Svizzera: anche le assicurazioni nello scambio dati (Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2015)

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Lo scambio automatico di informazioni tra Svizzera e Ue coinvolgerà non solo le banche ma anche le società di gestione e le imprese di assicurazione

  • di Valerio Vallefuoco

Lo scambio automatico di informazioni tra Svizzera e Ue coinvolgerà non solo le banche ma anche le società di gestione e le imprese di assicurazione.
Lo prevede il protocollo di modifica dell’accordo tra la Svizzera e l’Unione europea, firmato due giorni fa a Bruxelles (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri).
L’accordo in vigore viene completamente modificato e trasformato in un nuovo accordo sullo scambio automatico di informazioni.
Il protocollo attua lo standard globale di scambio delle informazioni tra Svizzera e Ue e adegua la clausola sullo scambio automatico di informazioni su richiesta all’attuale standard globale dell’Ocse (articolo 26 del modello di convenzione dell’Ocse) per favorire il contrasto all’evasione fiscale.
Anche a tal fine l’accordo non prevede di limitare lo scambio a conti di importo superiore a una certa soglia, proprio perché così si sarebbe potuto facilmente eludere i controlli ripartendo le attività tra diverse istituzioni finanziarie.
Le istituzioni finanziarie tenute alla comunicazione non sono soltanto le banche e gli istituti di custodia ma anche altre istituzioni finanziarie, come, ad esempio, le società di gestione e le imprese di assicurazione.
Sono escluse dal novero dei soggetti obbligati alla trasmissione le entità che difficilmente possono essere utilizzate a fini di evasione fiscale (ad esempio alcuni organismi di investimento collettivo).
Le informazioni che devono essere scambiate possono essere suddivise in tre gruppi:

  1. l’identificazione del titolare del conto, sia esso una persona fisica o un’entità;
  2. oggetto di scambio sono le informazioni su nome, indirizzo, codice fiscale, eccetera;
  3. l’individuazione del conto; essa riguarda anche l’istituzione finanziaria in cui il conto è detenuto. I conti oggetto di comunicazione sono quelli di persone fisiche ed entità (compresi trust e fondazioni), sebbene lo standard comune di comunicazione di informazioni contenga anche l’obbligo di verifica di entità passive e l’eventuale comunicazione delle persone fisiche che esercitano il controllo su queste entità.

In questo modo viene impedito che lo scambio automatico di informazioni venga raggirato grazie all’interposizione di una persona giuridica o di un organismo analogo. I conti sono i conti di custodia, i conti di deposito, le quote nel capitale di rischio e nel capitale di debito di un’istituzione finanziaria, i contratti assicurativi (ma non tutti, solo quelli per i quali i valori maturati possono essere quantificati).
Non sono oggetto di comunicazione i conti di alcuni soggetti, tra i quali ad esempio, le entità statali, le organizzazioni internazionali, le banche centrali;
la quantificazione degli importi detenuti in Svizzera; in questo caso le informazioni da comunicare dipendono dal tipo di conto (conto di custodia, di deposito, altri conti). In ogni caso saranno trasmessi i dati riferiti ai saldi di conto e agli interessi, dividendi, redditi da determinati prodotti assicurativi, incassi derivanti dalla cessione di attività finanziarie e altri redditi provenienti dai patrimoni detenuti sul conto.
Le prime informazioni, da trasmettere entro settembre 2018, riguarderanno il 2017.
Sotto un profilo procedurale, le informazioni vengono trasmesse alle autorità fiscali della giurisdizione di residenza dell’istituzione finanziaria che a loro volta le trasmettono alle autorità fiscali della giurisdizione di residenza del titolare del conto.
L’accordo prevede anche uno scambio di informazioni su richiesta.
La novità non riguarda però quei Paesi, come l’Italia, che hanno già raggiunto un accordo per integrare i propri trattati con la Svizzera con le previsioni contenute nell’articolo 26 del modello Ocse.

 

Da oggi cinque nuovi ecoreati (Italia Oggi, 29 maggio 2015)

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Pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale la legge 68/2015 che entra subito in vigore. Pugno duro, dal disastro ambientale all’omessa bonifica

  • di Simona D’Alessio

Da oggi nel nostro ordinamento entrano (di diritto) cinque nuovi ecoreati: con la pubblicazione in G.U. n. 122 del 28/5/2015 della legge 68/2015 sarà possibile punire chi commette disastro ambientale, inquinamento ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo, impedimento del controllo e omessa bonifica.
Il provvedimento, varato definitivamente dal Senato pochi giorni fa (ItaliaOggi del 20/5/2015), prevede reclusione e multe severe, stabilendo per il disastro ambientale da 5 a 15 anni di carcere, per l’inquinamento da 2 a 6 anni (con multa da 10 mila a 100 mila euro); per entrambe le fattispecie si introducono inasprimenti, in caso dalle azioni commesse derivino lesioni personali, o la morte.
Laddove, poi, i reati di inquinamento e di disastro ambientale vengano commessi per colpa, anziché dolo, le pene vengono ridotte da un terzo a due terzi, mentre il traffico e il rilascio nei terreni di materiale ad alta radioattività cagionerà da 2 a 6 anni di carcere; e impedire i controlli di luoghi avvelenati costerà da 6 mesi a 3 anni.
Il Parlamento ha introdotto, inoltre, lo «sconto» per chi mette in sicurezza le zone inquinate: mediante il cosiddetto «ravvedimento operoso», infatti, scatterà il beneficio della riduzione da un terzo alla metà della pena, e di un terzo per chi collaborerà con la magistratura, o con le forze di polizia «nella ricostruzione del fatto, nell’individuazione degli autori, o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti».
E, ancora, la norma ha disposto delle aggravanti, qualora nella contaminazione del territorio abbiano avuto un ruolo le organizzazioni mafiose, delle cui indagini dovrà esser avvisato il procuratore nazionale Antimafia, nonché le Entrate.

 

ComplianceNet: 

UIF: 2nd AML Notebook, “2014 statistical data in Italy” (May 29th, 2015)

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In the second half of 2014, the UIF, the Italian Financial Intelligence Unit, received 34,183 Suspicious Transactions Reports (STRs) with an increase of 3.3% compared to the same period of last year and of 9% compared to the previous six months.
The reduction of 3,392 STRs in the last six months is due to the sector of financial intermediaries which has recorded substantial a drop in percentage terms in the number of reports submitted to the FIU, with the exception of SIM, Insurance Companies and the residual category of “other financial intermediaries”.
In particular, the number of reports sent by the «Banks and “Poste”» category, which in the previous six months had surpassed 30,000, showed a decrease of about 2,600 units.
The growing global trend in the number of STRs in the non-financial sector, with a total increase of 2.98 percent, must be analyzed by dividing its two main components: there is in fact a decrease in the number of STRS from professionals and an increase from non-financial agents.
With reference to the territorial basis of the STRs, the drop in the number of reports was widespread and affected all the three major regions in terms of STRs (Lombardia, Lazio and Campania) and also those sent by smaller regions than in the previous six months had recorded substantial increases.
The number of entities that have sent at least one STR fell slightly: 506 bank intermediaries, 196 financial institutions, 84 professionals and 38 non-financial agents.
The number of reports analyzed and transmitted to the investigative organs during the analyzed semester exceeded 36,000 units.
In the period under observation, the UIF adopted 20 measures of suspension of suspicious transactions pursuant to Article 6, paragraph 7, letter c) of Legislative Decree no. 231/07, corresponding to a total value of 23.4 million euro.
In the second part of 2014, the Judicial Authority sent 129 requests for information and collaboration to the UIF (+25.2 percent compared to the same period in 2013).
The exchange of information with foreign FIUs grew and a total of 977 cases were dealt with through international reserved circuits.
With reference to the Anti-Money Laundering Aggregate Reporting (SARA) in the second part of 2014 there was a slight decrease in the number of reporting banks, which corresponds to a decrease in total reported value.
The data relating to payment institutions, intermediaries that began sending the information only at the beginning of the year, shows a slight expansion both in terms of the number of entities and in the amounts reported.

Annex

  • UIF, “Quaderni dell’antiriciclaggio”, Collana Dati statistici II – 2014 (pdf, 2.2 M   81 pp.)

"AML in Italy" initiative

Voluntary disclosure frenata (Italia Oggi, 29 maggio 2015)

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L’indicazione arriva dall’Agenzia delle entrate al convegno organizzato da Codis. L’incertezza sul raddoppio dei termini causa del blocco

  • di Valerio Stroppa

«L’incertezza sul raddoppio dei termini di accertamento è il principale freno della voluntary disclosure. Fino a quando la norma prevista dalla legge delega non sarà in vigore, è difficile ipotizzare che la collaborazione volontaria decolli».
Parola di Antonio Martino, responsabile dell’Ucifi (la task force dell’Agenzia delle entrate per il contrasto gli illeciti internazionali), intervenuto ieri a Pavia all’11° convegno organizzato dal Codis, il coordinamento degli ordini dei commercialisti lombardi, e Kpmg.
Martino ha riconosciuto che restano diverse le criticità operative legate alla disclosure, ma che tra queste il raddoppio è probabilmente la più rilevante.
Con l’approvazione del dlgs sulla certezza del diritto, che limiterà l’estensione delle annualità accertabili in presenza di reato ai soli casi in cui la denuncia sia effettuata entro i termini ordinari di controllo, ai fini del rientro dei capitali i periodi d’imposta anteriori al 2010 saranno neutralizzati, rendendo quindi la procedura più certa e meno costosa per i contribuenti.
Il direttore dell’Agenzia delle entrate Lombardia ha provato a dare una rassicurazione ai contribuenti fornendo una sua soluzione al problema: «L’Agenzia delle entrate ha invitato i contribuenti a presentare comunque le istanze, rassicurando che, laddove il dlgs sulla certezza del diritto venisse approvato nel corso della fase istruttoria della pratica, l’ufficio terrà conto solo degli anni ordinariamente accertabili, neutralizzando d’ufficio quelli “raddoppiati”».
Il responsabile dell’Ucifi non si è sottratto alla richiesta di chiarimenti da parte dei professionisti.
Sulla questione dei soggetti abilitati a operare sui conti esteri, Martino ha ricordato che «deleghe e procure corrispondono alla detenzione delle attività, a meno che la loro efficacia sia subordinata a un certo evento che non si è verificato (per esempio l’infermità del titolare).
Circostanza che però deve risultare per iscritto nell’atto originario».
Confermata invece l’esclusione dall’obbligo di quadro RW, e quindi dalla disclosure, per gli amministratori di aziende con poteri di firma sui conti esteri «ufficiali» della società.
Sul tema delle cassette di sicurezza, Martino evidenzia che «in primis è necessario verificare il loro contenuto e in questo l’accesso con un notaio e due testimoni può essere una soluzione valida».
Più difficile dimostrare che i beni o il denaro sono stati deposti nelle cassette prima del 31 dicembre 2009, al fine di non far scattare la presunzione di redditività per i paesi black list.
«Mentre per i beni mobili ciò può essere dimostrabile, nel caso dei contanti la prova è più problematica», prosegue Martino.
Un’eccezione potrebbe essere quella in cui il contribuente, temendo un’imposta straordinaria frutto di un’eventuale accordo Rubik sottoscritto con l’Italia, abbia chiuso il conto, ritirato l’intera somma in contanti e depositato il cash in cassetta.
In tali ipotesi, «la corrispondenza tra l’estratto conto e il registro di accesso al caveau può essere documentata, almeno a livello indiziario».
Vito Giordano, comandante del nucleo di polizia tributaria della Gdf Milano, rileva che le fiamme gialle non sono direttamente impegnate sul fronte voluntary, almeno per ora.
Ma nei prossimi anni, quando lo scambio di informazioni sarà a regime, «avremo la possibilità di richiedere ai paesi esteri i dati dei contribuenti, anche per gruppi omogenei di comportamenti», spiega il colonnello, «uno strumento molto incisivo che ci consentirà pure di accertare la commissione del reato di autoriciclaggio, che può consumarsi anche su capitali che sono frutto di illeciti datati e ormai prescritti».
Intervenuto ai lavori anche Eduardo Ursilli, all’ultimo giorno di servizio come direttore regionale Lombardia delle Entrate prima del pensionamento per limiti di età.
«Assicuriamo a tutti coloro che presentano l’istanza di disclosure un contraddittorio personale e con il massimo grado di riservatezza», afferma Ursilli, «nel budget 2015 dell’Agenzia abbiamo previsto che una significativa quota del personale sarà destinata a gestire le pratiche di collaborazione volontaria».

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Spazio a nuovi controlli anche dopo la disclosure (Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2015)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Rientro dei capitali. Si tratta di un accertamento parziale

  • di Dario Deotto

La procedura di collaborazione volontaria per le violazioni legate alle imposte dovute è da considerarsi una definizione di un accertamento parziale.
Si tratta di un aspetto che crea qualche perplessità e che, comunque, va tenuto in debita considerazione.
Va rilevato che la "collaborazione" si sostanzia nell’ema-nazione di un atto di contestazione (articolo 16, Dlgs 472/1997) per le violazioni in materia di monitoraggio, mentre, per le violazioni legate alle imposte, la procedura è quella dell’accertamento con adesione.
Quest’ultimo aspetto rappresenta un piccolo "limite", considerando che l’accertamento con adesione riguarda la singola annualità.
Peraltro, mentre in presenza di un atto di contestazione (per le violazioni da quadro RW), quest’ultimo deve considerare il principio del cumulo giuridico delle penalità per più annualità (si veda l’altro articolo in pagina), nell’accertamento con adesione (sia mediante il contraddittorio che con l’adesione diretta all’invito), il cumulo giuridico delle sanzioni riguarda il singolo periodo d’imposta e il singolo tributo (ultimo comma dell’articolo 12, Dlgs 472/1997).
Il fatto che la collaborazione si "realizzi" attraverso l’accertamento con adesione - che segue la singola annualità - porta anche come conseguenza quanto segnalato su Il Sole 24 Ore del 23 maggio scorso, e cioè che alcuni uffici stanno emettendo i primi inviti soltanto con riferimento alle annualità per le quali risultano più prossimi i termini di decadenza dell’accertamento.
La "suddivisione" per annualità della voluntary viene rappresentata anche dalla circolare 10/E/2015 delle Entrate, nella quale, al paragrafo 9.1, viene precisato che il mancato pagamento di una singola rata comporta il venir meno della procedura con riguardo alla singola annualità interessata, e non con riferimento a tutta la procedura.
Va detto che questa suddivisione della collaborazione per annualità non si concilia perfettamente con la finalità della stessa, che vorrebbe venissero incluse tutte le attività non dichiarate (con le relative conseguenze impositive, connesse e non) per tutti i periodi in cui le medesime violazioni risultano essere state commesse.
In tutto questo, crea ulteriori perplessità il fatto che, secondo la circolare 10/E/2015, l’adesione alla collaborazione è da assimilarsi alla definizione di un accertamento parziale.
In questo modo, l’amministrazione avrebbe la possibilità di "rientrare" sempre e comunque sulla posizione del contribuente.
Viceversa, se la "voluntary" venisse considerata la definizione di un accertamento ordinario, l’amministrazione andrebbe incontro a una serie di limitazioni oggettive e quantitative per poter fare una successiva attività di accertamento (articolo 2, comma 4, lettera a, Dlgs 218/1997).
Così, anche il fatto che la collaborazione venga considerata un "parziale", non si "sposa" bene con il principio di globalità della voluntary.
Il fatto che alla voluntary sia stato dato "vestito" di accertamento parziale presta il fianco anche per le eventuali conseguenze derivanti dall’incompletezza della procedura.
Sul punto, posto che esiste il principio di fondo della "globalità" della regolarizzazione, oltre a quello della buona fede, va notato che non esiste una norma che, in caso di incompletezza, fa venire meno gli effetti della procedura stessa (proprio perché si tratta di un "parziale").
Lo ammette la stessa Agenzia, nell’ultima pagina della circolare 10/E/2015, nella quale si afferma che quanto indicato nella voluntary si intende perfezionato (dopo il pagamento), fatto salvo che, in caso di incompletezza, si dovrà interessare l’autorità giudiziaria.
Infatti, ai fini della collaborazione, è stato introdotto il reato fiscale (con reclusione fino a sei anni) consistente nell’esibizione di atti falsi e nella comunicazione di dati non rispondenti al vero.
Anche se si nutrono della perplessità se questo reato possa riguardare un’eventuale voluntary incompleta, soprattutto in presenza di buona fede del contribuente.

La parola chiave

Cumulo giuridico

Si tratta del principio del concorso e della continuazione (articolo 12, Dlgs 472/97).
La norma prevede che si applica un’unica sanzione, debitamente elevata, quando il contribuente, con un’unica azione, commette più violazioni anche relative a tributi diversi; più violazioni formali della stessa disposizione; o quando commette più violazioni relative a tributi diversi e a periodi d’imposta diversi

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Storico accordo tra Ue e Svizzera, Addio al segreto bancario in 28 Stati (Il Corriere della Sera, 28 maggio 2015)

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Lo scambio automatico di informazioni utili ai fini fiscali partirà dal 2018 con riferimento all’anno 2017

  • di Francesca Basso

Fine del segreto bancario svizzero per i 28 Stati della Ue.
Anche Bruxelles ha siglato un accordo con Berna, definito dalla Commissione Ue «storico», per lo scambio automatico di informazioni a fini fiscali secondo lo standard Ocse.
Un’intesa simile era stata firmata dall’Italia a febbraio, passaggio fondamentale per dare una spinta alla voluntary disclosure (la sanatoria per i capitali detenuti all’estero di nascosto dal Fisco). L’accordo è applicabile a tutti i 28 Stati Ue ed entrerà in vigore nel 2018 con riferimento all’anno 2017.
Gli Stati riceveranno ogni anno nome, indirizzo, codice fiscale e data di nascita dei propri cittadini che hanno conti in Svizzera, oltre a informazioni sugli attivi finanziari e sull’ammontare dei depositi.

La strategia

Lo sforzo di Bruxelles è combattere l’evasione fiscale attraverso la trasparenza.
«Da parte Svizzera questo accordo è un segnale del rispetto degli impegni assunti con l’adesione alla Convenzione sull’assistenza amministrativa multilaterale – spiega Carlo Galli, partner di Clifford Chance – e proseguiti con l’impegno alla trasparenza al G20 di dicembre 2014. Ed è la dimostrazione, per chi deve decidere sulla voluntary disclosure, che lo scenario internazionale è ormai orientato alla lotta all’evasione».
Di recente evasori con un conto in Svizzera, i cui nomi sono emersi dai dati rubati alla Banca Hsbc da Hervé Falciani, si sono visti pubblicati da Berna le generalità su internet, riferisce Italia Oggi, perché erano oggetto di domande di assistenza amministrativa da parte di alcuni Paesi.
Il nuovo Protocollo sostituisce l’accordo tra Svizzera e Ue sulla fiscalità del risparmio, in vigore dal 2005. Per il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, «indica l’inizio di una nuova era».
Ieri è stato annunciato anche un piano per rendere la tassazione delle imprese più equa, che punta – tra l’altro – a una base imponibile consolidata comune per le società.

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ComplianceNet: 

Antiriciclaggio con segreto professionale (Italia Oggi, 28 maggio 2015)

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Parere del CNF

  • di Gabriele Ventura

Vale il muro del segreto professionale per l’avvocato sottoposto a controllo antiriciclaggio dalla Guardia di finanza.
Gli ispettori, per procedere all’acquisizione e all’esame dei fascicoli dello studio legale, sono obbligati, nel caso, a chiedere l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
Lo ha chiarito il Consiglio nazionale forense nel parere n. 92 inviato agli iscritti tramite circolare dall’ordine forense di Bologna.
Il Cnf ha risposto a un quesito dell’Ordine di Massa Carrara, che chiedeva «se, in sede di indagine della Gdf relativa all’osservanza della normativa in tema di antiriciclaggio, la stessa Gdf, anche senza specifica autorizzazione o ordine dell’Autorità giudiziaria, possa prelevare e visionare i fascicoli di studio, senza che a ciò possa opporsi l’eccezione del segreto professionale e della tutela della privacy dei clienti».
In particolare, il Consiglio nazionale forense richiama la circolare n. 1/2008 della Gdf, laddove dispone, a proposito dell’opposizione del segreto professionale che, «nel corso di accessi a fini fiscali, il segreto professionale possa essere fondatamente opposto soltanto per quei documenti che rivestono un interesse diverso da quelli economici e fiscali del professionista o del suo cliente e, pertanto, quando i documenti non presentano alcuna utilità ai fini fiscali; non pare quindi che possa essere eccepito il segreto professionale per le scritture ufficiali né per i fascicoli dei clienti () all’acquisizione dei documenti che costituiscono prova dei rapporti finanziari intercorsi fra professionista e cliente».
Continua il parere, «qualora venga opposto il segreto professionale, da far risultare chiaramente in atti, i verificatori devono richiedere l’autorizzazione dell’Autorità giudiziaria per procedere all’ulteriore esame, avendo cura di rappresentare all’Autorità stessa tutti gli elementi necessari per operare le proprie valutazioni, con particolare riferimento all’utilità ai fini delle operazioni ispettive dell’esame dei documenti per i quali detto segreto è opposto».

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Svizzera-Ue, il fisco trasparente (Italia Oggi, 28 maggio 2015)

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Firmato ieri l’accordo sulle informazioni finanziarie tra l’Europa e la Confederazione. Scambio dati dal 2018 ed esenzione sui transfrontalieri

  • di Tancredi Cerne e Valerio Stroppa

Collaborazione fiscale tra Svizzera e Ue in tre mosse: scambio automatico di informazioni finanziarie dal 2018, scambio su richiesta, esenzione dall’imposta alla fonte su pagamenti transfrontalieri di dividendi, interessi e canoni tra società madri-figlie.
I primi due strumenti ricalcano senza deroghe i principi stabiliti dal modello Ocse, mentre il terzo replica fedelmente le regole attuali.
È quanto prevede l’intesa firmata ieri a Bruxelles dal segretario di Stato elvetico per le questioni finanziarie internazionali, Jacques de Watteville, il commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, e il ministro delle finanze lettone, Janis Reirs, in qualità di rappresentante della presidenza Ue.
Oltre all’accordo è stata siglata una dichiarazione comune di intenti con cui le parti si sono impegnate a dare attuazione al protocollo dal 1° gennaio 2017 ed effettuare il primo scambio dati nel 2018 (si veda ItaliaOggi del 23 maggio scorso).
Berna non ha previsto una normativa specifica di attuazione: saranno applicate la legge sullo scambio automatico internazionale di informazioni in materia fiscale (Lsai), posta in consultazione il 14 gennaio 2015, e la legge sull’assistenza amministrativa fiscale (Laaf) per lo scambio di informazioni su richiesta, già in vigore dal 2013.
Ma cosa cambierà in futuro da un punto di vista pratico?
Le banche elvetiche (ma anche altre istituzioni finanziarie, come le entità di investimento e determinate imprese di assicurazione) dovranno consegnare alle autorità svizzere i dati finanziari sui propri clienti che risiedono in uno dei 28 paesi Ue, siano essi persone fisiche o persone giuridiche.
Sarà poi il fisco svizzero a trasmettere le informazioni ricevute alle autorità degli stati partner interessati.
Lo stesso percorso, in direzione opposta, dovrà essere condotto da tutti i paesi Ue nei confronti dei contribuenti svizzeri.
I dati scambiati in via automatica saranno il numero di conto, il nome, l’indirizzo, la data di nascita, il numero di identificazione fiscale, gli interessi e i dividendi, le rendite di contratti assicurativi, il saldo del conto e le plusvalenze su titoli.
«Si tratta di un nuovo colpo agli evasori fiscali e di un passo supplementare verso una fiscalità più giusta nell’Unione europea», ha commentato a caldo Moscovici, anticipando che la Commissione sta conducendo negoziati simili anche con San Marino, Monaco, Andorra e Liechtenstein (l’obiettivo di Bruxelles è chiuderli entro il 2015).
A livello formale l’intesa siglata ieri è costituita da un Protocollo di modifica che sostituisce l’Accordo tra Svizzera e Ue sulla fiscalità del risparmio, in vigore dal 2005.
«Nell’interesse della piazza economica svizzera il testo mantiene l’attuale esenzione dall’imposta alla fonte di pagamenti transfrontalieri di dividendi, interessi e canoni tra società consociate», si legge nel testo.
Già nella giornata di ieri il Consiglio federale elvetico ha avviato la consultazione sull’accordo.
Gli operatori e i Cantoni potranno far pervenire le proprie osservazioni fino al 17 settembre 2015.
Successivamente il testo sarà inviato alle Camere federali per l’approvazione.
Parallelamente, spiega una nota di Berna, «sono in corso i lavori per creare le basi legali per lo scambio automatico di informazioni con l’estero».
Si ricorda che ad oggi circa 100 stati e giurisdizioni hanno aderito al Common reporting standard, lo strumento di trasparenza globale messo a punto dall’Ocse.
Trattandosi di disposizioni che la costituzione elvetica qualifica come «importanti», il decreto federale che approva il Protocollo di modifica sarà sottoposto a referendum facoltativo, ove ne facciano richiesta almeno 50 mila elettori o otto Cantoni.
Una situazione analoga a quanto si potrebbe verificare nel recepimento dell’accordo bilaterale sullo scambio di informazioni stipulato con l’Italia lo scorso 23 febbraio (si veda ItaliaOggi del 26 maggio 2015).
Il protocollo riprende anche integralmente l’articolo 15 dell’Accordo sulla fiscalità del risparmio: i dividendi corrisposti dalle società figlie alle società madri tra gli stati Ue e la Svizzera non saranno soggetti a tassazione nel paese d’origine, laddove la madre detiene direttamente almeno il 25% del capitale della società figlia per un minimo di due anni, nessuna società ha la residenza fiscale in un paese terzo ed entrambe sono società di capitali.

 

ComplianceNet: 

Voluntary: i codici fiscali di persone «terze» innescano controlli a catena (Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2015)

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Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

  • di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

Uno degli aspetti più delicati della domanda di disclosure riguarda il fatto che vanno anche indicati (nella sezione I) i codici fiscali dei soggetti collegati.
La procedura di collaborazione volontaria potrebbe pertanto innescare un meccanismo di segnalazione di posizioni di soggetti terzi, in alcuni casi del tutto ignari.
Purtroppo ad oggi non è ancora chiaro quali sono tutte le situazioni in cui indicare i dati, ed anche quali sono le conseguenze di una eventuale mancata indicazione.
Di conseguenza, si stanno bloccando proprio a causa di questo problema diverse situazioni: contribuenti propensi ad aderire alla procedura di collaborazione volontaria diventano restii davanti alla richiesta di coinvolgere altri soggetti.
La prima considerazione che deve guidare nella ricerca di una soluzione interpretativa non può che riguardare il dettato normativo.
Innanzi tutto occorre rilevare che la norma di legge non prevede nulla in materia di soggetti collegati. Quando l’articolo 5 quater comma i del Dl 167/90 detta le condizioni per avvalersi della disclosure prevede che il contribuente deve:
a)indicare spontaneamente gli investimenti e le attività finanziarie costituiti o detenuti all’estero;
b) fornire documenti e informazioni per determinare i redditi che servirono per acquisirli o acquistarli, nonché dei redditi derivanti dalla loro utilizzazione o dismissione;
c) fornire documenti e informazioni per la determinare eventuali maggiori imponibili non connessi con le attività estere;
d) versare le somme dovute in base all’invito a comparire.
Dalle richieste normative è assente ogni riferimento ai soggetti collegati. L’unico blando riferimento può essere trovato nell’articolo 5 sexies, che prevede: «Le modalità di presentazione dell’istanza di collaborazione volontaria e di pagamento dei relativi debiti tributari, nonché di ogni altra modalità applicativa della relativa procedura, sono disciplinate con provvedimento del direttore delle Entrate».
È proprio la disposizione che approva modelli e relative istruzioni a stabilire che nella sezione I dell’istanza vadano indicati i codici fiscali dei soggetti collegati «anche al fine di consentire, per ciascun periodo di imposta, la ripartizione (...) delle disponibilità delle attività finanziarie e patrimoniali oggetto di emersione tra tutti coloro che ne avevano la disponibilità».
I codici fiscali vanno indicati nella colonna 1 se il collegamento è riferibile alle attività estere, nella colonna 2 se il collegamento è invece riconducibile agli importi che formano oggetto di emersione.

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Voluntary internazionale per persone fisiche ed enti (Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2015)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

I soggetti interessati alla disclosure cambiano a seconda che si prenda in considerazione la collaborazione internazionale o quella nazionale

  • di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

I soggetti interessati alla disclosure cambiano a seconda che si prenda in considerazione la collaborazione internazionale o quella nazionale.
Il ricorso alla procedura internazionale è possibile in caso di violazione delle disposizioni relative al monitoraggio fiscale (compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi).
Sono pertanto interessati alla procedura i soggetti che, in relazione ai patrimoni che sono collocati al di fuori del territorio nazionale italiano e che sono stati posseduti sia direttamente che indirettamente (tramite interposta persona), hanno violato una o più delle disposizioni previste in materia di monitoraggio fiscale (Dl 167/1990, convertito dalla legge 227/ 1990). Quindi:
le persone fisiche residenti in Italia. Si considerano residenti (articolo 2, comma 2, del Tuir) «le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente, o hanno nel territorio dello Stato il domicilio, o la residenza ai sensi del Codice civile»;
le società semplici e le associazioni artistiche e professionali residenti in Italia. In base al combinato disposto dell’articolo 5, comma 3, lettera d e dell’articolo 73, comma3, del Tuir, devono considerarsi residenti i soggetti «che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale, o la sede dell’amministrazione, o l’oggetto principale nel territorio dello Stato»;
gli enti non commerciali (compresi i trust) residenti in Italia, anche se esercenti imprese commerciali o attività professionali o artistiche.
Nel caso di disclosure internazionale, oltre alla possibilità di regolarizzare le attività finanziarie detenute all’estero, la legge 186/2014 prevede la possibilità di sanare le violazioni relative agli obblighi di dichiarazione (ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, dell’Irap e dell’Iva).
La disclosure nazionale prevede di regolarizzare le violazioni (in materia di imposte sui redditi e relative addizionali, imposte sostitutive delle imposte sui redditi, Irap e Iva, nonché le violazioni relative alla dichiarazione dei sostituti d’imposta), commesse fino al 30 settembre 2014 da tutti i contribuenti.
Pertanto, la disclosure domestica riguarda anche i non interessati dalla normativa del monitoraggio fiscale quali, ad esempio, gli imprenditori individuali, i soggetti non residenti, o i soggetti che sono costituiti in forma societaria, come le società di persone e di capitali.

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