231-01: “Responsabilità penale dell’Organismo di vigilanza da valutare caso per caso” - sintesi (Eutekne.info, 30 ottobre 2014)

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La responsabilità civile, invece, va ricondotta a una responsabilità contrattuale nei confronti della società

Su Eutekne.info del 30 ottobre 2014 Paolo Vernero  e Benedetta Parena affrontano il tema della responsabilità civile in capo ai componenti dell’Organismo di vigilanza: si tratta di una responsabilità contrattuale nei confronti della società (in particolare in quella forma che viene definita quale obbligazione di mezzi); mentre viene generalmente esclusa la possibilità di configurare una responsabilità extracontrattuale nei confronti dei terzi.
Pertanto l’unico soggetto legittimato ad agire in giudizio nei confronti dei membri dell’Organismo di vigilanza sia l’ente/società in quanto creditore della “prestazione di vigilanza” in base al rapporto contrattuale di affidamento del relativo incarico.
Per tali ragioni, secondo l’opinione prevalente, la responsabilità dei componenti dell’Organismo di vigilanza è assicurabile con polizze “D and O” (Directors’ and Officers’ Liability), polizze per la responsabilità professionale, oppure con polizze specifiche a seconda del rapporto con l’ente.

Circa la responsabilità penale dell’Organismo di vigilanza, secondo alcuni i membri dell’Organismo potrebbero risultare punibili a titolo di concorso omissivo nei reati commessi da altri soggetti nell’interesse o a vantaggio dell’ente.
“Sul punto si rileva, tuttavia, che l’Organismo di vigilanza non ha poteri impeditivi rispetto all’agire dei soggetti dipendenti o apicali della società e il suo obbligo di vigilanza si fonda principalmente sul modello di organizzazione, gestione e controllo e sulle procedure che da esso derivano. Esso non può neppure modificare, di propria iniziativa, i modelli esistenti, assolvendo, invece, un compito consultivo della Direzione aziendale/Organi delegati cui compete tale potere. Pertanto, essendo privo di poteri di interdizione, l’Organismo di vigilanza non potrebbe essere gravato di un obbligo di impedimento dell’altrui reato”.

Più articolata invece la questione sotto il profilo della normativa antiriciclaggio (art. 52 del DLgs. 231/2007): per la prima volta, infatti, tale disciplina attribuisce expressis verbis all’Organismo di vigilanza un obbligo di controllo circa l’osservanza della normativa in materia. In questo caso, perciò, vigilare sul rispetto delle prescrizioni poste dal decreto significa vigilare sull’adempimento degli obblighi e sul rispetto dei divieti dallo stesso posti: dal compito di “vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli” (cfr. art. 6, comma 1, lett. b) del DLgs. 231/2001) si passa, dunque, ad una vigilanza attiva e di merito avente ad oggetto “l’osservanza delle norme” di cui al DLgs. 231/2007.

Ai fini antiriciclaggio, doveri parametrati agli effettivi poteri di vigilanza

Sul punto si rileva che vi sono diverse scuole di pensiero: chi individua una vera e propria posizione di garanzia ope legis a carico dell’Organismo di vigilanza, chi ritiene di escludere che in capo all’Organismo possa configurarsi un obbligo di impedire l’evento-reato, con l’insorgenza della conseguente corresponsabilità qualora un soggetto qualificato compia uno dei reati-presupposto nell’interesse o a vantaggio dell’ente a seguito del mancato impedimento dello stesso per omissioni di un componente o di tutti gli eventuali componenti dell’Organismo di vigilanza e chi sostiene che può sussistere una responsabilità dei componenti dell’Organismo di vigilanza in concorso di persone nel reato-presupposto eventualmente realizzato da uno dei soggetti apicali ovvero sottoposti, nell’interesse o a vantaggio dell’ente.
Occorrerà pertanto valutare caso per caso la rilevanza penale della condotta del singolo soggetto.

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L’Ocse rafforza la voluntary (Italia Oggi, 30 ottobre 2014)

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Siglato ieri a Berlino l’accordo di 51 paesi sulla fine del segreto bancario dal 2017. Lo scambio di informazioni spingerà all’adesione

  • di Tancredi Cerne

L’Ocse lancia un assist alla voluntary disclosure italiana.
I rappresentanti di 51 paesi e giurisdizioni facenti parte del Global forum dell’Ocse sulle questioni fiscali hanno siglato ieri a Berlino l’accordo che prevede la fine del segreto bancario a partire dal 2017.
Aumenta dunque, con lo scambio di informazioni fiscali, la probabilità di essere individuati per chi ha capitali nascosti all’estero ponendo quindi l’alternativa offerta dall’autodenuncia inserita nella procedura di collaborazione volontaria come ultimo treno per la tranquillità fiscale.
Tanto che ieri il ministro dell’economia italiano Pier Carlo Padoan, dopo la firma dell’accordo ha scritto su twitter: «L’Italia sta facendo molto contro l’evasione fiscale e l’accordo di oggi rafforzerà anche l’impatto della voluntary disclosure».
Il nuovo standard per lo scambio di dati tra le giurisdizioni Ocse (51 su 123 partecipanti al Global Forum), già approvato da parte dei ministri delle finanze del G20 in occasione della riunione di fine settembre a Crains, in Francia, prevede la condivisione automatica su base annua delle informazioni riguardanti i conti correnti, i dividendi, gli interessi ricevuti e i redditi derivanti dalla sottoscrizione di polizze assicurative da parte dei propri contribuenti, siano essi privati cittadini, entità giuridiche, fondazioni o trust. Non solo.
A fornire questi dati dovranno essere in primis le banche ma anche i broker, le compagnie di assicurazione oltre ad alcuni veicoli di investimento collettivo.
Il Global Forum stabilirà poi un processo di peer review necessario per assicurare l’effettiva applicazione dei termini stabiliti dal programma a livello bilaterale assicurando l’efficacia del sistema.
A questo si aggiunga la decisione dei governi dei 51 paesi di far rientrare nel grande flusso di informazioni condivise anche quelle relative ai beneficiari di entità legali.
«Stiamo completando la voluntary disclosure e questo accordo ne rafforzerà l’impatto», ha sottolineato Padoan. L’accordo raggiunto ieri in Germania consentirà infatti ai paesi firmatari di condividere in maniera automatica le informazioni con effetto retroattivo sui conti correnti aperti a partire dal 2015.
«Questa intesa è cruciale per recuperare la fiducia dei cittadini che è stata danneggiata dalla crisi finanziaria e dalle crescenti diseguaglianze», ha aggiunto il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, «e sono lieto di continuare a registrare un crescente impegno su questo fronte. È notizia di poche ore fa il lancio di una «african initiative» per aumentare il livello di guardia contro l’evasione fiscale e peraltro 17 paesi africani fanno già parte del global forum».
Alle parole di Gurria hanno fato eco quelle del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. «In un mondo globalizzato serve un sistema unico di scambio delle informazioni. È una questione di giustizia e di equità. Non è giusto che alcuni cittadini si vedano le tasse trattenute direttamente dagli stipendi mentre altri hanno la possibilità di spostare i loro guadagni giocando sulle opportunità offerte dalla mancanza di omogeneità fra le diverse giurisdizioni».
La Germania, ha aggiunto Schauble, spenderà 20 milioni di euro per assicurarsi che le sue strutture informatiche siano in grado di assicurare la compliance con i termini dell’accordo entro il 2017.
Soddisfatto ma più scettico il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne.
«Gli accordi ridurranno l’evasione fiscale. Ora saranno scambiate molte informazioni e aumenterà la capacità dei governi di combattere l’evasione fiscale. Vogliamo ridurre le opportunità che hanno le persone di non pagare le tasse».
Secondo Osborne, tuttavia, c’è ancora della strada da fare.
«Dovremmo far sì che anche i paesi in via di sviluppo partecipino a questa battaglia», ha aggiunto il responsabile delle finanze della Gran Bretagna secondo cui l’evasione fiscale è immorale e che chi evade dovrebbe essere trattato come un normale ladro. «I cittadini sono costretti a pagare tasse maggiori perché qualcuno ha evaso le tasse e questo non è giusto», ha concluso il cancelliere dello Scacchiere.

Approfondimenti su Crs - Common Reporting Standard

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OCSE:  Standard for Automatic Exchange of Financial Information in Tax Matters (21 luglio 2014)

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MEF: Firmata l’intesa internazionale che supera il segreto bancario (29 ottobre 2014)

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A Berlino è stato siglato l’accordo multilaterale per lo scambio automatico di informazioni finanziarie contro l’evasione fiscale internazionale a partire dal 2017.Un accordo che riguarda 51 paesi e che si estenderà a 92 nel 2018

Berlino, 29 ottobre 2014 - In occasione del Global Forum per la trasparenza e lo scambio di informazioni dell’OCSE (composto da 123 giurisdizioni più diversi organismi internazionali) che si è tenuto a Berlino ieri e oggi, 51 Paesi hanno sottoscritto l’accordo per l’implementazione del nuovo standard unico globale per lo scambio automatico di informazioni (Common Reporting Standard, elaborato dall’OCSE) a partire dal 2017. Altri 7 Paesi si sono impegnati a scambiare le informazioni a partire dalla stessa data, ancorché oggi non abbiano  firmato l’accordo. A partire dal 2018 agli ‘early adopters’ si aggiungeranno ulteriori 34 Paesi.
Si tratta del punto di arrivo di un intenso e prolungato sforzo internazionale orientato a conseguire un accordo politico e tecnico tale da cancellare il segreto bancario. Risultato che può oggi dirsi raggiunto e implementato a partire dal 2017. In concreto, le attività di verifica sui conti saranno avviate dagli intermediari finanziari dei paesi early adopters già dal primo gennaio 2016.
L’Italia è sempre stata in prima linea nelle attività di contrasto all’evasione fiscale e ha sostenuto l’adozione di uno standard internazionale sin dai primi tentativi, partecipando al Gruppo dei 5 (G5: Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito) che ha elaborato, insieme agli Stati Uniti, l’accordo per l’applicazione del FATCA e il miglioramento della compliance fiscale internazionale.
Infine, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, l’Italia ha finalizzato il testo della nuova Direttiva sulla Cooperazione Amministrativa, ottenendo l’accordo politico in occasione della riunione Ecofin del 14 ottobre.
La nuova Direttiva impegna gli stati membri dell’Unione europea ad adottare il Common Reporting Standard a partire dal 2017 (con l’eccezione dell’Austria che adotterà lo standard dal 2018).

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Voluntary, sconti condizionati (Sole 24 Ore, 29 ottobre 2014)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Emersione dei capitali. Le chance e i limiti nella regolarizzazione di attività non dichiarate detenute in Paesi Black list. Sanzioni ridotte se ci sono l’accordo tra Stati e l’ok all’invio dei dati e alla tracciabilità

  • di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

Nel testo di legge sulla collaborazione volontaria (voluntary disclosure) uscito dalla Camera ci sono diverse norme che riguardano uno dei casi più diffusi: il contribuente italiano che ha detenuto attività finanziarie in Paesi non collaborativi e che ne ha omesso la segnalazione nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.
Le nuove disposizioni sono volte a disinnescare molte delle penalizzazioni contenute nell’articolo 12 del decreto legge 78/09. Ricostruendo la complessa giungla di rinvii normativi, sembra però che non tutti questi aspetti vengano ora sterilizzati.

La norma del 2009

Ricordiamo preliminarmente che la norma di riferimento è l’articolo 12 del decreto legge 78/09, al quale sono stati aggiunti i commi 2bis e 2ter dal Dl 194/09.
Le disposizioni riguardano la detenzione irregolare di ricchezze in paradisi fiscali e regolano quattro aspetti: la presunzione per cui gli investimenti e le attività finanziarie detenute all’estero e non indicate nel quadro RW si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione (comma 2); il raddoppio delle sanzioni ai fini delle imposte sui redditi (comma 2); il raddoppio dei termini per gli accertamenti (imposte sui redditi e Iva) basato sulla presunzione (comma 2bis); il raddoppio dei termini per l’irrogazione delle sanzioni per l’omessa indicazione delle attività estere nel quadro RW (comma 2ter).
Possiamo ragionare separatamente per i quattro aspetti, analizzando come il disegno di legge sulla disclosure interviene su ciascuno di essi.

Presunzione di redditi evasi

Innanzi tutto, rimane perfettamente operante la presunzione che consente di accertare un reddito imponibile pari alle somme detenute nel paese black list.
Su questo aspetto, infatti, non interviene nessuna delle norme sulla collaborazione volontaria

Sanzioni doppie per i redditi

Invece, il raddoppio delle sanzioni ai fini delle imposte sui redditi viene eliminato (nuovo articolo 5 quinquies, comma 7 del Dl 167/90), però solo al verificarsi di una condizione piuttosto importante: entro 60 giorni dall’entrata in vigore definitiva della legge sulla voluntary, lo stato estero black list nel quale sono detenute le attività deve sottoscrivere con l’Italia un accordo che consenta un effettivo scambio di informazioni (articolo 26 dell’Ocse).
Questo comporta di dover attendere, una volta che la legge sarà definitiva, altri 60 giorni per capire se lo stato estero interessato (la Svizzera, nella maggior parte dei casi concreti) stipulerà questo accordo.
Il mancato accordo avrebbe conseguenze pesanti sui costi della disclosure: si pensi che l’omessa dichiarazione di redditi ordinariamente è punita con la sanzione minima del 120%, aumentata di un terzo per i redditi di fonte estera e soggetta al raddoppio per i paesi black list:
Si può arrivare a una sanzione di base che supera il 300% dell’imposta; anche con le riduzioni previste per la collaborazione l’esborso sarebbe comunque rilevante.

Termini di accertamento

Questo allungamento del periodo viene eliminato per chi aderisce alla collaborazione volontaria (nuovo articolo 5 quater, comma 4), a condizione che si verifichino congiuntamente tre condizioni: deve perfezionarsi l’accordo con lo stato estero sopra descritto; l’autore della violazione deve rilasciare all’intermediario estero l’autorizzazione a trasmettere tutte le informazioni richieste dalle autorità fiscali italiane, allegando una copia controfirmata alla richiesta di disclosure; analoga autorizzazione (sempre controfirmata e poi trasmessa all’amministrazione) deve essere rilasciata in caso di successivo trasferimento delle somme a un intermediario estero diverso.

Sanzioni sul monitoraggio

Nessuna delle attuali disposizioni esclude l’applicabilità del comma 2 ter dell’articolo 12 del Dl 78/09.
L’effetto dovrebbe essere l’obbligo di considerare aperti tutti i periodi sanzionabili (Dlgs 472/97, articolo 20), e quindi un arco di dieci anni dalla commissione della violazione.
Ci sono conseguenze pratiche evidenti: la domanda di disclosure deve fornire le informazioni sulla posizione fiscale del contribuente per tutti i periodi per i quali non sono ancora scaduti i termini per la contestazione delle violazioni del monitoraggio.
Questo significherebbe dover dare informazioni anche su periodi che sono divenuti irrilevanti dal punto di vista reddituale perché ormai prescritti.
Non è del tutto chiaro se questo è un effetto voluto oppure se si tratta di una semplice svista (il mancato richiamo del comma 2 ter nell’articolo 5 quater comma 4).

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Ravvedimento vs disclosure (Italia Oggi, 28 ottobre 2014)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Legge di stabilità: pure il nodo dell’autoriciclaggio va tenuto in considerazione. Alternativa possibile. Ma frenata da tutele penali assenti

  • di Vincenzo José Cavallaro

Ravvedimento operoso strada alternativa alla voluntary disclosure.
Ma con una serie di limiti che attengono soprattutto alla mancanza di coperture penali e al nodo dell’autoriciclaggio.
La voluntary disclosure deve dunque fare i conti con la disciplina del nuovo ravvedimento operoso previsto dal ddl Stabilità 2015.
Nonostante nessuna delle due procedure di regolarizzazione sia ancora formalmente attivabile, il confronto è partito tra le categorie professionali, gli intermediari finanziari ed i contribuenti.
Si tratta di misure che, ad un occhio distratto potrebbero sembrare non coordinate e che invece trovano precisi punti di coerenza logica.
Perché scegliere la più gravosa strada di una procedura contraddittoria, la collaborazione volontaria (che si basa sulla messa a disposizione dell’Agenzia delle entrate di estratti conto, di documenti su prelievi e versamenti, di prove sulla formazione della provvista estera) e non scegliere la più comoda strada della presentazione di una dichiarazione integrativa, ricostruendo i quadri RW omessi negli anni e tassando i redditi evasi per tutte le annualità aperte tramite il nuovo ravvedimento?
Il vecchio ravvedimento operoso tipizzato dall’art. 13 del dlgs 472/97 permetteva di regolarizzare solo errori od omissioni commessi in un arco temporale molto limitato (con il ravvedimento a legislazione vigente si può sanare solo il 2013).
Il nuovo ravvedimento sarà attivabile, di contro, per tutte le annualità per le quali il potere di accertamento dell’amministrazione finanziaria non risulta colpito da decadenza, anche nel caso in cui siano state avviate attività istruttorie come accessi ispezioni e verifiche (cause preclusive, queste, per l’accesso alla collaborazione volontaria).
Il confronto tecnico tra i due istituti non può prescindere da alcune considerazioni: la prima è che al nuovo ravvedimento non sono collegate cause di esclusione della punibilità per i reati tributari.
La seconda è che movimentazioni di attivi esteri qualificabili come il prodotto o profitto di reati tributari, se effettuate in modo da dissimularne l’origine, anche in caso di reimpiego in attività economiche o finanziare, saranno autonomamente perseguibili a titolo di autoriciclaggio.
E la presentazione di una dichiarazione integrativa per le annualità aperte nell’ambito del nuovo ravvedimento non copre da questo rischio.

In sostanza se nuovo ravvedimento e voluntary appaiono comparabili in termini di riduzioni delle sanzioni amministrative, la specialità della voluntary risiede proprio nell’esistenza di una causa di esclusione della punibilità che copre tutti i reati tributari dichiarativi, compresi quelli fraudolenti - restano punibili solo l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e la distruzione o occultamento di scritture contabili - il riciclaggio e l’autoriciclaggio aventi ad oggetto i fondi emersi nell’ambito della procedura.
La voluntary disclosure si basa proprio sull’ammissione del contribuente all’Agenzia delle Entrate dell’esistenza di violazioni alla normativa tributaria.
Da un punto di vista processuale, tale ammissione, in quanto spontanea, è destinata a fare piena prova contro il contribuente sui fatti che ne sono l’oggetto (si tratta tecnicamente di una confessione stragiudiziale ai sensi dell’art. 2735 del codice civile).
Da tale impostazione discende l’irretrattabilità delle ammissioni rese dal contribuente sui fatti «confessati» (nel contenzioso tributario potrà essere messa in discussione la qualificazione giuridica di un fatto, il calcolo delle imposte o delle sanzioni, ma non il fatto stesso oggetto di ammissione nei confronti dell’Amministrazione).
L’ampiezza delle coperture penali della collaborazione volontaria dipende proprio dalla natura della procedura: confessoria, in cui la resipiscenza del contribuente che si pente ad aiuta l’Agenzia delle Entrate a fare piena luce è un elemento considerato premiale dal legislatore ai fini dell’esclusione della punibilità penale.
Il nuovo ravvedimento si basa di contro su una dichiarazione di scienza, sempre modificabile e ritrattabile, che può essere presentata anche quando sono iniziati accessi ispezioni e verifiche.
Il nuovo ravvedimento non è assistito da coperture penali proprio perché manca la resipiscenza del contribuente che è alla base della voluntary disclosure.
Il nuovo ravvedimento deve fare poi i conti con il delitto di autoriciclaggio.
Che scatta in caso di operazioni tendenti a dissimulare la provenienza delittuosa di somme.
La presentazione di una dichiarazione integrativa non protegge dal rischio che possa essere configurato il delitto di autoriciclaggio nel caso di movimentazione delle somme depositate all’estero in modo tale da spezzarne la tracciabilità.

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UIF: riforma organizzativa dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (28 ottobre 2014)

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  • Fonte: sito di Banca d’Italia (pdf)

Unità di Informazione Finanziaria – Comunicato

Riforma organizzativa dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF)

Dal 27 ottobre 2014, l’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF) ha adottato un nuovo modello organizzativo, coerente con quello dipartimentale dell’Amministrazione Centrale della Banca d’Italia.
L’intervento tiene conto dell’evoluzione del quadro operativo.
L’Unità è stata istituita nel 2008 presso la Banca d’Italia per lo svolgimento, in autonomia e indipendenza, di funzioni di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.
In questi anni le segnalazioni di operazioni sospette, perno del sistema di prevenzione e contrasto, sono cresciute, passando dalle iniziali 12.500 alle quasi 75.000 previste per il 2014; la collaborazione con l’Autorità Giudiziaria ha acquisito carattere di sistematicità interessando un numero crescente di Procure; il carattere spesso transnazionale del riciclaggio ha reso necessario intensificare lo scambio informativo con le altre Financial Intelligence Unit; è crescente la richiesta di contributi dell’Unità da parte di istituzioni nazionali e di organismi internazionali.
Il nuovo assetto intende ottimizzare la gestione dell’esteso patrimonio informativo e rendere ancora più efficace l’attività di intelligence finanziaria.
Una maggiore articolazione della struttura di presidio delle segnalazioni di operazioni sospette permetterà, infatti, una più efficace individuazione dei fenomeni rilevanti che manifestano una crescente complessità.
Risulterà rafforzata l’azione istituzionale dell’UIF attraverso la migliore ripartizione delle responsabilità riguardanti le strutture interne e le risorse assegnate, il potenziamento del controllo e del coordinamento delle attività operative.
Il nuovo assetto organizzativo prevede che, sotto la Direzione dell’Unità, operino due Servizi denominati “Analisi e rapporti istituzionali” e “Operazioni sospette”, a loro volta articolati in complessive sette Divisioni.
In particolare:

  • il Servizio Operazioni sospette, curerà l’analisi finanziaria delle operazioni sospette, e sarà articolato in tre divisioni: Operazioni sospette I, Operazioni sospette II e Gestione delle informazioni, quest’ultima, di nuova costituzione, avrà compiti di controllo qualitativo dei dati, di integrazione informativa tra le diverse fonti e di analisi di operazioni sospette di finanziamento del terrorismo;
  • il Servizio Analisi e rapporti istituzionali, concentrerà le funzioni trasversali di regolamentazione, coordinamento dell’attività ispettiva, analisi dei flussi finanziari, collaborazione con la magistratura, autorità di settore, altre Financial Intellgence Unit, organismi internazionali. Il Servizio si articolerà in quattro divisioni: Normativa e rapporti istituzionali, Cooperazione internazionale; Analisi flussi finanziari, Segreteria.

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Compenso dei sindaci da definire con delibera assembleare – sintesi (Eutekne.info, 28 ottobre 2014)

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Ciò se l’ammontare del compenso non risulta nell’atto costitutivo; in assenza anche della delibera, è il giudice a dover procedere alla sua determinazione

Su Eutekne.info del 28 ottobre 2014 Annalisa De Vivo affronta il tema della definizione del compenso dei sindaci.
“In assenza di un’apposita previsione statutaria, la definizione del compenso dei sindaci deve essere oggetto di delibera societaria ex art. 2402 c.c.; ove ciò non avvenga, alla relativa determinazione può procedere, ai sensi dell’art. 2233 c.c., il giudice che ne sia richiesto. È questa, in breve, l’indicazione che emerge dalla sentenza della n. 22761 della Suprema Corte, depositata ieri, avente a oggetto il contenzioso tra una società per azioni e un componente del collegio sindacale svolgente la professione di avvocato”.
Nel corso del contenzioso tra le parti la società proponeva ricorso per Cassazione, formulando uno specifico quesito avente ad oggetto la legittimità dell’accordo con cui una spa e un componente dell’organo di controllo concordino il compenso spettante a quest’ultimo in base a specifici criteri di calcolo della remunerazione, per il tramite dell’organo amministrativo.
Proprio su questo aspetto la Suprema Corte concentra la propria attenzione nel respingere le doglianze formulate dalla società ricorrente.
Sul punto, la Cassazione ribadisce, infatti, il principio in virtù del quale l’incarico di componente del collegio sindacale è necessariamente oneroso, in quanto non riflette interessi di carattere esclusivamente corporativo, ma concorre alla tutela della “serietà, indipendenza e obiettività” della funzione, a garanzia dei terzi e del mercato.
Ne discende che, laddove l’ammontare del compenso non risulti nell’atto costitutivo e non sia stato deliberato dall’assemblea, il giudice deve necessariamente procedere alla sua determinazione ai sensi dell’art. 2233 c.c.
Una volta affermata l’impossibilità di ritenere valido l’accordo tra le parti in merito al compenso, sulle modalità di determinazione del quantum la Suprema Corte perviene a conclusioni differenti rispetto a quelle formulate dal giudice di appello.
Accogliendo i rilievi della ricorrente, la Cassazione conviene infatti sull’impossibilità di utilizzare la tariffa forense per determinare del compenso per l’attività di componente del collegio sindacale, ritenendo che detta tariffa possa essere utilizzata solo se riferita alla consulenza o assistenza delle parti in affari giudiziari o extragiudiziari.
Inoltre, in assenza di documentazione comprovante la difficoltà dell’incarico, vengono reputate ugualmente fondate le osservazioni della ricorrente in merito all’illegittimità della determinazione dell’onorario al di sopra dei minimi legali.
Sotto questo aspetto, i giudici di legittimità richiamano due recenti pronunce (Cass. nn. 27919/2013 e 2966/2014), in cui si afferma che le tariffe professionali degli avvocati sono applicabili solo per quelle attività tecniche espressamente considerate nella tariffa stessa in quanto proprie della professione legale, mentre non possono essere estese a prestazioni svolte nell’ambito di un’attività i cui esiti sono imputabili non già al professionista, ma esclusivamente all’organo collegiale.
Da ciò emerge un principio generale di inapplicabilità della tariffa forense a tutti quei casi in cui la prestazione resa dall’iscritto all’albo richieda “solo un’approfondita conoscenza del diritto”, senza alcun riferimento ad una pratica o a un affare determinato, e non sia attribuibile all’esterno al singolo componente.
In conclusione Annalisa De Vivo  sottolinea come “il rilievo di tale principio è di tutta evidenza, dal momento che viene di fatto ritenuto non valido il criterio di determinazione del compenso che il giudice dell’appello aveva ancorato a parametri quali la competenza giuridica e l’apporto conseguente che il componente del collegio sindacale aveva fornito proprio nella qualità di avvocato”.
Di qui la decisione della Suprema Corte di cassare la sentenza sul punto e di rinviarla ad altra sezione della Corte d’Appello per un nuovo esame fondato sul principio di diritto testé affermato.

 

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Modelli 231 a misura di controllate (Il Sole 24 Ore, 27 ottobre 2014)

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  • Fonte: AssiNews  e in pdf  su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Responsabilità amministrativa. Le linee guida di Confindustria aggiornano le modalità e le strutture di vigilanza nei gruppi

  • Pagina a cura di Rosanna Acierno

Gli accorgimenti da adottare per evitare la configurabilità di una responsabilità da reato nell’ambito di un gruppo societario.
Quelli per escludere la responsabilità della holding per il reato commesso nella controllata.
Le modalità di adozione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati presupposto della responsabilità da reato nel contesto dei gruppi societari.
Sono queste le principali indicazioni che emergono dall’aggiornamento delle linee guida di Confindustria sulla «231».
A distanza di sei anni dall’ultima edizione, Confindustria ha aggiornato le «Linee Guida per la costruzione dei Modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del Dlgs 231/2001» (approvato il 21 luglio 2014 dal ministero della Giustizia) dedicando particolare attenzione all’adozione dei modelli organizzativi da parte delle società appartenenti ad un gruppo.
Secondo le linee guida, ogni società del gruppo – in quanto singolarmente destinataria dei precetti del Dlgs 231 – è chiamata a svolgere autonomamente l’attività di predisposizione e revisione del proprio modello organizzativo.
Tale attività potrà essere condotta anche in base a indicazioni e modalità attuative previste dalla holding in funzione dell’assetto organizzativo e operativo di gruppo, senza tuttavia determinare una limitazione di autonomia da parte delle società controllate nell’adozione del modello.
Secondo Confindustria, infatti, l’adozione da parte di ogni società del gruppo di un proprio modello consente di realizzare un duplice obiettivo:

  • elaborare un modello realmente calibrato sulla realtà organizzativa della singola impresa (condizione quest’ultima necessaria affinché al modello sia riconosciuta l’efficacia esimente di esclusione dalla responsabilità amministrativa);
  • confermare l’autonomia della singola unità operativa del gruppo, ridimensionando il rischio di una risalita della responsabilità in capo alla controllante.

È poi opportuno che ogni società del gruppo nomini un proprio organismo di vigilanza (Odv), distinto anche nella scelta dei singoli componenti.
Soltanto un Odv costituito nell’ambito del singolo ente può infatti dirsi «organismo dell’ente, dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo» così come stabilito dallo stesso Dlgs 231.
Al contrario, se la vigilanza fosse esercitata da un organismo unico costituito presso la controllante – sottolineano le linee guida – si rischierebbe di fondare una posizione di garanzia di fonte negoziale in capo ai vertici della holding.
In particolare, se all’unico Odv fossero attribuiti incisivi poteri di controllo sull’attività anche delle società del gruppo, in un successivo giudizio si potrebbe agevolmente sostenere l’omesso intervento dei vertici della holding, nonostante la consapevolezza delle lacune organizzative della controllata e dell’inclinazione criminosa presente al suo interno.
Infine, per evitare una risalita alla responsabilità della controllante per i reati commessi nella controllata, è anche opportuno evitare che i medesimi soggetti rivestano ruoli apicali presso più società del gruppo (interlocking directorates). Il cumulo di cariche sociali potrebbe avvalorare la tesi del concorso dei vertici di più società del gruppo nel reato presupposto.
In ogni caso, le linee guida raccomandano che – nell’esercizio dei poteri di direzione e coordinamento e agendo nel rispetto dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale del gruppo – la controllante solleciti comunque tutte le società del gruppo all’adozione e all’efficace attuazione di propri modelli organizzativi.
Tuttavia, la holding non dovrà mai ingerirsi nell’attività di elaborazione o revisione dei modelli, né diramare indicazioni in termini precettivi e vincolanti, ma soltanto limitarsi a generici inviti o sollecitazioni.
La capogruppo potrà indicare, tra l’altro, una struttura del codice di comportamento, principi comuni del sistema disciplinare e dei protocolli attuativi.
Queste componenti del modello dovranno, tuttavia, essere autonomamente implementate dalle singole società del gruppo e calate nelle realtà aziendali di ciascuna, prevedendo – ove opportuno – principi etico-comportamentali specifici.

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(clicca immagine per ingrandire)

Allegati

Confindustria: “Linee guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del decreto legislativo 8 giugno 2001 , N . 231 Approvate il 7 marzo 2002 (aggiornate al marzo 2014 )”

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Voluntary, la strada stretta per la pace con il Fisco (Il Sole 24 Ore Plus, 25 ottobre 2014)

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  • Fonte:  in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

La meticolosità dei controlli obbliga a costi di consulenza più alti dei passati scudi

  • di Antonio Criscione

Coloro che possono essere interessati alla voluntary disclosure, rischiano di essere come il famoso asino in mezzo ai suoni.
Disorientati dalla stretta di un (credibilmente) ultimo appello per regolarizzare le attività all’estero e una "sanatoria" tutt’altro che a buon mercato, con costi alti, ma anche una complessità che richiederà attenzione e - ulteriori - costi.
Dopo essere stata prevista in modo piuttosto approssimativo dalla legge europea del 2013 (Plus24 è stato tra i primi organi di informazione a occuparsene) la voluntary è entrata prima in un decreto legge (il Dl 4/2014) per trasmigrare poi in un disegno di legge approvato di recente dalla Camera dei deputati ed approdato al Senato.
Il quadro non è ancora definito, quindi, ma certo su molti punti.
Innanzitutto lo scenario: sono molti ormai a trovarsi in difficoltà per le richieste di compliance con la normativa fiscale del proprio stato da parte delle banche estere, a partire dalla Svizzera; tradizionalmente quest’ultima una piazza di riferimento per chi - soprattutto dalle regioni nordiche confinanti - intendeva nascondere al fisco le proprie entrate.
Una soluzione sarebbe quella di scappare davanti "all’incendio" e spostare i propri soldi in posti sempre più esotici.
Ma per chi non ritenesse di doversi avventurare in un percorso così accidentato occorrerà fare i conti con la voluntary.
«L’interesse che registriamo - spiega Manuela Soncini, responsabile asset protection del private banking di UniCredit - è alto. E quindi ci auguriamo che possa arrivare un discreto flusso di liquidità verso l’Italia di cui potranno beneficiare anche le banche». Un percorso però che anche dall’osservatorio delle banche appare qualcosa di almeno complesso: «I pochi casi di voluntary conclusi a inizio di quest’anno, per quanto ci risulta, sono stati condotti dall’amministrazione finanziaria con grande attenzione su tutti i movimenti e le operazioni svolte. Occorre perciò una quadratura completa della situazione, per cui i movimenti, le deleghe, le successioni, sono tutti elementi che vengono valutati e vanno giustificati».
Una situazione che quindi sconsiglia soluzioni avventate. Alcuni possono essere tentati - magari consigliati a farlo - di acquistare strumenti illiquidi più facili da trasportare.
Per esempio si parla di acquisto di lingottini d’oro con i soldi prelevati dalle banche estere.
A parte il rischio comunque di essere scoperti nel riportare in Italia questi beni, c’è alto il rischio truffe: che sicurezza c’è infatti che quello acquistato sia veramente oro, della qualità indicata eccetera?
E inoltre continua Soncini: «Sconsiglierei qualsiasi movimento del genere. Dei prelievi importanti in questo periodo potrebbero destare un’alert ai fini delle segnalazioni antiriciclaggio. Ci si espone così inutilmente a rischi elevati».

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Se la voluntary è "costosa", andare all’avventura può esporre a perdite maggiori?
Per chi ci stesse pensando, la voluntary - proprio per quanto detto prima - non è qualcosa che si possa improvvisare.
La norma al momento prevede un termine per fine settembre del 2015. Se non cambia, il tempo non è molto.
E i costi di compliance potrebbero essere più alti di quanto ci si attende. «In questa situazione - afferma Soncini - la consulenza professionale e degli intermediari diventa fondamentale, e potrebbe coinvolgere, in alcuni casi, anche professionisti esperti di diritto penale e fiscalità internazionale.
Questo comporta inevitabilmente tempi per il completamento della procedura più lunghi di quelli che lo scudo fiscale richiedeva». E tutto questo ovviamente si paga.

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UIF: “Quaderni dell’antiriciclaggio, dati statistici, I semestre 2014” (27 ottobre 2014)

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Il 23 ottobre 2014 l’UIF, Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia, ha pubblicato un nuovo numero dei “Quaderni dell’antiriciclaggio” contenenti i dati statistici I semestre 2014 (qui il testo in pdf , 2.2 M, 80 pp.)
Nel seguito, dopo una breve sintesi su cosa sono i “Quaderni dell’antiriciclaggio”, il paragrafo “Sintesi dell’attività” e l’indice del documento.

Cosa sono i “Quaderni dell’antiriciclaggio”?

La serie Quaderni dell’antiriciclaggio ha la finalità di presentare dati statistici, studi e documentazione su aspetti rilevanti per i compiti istituzionali dell’UIF — Unità d’Informazione Finanziaria per l’Italia, Banca d’Italia.
La serie si articola in due collane: la collana Dati statistici presenta, con periodicità semestrale, statistiche sulle segnalazioni ricevute e informazioni sintetiche sull’operatività dell’Unità; la collana Analisi e studi comprende contributi sulle tematiche e sui metodi in materia di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo.
La collana Analisi e Studi comprende lavori realizzati all’interno dell’UIF, talvolta in collaborazione con altri settori della Banca d’Italia o con Istituzioni esterne. I lavori pubblicati riflettono esclusivamente le opinioni degli autori, senza impegnare la responsabilità delle Istituzioni di appartenenza.

Indice

Sintesi dell’attività’
A. Segnalazioni di operazioni sospette
a.1 Segnalazioni di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo e dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa: il quadro d’insieme
a.2 Segnalazioni di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo e dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa: approfondimenti tematici
B. Segnalazioni antiriciclaggio aggregate
 b.1 Dati di sintesi
b.2 L’utilizzo di contante
b.3 Operazioni di bonifico
b.4 Operatività in assegni
C. Controlli e scambi informativi
c.1 Controlli e accertamenti di irregolarità
c.2 Scambi informativi
D. Rassegna normativa
d.1 Principali provvedimenti in materia di antiriciclaggio
d.1.1 Normativa primaria 65
 d.1.2 Normativa secondaria 66

Sintesi dell’attività’

Nel primo semestre del 2014, l’Unità di Informazione Finanziaria ha ricevuto 37.632 segnalazioni di operazioni sospette, con un aumento rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente del 19,4 per cento.
Nello stesso periodo l’Unità ha analizzato e trasmesso agli Organi Investigativi circa 40.000 rapporti.
Le segnalazioni provengono per il 95,3 per cento dagli intermediari finanziari, per il 3,2 dai professionisti e per l’1,5 dagli operatori non finanziari; si tratta di quote non significativamente dissimili da quelle rilevate a fine 2013.
Gli intermediari finanziari hanno effettuato circa 35.000 segnalazioni con un aumento rispetto al primo semestre 2013 di circa 5.500 comunicazioni; l’incremento è riconducibile principalmente alla categoria’ Banche e Poste’.
Le segnalazioni dei professionisti (nota 1) e del comparto non finanziario rimangono su numeri assoluti molto modesti (complessivamente sono state 1.752) anche se si è consolidato l’aumento rilevato nel secondo semestre del 2013.
Con riferimento alla ripartizione territoriale, crescite consistenti – rispetto al primo semestre 2013 – si sono registrate in Campania, Sicilia e Calabria.
L’Unità, nel periodo in osservazione, ha esaminato 149 informative ai fini della sospensione di operazioni sospette ai sensi dell’articolo 6, comma 7, lettera c) del d.lgs. 231/07. Le sospensioni adottate sono state 22.
Sono state ricevute dall’Autorità Giudiziaria 136 richieste di informazioni e collaborazione (+20,4 per cento rispetto all’analogo periodo del 2013).
Nel semestre, si è mantenuto elevato lo scambio informativo con le FIU estere: tramite i circuiti internazionali riservati sono stati trattati 622 casi, di cui 198 su iniziativa dell’Unità.
Dal 1° gennaio 2014, i dati delle Segnalazioni AntiRiciclaggio Aggregate (S.A.R.A.), (nota 2) comprendono – a seguito delle Disposizioni UIF emanate nel dicembre 2013 - anche le informazioni relative agli istituti di pagamento: 43 intermediari con un flusso pari a circa 2 milioni e mezzo di operazioni per un valore di poco più di 32 miliardi di euro.

Note

  • Nota 1) Tra i professionisti è incluso anche il Consiglio Nazionale del Notariato che offre un’attività di tramitazione ai propri iscritti che intendono avvalersene.
  • Nota 2) I dati riguardanti i mesi più recenti sono suscettibili di rettifiche.

Allegato

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  • UIF, “Quaderni dell’antiriciclaggio, dati statistici, I semestre 2014”, 23 ottobre 2014 (pdf , 2.2 M, 80 pp.)

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