gravi e accertati anche ai sensi dell’articolo 19, comma 5, lett. a) del presente Decreto, propone al Prefetto competente in relazione al luogo in cui ha sede la stazione appaltante, alternativamente:
a) di ordinare la rinnovazione degli organi sociali mediante la sostituzione del soggetto coinvolto e, ove l’impresa non si adegui nei termini stabiliti, di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto d’appalto o della concessione;
b) di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto o della concessione.
2. Il Prefetto, previo accertamento dei presupposti indicati al comma 1 e valutata la particolare gravità dei fatti oggetto dell’indagine, intima all’impresa di provvedere al rinnovo degli organi sociali sostituendo il soggetto coinvolto e ove l’impresa non si adegui nel termine di trenta giorni ovvero nei casi più gravi, provvede nei dieci giorni successivi con decreto alla nomina di uno o più amministratori, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui al regolamento adottato ai sensi dell’articolo 39, comma 1, del Decreto Legislativo 8 luglio 1999, n. 270. Il predetto decreto stabilisce la durata della misura in ragione delle esigenze funzionali alla realizzazione dell’opera pubblica, al servizio o alla fornitura oggetto del contratto e comunque non oltre il collaudo.
3. Per la durata della straordinaria e temporanea gestione dell’impresa, sono attribuiti agli amministratori tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell’impresa ed è sospeso l’esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell’impresa. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell’assemblea sono sospesi per l’intera durata della misura.
4. L’attività di temporanea e straordinaria gestione dell’impresa è considerata di pubblica utilità ad ogni effetto e gli amministratori rispondono delle eventuali diseconomie dei risultati solo nei casi di dolo o colpa grave.
5. Le misure di cui al comma 2 sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di provvedimento che dispone la confisca, il sequestro o l’amministrazione giudiziaria dell’impresa nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione ovvero dispone l’archiviazione del procedimento. L’autorità giudiziaria conferma, ove possibile, gli amministratori nominati dal Prefetto.
6. Agli amministratori di cui al comma 2 spetta un compenso quantificato con il decreto di nomina sulla base delle tabelle allegate al decreto di cui all’articolo 8 del Decreto Legislativo 4 febbraio 2010 n. 14. Gli oneri relativi al pagamento di tale compenso sono a carico dell’impresa.
7. Nel periodo di applicazione della misura di straordinaria e temporanea gestione di cui al comma 2, i pagamenti all’impresa sono corrisposti al netto del compenso riconosciuto agli amministratori di cui al comma 2 e l’utile d’impresa derivante dalla conclusione dei contratti d’appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, è accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito ne’ essere soggetto a pignoramento, sino all’esito dei giudizi in sede penale ovvero, nei casi di cui al comma 10, dei giudizi di impugnazione o cautelari riguardanti l’informazione antimafia interdittiva.
8. Nel caso in cui le indagini di cui al comma 1 riguardino componenti di organi societari diversi da quelli di cui al medesimo comma è disposta la misura di sostegno e monitoraggio dell’impresa. Il Prefetto provvede, con decreto, adottato secondo le modalità di cui al comma 2, alla nomina di uno o più esperti, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui di cui al regolamento adottato ai sensi dell’articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, con il compito di svolgere funzioni di sostegno e monitoraggio dell’impresa. A tal fine, gli esperti forniscono all’impresa prescrizioni operative, elaborate secondo riconosciuti indicatori e modelli di trasparenza, riferite agli ambiti organizzativi, al sistema di controllo interno e agli organi amministrativi e di controllo.
9. Agli esperti di cui al comma 8 spetta un compenso, quantificato con il decreto di nomina, non superiore al cinquanta per cento di quello liquidabile sulla base delle tabelle allegate al decreto di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 4 febbraio 2010 n. 14. Gli oneri relativi al pagamento di tale compenso sono a carico dell’impresa.
10. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche nei casi in cui sia stata emessa dal Prefetto un’informazione antimafia interdittiva e sussista l’urgente necessità di assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto, ovvero la sua prosecuzione al fine di garantire la continuità di funzioni e servizi indifferibili per la tutela di diritti fondamentali, nonché per la salvaguardia dei livelli occupazionali o dell’integrità dei bilanci pubblici, ancorché ricorrano i presupposti di cui all’articolo 94, comma 3, del Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159. In tal caso, le misure sono disposte di propria iniziativa dal Prefetto che ne informa il Presidente dell’ANAC. Le stesse misure sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di passaggio in giudicato di sentenza di annullamento dell’informazione antimafia interdittiva, di ordinanza che dispone, in via definitiva, l’accoglimento dell’istanza cautelare eventualmente proposta ovvero di aggiornamento dell’esito della predetta informazione ai sensi dell’articolo 91, comma 5, del Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159, e successive modificazioni, anche a seguito dell’adeguamento dell’impresa alle indicazioni degli esperti”.

Chi è Maurizio Arena?

Maurizio Arena

L'Avv. Maurizio Arena si occupa di diritto dell’economia, con particolare riguardo ai profili penali del diritto societario, del diritto dei mercati finanziari, del diritto dell’informatica, del diritto ambientale e del diritto sanitario.

Curatore della Rivista "I Reati Societari" (www.reatisocietari.it), dedicata al diritto penale d’impresa, con particolare riguardo alla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.
Presidente dell'Osservatorio 231 Farmaceutiche (www.231farmaceutiche.it).

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