Attività cointestate, voluntary pro quota (Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2015)

il-sole24ore-logo

Rientro dei capitali. La ripartizione dei beni si presume in parti uguali (salvo prova contraria). Solo chi aderisce alla procedura avrà sanzioni popolari

  • di Roberto Lugano e Primo Ceppellini

Dalle istruzioni sulla disclosure (circolare 10/E del 13 marzo) sono arrivate indicazioni su come trattare conti correnti e altre attività intestati a più soggetti.
Va premesso che già le norme di legge contengono un’importante disposizione: le attività intestate a più persone si presumono, salvo prova contraria, ripartite tra tutti i cointestatari in parti uguali.
La legge prevede che la ripartizione avvenga «per ciascun periodo di imposta, in quote uguali tra tutti coloro che al termine degli stessi ne avevano la disponibilità».
Questa disposizione era necessaria per raccordare la collaborazione volontaria con le nuove regole di compilazione del quadro Rw, che richiedono l’indicazione integrale dell’importo da parte di tutti i soggetti cointestatari.
Nel caso più semplice, quindi, ciascuno dei cointestatari dovrà fare la sanatoria per la quota di sua spettanza.
È il caso diffuso del conto intestato a marito e moglie, o a più fratelli o coeredi.
Tuttavia su questo aspetto occorre fare attenzione, dato che la ripartizione in quote uguali opera solo se si aderisce alla disclosure; in caso contrario si rischia, per chi non aderisce, l’applicazione delle sanzioni calcolate sull’intera somma.
La circolare infatti è chiara nel punto in cui evidenzia che: «in termini generali il beneficio è riconosciuto esclusivamente a coloro che presentano l’istanza, dunque in presenza di più soggetti, dei quali solo alcuni abbiano aderito alla procedura di collaborazione volontaria, la sanzione sarà irrogata pro-quota (determinata tenendo conto di tutti coloro che ne avevano la disponibilità) solo nei confronti dei soggetti che hanno aderito alla procedura».

I soggetti delegati

La circolare si è spinta oltre nell’analisi, giungendo a concludere che una simile soluzione deve essere adottata anche nel caso in cui un soggetto non risulti cointestatario del conto, ma semplicemente disponga di una delega ad operare.
Per arrivare a questa situazione, tuttavia, a nostro parere occorre che il soggetto delegato abbia quanto meno la possibilità di disporre delle somme, con la possibilità di effettuare prelevamenti o bonifici e giroconti.
Non a caso la circolare fa espressamente riferimento alle “deleghe di firma” (ultima frase del paragrafo 1.1). In taluni casi esistono presso le banche estere semplici deleghe alla visura dei conti: in questa ipotesi sembrerebbe corretto concludere che il delegato non debba fare nulla ai fini della disclosure così come non dovrebbe essere minimamente tenuto alla compilazione del quadro Rw.
In tal senso si ricorda che la circolare 38/E del 2013 ha chiaramente evidenziato che «in caso di conto corrente estero intestato ad un soggetto residente sul quale vi è la delega di firma di un altro soggetto residente, anche il delegato è tenuto alla compilazione del quadro Rw per l’indicazione dell’intera consistenza del conto corrente detenuto all’estero qualora si tratti di una delega al prelievo e non soltanto di una mera delega ad operare per conto dell’intestatario».

La prova contraria

Altra questione delicata riguarda la possibilità, concessa dalla stessa norma di legge, di dimostrare che alla contestazione formale delle attività non corrispondono poteri reali di disporne. In molti casi, infatti, le attività all’estero sono state intestate anche ad un altro soggetto (tipicamente un familiare) solo affinché quest’ultimo potesse intervenire sulle ricchezze in caso di necessità o di bisogno.
Ora, arrivato il momento di avvalersi della collaborazione, c’è da capire chi debba procedere con la presentazione dell’istanza. Sembrerebbe corretto ritenere che la realtà giuridica dei rapporti debba prevalere su quella formale dell’intestazione.
Così, ad esempio, se le somme appartengono a un padre ma il conto corrente è intestato anche al figlio, deve essere possibile che la disclosure avvenga integralmente ad opera del padre, senza che il figlio abbia alcun obbligo. Ci si chiede però quale possa essere una valida dimostrazione di questa situazione, visto che dalla circolare viene espressamene richiesta la produzione di tutta la documentazione necessaria.
La dimostrazione più chiara è quella di ricostruire la genesi delle somme evidenziando chi le ha “create”. Inoltre il fatto che l’intestazione, a seguito della disclosure, venga effettuata, tra i soggetti interessati, in modo disomogeneo dovrebbe essere sufficiente al fisco. In modo analogo, se la delega alla firma venisse tolta, prima o dopo la presentazione della istanza, questa circostanza dimostrerebbe che il delegato non aveva alcuna disponibilità reale delle somme detenute all’estero. Resta inteso che dovranno essere valutate eventuali problematiche a fronte di liberalità rilevanti ai fini dell’imposta di successione e donazione.

Gli adempimenti

Dal punto di vista pratico, in caso di attività cointestate e di sanatoria presentata pro quota, ciascuno dovrà indicare i codici fiscali degli altri nella sezione I del modello (soggetti collegati).
Se invece la sanatoria la facesse, ad esempio, solo uno dei cointestatari, ma per l’intero importo, per le motivazioni che abbiamo visto sopra, c’è da capire quale comportamento tenere per gli altri obbligati. A questo proposito si possono ipotizzare due soluzioni:
a)i dati degli altri contestatari devono essere indicati ma questi non devono presentare istanze di disclosure in quanto finirebbero solo per appesantire la procedura, anche dal punto di vista dell’amministrazione finanziaria;
b)i dati vanno indicati e gli altri contestatari devono presentare anche loro una istanza di disclosure (a zero, e quindi anche se non hanno altre posizioni proprie da regolare), solo al fine di attivare il principio generale che, come abbiamo sopra ricordato, si applica solo ai soggetti che aderiscono.
Sul punto sarebbe importante conoscere l’orientamento operativo specifico dell’agenzia delle Entrate.

La modalità

Gli aderenti alla disclosure devono indicare i codici fiscali degli altri nella sezione I del modello
 (soggetti collegati)

L’«esonero»

Il delegato di firma non deve fare nulla così come sembra escluso dagli obblighi connessi al monitoraggio

 

Protiviti: Guida antiriciclaggio USA – sesta edizione (25 marzo 2015)

150327-aml-protiviti2.png
 

  • Fonte: Yahoo  (pubblicato il 10 novembre, 2014)

La sesta edizione della "Guida antiriciclaggio USA" presenta una sezione "Q & A" notevolmente ampliata e una vasta gamma di nuovi argomenti
Il 10 novembre 2014 Protiviti ha pubblicato la sesta edizione della sua “Guide to U.S. Anti-Money Laundering Requirements: Frequently Asked Questions” (Guida ai requisiti USA sull’antiriciclaggio: domande frequenti - qui in pdf)
La  “Guida AML” è un prezioso strumento di riferimento per chi deve confrontarsi con le continue evoluzioni della normativa AML statunitense e le possibili sanzioni in caso d non conformità.
La “Guida”, che si basa sul lavoro congiunto di clienti di Protiviti, avvocati, autorità di regolamentazione e di altri esperti in materia di antiriciclaggio, è uno dei documenti più completi del suo genere.
La Guida è organizzata secondo il modello “domande e risposte” (frequent asked questions) con oltre  2.000 domande.
“Il tema dell’antiriciclaggio è tra le principali priorità del top management nelle imprese multinazionali e locali in tutto il tutto il mondo” ha dichiarato Carol Beaumier, vice presidente esecutivo di Protiviti e responsabile globale dei servizi finanziari della società di consulenza. “Le aziende sono impegnate in continue azioni di miglioramento per il rispetto degli adempimenti AML e la conformità alle norme ed è inevitabile sorgano dei dubbi. La “Guida AML” di Protiviti serve proprio a trovare una risposta a tali dubbi”.
La sesta edizione della Guida AML ai requisiti USA presenta molte sezioni nuove e aggiornate, tra cui:

  • la tratta ed il traffico di esseri umani – sono riportati gli indicatori (red flags – bandierine rosse) da tenere sotto controllo e i possibili impatto sulle istituzioni finanziarie ed è proposto un programma di verifiche per la gestione di questi temi;
  • valute virtuali – è presente una analisi sulle nuove valute virtuali e sui relativi indicatori di rischio
  • business legale collegato alla marijuana – una nuova sezione da utilizzare a seguito della legalizzazione della marijuana in alcuni stati americani e ai contrasti giuridici tra le norme locali e quelle federali;
  • tecnologie AML / CFT – una ampia overview sulle soluzioni tecnologiche in materia di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo.

“Siamo convinti che questa nuova edizione della Guida AML USA di Protiviti sarà di ausilio a tutti coloro che si impegnano contro il riciclaggio e per la compliance alle norme” ha aggiunto Beaumier.
La guida contiene anche una sezione sugli aspetti internazionali dell’antiriciclaggio dedicata  alle imprese multinazionali.
La Guida può esser liberamente scaricabile da www.protiviti.com/AML

Allegato

  • Protiviti, "U.S. Guide to Anti-Money Laundering Requirements, Frequently Asked Questions, 6th Edition" ( pdf, 6.5 M, 698 pp.)

ComplianceNet: 

La voluntary disclosure e i reati di autoriciclaggio e antiriciclaggio (Studio La Scala, 27 marzo 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg

  • Fonte: rielaborazione del testo in pdf  sul sito dello Studio La Scala

Il 17 marzo 2015 lo Studio La Scala http://lascalaw.com/ ha organizzato il convegno “Voluntary disclosure e autoriciclaggio” il cui rendiconto completo degli interventi è disponibile in questo testo in pdf .
Di seguito la lista dei relatori e gli interventi dell’avv. Fabrizio Manganiello e dell avv. Sabrina Galmarini che in particolare hanno affrontato il tema dell’antiriciclaggio.

I relatori

  • Avv. Sabrina Galmarini, Partner responsabile del Team Regulatory di La Scala Studio Legale,
  • Avv. Peter André Jàggi, socio dello Studio Legale Tributario Jàggi & Scheller SA e docente al Centro Studi Bancari di Lugano-Vezia,
  • Dott. Angelo Cisotto di Ergon Commercialisti
  • Avv. Fabrizio Manganiello, responsabile del Team Penale Commerciale di La Scala Studio Legale.

Avv. Fabrizio Manganiello: voluntary disclosure e antiriciclaggio

Nel suo intervento, l’Avv. Fabrizio Manganiello ha chiarito quali sono le cause di non punibilità previste dall’articolo 5 quinquies della legge n. 186 del 2014 per il contribuente scrupoloso e ravveduto che decide di aderire alla voluntary disclosure.
Si tratta, oltre che dei delitti di riciclaggio e reimpiego, di alcuni reati tributari, quali:

  • dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti;
  • dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici; dichiarazione infedele;
  • omessa dichiarazione;
  • omesso versamento di ritenute certificate;
  • omesso versamento di IVA.

Per tali fattispecie non è prevista la punibilità per autoriciclaggio con il limite temporale del 30 Settembre 2015.
Sono invece esclusi: l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti; l’occultamento o la distruzione di strutture contabili; la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
L’Avv. Manganiello ha parlato del nuovo reato di autoriciclaggio illustrando l’art. 648 ter. i che, al primo comma, prevede che: "Si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5"o ad euro 25.00o a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o altre attività provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa."
Emergono i primi dubbi: cos’è un’attività speculativa? Una qualunque attività che generi
un profitto? L’interpretazione del termine rappresenta uno dei problemi che si verranno a creare nell’applicazione del delitto di autoriciclaggio.
Manganiello ha analizzato le strutture dei vari reati che hanno preceduto l’autoriciclaggio, dalla ricettazione, al riciclaggio, fino al reimpiego, evidenziando la progressione che c’è stata. L’autoriciclaggio ha colmato il vuoto normativo che non prevedeva la partecipazione del soggetto che aveva commesso o concorso a commettere il delitto presupposto nel reimpiego, nella ricettazione e nel riciclaggio.
Il delitto di autoriciclaggio presenta varie problematiche: in primis è un reato proprio, implica che il soggetto possieda determinate qualifiche.
Poiché, in caso di concorso in reato proprio da parte di chi non rivesta tali qualifiche è previsto che risponda anch’egli di reato proprio, questo comporta che il soggetto che era stato autore di riciclaggio divenendo un concorrente nel delitto di autoriciclaggio, si troverebbe a beneficiare di un trattamento sanzionatorio sulla carta più mite (il riciclaggio è punito con una pena prevista nel massimo di dodici anni, l’autoriciclaggio, come detto, prevede la pena massima di otto anni). Quindi, paradossalmente, può trarne benefici.
Altra difficoltà è data dall’utilizzo dell’avverbio "concretamente" che espone l’autore del delitto a una discrezionalità dell’organo accertatore, quindi dell’Agenzia delle Entrate, decisamente ampia. Altro problema è la formulazione incerta della clausola di non punibilità: non sono punibili le condotte per mera utilizzazione o godimento personale.
Un’ulteriore difficoltà è legata alla competenza territoriale, che è determinata dal luogo in cui il delitto è stato commesso, quindi dove è avvenuto il reato di autoriciclaggio qualora sia più grave del delitto presupposto.
Questo, in ragione delle norme sulla competenza per connessione, potrà generare confusione per il fiorire di eccezioni di incompetenza territoriale.
Ultimo aspetto è quello dell’illecito quale presupposto non punibile.
Cosa succede se il reato presupposto all’autoriciclaggio, di cui il soggetto deve essere autore o concorrente, non è più punibile?
Si avrà un reato presupposto generante un’utilità economica che, se non impiegata per fini personali, risulterà punibile ai sensi del nuovo art. 648 ter.i c.p..
Ancora: quello che ho ricavato nel delitto presupposto lo impiego in più attività economiche; ho commesso un solo reato di autoriciclaggio o più di uno?
In questo può essere d’aiuto l’aspetto temporale che può rappresentare una linea guida: se le attività sono ravvicinate o connesse avrò commesso un solo reato; se non sono collegabili l’una all’altra avrò commesso più delitti di autoriciclaggio.
L’articolo 5 quinquies genera un ulteriore problema legato al c.d. "risparmio fiscale".
Se commetto un reato tributario non pago imposte che avrei dovuto pagare.
Questo risparmio potrà essere considerato un profitto perché comporterà un vantaggio rispetto ai concorrenti.
Ciò fa sì che in futuro si potrà essere accusati di autoriciclaggio.
Oltre a registrare una disparità temporale tra il momento in cui viene commesso il reato e il momento in cui dovrò presentare la dichiarazione dei redditi, momento consumativo del reato tributario, la difficoltà sta nell’individuare il momento in cui il risparmio fiscale esce dal mio patrimonio per avviare un’attività economica, finanziaria, imprenditoriale o speculativa.
 Come può essere dimostrato l’ostacolo alla verifica?
Se il risparmio fiscale rimane nel patrimonio, come può essere contestato il delitto di autoriciclaggio?
Possibile criterio discriminante risulta essere quello secondo cui il risparmio fiscale, rimanendo inglobato nel patrimonio dell’autore del reato presupposto, non determinando un ostacolo concreto all’identificazione della sua provenienza delittuosa, non sarà punibile ex art. 648 ter.i.
Se, invece, per qualunque motivo, ne fuoriesce, sarà più agevole contestare il delitto di autoriciclaggio.
Per quanto riguarda la malleva per il professionista, la legge prevede una fattispecie autonoma di reato per cui, nel corso della procedura di voluntary disclosure, se io produco documenti falsi e comunico dati non corrispondenti al vero commetto un delitto punito da i anno e sei mesi a 6 anni.
Il legislatore ha cercato di spronare il contribuente a far emergere i beni detenuti all’estero con l’obiettivo di "fare cassa" utilizzando come forte incentivo il delitto di nuova introduzione che, abbracciando tutti i delitti precedenti finisce per primeggiare sugli stessi.

Avv. Sabrina Galmarini: gli adempimenti antiriciclaggio

L’Avv. Sabrina Galmarini, Partner responsabile del Team Regulatory di La Scala Studio Legale, ha concluso i lavori parlando degli adempimenti antiriciclaggio, ed in particolare degli obblighi di segnalazione di operazione sospetta di antiriciclaggio in operazione di voluntary disclosure, su cui permangono vari dubbi.
L’Avv. Galmarini inizia illustrando l’intervento al Senato del Direttore della UIF, Dott. Claudio Clemente, che ha chiarito che per UIF, e quindi Banca d’Italia, la collaborazione volontaria non ha impatto, e non deve averlo, sui presidi di prevenzione previsti dal d.lgs. 231/2007.
Non vanno, infatti, dimenticate le linee indicate dal Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale (GAFI) secondo le quali i programmi di regolarizzazione fiscale devono essere compatibili con l’effettiva applicazione di misure preventive antiriciclaggio; non possono ammettere esenzioni, né totali né parziali, dall’osservanza dei presidi antiriciclaggio; devono assicurare la necessaria cooperazione fra tutte le Autorità interessate e lo scambio di informazioni nei procedimenti investigativi e giudiziari.
Si passa, quindi, alla circolare del Ministero dell’Economia e delle Finanza del 9 gennaio 2015 che ha confermato quanto anticipato dal Dott. Clemente e cioè che non ci sono sconti circa l’applicazione della normativa antiriciclaggio: restano pertanto immutati
l’obbligo di attivare le procedure di adeguata verifica della clientela, incluso l’obbligo di identificazione del T.E.
l’applicazione di misure rafforzate di adeguata verifica della clientela, nel caso di elevato rischio di riciclaggio o finanziamento del terrorismo, gli restano gli obblighi di registrazione e di segnalazione di eventuali operazioni sospette
La mancata segnalazione di una SOS comporta una sanzione amministrativa, dall’1 al 40% dell’operazione non segnalata.
Un quesito successivo del MEF e la sua risposta hanno fatto emergere ulteriori dubbi circa la figura del professionista.
Il quesito dice: "Nel caso in cui un professionista consigli al proprio assistito di non accedere alla procedura di collaborazione volontaria ovvero l’assistito decida autonomamente di non accedere alla procedura di voluntary, l’obbligo si segnalazione di operazione sospetta è escluso in virtù dell’esonero di cui all’art. 12 co. 2 del D.Lgs. 231/2007?".
E la risposta: "L’obbligo di segnalazione di operazioni sospette non si applica all’esame della posizione giuridica del cliente in relazione a un procedimento giudiziario, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o evitare un procedimento. L’esonero di cui all’art. 12 CO. 2 del D.Lgs. 231/2007 non si estende quindi a tutti i casi di consulenza ma solo a quelli collegati a procedimenti giudiziari."
L’Avv. Galmarini non condivide appieno la risposta.
Il MEF sembra quasi sostenere che l’apporto del professionista nelle operazioni di voluntary disclosure non sia volto a evitare un procedimento.
Certamente la collaborazione volontaria costituisce, di contro, l’ultimo ed il solo strumento per evitare l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate (ed in conseguente possibile giudizio) e il procedimento penale per i reati fiscali connessi.
L’Avv. Galmarini, in ogni caso, conclude suggerendo di prestare particolare attenzione alle eventuali SOS relative a vecchi clienti, per i quali il professionista già sapeva delle condotte potenzialmente illecite poste in essere.
L’Avv. Galmarini auspica che si arrivi ad ulteriori quesiti e risposte del MEF, prima del 30 settembre 2015, perché i vari soggetti coinvolti che potrebbero fare una SOS abbiano indicazioni più precise.

 

Voluntary disclosure - Contanti, i prelievi giustificati (Italia Oggi, 25 marzo 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg

Gli operatori alla ricerca della linea temporale che fa scattare il campanello d'allarme

  • di Valerio Stroppa

Chi fa la voluntary disclosure deve giustificare i prelievi in contanti di importo rilevante.
In caso contrario, le somme tratte dai conti esteri potrebbero essere imputate a reddito, con applicazione di imposte e sanzioni.
Mentre da un punto di vista penale la presenza di prelevamenti «anomali» può dare luogo a indagini volte ad accertare la commissione, tramite il denaro prelevato, di reati non coperti dalla legge n. 186/2014 (corruzione, concussione per induzione ecc.).
Gli operatori, però, restano in attesa di indicazioni riguardo al «quando» i prelievi effettuati facciano scattare il campanello d’allarme.
L’art. 5-quater del dl n. 167/1990 prevede infatti l’obbligo, per il contribuente che attiva la procedura, di fornire tutta la documentazione necessaria affinché i redditi derivanti dalla utilizzazione e dismissione degli investimenti all’estero possano essere calcolati.
Un caso tipico che potrebbe verificarsi è quello che vede prelievi periodici di importo pressoché costante, destinati all’autoconsumo.
In sede di disclosure, di regola tali prelievi non dovrebbero assumere rilevanza reddituale, qualora l’importo sia coerente con le normali esigenze personali e familiari del soggetto.
Si pensi al caso di un contribuente che dispone di un conto non dichiarato in Svizzera con un saldo di un milione di euro, che negli anni ha prelevato abitualmente in contanti 5 mila euro a bimestre.
Nella ricostruzione dei rendimenti occultati al fisco, le operazioni in esame non necessiterebbero di una giustificazione analitica.
La congruità tra prelievi e tenore di vita non dovrebbe far scattare neanche il sistema di presunzioni previsto dall’articolo 32, comma 2 del dpr n. 600/1973, che considera i prelievi come ricavi.
Tale disposizione, più volta applicata dalla Cassazione, ha subito tuttavia uno stop da parte della Corte costituzionale con specifico riguardo ai professionisti.
Con la sentenza n. 228/2014, infatti, la Consulta ha scardinato la validità della presunzione per i lavoratori autonomi, che per natura apportano un elevato grado di intellettualità alle proprie prestazioni.
La norma, invece, è destinata agli imprenditori individuali, per i quali il fisco presume che i contanti prelevati servano ad acquistare materie prime o merci da rivendere successivamente in nero (da qui il maggior ricavo).
A prescindere dalla tipologia di attività economica esercitata dal soggetto che chiede la voluntary disclosure, la problematica si pone invece di fronte a prelievi anomali: sia nell’importo (per esempio 200 mila euro su un saldo di 1 milione) sia nella tempistica (vale a dire un prelievo difforme dalle solite abitudini mensili o periodiche).
Fermi restando i dubbi aperti su come si qualifica e quantifica la «straordinarietà» del prelievo, il contribuente dovrebbe in ogni caso documentare all’Ucifi la destinazione di tali somme.
Se l’istante riesce a fornire prova documentale (acquisto di un’opera d’arte, donazioni, deposito delle somme in una cassetta di sicurezza) la procedura può seguire il suo normale seguito. In assenza di elementi probatori, invece, a carico del contribuente potrebbero aprirsi scenari non previsti. A livello fiscale, il prelievo andrebbe incontro a una riqualificazione come reddito per l’intero ammontare, con applicazione di imposte, sanzioni e interessi.
Ma conseguenze ancora peggiori per il contribuente potrebbero arrivare in chiave penale, dal momento che la movimentazione non giustificata di un’elevata somma di contanti potrebbe innescare ulteriori approfondimenti volti a ricostruire la strada del denaro.
Una situazione che non risparmia nemmeno chi ha effettuato un prelievo anomalo (rispetto alle abitudini di consumo) per fare effettivamente fronte a una serie di esigenze «straordinarie» nella vita quotidiana: lavori edili pagati in nero, acquisto di gioielli od orologi fuori dai canali ufficiali, debiti pregressi ecc.
In questo caso, oltre al possibile effetto delatorio verso i terzi beneficiari delle somme, resterebbe sempre la difficoltà nel produrre documenti di prova a supporto dei pagamenti.

 

I Caf sottoposti al test privacy (Italia Oggi, 26 marzo 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg

Lo ha annunciato il Garante Antonello Soro dopo un’audizione in commissione. Verifica degli adempimenti per il 730 precompilato

  • di Cristina Bartelli e Valerio Stroppa

Il Garante privacy manda i controlli ai Caf per verificare la regolarità degli adempimenti in tema di protezione dei dati personali per il nuovo 730 precomplilato.
La strategia è stata individuata da Antonello Soro, garante per la protezione dei dati personale, ieri dopo l’audizione presso la commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria.
La campagna di verifiche del Garante si affiancherà ai controlli a campione dell’Agenzia delle entrate, che dovrà acquisire copia delle deleghe e dei documenti di identità dei contribuenti assistiti dai Caf.
Il presidente dell’Authority ha ricordato che al fine di poter avanzare alle Entrate la richiesta di accesso alle dichiarazioni precompilate gli intermediari dovranno essere in possesso, oltre che del codice fiscale del cliente, «di una specifica delega e di altre puntuali informazioni, come ad esempio il reddito complessivo dell’anno precedente».
Inoltre è previsto che il contribuente abbia il diritto di visualizzare l’elenco dei soggetti ai quali il 730 precompilato è stato messo a disposizione.
Soro ha anche anticipato due ulteriori interventi interpretativi sul fronte della privacy in materia fiscale.
Il primo, con riferimento alle dichiarazioni precompilate del 2016 (anno d’imposta 2015), è quello sulla tessera sanitaria e sulle spese mediche che il fisco utilizzerà per la predisposizione dei modelli.
Il secondo intervento sarà un parere che l’Autorità renderà nelle prossime settimane in tema di Isee.
Nell’anagrafe tributaria, infatti, dovranno confluire anche le informazioni relative al valore medio di giacenza annuo dei depositi e conti correnti.
«L’Autorità ha più volte evidenziato che l’esigenza di disporre di informazioni considerate utili per realizzare un interesse costituzionalmente protetto non può essere messa in discussione», conclude Soro, «nel rispetto di questa finalità, che impedisce di fatto un controllo generalizzato e diffuso di tutti i contribuenti, lo sforzo principale è stato quello di definire stringenti misure di sicurezza di natura tecnica e organizzativa, a garanzia della trasmissione dei dati, degli accessi agli stessi e della loro conservazione».
Il Garante è poi tornato sull’operazione 730 precompilato rispondendo alle osservazioni del direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, sui ritardi con cui è stato dato il via libera al parere sul provvedimento attuativo.
«Vorrei ricordare senza far polemiche che il dlgs su cui fonda la precompilata è datato 21 novembre 2014», precisa il presidente, «soltanto il 30 gennaio 2015, quindi oltre due mesi dopo, l’Agenzia ha trasmesso al Garante la richiesta di un parere.
Il Garante ha immediatamente attivato un tavolo con i funzionari rilevando l’assoluta inadeguatezza del solo dato codice fiscale quale titolo di accesso per accedere alla conoscenza dei dati contenuti nella banca dati».
La nuova bozza di provvedimento, recante le correzioni proposte sulla privacy, «è arrivato il 13 febbraio, e il 19 febbraio noi abbiamo dato il parere. Parlare di ritardo mi sembra, quantomeno, ingeneroso.»
Infine Soro ha sottolineato la necessità di adottare rigorose misure di sicurezza per le banche dati strategiche, come quelle dell’Anagrafe tributaria e della Sogei, tra le più delicate e maggiormente soggette ai cyberattacchi.

 

ComplianceNet: 

Privacy: audizione Garante su Anagrafe tributaria (25 marzo 2015)

150306-privacy.jpg

Fonte: Garante privacy
Indagine conoscitiva. L’Anagrafe tributaria nella prospettiva di una razionalizzazione delle banche dati pubbliche in materia economica e finanziaria. Potenzialità e criticità del sistema nel contrasto all’evasione fiscale

Audizione del Presidente Antonello Soro presso la Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria - Camera dei Deputati,  25 marzo 2015

(testo dell’intervento)
 
Premessa

La realizzazione di un moderno ed efficiente sistema fiscale, da cui discende un’effettiva semplificazione nei rapporti con il contribuente ed un concreto supporto alle azioni di contrasto all’evasione, cresciuta a livelli incompatibili con la normale vita democratica del Paese, passa inevitabilmente dalla creazione di nuove banche dati ovvero dall’implementazione di forme d’interconnessione tra quelle già esistenti.
Le disposizioni legislative che nel tempo si sono susseguite in materia fiscale e tributaria, hanno determinato la creazione di flussi ingenti di dati nonché hanno consentito a una pluralità di soggetti  di accedere agli stessi.
La crescente esigenza di condividere queste informazioni ha dunque determinato un impatto significativo e rilevante sulla protezione di dati particolarmente delicati riferiti ai contribuenti (da ultimo, a decorrere da novembre 2014, possono consultare l’Anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari, anche gli ufficiali giudiziari per la verifica dei beni da pignorare (art. 19 d.l. n. 132/2014)).
Il Garante, ha sempre assicurato la possibilità di una conoscenza e di un controllo sui dati di tipo economico, e ciò anche in relazione al principio costituzionale per cui "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva" (art. 53 della Costituzione), ed ha costantemente collaborato, soprattutto con l’Agenzia delle entrate, al fine di assicurare una gestione razionale, efficiente ed equa dei dati disponibili.
In tale quadro, il Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196) fa proprio e innesta nella nostra legislazione il principio fondamentale secondo cui i sistemi di trattamento dei dati sono al servizio della persona e che lo stesso trattamento deve da un lato rispettare le libertà, i diritti fondamentali, la vita privata e soprattutto la dignità dei cittadini europei e dall’altro contribuire al progresso economico e sociale, allo sviluppo degli scambi nonché al benessere degli individui.
Ed è il giusto ed equilibrato bilanciamento fra queste due sfere di valori, di interessi, di diritti che caratterizza la indefettibile e costante finalizzazione del nucleo valoriale e normativo custodito nella nozione di privacy verso la tutela dei cittadini nella società contemporanea.
Più precisamente, l’art. 66 del Codice, recante disposizioni in "Materia tributaria e doganale", considera di "rilevante interesse pubblico […] le attività dei soggetti pubblici dirette all’applicazione, anche tramite i loro concessionari, delle disposizioni in materia di tributi, in relazione ai contribuenti, ai sostituti e ai responsabili di imposta, nonché in materia di deduzioni e detrazioni e per l’applicazione delle disposizioni la cui esecuzione è affidata alle dogane".
Nell’esercizio della sua funzione consultiva (con particolare riguardo agli atti demandati spesso al direttore dell’Agenzia delle entrate con i quali si disciplinano appunto le modalità tecniche di attuazione delle norme di rango primario), l’Autorità  è sempre stata impegnata nella ricerca di un ponderato punto di equilibrio tra le esigenze perseguite dall’azione amministrativa di equità fiscale nonché di semplificazione della vita dei contribuenti con la libertà del cittadino e, soprattutto, con la necessità di assicurare, a dati estremamente delicati quali quelli fiscali, un’efficace sistema di protezione per impedire utilizzi illeciti o impropri ovvero accessi abusivi agli stessi.
(Si ricorda che è stata concessa all’Agenzia l’ultima proroga – al febbraio 2011 – per l’adozione definitiva di tutte le misure generali di sicurezza prescritte con provvedimento del 2008 proprio in tema di accessi all’Anagrafe da parte di soggetti esterni all’amministrazione finanziaria, e relativi sistemi di autorizzazioni ed autenticazione).
Per quanto legittime le finalità perseguite dall’amministrazione, si è comunque sempre evidenziata la necessità che gli obiettivi preposti vengano perseguiti con efficacia acquisendo le sole informazioni necessarie allo scopo, ed impiegando modalità di trattamenti parimenti proporzionate piuttosto che una indifferenziata preventiva e generalizzata acquisizione di dati senza che ciò sia realmente necessario.
Le banche dati di cui si compone oggi il sistema della fiscalità sono tali da assicurare un notevole patrimonio informativo disponibile alle amministrazioni per cui è adesso opportuno potenziarne la capacità di gestione e di utilizzo che sia realmente efficace, garantendo ad esempio l’omogeneità e univocità nella raccolta e nella classificazione dei dati.
La quantità e l’estensione del patrimonio informativo, del resto, non ne assicura necessariamente la funzionalità.
Nel corso degli anni, l’attività impegnativa del Garante si è articolata proprio nella verifica e prescrizione di tutte le misure di sicurezza, relative ai sistemi di archiviazione, ai flussi dei dati, alle interoperabilità delle diverse banche dati detenute e condivise tra le amministrazioni dello Stato, gli enti locali, gli organismi di previdenza, i patronati, le varie Agenzie – soltanto per citarne alcune – al fine di assicurare al trattamento dei dati dei contribuenti un’elevata protezione che da tutela di un diritto individuale è ormai diventata strategica per l’intero sistema Paese.
Mi preme comunque evidenziare che i numerosi provvedimenti adottati dal Garante, spesso anche all’esito di accertamenti di carattere ispettivo, sono stati il frutto di una proficua attività di collaborazione e condivisione svolta con l’Agenzia delle entrate, che ha sempre recepito le indicazioni prescritte nel tempo.
È il caso del recente parere del 19 febbraio 2015 riferito al modello 730 precompilato che (in attuazione del d.lgs. 175/2014), si inserisce nell’ottica di una maggiore semplificazioni fiscale che inverte i rapporti tra Fisco e cittadino, considerata come uno strumento necessario per la modernizzazione del Paese.
Con l’avvio sperimentale del nuovo servizio, riguardante redditi da lavoro dipendente e assimilati, il contribuente potrà accedere, mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate, direttamente alla propria dichiarazione ovvero conferire una delega agli altri soggetti autorizzati (quali CAF, sostituti d’imposta o professionisti abilitati).
Il Garante ha attivamente collaborato alla puntualizzazione delle modalità tecniche del sistema destinate a proteggere una rilevante quantità di informazioni contenute nelle precompilate e nell’elenco dei documenti ad esse attinenti.
In particolare, i correttivi introdotti dall’Agenzia delle entrate su richiesta dell’Autorità hanno evitato che, in relazione agli accessi consentiti tramite il sostituto d’imposta che presta assistenza fiscale ovvero un centro di assistenza fiscale, o un iscritto nell’albo dei consulenti del lavoro o dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, i dati dei contribuenti potessero essere accessibili per il solo tramite del loro codice fiscale.
Al fine di poter avanzare all’Agenzia la richiesta di accesso ad una o più dichiarazioni precompilate i soggetti autorizzati dovranno pertanto essere in possesso oltre che del codice fiscale, di una specifica delega (compreso il numero e il tipo di documento del contribuente delegante proprio a  garanzia dell’effettivo conferimento della delega stessa che deve essere numerata e datata) e di altre puntuali informazioni desunte dalla dichiarazione relativa all’anno precedente (quali, ad es, il reddito complessivo dell’anno precedente).
È previsto che l’Agenzia provveda a richiedere, a campione, copia delle deleghe e dei documenti di identità indicati nelle richieste di accesso alle dichiarazioni precompilate che devono essere trasmesse, tramite posta elettronica certificata, entro 48 ore dalla richiesta. È stato inoltre previsto che il contribuente – al fine di garantire una maggiore trasparenza – abbia il diritto di visualizzare l’elenco dei soggetti ai quali la sua dichiarazione precompilata è stata messa a disposizione.
Per quanto attiene alla sicurezza dei canali telematici utilizzati, l’Agenzia è tenuta a cifrare i dati, a tracciare gli accessi ai sistemi telematici dell’Anagrafe tributaria da parte di ciascun soggetto autorizzato e a predisporre strumenti di monitoraggio e analisi periodica degli stessi, attivando specifici alert per individuare comportamenti anomali o a rischio.
L’Agenzia ha inoltre comunicato di volere avviare anche un tavolo di confronto con gli intermediari, per rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza del canale utilizzato.
Si fa presente che solo con riferimento all’anno 2016 è previsto che il Sistema tessera sanitaria metta a disposizione dell’Agenzia le spese sanitarie sostenute dai cittadini (nell’anno 2015).
L’obiettivo del Garante – che sarà chiamato a esprimere a breve un parere – sarà quello di verificare che le informazioni necessarie all’Agenzia per la predisposizione della dichiarazione precompilata non contengano dati sul dettaglio delle prestazioni sanitarie o dei farmaci erogati.
Oltre all’obiettivo di perseguire una maggiore semplificazione fiscale, si inserisce quello altrettanto importante di potenziare i sistemi informativi dell’Anagrafe tributaria per fornire tutte le informazioni ritenute utili e indispensabili ai fini del contrasto all’evasione fiscale.
Mi riferisco agli interventi del Garante sull’Anagrafe dei conti (in particolare due pareri resi nel 2012 in favore dell’Agenzia delle entrate) ossia agli obblighi delle banche e degli operatori finanziari di comunicare annualmente a fini di controllo fiscale all’Agenzia (introdotto con decreto legge "salva-italia" del 2011) anche le informazioni sulle movimentazioni relative ai conti correnti bancari dei cittadini.
L’Autorità ha più volte evidenziato che l’esigenza di disporre di informazioni considerate utili per realizzare un interesse costituzionalmente protetto – affinché tutti contribuiscano alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva – non può essere messa in discussione. Si è tuttavia ribadito che le informazioni raccolte nella Anagrafe dei conti potranno essere trattate esclusivamente per permettere la realizzazione – sulla base di specifici criteri – di "analisi del rischio di evasione".
Nel rispetto di questa finalità, che impedisce di fatto un controllo generalizzato e diffuso di tutti i contribuenti, lo sforzo principale è stato quello di definire stringenti misure di sicurezza di natura tecnica (ad es., la non inintelligibilità dei dati) ed organizzativa (ad es., l’autenticazione e la tracciabilità degli accessi al sistema, i profili di autorizzazione dei soggetti che devono essere un numero limitato, selezionato e tracciabile), a garanzia della trasmissione dei dati, degli accessi agli stessi e della loro conservazione.
In linea generale, il Garante ha previsto che gli operatori finanziari e le banche debbano: adottare meccanismi di cifratura dei dati al fine di scongiurarne il rischio di alterazione e protocolli sicuri  per eventuali trasmissioni interne all’operatore finanziario, limitare l’accesso ai file ad un numero ristretto di incaricati legittimati ad accedere ai dati stessi in ragione delle mansioni svolte; aggiornare costantemente i sistemi operativi e i software antivirus e antintrusione; prevedere solo in forma cifrata l’eventuale conservazione dei dati.
Tra gli adempimenti prescritti all’Agenzia delle entrate rilevano, d’altro canto, la predisposizione di canali telematici adeguati alla comunicazione di una elevata quantità di dati, privilegiando l’interconnessione diretta con i sistemi informativi di banche e istituti finanziari, e l’obbligo di fornire agli operatori finanziari indicazioni e accorgimenti per la predisposizione dei file da inviare.
Si è inoltre ravvisata l’esigenza di specificare i tempi di conservazione dei dati presso l’Anagrafe tributaria (effettuata nell’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria denominata "Archivio dei rapporti finanziari") prevedendo che alla loro scadenza (ossia 6 anni quale termine massimo di decadenza previsto in materia di accertamento delle imposte sui redditi) essi siano cancellati automaticamente e integralmente.
È stato previsto inoltre che la trasmissione dei suddetti dati contabili, non avvenga per il tramite del servizio telematico Entratel inizialmente individuato e che presentava diverse criticità, ma attraverso una nuova infrastruttura informatica il c.d. "Sistema di interscambio dati – SID" tale da consentire la realizzazione di procedure di trasmissione totalmente automatizzate (riducendo quindi le possibilità di un utilizzo illegittimo dei dati rispetto alle "trasmissioni manuali").
È opportuno evidenziare che le predette informazioni che arrivano all’Anagrafe tributaria si dovranno arricchire a breve di nuovi dati allo scopo principale di determinazione dell’Isee, quali quelli relativi al valore medio di giacenza annuo dei depositi e conti correnti bancari e postali. Il relativo decreto del Direttore dell’Agenzia è stato inviato il 16 marzo u.s. all’Autorità per il previsto parere.
Di particolare importanza è stato anche il ruolo svolto dal Garante, nell’ambito di una richiesta di verifica preliminare, con riferimento al nuovo redditometro (parere del 21 novembre 2013) ossia l’accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche in relazione al calcolo dello scostamento tra i redditi dichiarati e le spese effettuate ed utilizzato per selezionare i contribuenti da sottoporre a controlli (l. 30 luglio 2010, n. 122).
L’intervento incisivo del Garante ha in particolare consentito di eliminare l’individuazione di criteri astratti volti ad analizzare il comportamento del contribuente, effettuata sulla base delle numerose tipologie di dati posseduti e attraverso l’attribuzione di un profilo.
In particolare, il Garante ha ritenuto che il decreto ministeriale, nella parte in cui prevede la profilazione del contribuente attraverso l’imputazione presuntiva di elementi di capacità contributiva relativi ad ogni singolo aspetto della vita quotidiana, costituiva un’ingerenza ingiustificata nella vita privata degli interessati in quanto sproporzionata rispetto alle legittime finalità di interesse generale perseguite dall’Agenzia.
Alla luce di queste considerazioni, ha prescritto all’Agenzia di ricostruire il reddito del contribuente utilizzando unicamente spese certe e non i dati delle spese medie Istat.
In tutti i provvedimenti adottati nel tempo dal Garante l’obiettivo principale è sempre stato quello di elevare nei confronti di tutti i soggetti coinvolti gli standard di sicurezza delle relative banche dati nonché della trasmissione delle informazioni dei contribuenti e di assicurare che vengano acquisite  le sole informazioni necessarie alle finalità perseguite.
È, in particolare, il caso delle prescrizioni dettate all’Anagrafe in tema di accesso dei Comuni alle banche dati che, all’esito della "manovra Tremonti" (d.l. 31 maggio 2010 n. 78), nell’ottica di realizzare un "federalismo dell’accertamento", ha sancito in capo ai Comuni l’onere di cooperare con lo Stato nel controllo in ordine al corretto adempimento degli obblighi fiscali e contributivi.
Attualmente i Comuni accedono all’Anagrafe tributaria attraverso l’applicativo Siatel 2.0 – Puntofisco.
L’applicativo ha recepito le misure di sicurezza indicate da questa Autorità con il provvedimento del 18 settembre 2008.
Altre misure organizzative di sicurezza sono contenute nelle convenzioni con le quali viene autorizzato l’accesso all’Anagrafe tributaria.
Le convenzioni prevedono, tra l’altro, che l’Agenzia delle entrate a campione effettui un’attività di audit presso le sedi dei comuni ove vengono eseguiti gli accessi alla banca dati.
Ogni anno le Direzioni regionali dell’Agenzia delle entrate svolgono specifici controlli presso le sedi dei Comuni ove vengono eseguiti gli accessi alla banca dati per verificare il rispetto delle obblighi contenuti nelle convenzioni per l’accesso all’Anagrafe tributaria.
L’attenzione del Garante è stata rivolta però anche ad individuare, ove necessario, maggiori garanzie e tutela in favore dei contribuenti e, soprattutto, una maggiore trasparenza come nel caso dell’attività di riscossione svolta nei loro confronti.
Con un provvedimento dell’ottobre 2009, l’Autorità, all’esito di diversi mesi di attività ispettive, ha richiesto che l’Agenzia delle entrate, Equitalia S.p.A. e le società del gruppo definiscano le diverse competenze e responsabilità rispetto al trattamento dei dati in modo da agevolare i contribuenti nell’individuazione dei destinatari cui rivolgere le loro specifiche istanze.
A tal fine un’informativa semplice e chiara dovrà essere inserita nell’avviso o nella cartella esattoriale inviata. Presupposto inoltre per poter accedere ai dati del contribuente, a disposizione nelle diverse banche dati, da parte dei soggetti deputati all’attività di riscossione deve inoltre essere la presenza di un’effettiva iscrizione a ruolo.
Altrettanta importanza è stata attribuita alle modalità attraverso le quali garantire la correttezza e l’aggiornamento dei dati (quali quelli riferiti all’attualità dei debiti) archiviati nelle diverse banche dati utilizzate a fini di riscossione.

Conclusioni

La crescente esigenza di condivisione delle informazioni di natura fiscale e tributaria accresce la complessità dei rapporti e dei flussi informativi e, con essa, aumentano in modo esponenziale i rischi di possibili abusi a banche dati che sono ormai strategiche per il Paese e la cui violazione è in grado di provocare danni ingenti considerata la qualità e, soprattutto, la quantità dei dati archiviati, con il duplice effetto di violare la vita privata (potenzialmente) di milioni di cittadini e di compromettere gli interessi pubblici ai quali le predette banche dati sono appunto funzionali.
In questa cornice così complessa, ed in continua evoluzione per lo sviluppo dei sistemi informatici, il ruolo del Garante – la cui impegnativa ed intensa attività non sempre è adeguatamente percepita – appare oggi sempre più rilevante ed importante per assicurare elevati standard di sicurezza dei dati e dei sistemi.
I provvedimenti richiamati dimostrato del resto come la collaborazione tra le Amministrazioni procedenti (in particolare, l’Amministrazione finanziaria) e l’Autorità abbia effettivamente rappresentato un metodo efficace per coniugare protezione dei dati personali ed efficienza dell’azione di contrasto all’evasione fiscale, ovvero di semplificazione dei rapporti tra contribuente e fisco.

ComplianceNet: 

Corruzione, stretta su partecipate non quotate (Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2015)

il-sole24ore-logo

Varate le linee guida Padoan-Cantone, ora la consultazione

  • di Marco Ludovico

Il ministro dell’Economia, Padoan, e il presidente dell’Anac, Cantone, hanno presentato ieri la direttiva del ministero e le linee guida dell’Autorità per l’applicazione delle norme anticorruzione alle società partecipate o controllate dallo stato o da enti locali non quotate in Borsa. Fino a metà aprile è aperta la consultazione.
La sfida sull’anticorruzione nelle società partecipate o controllate dal capitale pubblico, da ieri, è lanciata.
A via XX settembre le linee guida dell’Anac e la direttiva del Mef sono state presentate alla presenza del ministro, Pier Carlo Padoan; del numero uno dell’Anac, Raffaele Cantone; del consigliere del premier Renzi, Andrea Guerra.
La platea vede numerosi vertici delle aziende pubbliche, i comandanti generali della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, e dell’Arma, Tullio Del Sette.
Da oggi saranno in consultazione fino al 15 aprile le indicazioni di Mef e Anac per applicare la normativa anticorruzione a società pubbliche come la Rai, ma anche una piccola municipalizzata.
Le indicazioni sono ormai note: la richiesta è di introdurre massima trasparenza, un dirigente responsabile dell’anticorruzione, rotazione degli incarichi, codici di comportamento, tutele per chi denuncia.
La platea interessata è quella di tutte le società a presenza di capitale pubblico, con eccezione delle quotate: per queste ultime c’è un tavolo di lavoro al Mef con la Consob.
Cantone sottolinea l’estensione anche ad associazioni e fondazioni, «spesso in queste ultime si sono volute eludere le normative applicate alle controllate o partecipate».
«Stiamo parlando di una riforma strutturale profonda che avrà risultati in termini di efficienza e benessere, perché cambierà i comportamenti» assicura Padoan.
L’ottimismo è d’obbligo: «Sono estremamente lieto di vedere in sala l’alta dirigenza delle società controllate e partecipate dal Mef. Significa – sottolinea il ministro – che questo passo avanti non rimarrà lettera morta, anzi mi aspetto che sarà interiorizzato e applicato».
Il messaggio è chiaro: non sono ammesse finzioni, resistenze, elusioni.
Raddoppia la marcatura Cantone: «Nessuno pensa che queste linee guida abbiamo una funzione salvifica o possano servire per sconfiggere la corruzione. Ma possono provare a introdurre anticorpi sani».
Dipende, com’è ovvio, da chi e come le recepisce.
Nelle settimane scorse al Mef c’è stata una riunione sulla direttiva anticorruzione con i responsabili degli affari legali delle società in ballo: da parte loro le obiezioni, le critiche e le perplessità non sono mancate, compresa l’ipotesi – poi venuta meno – dell’inapplicabilità a quella platea.
Ma il solco è ormai tracciato e lo stesso Cantone non si nasconde che «si tratta di una semina con raccolta a lungo periodo.
Non puntiamo alle sanzioni, che pure potremmo irrogare a seguito dei controlli, ma a una collaborazione: ci auguriamo una volontaria applicazione».
Agli addetti ai lavoro non sfugge che alcuni nodi restano difficili da sciogliere.
Anche perché sperimentati già in passato.
Uno degli scogli più grandi, per esempio, riguarda i processi di trasparenza, più faticosi da introdurre persino rispetto ai meccanismi di anticorruzione in senso stretto.
Il caso emblematico è quello della pubblicazione dello stato patrimoniale dei dirigenti: le opposizioni o i rinvii all’applicazione di questa normativa sono state già molteplici, figuriamoci nel caso delle grandi società.
Ci sono poi questioni specifiche: si è già posto il problema della pubblicazione dei compensi dei conduttori Rai perché – è stato osservato – renderli noti consentirebbe alla concorrenza di strapparli con emolumenti superiori.
Ora si parte con la consultazione on line sul sito dell’Anac (www.anticorruzione.it) fino a metà aprile, come ha spiegato il capo di gabinetto del Mef, consigliere Roberto Garofoli.
È possibile che qualche lieve variazione sia introdotta al termine della stessa consultazione, poi il testo Mef-Anac entrerà in vigore a tutti gli effetti.
«In tal senso – ha sottolineato Cantone – ci aspettiamo un contributo dalle stesse società per capire come adeguare le normative».
Il numero uno dell’Anac è intervenuto anche a proposito del dibattito sulle intercettazioni: sui reati di corruzione «si può pensare di ampliare la possibilità di fare intercettazioni».
Distinguendo tra pubblicità dei contenuti e regole, Cantone ha detto che in questa fase tali regole «non si possono mettere in discussione» e «al massimo si può pensare di rafforzarle per la corruzione».
Andrea Guerra ha poi sottolineato come «una vera cultura d’impresa sconfigge la corruzione sistemica.
E una vera cultura d’impresa presuppone il tema, la conoscenza e la consapevolezza del rischio e della sua valutazione».

Il testo della Direttiva Antiriciclaggio in consultazione

150325-mef-direttiva-anticorruzione.png

  • Indirizzi per l’attuazione della normativa in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza nelle società controllate o partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (pdf, 233 K, 12 pp.)

Allegati

Ultimi articoli su Anticorruzione

Tax havens are becoming tax hells (Italia Oggi, March 25th 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg
Source: Italia Oggi  (testo disponibile anche in italiano)

  • by Marino Longoni  

The speed with which scenarios, perspectives and ideas established over centuries are changing is impressive.
The fight against terrorism on an international scale after the attack on the twin towers, as well as the financial crisis of 2008, have in fact demolished certainties that were rock solid until yesterday: banking secrecy, tax havens, and international planning have crumbled or are crumbling with an impressive speed.
Over the past few years, there has been more progress made towards transparency on an international level than during the many previous centuries.
The European directive of 2011 has introduced the automatic exchange of information from 1 January 2015.
This automatic exchange of financial information is also provided for in other legislation, such as Article 26 of the OECD model, which is the basis of the most recent bilateral agreements between states, and it is now accepted in almost all developed countries, including many former tax havens.
What’s more, the standard for automatic exchange of financial account information includes the systematic and periodic transmission of tax information between the member states.
Finally, many states have agreed (or rather, the USA has imposed) bilateral agreements, such as FATCA, which include the exchange of financial information for the benefit of the USA.
Is this great feast of financial data that public administrations of all major countries are preparing to transmit and manage sufficient to make voluntary disclosure unavoidable, at any cost?
Some people would argue that an avalanche of data has no use whatsoever if no-one knows how to interpret it.
And that is true.
But there’s more: the banks of all the most important former tax havens have already radically changed their attitude.
The line is now: we don’t want dirty money any more.
The risk of sanctions against money laundering is just too high.
Even a simple connection with tax evasion now creates risks to their reputation that are no longer sustainable for large financial institutions.
Dirty money makes people scared: up until yesterday it was insurance for the future; today it is a curse, a risk of ending up on the list of bad guys.
That is why, despite the huge problems that it still involves, choosing voluntary disclosure is almost compulsory.

Other posts in English

I Paradisi fiscali sono diventati un inferno (Italia Oggi, 25 marzo 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg

Fonte: Italia Oggi  (also available in English)

  • di Marino Longoni  

È impressionante la velocità con la quale stanno cambiando scenari, prospettive, idee consolidate nei secoli.
La lotta al terrorismo su scala internazionale dopo l’attentato alle torri gemelle, e la crisi finanziaria del 2008, hanno infatti demolito certezze fino a ieri inossidabili: il segreto bancario, i paradisi fiscali, la pianificazione internazionale si sono sgretolati o si stanno sgretolando con una rapidità impressionante.
Nel giro di pochi anni, a livello internazionale si sono fatti più progressi verso la trasparenza che nel corso di molti secoli precedenti.
È del 2011 la direttiva europea che introduce lo scambio automatico di informazioni dal 1° gennaio 2015.
Lo scambio automatico di informazioni finanziarie è previsto anche da altri strumenti normativi, come l’articolo 26 del modello Ocse, che è la base dei più recenti accordi bilaterali tra gli stati, ed è oramai accettato in quasi tutti i paesi più avanzati, compresi moltissimi ex paradisi fiscali.
Non bastasse, lo standard for automatic exchange of financial account information prevede la trasmissione sistematica e periodica di informazioni fiscali tra gli stati aderenti. Infine, molti stati hanno accettato (o meglio, gli Usa hanno imposto) accordi bilaterali, come il Fatca, che prevedono lo scambio di informazioni finanziarie a favore degli Usa.
Questa grande abbuffata di dati finanziari che le pubbliche amministrazioni di tutti i più importanti paesi si stanno preparando a trasmettere ed a gestire è sufficiente per ritenere ineludibili la voluntary disclosure, costi quello che costi?
Qualcuno potrebbe sostenere che una valanga di dati non serve a nulla se non c’è la capacità di interpretarla.
Ed è vero.
Ma c’è di più: le banche di tutti i più importanti ex paradisi fiscali hanno già mutato radicalmente atteggiamento.
La linea ormai è: i soldi sporchi non li vogliamo più.
Troppo forte è il rischio delle sanzioni antiriciclaggio.
Anche la semplice contiguità con l’evasione fiscale ormai crea rischi reputazionali che non sono più sostenibili dalle grandi istituzioni finanziarie.
I soldi che puzzano fanno paura: fino a ieri erano un’assicurazione per il futuro; oggi sono una maledizione, un rischio di finire nell’elenco dei cattivi.
Ecco perché, nonostante gli enormi problemi che ancora presenta, la voluntary è una scelta quasi obbligata.

Ultimi articoli su "Antiriciclaggio"

Ultimi articoli su Voluntary Disclosure

Dl antiterrorismo, reati online con intercettazioni preventive (Italia Oggi, 25 marzo 2015)

ItaliaOggiLogo.jpg

Sale a due anni il termine di conservazione dei dati di traffico telematico e delle chiamate senza risposta che è ora di un anno e, rispettivamente, di un mese.
Intercettazioni preventive (disposte dall’autorità di pubblica sicurezza nei confronti di meri sospettati), per i reati genericamente commessi online o comunque con strumenti informatici.
Sono alcune delle misure contenute nel decreto legge 7/2015 in materia di antiterrorismo il cui esame è stato concluso dalle commissioni difesa e giustizia di Montecitorio che hanno dato mandato ai relatori perché riferiscano nell’aula della camera.
Il provvedimento sarà da oggi all’esame dell’assemblea con relatori Andrea Manciulli (Pd) e Stefano Dambruoso (Scelta civica).
Il tutto mentre alcune misure introdotte, quali proprio quella sull’estensione dei tempi di conservazione dei dati, «suscitano seria preoccupazione perché alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza», come ha affermato Antonello Soro, presidente del Garante per la protezione dei dati personali.
«In particolare», sottolinea Soro, «l’emendamento (sulla conservazione dei dati, ndr) va nel senso esattamente opposto a quello indicato dalla Corte di giustizia l’8 aprile scorso.
La sentenza ha infatti annullato la direttiva sulla data retention in ragione della natura indiscriminata della misura (applicabile a ciascun cittadino, senza distinzione tra i vari reati e le varie tipologie di comunicazioni «tracciate»).
In quella sede, la Corte ha ribadito la centralità del principio di stretta proporzionalità tra privacy e sicurezza; proporzionalità che esige un’adeguata differenziazione in base al tipo di reato, alle esigenze investigative, al tipo di dato e di mezzo di comunicazione utilizzato».
Sulle intercettazioni, per Soro, «l’equilibrio tra protezione dati ed esigenze investigative sembra sbilanciato verso queste ultime, che probabilmente non vengono neppure realmente garantite da strumenti investigativi privi della necessaria selettività».

Ultimi articoli su Terrorismo

Ultimi articoli su Privacy

ComplianceNet: 

Pagine