La disclosure col ripescaggio (Italia Oggi, 22 ottobre 2014)

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  • Fonte: IusLetter e in formato pdf su rassegna stampa dell'Agenzia delle Entrate

Banche e fiduciarie non vogliono trovarsi impreparate. Soprattutto sull'autoriciclaggio

  • di Vincenzo Josè Cavallaro

Possibili rimpatri, sia fisici che giuridici, prima che la procedura di collaborazione volontaria si sia chiusa, con la semplice presentazione a banche e fiduciarie dell’istanza di voluntary depositata presso l’Agenzia delle entrate.
Lo si ricava dal testo del ddl sulla Voluntary Disclosure (Vd) approvato giovedì scorso dalla Camera dei deputati, il cui esame si apre ora al Senato.
Giorni frenetici, dunque, per banche e fiduciarie: gli intermediari italiani non vogliono farsi trovare impreparati di fronte alla mole di rimpatri che si preannunciano, complice il «bastone» dell’autoriciclaggio.
Bisogna strutturare i processi organizzativi e soprattutto le procedure antiriciclaggio.
E l’esperienza maturata nelle passate edizioni degli scudi fiscali deve essere accantonata.
I dipartimenti fiscali e compliance di banche e fiduciarie si trovano di fronte a un dilemma: accettare gli attivi oggetto di Vd a procedura conclusa, per evitare rischi di non conformità, sacrificando gli interessi commerciali o strutturare del processi in cui interessi commerciali e compliance coabitano.
La collaborazione volontaria è una procedura contraddittoria, che si basa sulla messa a disposizione e sull’analisi di estratti conto, di prove sulla formazione della provvista estera, di documenti: la procedura può durare settimane, se non mesi.
Per un intermediario residente, accettare attivi oggetto della procedura all’esito della definizione della Vd, con il pagamento di quanto dovuto da parte del contribuente, significherebbe avere la certezza di un autorevole vaglio sugli attivi rimpatriati: quello effettuato dall’Agenzia delle entrate, i cui funzionari, in quanto pubblici ufficiali, avrebbero l’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria le anomalie rilevate durante la procedura nel caso di accertamento di atti falsi esibiti dal contribuente o di comunicazione di dati non rispondenti al vero.
Attendere l’autorevole vaglio dell’Ucifi rischia di fare perdere opportunità commerciali agli intermediari italiani e, del resto, lo stesso ddl sulla voluntary disclosure ammette espressamente il rimpatrio, sia fisico che giuridico di attivi esteri (intestazione di conti esteri da parte di fiduciarie) prima che la procedura si sia chiusa, nella misura in cui le sanzioni amministrative sono ridotte alla metà del minimo in applicazione dell’art. 7, comma 4, del dlgs 472/97 «se le attività vengono trasferite in Italia o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo che consentono un effettivo scambio di informazioni con l’Italia».
È di tutta evidenza, dunque, che la normativa sulla Vd consente rimpatri fisici e giuridici prima che la procedura si sia chiusa.
Come garantire che ciò avvenga in sicurezza giuridica per gli intermediari italiani ?
Osservando delle semplice accortezze che nascono prima di tutto dal buon senso e, poi, da un’analisi ragionata degli obblighi antiriciclaggio previsti dal dlgs 231/1997.
E tali accortezze possono essere così sintetizzate:

  1. acquisire copia dell’istanza presentata all’Ucifi e dei relativi allegati;
  2. effettuare l’adeguata verifica del cliente sulla base dei documenti così acquisiti;
  3. bloccare il rapporto sino a completamento della procedura, consentendo solo operazioni di investimento, ma non consentendo bonifici verso l’esterno;
  4. monitorare il rapporto in continuo sino a chiusura della procedura;
  5. effettuare la segnalazione di operazione sospette se la procedura non si chiude.

Tali accorgimenti permetterebbero a banche e fiduciarie di non perdere opportunità commerciali e, allo stesso tempo, allontanerebbero rischi di non conformità nell’accettare rimpatri fisici o giuridici prima che la procedura si sia chiusa: l’effetto di tali accorgimenti sarebbe di «mettere in sicurezza» gli attivi in questione nel caso in cui, nell’ambito delle operazioni di disclosure, l’Ucifi, e dunque, le Procure della repubblica interessate, dovessero rilevare delle anomalie, per esempio sull’origine dei fondi.
La tutela degli interessi commerciali degli intermediari residenti andrebbe, in presenza di tali accorgimenti, a braccetto con l’esigenza di Ucifi e Procure di avere immediatamente a disposizione gli attivi in questione per l’adozione di eventuali misure cautelari nel caso di anomalie emerse durante la procedura.

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BIS, “Recovery of financial market infrastructures - final report” (22 ottobre 2014)

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Il 15 ottobre 2014 il Committee on Payments and Market Infrastructures (CPMI) e l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO) hanno pubblicato  il documento “Recovery of financial market infrastructures” (pdf, 380 K, 32 pp.).
Il rapporto fornisce una linea-guida per le infrastrutture dei mercati finanziari (Financial Market Infrastructures - FMIs) e le controparti centrali (Central Counterparties - CCPs) per la realizzazione  di piani di ripristino e recovery in caso di gravi minacce che possano impedire l’erogazione di servizi critici per il mercato finanziario.
Il documento fornisce inoltre una guida per le autorità di supervisione impegnate in tale ambito.
Il rapporto è stato pubblicato per la consultazione nel mese di agosto 2013; la versione definitiva pubblicata il 15 ottobre 2014  tiene conto delle osservazioni ricevute durante il processo di consultazione.
Il documento  integra i “Principles for financial market infrastructures (PFMI)” e gli standard internazionali per le Financial Market Infrastructures (FMIs) pubblicate dal CSPR e IOSCO nel mese di aprile 2012; esso non richiede norme supplementari per alle FMIs ma fornisce indicazioni supplementari su come le  FMIs possono rispettare gli obblighi richiesti.
Il documento, infine, è coerente con i “Key attributes of effective resolution regimes for financial institutions” del Financial Stability Board (FSB)”che in tale occasione viene ripubblicato.

Indice del documento

Executive summary
1 Introduction
1.1 Purpose of the report
1.2 Content of the report
2 Recovery planning
2.1 The importance of recovery planning
2.2 The relationship between risk management, recovery and resolution
2.3 The process of recovery planning
2.4 The content of recovery plans
2.5 The role of the authorities in recovery
3 Recovery tools: general considerations
3.1 Introduction
3.2 Risk categories and failure scenarios that may require the use of recovery tools
3.3 Characteristics of recovery tools
3.4 Considerations for allocating losses and liquidity shortfalls
4 Specific recovery tools for FMIs
4.1 Introduction
4.2 Tools to allocate uncovered losses caused by participant default
4.3 Tools to address uncovered liquidity shortfalls
4.4 Tools to replenish financial resources
4.5 Tools for CCPs to re-establish a matched book following participant default
4.6 Tools to allocate losses not caused by participant default

Allegato

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  • Committee on Payments and Market Infrastructures, Board of the International Organization of Securities Commissions. “Recovery of financial market infrastructures”, 15 ottobre 2014 (pdf, 380 K, 32 pp.)

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ComplianceNet: 

Voluntary disclosure: il DDL sul rientro dei capitali ha ottenuto il primo via libera dalla Camera (dirittobancario.it, 21 ottobre 2014)

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Fonte: dirittobancario.it , disponibile anche in formato pdf (192 K, 6 pp.)

Indice dell’articolo

  • Premessa
  • 1. La procedura di collaborazione volontaria
  • 2. Esclusione da punibilità per taluni reati
  • 3. Riduzione delle sanzioni amministrative
  • 4. Stati black-list
  • 5. La voluntary disclosure per le società residenti e per le attività detenute in Italia
  • 6. Regime opzionale per contribuenti “minimi”
  • 7. Reato di autoriciclaggio
  • Note al testo

Qui il testo completo (disponibile anche in pdf , 192 K, 6 pp.)

Premessa

La percorribilità e appetibilità della voluntary disclosure nel nostro Paese passa non solo dalle iniziative internazionali e domestiche che si sono succedute nel tempo sul terreno del contrasto al riciclaggio e agli illeciti fiscali internazionali, ma anche dall’introduzione di una normativa ad hoc che regoli in maniera compiuta le conseguenze in termini di maggiori imposte, sanzioni (amministrative e penali), di un’autodichiarazione da parte del contribuente residente di proprie disponibilità, finanziarie e patrimoniali, detenute all’estero in illecito valutario e fiscale.
Fino ad oggi, infatti, nell’ipotesi di disclosure di patrimoni di contribuenti in vita[1], le sanzioni che conseguono all’omessa (o infedele) compilazione del modulo RW, insieme al possibile avvio di un procedimento penale laddove si integrasse una violazione rilevante dal punto di vista penale tributario[2], costituivano il maggiore impedimento alle procedure di voluntary disclosure.
Dopo la mancata conversione (in parte) del D.L. n. 4/2014, il tanto atteso provvedimento di regolamentazione della procedura di «collaborazione volontaria» è stato approvato con Disegno di legge A.C. n. 2247 il 16 ottobre scorso dalla Camera dei Deputati. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.
Tra le novità più significative introdotte in sede referente si segnala l’estensione della procedura ai soggetti IRES e alle attività detenute in Italia, nonché l’introduzione del reato di autoriciclaggio.
La voluntary disclosure opera quindi su un duplice binario: a fronte di un irrigidimento della risposta repressiva, attraverso l’introduzione nel nostro ordinamento della nuova fattispecie incriminatrice rappresentata dal reato di «autoriciclaggio», sono stati previsti dei «meccanismi di premialità» in favore dei contribuenti che si autodenunciano e regolarizzano così la propria posizione fiscale, che non si configurano tuttavia come forme di condono fiscale, ma che costituiscono una sorta di «strada maestra»per rientrare nella legalità.
Ma vediamo più in dettaglio.

1. La procedura di collaborazione volontaria

I destinatari della voluntary disclosure sono innanzitutto gli stessi del cd. monitoraggio fiscale – in primis le persone fisiche residenti –, con riferimento alla “violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’articolo 4, comma 1 [del D.L. n. 167/1990 - N.d.A.], commessa fino al 30 settembre 2014”[3].
La procedura di voluntary disclosure riguarderà dunque tutte le violazioni relative ai periodi di imposta 2013 e precedenti, per i quali non siano già scaduti i termini di accertamento o di contestazione delle violazioni relative al modulo RW.
L’emersione può riguardare sia gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria posseduti direttamente dal contribuente, sia, ai sensi del nuovo art. 5-quater, comma 1, lett. a), del D.L. n. 167/1990, investimenti ed attività “detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona”.
L’art. 1, comma 2, del Disegno di legge A.C. n. 2247, introduce la possibilità di avvalersi della procedura di voluntary disclosure anche per i “contribuenti diversi da quelli indicati nell’articolo 4, comma 1 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 … e i contribuenti destinatari degli obblighi dichiarativi ivi previsti che vi abbiano adempiuto correttamente”, così estendendo la procedura di collaborazione volontaria, ad esempio, anche alle società (di capitali e di persone) residenti e ai contribuenti (destinatari degli obblighi di monitoraggio fiscale) autori di violazioni riguardanti attività detenute in Italia.
Ciò detto, ai fini del perfezionamento della procedura di disclosure volontaria, è necessario che si realizzino tutte le condizioni previste dal nuovo art. 5-quater, comma 1, lettere a) e b); in sintesi:

  • autodenuncia – attivabile una sola volta ed entro il 30 settembre 2015 – da parte del contribuente, comportante il pieno riconoscimento e la regolarizzazione di tutte le violazioni e di tutti i redditi non dichiarati, ovunque prodotti e a prescindere dal luogo di detenzione delle disponibilità a questi connesse. È infatti richiesto che il contribuente indichi spontaneamente – attraverso la presentazione di un’apposita richiesta di ammissione – “tutti gli investimenti e tutte le attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona”, fornendo tutti i documenti e le informazioni utili ai fini della ricostruzione degli stessi e dei redditi che servirono per costituirli, acquistarli o che sono derivati dalla loro dismissione, “unitamente … alle informazioni per la determinazione degli eventuali maggiori imponibili … non connessi con le attività costituite o detenute all’estero”, con riferimento a tutti i periodi di imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non siano scaduti i termini per l’accertamento o per la contestazione della violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’art. 4, comma 1 del D.L. n. 167/1990[4];
  • integrale assolvimento - in un’unica soluzione ovvero in tre rate trimestrali - di tutte le somme dovute a titolo di imposte evase, interessi di mora e sanzioni[5].

Il comma 2 del citato art. 5-quater, disciplina i casi in cui la collaborazione non è ammessa. In particolare, la procedura non può attivarsi se la richiesta è presentata dopo che la violazione sia già stata constatata ovvero siano iniziati accessi, ispezioni e verifiche o altre attività di accertamento tributario o procedimenti penali riconducibili alle attività oggetto della procedura, di cui l’autore della violazione o i soggetti con questo solidalmente obbligati in via tributaria o concorrenti nel reato abbiano avuto formale conoscenza.

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Antiriciclaggio, il vero rischio per il professionista è l’agevolazione al cliente – sintesi (Eutekne.info, 22 ottobre 2014)

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Comportamenti anche lontani dalle fattispecie delineate dall’art. 648-bis c.p., se agevolano l’azione del riciclatore, portano a rispondere in concorso

Su Eutekne.info del 22 ottobre 2014 Ciro Santoriello analizza i rischi di ordine penale per il professionista in relazione agli obblighi antiriciclaggio.
Particolare allarme riveste la previsione – di cui all’art. 41 del decreto legislativo – dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette, intendendosi per tali quelle in relazione alle quali il professionista sa, sospetta o ha motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.
Santoriello ricorda che il professionista non ha “l’obbligo di segnalare le operazioni sospette nel caso in cui la conoscenza della operazione sospetta venga acquisita nel corso dell’esame della posizione giuridica del cliente o nell’espletamento dei compiti di difesa o rappresentanza in un procedimento giudiziario, nonché nell’ambito di una consulenza resa sulla eventualità di intentare o evitare un procedimento” in quanto il rapporto che si instaura fra professionista e cliente presuppone un clima di fiducia tale che il secondo possa informare il primo sulle proprie – a volte non commendevoli – intenzioni o sui propri trascorsi, rimettendo poi al professionista la scelta circa la soluzione più adeguata per la sistemazione dei propri affari.
In sostanza, la previsione in parola si fonda sulle medesime ragioni che sostengono la disciplina in tema di segreto professionale.
Il perseguimento della tutela di tale segreto professionale ha portato il legislatore ad individuare una serie assai ampia di ipotesi in cui il professionista può dirsi esentato dall’obbligo di segnalazione.
Tuttavia evidente risulta l’ipoteca gravante sulla futura applicabilità dell’obbligo di segnalazione se riferita all’espletamento, da parte del professionista, di compiti di difesa o di rappresentanza del cliente.
In proposito, infatti, la norma è assolutamente generica, giacché non fa riferimento alle informazioni ottenute nel corso del procedimento – o eventualmente dopo lo stesso – ma anche laddove tali notizie siano state ottenute prima che il procedimento venga iniziato e magari proprio allo scopo di evitare tale inconveniente.
Secondo Santoriello “alla luce di queste considerazioni pare forse più corretto ritenere che il coinvolgimento del professionista in fatti di riciclaggio possa verificarsi – anziché mediante l’inosservanza delle prescrizioni presenti nel decreto n. 231 del 2001 – in ragione di condotte che configurino un concorso di tale soggetto nel delitto di riciclaggio previsto dall’art. 648-bis c.p. È quanto, ad esempio, ritenuto dalla decisione n. 43130/2014 della Cassazione, la quale ha ritenuto corretta la contestazione di concorso nel predetto reato ad una commercialista che aveva agevolato altrui condotte di riciclaggio mediante la predisposizione di falsa documentazione in qualche modo in grado di giustificare la circolazione del denaro provento di reato”.
In conclusione secondo l’autore dell’articolo “il vero rischio per i professionisti, nell’ambito della normativa sull’antiriciclaggio, non sta nella mancata adozione delle comunicazioni prescritte dal decreto n. 231, quanto nel farsi eccessivamente e consapevolmente coinvolgere nelle condotte delittuose del cliente, adottando comportamenti che possono sembrare lontani dalla descrizione della fattispecie di reato delineata dall’art. 648-bis c.p. ma che di fatto, agevolando l’azione del riciclatore, portano il commercialista a rispondere di tale crimine a titolo di concorso”.

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Alcuni dettagli da chiarire sulla voluntary disclosure (Mf, 21 ottobre 2014)

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Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate, titolo originale “Alcuni dettagli da chiarire sulla voluntary: come impiegare i capitali che rientreranno?

  • di Angelo De Mattia

Votato, alla Camera, il disegno di legge per il rientro o l’emersione dei capitali illegittimamente espertati oppure nascosti in Italia (la voluntary disclosure), insieme con l'introduzione della disciplina dell’autoriciclaggio, non cessano le polemiche su quest’ultima normativa e sulle deroghe alla punibilità che essa contiene.
In particolare, le discussioni si appuntano sulla non punibilità della destinazione del denaro o delle altre utilità derivanti dalla commissione di un reato presupposto all’utilizzazione e al godimento personali, intendendosi per tali, per esempio, l’acquisto di una abitazione o l’investimento in strumenti della propria azienda.
È un’obiezione avanzata, soprattutto dalla corrente giustizialista, già in occasione della preparazione e della discussione della norma.
Per attenuare la portata di tale rilievo è stata poi inserita l’esclusione dalla deroga degli investimenti speculativi, che, del resto, era stata richiesta pure su queste colonne.
Ciò dovrebbe prevalere sul godimento personale che, se evidentemente mosso da finalità speculative, andrebbe considerato come autoriciclaggio.
Ma se si volesse completare l’operazione mirata a evitare l’elusione della normativa, occorrerebbe pure considerare autoriciclaggio quelle destinazioni intermedie volte poi all'acquisizione di un bene per il godimento personale (il classico deposito su di un conto fatto disporre da un prestanome, per poi acquisire un appartamento).
Insomma, ferma restando l’esclusione anzidetta, si potrebbe rendere più rotonda la previsione in modo che essa non diventi la porta attraverso cui passino casi di vero e proprio autoimpiego vestiti della formula del godimento personale.
Ma appare difficile escludere in toto quest’area di esenzione perché sanzionare anche l’ipotesi contemplata da quest’ultima formula significherebbe avvicinarsi di molto alla doppia pena per quello che apparirebbe quasi il medesimo reato.
Ovviamente,  il soggetto che effettua un impiego della specie sarebbe di certo sanzionato per il reato presupposto.
È auspicabile, dunque, al Senato un ulteriore lavoro di limatura e di adeguamento, mentre non sarebbe condivisibile, come pure qualcuno ventila, che i contrasti sul reato in questione portino all’espunzione della normativa dal disegno d legge per farla rifluire nella legge di Stabilità.
L'importanza di tale introduzione sta nel suo stretto collegamento con la voluntary disclosure, soprattutto perché essa concorre a differenziare il volontario rientro dei capitali in forma nominativa dall'ipotesi di un condono di una sanatoria vecchio tipo.
Piuttosto a Palazzo Madama sarà opportuno riflettere ancora sulla fattispecie, per rendere possibile la voluntary, si è escluso che alle relative operazioni si applichino le nome sull’autoriciclaggio fino al 30 settembre 2015.
E successivamente cosa accadrà per le somme così rientrate o emerse?
Quid, insomma, per l'impiego successivo?
In ogni caso, un iter parlamentare sollecito e importante, anche sotto il profilo del gettito che scaturirà dalle operazioni in questione, discendente dal pagamento di tutte le imposte e delle sanzioni pecuniarie, anche se si tratterà di introito una tantum.
In definitiva bisognerà distinguere, anche in nome della speditezza del percorso legislativo, tra obiezioni e dubbi fondati, quelli avanzati per amore di perfezionismo e gli altri ancora, che potrebbero, invece, essere considerati come il classico  bastone fra le ruote.

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Banca d’Italia: “Protocollo di intesa con Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per la tutela dei consumatori di banche e finanziarie” (21 ottobre 2014)

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  • Fonte: sito Banca d’Italia (pdf)

Il 20 ottobre la Banca d’Italia ha reso noto di aver stipulato un protocollo di intesa con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in materia di tutela dei consumatori nel mercato bancario e finanziario.
Di seguito una sintesi del “protocollo”

Protocollo di intesa tra la Banca d'Italia e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in materia di tutela dei consumatori nel mercato bancario e finanziario

(…)

Art. 2. Attività di cooperazione

1. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM,) e la Banca d’Italia cooperano nelle seguenti forme:
a) coordinamento degli interventi istituzionali su settori di comune interesse;
b) segnalazione dell’AGCM alla Banca d’Italia di casi in cui, nell’ambito di procedimenti di competenza dell’AGCM medesima, emergano ipotesi di eventuali violazioni da parte degli operatori delle norme alla cui applicazione è preposta la Banca d’Italia;
c) segnalazione della Banca d’Italia all’AGCM di casi in cui, nell’ambito di procedimenti di competenza della Banca d’Italia medesima, emergano ipotesi di eventuali fattispecie di pratiche commerciali scorrette relative ai settori creditizio e finanziario.

2. In particolare, la Banca d’Italia e l’AGCM cooperano nello svolgimento delle rispettive funzioni istituzionali attraverso i seguenti strumenti:
a) costituzione di un gruppo di lavoro permanente sull’attuazione del presente Protocollo, anche al fine di promuovere il confronto tra le Autorità su tematiche di comune interesse inerenti alla tutela dei consumatori nei rapporti con gli intermediari bancari e finanziari;
b) scambio reciproco di documenti e informazioni - secondo modalità pratiche da concordare sui procedimenti avviati da ciascuna Autorità nell’esercizio dei poteri indicati in premessa.

Art. 3. Parere

1. Al termine dell’istruttoria svolta ai sensi del regolamento sulle procedure, l’AGCM chiede alla Banca d’Italia il parere di cui all’articolo 27, comma 1-bis, del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, trasmettendo altresì la documentazione rilevante. La Banca d’Italia si pronuncia entro trenta giorni dal ricevimento della richiesta di parere e della relativa documentazione.
2. Nell’ipotesi in cui vengano presentati impegni da parte del professionista, l’AGCM, ove non ritenga la pratica commerciale manifestamente grave e scorretta ai sensi dell’articolo 27, comma 7, del Codice del Consumo, ovvero non ritenga manifestamente inidonei gli impegni proposti, invia la relativa documentazione alla Banca d’Italia, che rilascia il parere di cui al comma precedente entro quarantacinque giorni dal ricevimento della richiesta di parere e della connessa documentazione.
3. In base a quanto previsto nell’articolo 27, comma 1-bis, del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il rispetto della regolazione vigente da parte del professionista esclude, limitatamente a tale profilo, la configurabilità di una condotta contraria alla diligenza professionale.
4. Decorso il termine per il rilascio del parere, l’AGCM può adottare il provvedimento di sua competenza.

Art. 4. Segreto d’ufficio

1. Le informazioni e i documenti comunicati da un’Autorità all’altra restano sottoposti al segreto d’ufficio secondo le disposizioni previste dalla normativa vigente per l’Autorità che li ha comunicati per prima.
2. In ogni caso, ciascuna Autorità, in sede di trasmissione delle informazioni o dei documenti, fa presente all’altra il trattamento della riservatezza applicato agli stessi.

Art. 5. Comunicazioni tra le Autorità

1. Al fine di ridurre i tempi di trasmissione, le comunicazioni tra le Autorità possono essere anticipate via fax o via e-mail.

Art. 6. Servizi o Unità interne competenti

1. Ai fini dell’attuazione del presente Protocollo, sono competenti per l’AGCM la Direzione Credito della Direzione Generale per la tutela del consumatore, per la Banca d’Italia il Servizio Tutela dei clienti e antiriciclaggio del Dipartimento Vigilanza Bancaria e Finanziaria.

Art. 7. Integrazioni e modifiche

1. Entro un anno dalla data di sottoscrizione del Protocollo le Autorità avviano il processo di revisione del presente Protocollo. Resta ferma la possibilità di apportare, di comune accordo, anche prima di quella data, integrazioni e modifiche per tenere conto di nuove disposizioni normative o di ulteriori aspetti che potranno emergere nel corso della collaborazione, nonché dell’esigenza di precisare strumenti e modalità della collaborazione stessa.

Allegato

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  • Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) e Banca d’Italia, “Protocollo di intesa tra la Banca d'Italia e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in materia di tutela dei consumatori nel mercato bancario e finanziario” (pdf, 79 K, 4 pp.)

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Per il CNDCEC gli studi associati non devono comunicare la PEC all’Agenzia – sintesi (Eutekne.info, 21 ottobre 2014)

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La nota informativa 16 ottobre 2014 n. 20 esclude qualsiasi adempimento dal momento che la normativa antiriciclaggio è destinata alle sole persone fisiche

Su Eutekne.info del 21 ottobre 2014 Maurizio Meoli riporta la precisazione del CNDCECConsiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, che con l’informativa 16 ottobre 2014 n. 20 del CNDCEC ribadisce che la comunicazione dell’indirizzo PEC all’Agenzia delle Entrate è da riferire ai soli professionisti persone fisiche, destinatari degli obblighi antiriciclaggio, espressamente esonerati da tale adempimento dalla risoluzione n. 88/2014 della stessa Agenzia.

Riepilogo delle puntate precedenti

Ad agosto 2014 viene reso noto, tramite provvedimento n. 105953/2014 dell’Agenzia delle Entrate, che i “professionisti” destinatari della normativa antiriciclaggio devono rispondere alle richieste dell’Ufficio Centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali (UCIFI) e dei reparti speciali della GdF esclusivamente via PEC; conseguentemente è stabilito che i soggetti destinatari delle richieste devono comunicare all’Agenzia delle Entrate il proprio indirizzo PEC, utilizzando i servizi Entratel o Fisconline, entro il 31 ottobre 2014.
Il 14 ottobre 2014  con la ris. n. 88/2014, l’Agenzia delle Entrate aveva chiarito che l’obbligo di comunicazione non sussiste se l’indirizzo PEC risulta già dall’elenco pubblico “INI-PEC”  ovvero se è già stato inviato all’Agenzia delle Entrate sulla base di protocolli d’intesa sottoscritti da organismi associativi.
Il 17 ottobre 2014 Eutekene solleva il problema della PEC degli studi “associati”  sottolineando che, posta la possibilità per lo studio associato di dotarsi di una propria PEC, occorre considerare che l’obbligo di comunicazione all’Ordine era stato “calibrato” sui professionisti persone fisiche (cfr. il provvedimento CNDCEC del dicembre 2009) e che in ogni caso l’indirizzo PEC dello studio associato non poteva essere presente nell’elenco “INI-PEC”, dal momento che il relativo software non è abilitato a riceverlo.

L’informativa n. 20 del CNDCEC

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, con l’informativa 16 ottobre 2014 n. 20, ha ribadito che la comunicazione dell’indirizzo PEC all’Agenzia delle Entrate è da riferire ai soli professionisti persone fisiche, destinatari degli obblighi antiriciclaggio.
Nel caso di “studi associati” quindi l’UCIFI o la GdF, una volta individuato il rappresentante legale (o altro professionista dello studio), formulerà le richieste dei dati al relativo indirizzo PEC, certamente reperibile nell’elenco “INI-PEC”.

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Voluntary Disclosure anche per le società (Italia Oggi, 21 ottobre 2014)

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Il testo approvato dalla Camera apre scenari per un ampliamento della platea. Regolarizzabili attività non evidenziate in dichiarazione

  • di Stefano Loconte

Le società potranno regolarizzare le attività detenute all’estero e non correttamente evidenziate nella dichiarazione dei redditi.
Tale conclusione emerge dall’analisi della proposta di legge recante le disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero approvata dalla Camera dei deputati giovedì 16 ottobre e in attesa della discussione al Senato.
Viene, infatti, esplicitamente precisato che potranno avvalersi della procedura di collaborazione volontaria anche contribuenti diversi da quelli soggetti al monitoraggio fiscale che intendono sanare le violazioni degli obblighi di dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, dell’imposta regionale sulle attività produttive e dell’imposta sul valore aggiunto, nonché le violazioni relative alla dichiarazione dei sostituti d’imposta.
Si tratta, come evidente, della possibilità offerta a quei soggetti esercenti attività commerciali (in primis le società di capitali) di fare emergere beni e attività estere che le stesse società non hanno indicato nella propria dichiarazione dei redditi.
La procedura è identica a quella della disclosure relativa alle attività non dichiarate nel quadro RW.
Potrà essere attivata entro il 30 settembre 2015 per le violazioni commesse fino al 30 settembre 2014, dovranno essere messi a disposizione tutti i documenti necessari per la ricostruzione delle attività estere in relazione a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta di ammissione alla procedura di emersione, non sono scaduti i termini per l’accertamento, si attiverà la procedura di contraddittorio con l’Ucifi e si addiverrà al pagamento delle imposte dovute e delle sanzioni in misura ridotta (minimo edittale ridotto di un quarto).
Si aprirebbero, quindi, interessanti possibilità per la regolarizzazione di questi asset che una lettura restrittiva del testo di legge in discussione impedirebbe.
Infatti, una diversa e meno ampia interpretazione della disciplina della voluntary potrebbe far apparire la norma incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione.
Sarebbe, infatti, ipotizzabile sostenere una lesione di detto principio poiché la diversa intestazione di un «bene» estero (evidentemente nella disponibilità del soggetto italiano a seguito di evasione di imposta) potrebbe portare a differenti circa la possibilità di regolarizzare tale posizione.
Se, per esempio, un conto corrente è di una persona fisica (che ha quindi violato gli obblighi dichiarativi del quadro RW) sarà possibile farlo «emergere» attraverso la disclosure, se lo stesso conto appartiene a una società (che non ha violato il quadro RW ma che ha presentato una dichiarazione dei redditi non veritiera) non sarà possibile la regolarizzazione.
Ne consegue che per evitare questa disparità di trattamento non si potrà che permettere l’adesione alla procedura di collaborazione volontaria anche alle società e agli enti esercenti attività commerciale in relazione ai loro beni detenuti all’estero rispetto ai quali sono state commesse delle violazioni degli obblighi dichiarativi ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, dell’imposta regionale sulle attività produttive e dell’imposta sul valore aggiunto della dichiarazione dei sostituti d’imposta.
L’adesione a questa procedura da parte di una società non è però esente da rischi.
In primo luogo quello che potrebbero correre gli amministratori in relazione a condotte penalmente rilevanti connesse alle attività di emersione.
Il pensiero corre subito alle ipotesi di «falso in bilancio» eventualmente ascrivibili agli amministratori degli enti soggetti a questa disciplina, posto che non vi è alcuna «copertura» in relazione a tale ipotesi delittuosa (mentre sembrano estese le esimente relative ai reati tributari di cui al dlgs 74/2000 e cioè le dichiarazioni fraudolente o non presentate e gli omessi versamenti Iva e ritenute).
Il testo della novella legislativa che fa riferimento a tutti i contribuenti diversi da quelli tenuti agli obblighi di monitoraggio fiscale potrebbero essere inteso anche in modo tale da ricomprendere nell’ambito applicativo della voluntary disclosure e quindi di sanare, la posizione fiscale degli enti di diritto estero la cui sede di direzione effettiva è in Italia (le società c.d. «esterovestite») che abbiano commesso una delle violazioni sopra menzionate e che, nell’ottica di prevenire la contestazione circa la residenza da parte del Fisco dichiarino la loro residenza in Italia e sanino le violazioni dichiarative relativamente agli attivi esteri.

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I capitali all’estero verso il rientro sanzioni ridotte, ma le imposte no (La Repubblica, 20 ottobre 2014)

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La procedura di collaborazione volontaria del contribuente con l’amministrazione fiscale prevede il ritorno di ingenti somme. E ciò potrebbe portare nuovo ossigeno ai gestori dei grandi capitali

  • di Mariano Mangia

È il tema del momento, la “voluntary disclosure”, la procedura di collaborazione volontaria del contribuente con l’Amministrazione fiscale per l’emersione e il rientro in Italia di capitali detenuti all’estero, un provvedimento che riguarda molto da vicino l’industria italiana del private banking per le sue possibili ricadute in termini di masse.
Non è un condono, uno scudo fiscale, come quelli proposti nel 2001 e 2003 e, da ultimo, nel 2009, nei quali il contribuente sanava l’irregolare esportazione di capitali pagando solo una modesta sanzione che lo poneva a riparo da ogni futuro accertamento, da qui il termine ‘scudo’.
Nel caso della voluntary disclosure, invece, siamo in presenza di una regolarizzazione delle violazioni connesse agli obblighi di monitoraggio fiscale: le sanzioni sono applicate in misura ridotta, ma il contribuente dovrà versare per intero le imposte evase.
Stimare quanto potrà valere, in termini di flussi di capitali, questa collaborazione ‘volontaria’, non è facile.
A inizio anno, Mediobanca Securities indicava tra i 20 e i 40 miliardi di euro il potenziale flusso di rimpatri. Le attività detenute all’estero e non dichiarate a fine 2008 erano stimate dalla Banca d’Italia tra i 124 e i 194 miliardi; l’ultimo scudo fiscale aveva fatto emergere 104 miliardi. ‘Difficile fare previsioni, non abbiamo ancora elaborato nostre stime, aspettiamo di studiare il provvedimento nella sua versione definitiva’, commenta Marco Mazzoni, responsabile dello Studio Magstat. ‘Sicuramente è un provvedimento che può dare nuova linfa al private banking’. La crisi economica, che colpisce soprattutto le aziende di medie e piccole dimensioni, potrebbe indurre molti imprenditori ad aderire al provvedimento, nonostante l’assoggettamento per intero alle imposte. ‘A differenza del passato, l’imprenditore oggi ha tutto l’interesse a far rientrare i capitali, perché ha più difficoltà a reperire liquidità per la sua azienda, le banche concedono prestiti con molta più parsimonia e attenzione’, osserva Mazzoni.
Giocherà un ruolo anche il timore che, tra lotta ai paradisi fiscali e scambio di informazioni finanziarie tra le autorità dei diversi paesi, sfuggire ai controlli sarà sempre più difficile.
Chi trarrà beneficio della ‘voluntary disclosure’ tra le strutture di private banking?
‘Ad avvantaggiarsi degli scudi fiscali sono state quasi sempre le banche svizzere. Ci sono le grandi banche commerciali leader di mercato, come Intesa o Unicredit, ma, in proporzione alle masse, Credit Suisse e UBS fanno meglio, perché hanno già i clienti oltreconfine, sono avvantaggiate’, spiega Mazzoni.
Nell’ultimo scudo, due terzi dei capitali rimpatriati erano detenuti in Svizzera, un ulteriore 7,8% era in Lussemburgo e poi, con percentuali inferiori al 5%, comparivano San Marino e principato di Monaco.
Nelle casse del private banking, secondo le statistiche dello Studio Magstat, affluirono 69 miliardi. In testa alla graduatoria, con 10 miliardi di raccolta c’era Intesa Sanpaolo, seguita da Ubs Italia con 9,5 miliardi; al quarto posto, alle spalle di Unione Fiduciaria, struttura controllata dalle banche popolari italiane, si collocava il Credit Suisse, con 6,5 miliardi.
Ma in passato, come osserva Mazzoni, un po’ tutte le banche hanno beneficiato dei rimpatri di capitali: ne hanno tratto vantaggio, sia pure in misura minore, le banche specializzate, come Banca Esperia o Banca Leonardo, e anche gli istituti di credito con sede al Nord Italia, come il Banco di Desio o il Credito Valtellinese.
Qualcosa, però, potrebbe cambiare in occasione del prossimo rimpatrio.
‘Penso che a differenza dei precedenti provvedimenti, questa volta siano pronte ad aggredire questo tipo di clientela anche le reti di promotori, che quattro anni fa non disponevano di una propria divisione private’, afferma Mazzoni.
Cresce, infatti, il numero di reti di vendita che si dota di una struttura specializzata, Allianz Bank Financial Advisors e Finanza & Futuro i casi più recenti.
‘Sono dei nuovi concorrenti che, tra l’altro, con il loro modo di lavorare, a provvigione, sono anche molto più aggressivi.
Le reti non erano state protagoniste nei precedenti rientri di capitale, questa volta potrebbero fare la differenza, potrebbero rappresentare la sorpresa’.
Con l’ultimo scudo fiscale nelle casse del private banking affluirono 69 miliardi.
In testa c’era Intesa

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Collegio sindacale e Odv: incroci sì, ma con cautela (Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2014)

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Dal 2012 i due soggetti possono coincidere ma la scelta deve essere ponderata caso per caso

  • di Luca Bicocchi e Davide Rossetti

Torna al centro dell’attenzione la possibile coincidenza tra organismo di vigilanza (Odv) e collegio sindacale. A riproporre la questione sono le linee guida di Confindustria per la costruzione dei modelli organizzativi in base al Dlgs 231/2011, approvate dal ministero della Giustizia ex articolo 6, comma 3 dello stesso decreto.
La legge 183/2011 ha comportato l’inserimento nell’articolo 6 del Dlgs 231 di un nuovo comma 4-bis in base al quale, dal 1° gennaio 2012, nelle società di capitali il collegio sindacale può svolgere le funzioni dell’Odv.
Una modifica in controtendenza rispetto all’orientamento dottrinale che si stava formando e che ha generato posizioni diverse tra gli interpreti.

Le posizioni

Contro l’ipotesi della coincidenza si è da sempre schierata l’Associazione dei componenti degli organismi di vigilanza (principalmente per il possibile conflitto di interessi tra due organi con diverse finalità, funzioni e referenti), ma di posizione analoga si trova traccia nella circolare della Guardia di Finanza n. 83607 del marzo 2012 che rileva come «si è concluso pacificamente che l’Odv non possa essere rappresentato dal collegio sindacale»; con l’annotazione aggiuntiva che «occorrerà valutare con attenzione la nomina di alcuno dei sindaci quale membro dell’Odv, anche se nella prassi tale attribuzione è sempre più frequente».
Con ben maggiore apertura si esprime invece il codice di autodisciplina delle società quotate che – anche nell’ultimo aggiornamento, reso pubblico il 15 luglio 2014 – affida la scelta alle società stesse.
Anche il Consiglio nazionale dei commercialisti (Cndcec), nel proprio documento del settembre 2012 prende atto che la nuova formulazione dell’articolo 6 «pone fine all’annosa questione relativa alla possibilità per il collegio sindacale di svolgere le funzioni dell’organismo di vigilanza» ma invita comunque gli iscritti a tenere sempre ben presenti le sostanziali differenze tra le due figure (da ultimo evidenziando «che, anche per il singolo sindaco, in relazione ad alcuni dei reati elencati dal decreto si ripropone il problema dell’incompatibilità tra la funzione di controllore e quella di controllato»).
Di seguito l’istituto di ricerca di categoria (Irdcec) con il documento n. 18 del maggio 2013 sottolinea i vantaggi connessi alla coincidenza tra i due organi, a partire dalla «migliore diffusione e maggiore tempestività» dei flussi informativi.
Posizione più marcata ha assunto la Banca d’Italia che nell’aggiornamento del 2 luglio 2013 della circolare n. 263/2006 afferma che «l’organo con funzione di controllo svolge, di norma, la funzione dell’Odv (...) Le banche possono affidare tali funzioni a un organismo appositamente istituito dandone adeguata motivazione».
Senza dimenticare la Cassazione (sentenza a Sezioni unite 38343/2014), secondo cui «le innovazioni normative in ordine alla composizione dell’Odv (...) non mettono in crisi la primaria istanza di indipendenza dell’organo».
In questo scenario l’ultima versione delle linee guida di Confindustria segnala «l’opportunità organizzativa offerta dal legislatore» ed evidenzia «che l’attribuzione di tale duplice ruolo deve essere oggetto di attenta valutazione, per evitare in concreto l’insorgere di possibili conflitti d’interesse o di carenze del sistema dei controlli».
Da ultimo, rileva che «probabilmente saranno inclini a percorrere tale opzione organizzativa soprattutto le imprese caratterizzate da una minore complessità strutturale» (quindi realtà lontane dagli enti cui Banca d’Italia si rivolge).

Valutazione caso per caso

In conclusione, si possono fare due osservazioni:
• non esistono soluzioni precostituite: serve una valutazione caso per caso sulla composizione e fisionomia degli organismi, concretamente riferita agli elementi oggettivi e soggettivi del singolo contesto;
• nel ponderare i principi di autonomia e indipendenza in caso di coincidenza tra collegio sindacale e Odv è bene non perdere di vista la necessaria “distanza” tra management e collegio sindacale, prevista dal Codice civile. Il collegio, infatti, è nominato dall’assemblea, che ne determina i compensi, e risponde idealmente ai soci; mentre, come si ritiene generalmente, l’Odv viene nominato e vede determinato dallo stesso Cda il proprio compenso.
La circolare Abi 1-11 gennaio 2012 prevede che l’assegnazione delle funzioni di Odv al collegio sindacale può essere deliberata dal Cda senza necessità di modifiche statutarie, avendo sostanzialmente natura di mandato/incarico professionale e non di integrazione/estensione del mandato legale del collegio sindacale.
A parere di chi scrive, tuttavia, per preservare al meglio l’indipendenza del collegio sindacale rispetto al management – se una società intende optare strutturalmente per la coincidenza tra collegio e Odv – è preferibile che la scelta venga codificata e portata a regime statutariamente, con nomina e determinazione dei compensi affidata all’assemblea.

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