Terrorismo e criminalità, decolla la banca dati nazionale del Dna (Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2015)

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Una miniera di dati sensibilissimi accessibile soltanto da «operatori abilitati e designati incaricati del trattamento dei dati personali ai sensi dell’articolo 28 del decreto legislativo 196/2003» in possesso di credenziali di autenticazione «previo superamento di una procedura informatica di autenticazione forte»

Una banca dati nazionale del Dna, istituita al ministero dell’Interno, per raccogliere i profili genetici di tutti i condannati con un software organizzato su due livelli: il primo impiegato ai fini investigativi a livello nazionale, il secondo per le finalità di collaborazione internazionale di polizia.
Con un ritardo di sei anni dalla legge 85/2009, che l’aveva previsto, il database è finalmente pronto al decollo, sull’onda dell’emergenza terrorismo.
Il Consiglio dei ministri di oggi ha dato il via libera allo schema di regolamento attuativo dell’articolo 5 della legge, che disciplina le modalità di funzionamento e di organizzazione della banca dati.

Chi sono gli interessati

L’archivio dovrà essere predisposto per la raccolta e il raffronto dei profili del Dna di cinque categorie di persone:

  1. coloro ai quali sia applicata la misura della custodia cautelare in carcere o degli arresti domiciliari;
  2. chi viene arrestato in flagranza di reato o sottoposto a fermo di indiziato di delitto;
  3. i detenuti e gli internati per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo;
  4. coloro ai quali è applicata una misura alternativa al carcere sempre per sentenza irrevocabile per un delitto non colposo;
  5. quelli che scontano una misura di sicurezza detentiva in via provvisoria o definitiva.

Chiaro l’obiettivo: a regime il sistema permetterà di confrontare le tracce biologiche sulla scena di un reato con i profili dei pregiudicati.
Come d’altronde avviene già in gran parte dei Paesi europei.

Il prelievo e il ruolo del Laboratorio centrale

I condannati, identificati attraverso l’Afis (il sistema automatizzato per l’identificazione delle impronte digitali del casellario centrale d’identità del Viminale, collocato alla Direzione centrale anticrimine della Polizia), saranno sottoposti al prelievo di due campioni di mucosa orale che sarà effettuato da agenti penitenziari appositamente addestrati o dalle forze di polizia (in caso di arresti domiciliari o in flagranza).
Il compito di accettare, catalogare e conservare i campioni biologici assicurandone la tracciabilità è assegnato invece a un Laboratorio centrale ad ho di circa 1.800 metri quadrati, collocato al ministero della Giustizia presso la Direzione generale dei detenuti del Dap e dotato di strutture robotizzare.

In archivio anche il Dna delle persone scomparse

Il regolamento prevede che si ottenga il profilo del Dna anche delle persone scomparse e nel caso di rinvenimento di cadaveri e resti non identificati.
In questo caso la tipizzazione del reperto biologico sarà effettuata dalle forze di polizia, su disposizione dell’autorità giudiziaria, e la decodifica del codice reperto potrà essere svolta «solo ai fini dell’identificazione della persona scomparsa».

Le cautele per la privacy

Il risultato è una miniera di dati sensibilissimi, accessibile per questo - secondo la bozza di decreto del presidente della Repubblica - soltanto da «operatori abilitati e designati incaricati del trattamento dei dati personali ai sensi dell’articolo 28 del decreto legislativo 196/2003» (il Codice della privacy), secondo profili di autorizzazione predefiniti, in possesso di credenziali di autenticazione «previo superamento di una procedura informatica di autenticazione forte».
Profili e procedure rimandati a un successivo decreto del ministero dell’Interno, di concerto con la Giustizia e sentito il Garante per la protezione dei dati personali, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del regolamento.

Lo scambio dati con l’estero

Il punto di contatto nazionale per lo scambio dati per le finalità di collaborazione internazionale di polizia è individuato nel Servizio per la cooperazione internazionale di polizia nella Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza.
Responsabile della banca dati è invece il direttore del Servizio per il sistema informativo interforze della stessa Direzione centrale: è lui che ne assicura la funzionalità e che garantisce l’esecuzione di tutte le misure tecniche e di sicurezza, nel rispetto del Codice della privacy.

Tutti i costi

Nella relazione tecnica che accompagna il Dpr sono dettagliati i costi.
Già la legge 85/2009 stanziava 11,2 milioni di euro per il 2008, 6,2 milioni per il 2009, 4,9 per il 2010 e 4,11 a decorrere dal 2011, a cui si sono aggiunti 5,5 milioni derivanti dalla ripartizione del Fondo unico di giustizia disposti con decreto del ministro dell’Interno per il 2011 e conservati nel 2012.
Le risorse sono state usate per allestire la banca dati (3,8 milioni) e soprattutto il laboratorio (10,9 milioni).
Ora il regolamento stima i costi a regime: 560.534 euro per la manutenzione e la garanzia per il funzionamento dell’infrastruttura informatica della banca dati (il 15% della spesa sostenuta per l’acquisto delle apparecchiature fino al 2013); 328.955 euro per la manutenzione del laboratorio. Considerando anche tutte le altre voci di spesa, dai kit per i prelievi allo scambio dati internazionale, gli oneri totali previsti a regime ammontano a 1,8 milioni di euro a carico dell’Interno e di 901.203 a carico della Giustizia.

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Ruolo proattivo del collegio sindacale nella vigilanza sull’assetto organizzativo – sintesi (Eutekne.info, 3 luglio 2015)

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Con una guida operativa, CNDCEC e Ordine di Roma forniscono una serie di indicazioni in materia

  • di Fabrizio BAVA e Alain DEVALLE

Su Eutekne.info del 3 luglio 2015 Fabrizio BAVA e Alain DEVALLE commentano la guida operativa http://www.odcec.roma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=26... per il collegio sindacale sulla vigilanza dell’assetto organizzativo elaborata dalla Commissione Collegio Sindacale dell’ODCEC di Roma http://www.odcec.roma.it  e validata dal Gruppo di studio per le Norme di comportamento degli Organi di controllo legale delle società del CNDCEC.
Il documento interpreta le raccomandazioni contenute nelle Norme di comportamento del Collegio sindacale del CNDCEC (in particolare la 3.4).
Il documento affronta in modo specifico il tema, sempre più centrale, delle verifiche inerenti al sistema informatico aziendale, essenziale nel supportare la gestione dei processi nel rendere disponibili le informazioni aziendali in tempo reale.
Il ruolo dei sindaci deve essere proattivo, ovvero l’organo di controllo, qualora emergano criticità, è chiamato a monitorare nel corso delle successive verifiche periodiche, l’avvenuto superamento delle criticità segnalate.
In caso contrario, il Collegio deve sollecitare gli amministratori affinché provvedano ad adottare le opportune azioni correttive dell’assetto organizzativo e, in caso di inerzia, esercitare, se ne ricorrono i presupposti, le iniziative previste dalla legge per la rimozione delle violazioni riscontrate.

Allegato

Consiglio nazionale dottori commercialisti e degli Esperti contabili (CNDCEC), Ordine dei dottori commercialisti e degli Esperti contabili di Roma (ODCEC), “Attività di vigilanza del collegio sindacale delle società non quotate nell’ambito dei controlli sull’assetto organizzativo - Guida operativa”, maggio 2015 (pdf, 818 K 22 pp.)

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Autoriciclaggio a maglie strette (Italia Oggi, 4 luglio 2015)

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Il nuovo reato crea effetti distorsivi sugli strumenti deflattivi del contenzioso tributario. Imputabile il denaro risparmiato in adesione fiscale

  • di Giovambattista Palumbo

A causa di un mancato coordinamento, la recente normativa sull’autoriciclaggio rischia di aprire un vulnus all’operatività degli istituti deflativi del contenzioso tributario.
In base alla disciplina sull’autoriciclaggio, infatti, anche il contribuente che concluda un’adesione o conciliazione e che utilizzi poi la differenza rispetto all’accertato per fini non meramente personali, utilizzando per investimenti quel denaro «risparmiato» grazie all’accordo, potrebbe rispondere del reato ex art. 648 ter.1 c.p.
Il tutto sta a chiarire quale sia il rapporto di tali istituti con il principio costituzionale di indisponibilità dell’obbligazione tributaria.
Se infatti l’accordo con il Fisco comporta una sostituzione, con effetti ex tunc, dell’obbligazione tributaria, allora è chiaro che la differenza non pagata non può essere considerata frutto del reato e dunque che non ci possa essere alcun reato di autoriciclaggio.
Se invece tale accordo non comporta la sostituzione dell’obbligazione, allora il rischio potrebbe esistere.
Tali procedure non sono certo uno «sconto», ma mirano (per legge) a deflazionare il contenzioso.
Le stesse non comportano però una rideterminazione della pretesa, dato che se la pretesa fosse sbagliata lo strumento sarebbe un altro e cioè l’autotutela.
Viene dunque in questi casi prevista un’eccezionale possibilità di accordo sul quantum da pagare (per l’alea del contenzioso e per fini di anticipazione della riscossione).
Ma se l’obbligazione tributaria resta quella originaria, per la parte non pagata a seguito del raggiunto accordo potrebbe sussistere allora il pericolo di autoriciclaggio.
Per tali istituti, del resto, non sussiste un’esclusione espressa del reato di autoriciclaggio, come invece esiste per la voluntary disclosure.
E se la possibilità di ridurre tale obbligazione originaria si scontrasse anche con il principio di indisponibilità la situazione sarebbe ancora più grave.
L’art. 23 e 53 della Costituzione escludono infatti che l’Amministrazione possa disporre del potere di determinare la misura del tributo.
Né istituti introdotti dal legislatore ordinario potrebbero derogare il dettato costituzionale.
Va dunque trovato un modo per conciliare l’operatività di tali istituti con l’indisponibilità di cui alla norma costituzionale e la sola linea possibile consiste in un bilanciamento del principio di indisponibilità con quello dell’efficienza della pubblica amministrazione e dell’effettività della pretesa.
Come risulta però dalla giurisprudenza costituzionale in tema di condono, se il bilanciamento degli interessi coinvolti può giustificare una deroga al principio di indisponibilità, è tuttavia necessario che tale bilanciamento sia rigoroso, escludendosi che la disposizione del credito venga lasciata all’assoluta discrezionalità dell’Amministrazione.
Ciò che consente una deroga al principio di indisponibilità è dunque la presenza di una motivazione adeguata dell’atto di adesione o conciliazione, che dia atto del citato bilanciamento e che possa essere soggetta a sindacato giurisdizionale.
La giurisprudenza della Corte dei conti stabilisce del resto che tali istituti non presuppongono un’attività discrezionale assoluta, ma tecnica e soggetta a verifica, dato che «gli uffici non hanno la disponibilità della pretesa tributaria, ma devono operare tenendo conto degli eventi fattuali e contabili concreti che emergono dalle singole situazioni».
Eventi fattuali e contabili di cui la motivazione dell’accordo deve dare conto.
Solo così la deroga al principio di indisponibilità diventa possibile, potendo il giudice, sulla base della motivazione adottata, accertare l’eventuale danno erariale in base a parametri di legittimità, convenienza e razionalità.
Questo accertamento però, dal 2010, non esiste più per l’Amministrazione Finanziaria, il che potrebbe comportare un vulnus nella legittimità della deroga al principio di indisponibilità dell’obbligazione tributaria.
I funzionari dell’Agenzia delle entrate godono infatti in questi casi, per legge (art. 29, comma 7, DL 78/10), di una responsabilità erariale limitata al dolo, esclusa pertanto la colpa grave (consistente nella trascuratezza dei doveri d’ufficio, in comportamenti arbitrari o irrazionali, o in macroscopiche lacune culturali e professionali).
Se però può sussistere il reato di autoriciclaggio, tale circostanza potrebbe allora anche rilevare ai fini del concorso nel reato del funzionario che ha sottoscritto l’accordo, visto che per il concorso è sufficiente il contributo causale, materiale o morale, alla realizzazione del reato.
A rigor di logica (e diritto) si dovrebbe escludere che la trasparente applicazione di un istituto giuridico legislativamente previsto possa comportare rischi penali, ma, visto il mancato coordinamento tra le varie normative, per evitare tale rischio e garantire comunque la legittimità della deroga al principio di indisponibilità, sarebbe opportuno riflettere in ordine alla reintroduzione del controllo contabile pieno sulla motivazione dell’abbattimento rispetto all’imposta originaria.

 

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Voluntary disclosure - Compagini estere «schermo», aderisce il vero proprietario (Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2015)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Le indicazioni della Dre del Piemonte. L’effetto del tempo. Nel caso di attività detenute a partire da annualità non più accettabili non necessario «qualificare» i redditi da cui provengono

  • di Giuseppe Carucci e Barbara Zanardi

Peri conti correnti bancali gestiti indirettamente tramite società estere partecipate da un soggetto residente è necessario stabilire se l’interposizione sia reale o meramente fittizia, al fine di individuare quale sia l’oggetto della voluntary disclosure, nonché il soggetto che può aderire alla procedura.
Dal punto di vista oggettivo, se la società interposta risulta fittizia, nella voluntary disclosure attivata dal soggetto residente interponente, dovrà essere indicato il valore delle attività detenute tramite l’organismo schermo.
Nel caso di un conto corrente bancario in Francia intestato a una società panamense interposta fittiziamente, per esempio, la procedura di collaborazione dovrà essere perfezionata dal soggetto interponente, che di fatto ha conservato il potere di disporre delle attività detenute all’estero, indicando nell’istanza il conto corrente e gli eventuali redditi imponibili.
Anche ai fini del quadro RW, se si è in presenza di un mero "schermo", il socio residente non dovrà dichiarare la partecipazione nell’organismo interposto-schermo, bensì, le attività estere e italiane sottostanti, detenute tramite la società non residente.
Se la società estera non è un puro schermo, invece, di regola il socio residente dovrà indicare nel Quadro RW esclusivamente il valore della partecipazione.
Il principio, illustrato dalla direzione regionale del Piemonte nel verbale dell’incontro sulla voluntary disclosure del 10 giugno 2015, rimanda a quanto indicato già in passato dall’amministrazione finanziaria con la circolare n. 99/2001 sullo scudo fiscale, nella quale era definita come fittiziamente interposta la società localizzata in un Paese avente fiscalità privilegiata, non soggetta ad alcun obbligo di tenuta delle scritture contabili, in relazione alla quale lo schermo societario appare meramente formale e si può sostenere che la titolarità dei beni intestati alla società spetti in realtà al socio.
Nelle successive circolari m. 43/2009 e n. 28/2012, inoltre, rispettivamente in tema di scudo fiscale e di IVIE/IVAFE, era precisato che nel caso il "veicolo" fosse una società occorreva tener conto dell'insieme delle sue caratteristiche e modalità organizzative (per esempio, l’assenza di lavoratori dipendenti e beni strumentali, il mancato obbligo di deposito del bilancio), al fine di valutare se l’interposizione fosse reale o fittizia.
Un’altra risposta della direzione regionale Piemonte in tema di attività detenute dal contribuente già a partire da periodi imposta/annualità non più accertabili, evidenzia come in tali casi non sia necessario qualificare la natura giuridica dei redditi che servirono per costituirle o acquistarle.
Il contribuente dovrà dimostrare solo l’esistenza delle attività estere al termine dell’ultima annualità non più accettabile e contestabile.
In precedenza la circolare n. 10/2015 aveva chiarito che ai fini del superamento della presunzione legale relativa, in base all’articolo 12 del DI 78/2009, per gli investimenti e le attività finanziarie detenute all’estero, senza soluzione di continuità, già a partire da periodi d’imposta per i quali è decaduta la potestà di accertamento, il contribuente non deve puntualmente spiegarne l’origine, essendo sufficiente che fornisca documentazione attestante la precedente esistenza.
Più in dettaglio, la presunzione dell’articolo 12 del DI 78/2009 prevede che si considerino costituiti con redditi sottratti alla tassazione gli investimenti e le attività finanziarie costituiti o detenuti, in violazione degli obblighi dichiarativi in materia di monitoraggio fiscale, in Stati o territori black list.
Secondo l’Assonime, peraltro, l’esonero dall’obbligo di dimostrare come si è generato lo stock di investimenti all’estero vale anche per le nuove attività patrimoniali o finanziarie acquisite in seguito della dismissione di investimenti costituiti nei predetti periodi d’imposta (circolare n. 16/2015).

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Il punto di Banca d’Italia sull’approccio di vigilanza alla funzione organizzazione nelle banche (DirittoBancario.it, 3 luglio 2015)

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Pubblicato il testo dell’intervento del Vice Capo del Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia, Stefano De Polis, sul tema “L’approccio di vigilanza alla funzione organizzazione nelle banche: tra business ed esigenze di governo. L’uscita dall’eclissi parziale” tenuto ieri (2 luglio 2015 ndr) all’Università LUISS Guido Carli di Roma.
L’intervento si è concentrato sui seguenti profili:

  • il contesto di riferimento: la funzione organizzazione fra evoluzione del mercato e della regolamentazione;
  • la reazione delle autorità di vigilanza;
  • il profilo organizzativo nell’approccio di supervisione.

Nel chiudere, il dott. De Polis ha ricordato come “le sfide del nuovo contesto, il ruolo del board nel definire il modello di business, nell’approntare il RAF e nella definizione delle modalità di gestione dei rischi e della coerenza della macro-struttura, richiedono che il presidio delle variabili organizzative e di governo sia gestito in modo coordinato. Il processo in atto va incanalato verso un assetto che individui nella funzione organizzazione una cabina di regia del cambiamento organizzativo in grado di sostenere le esigenze del business di rispondere alle sollecitazioni del mercato e della concorrenza, rendendole nel contempo compatibili con la necessità di assicurare una gestione integrata e un governo unitario dei rischi”.

Allegato

  • Stefano De Polis, Vice Capo del Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria Banca d’Italia, “L’approccio di vigilanza alla funzione organizzazione nelle banche: tra business ed esigenze di governo. L’uscita dall’eclissi parziale” (pdf, 104 K, 8 pp.)

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Autorità Nazionale Anticorruzione: la tutela del whistleblower (3 luglio 2015)

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Fonte: dap pag. 273 a pag. 275 de: Autorità Nazionale Anticorruzione, “Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2014 Relazione”, 2 luglio 2015, (pdf) - immagine tratta da transparencyinternational

11.3 L’emersione dei fenomeni corruttivi: la tutela del whistleblower

La l. 190/2012 attribuisce grande rilevanza al ruolo che possono svolgere, ai fini dell’emersione dei fenomeni di corruzione, le segnalazioni che provengano dall’interno delle PA da parte di dipendenti che siano venuti a conoscenza di fatti o vicende illecite.
L’Autorità si è occupata della materia sia in sede consultiva, adottando orientamenti interpretativi della nuova disciplina, sia approvando proprie linee guida.

Gli orientamenti dell’Autorità

Quanto ai compiti del RPC (responsabile della prevenzione e della corruzione ndr) per la tutela del whistleblower, con l’orientamento n. 130 del 22 dicembre 2014, l’Autorità ha previsto che: «Il responsabile della prevenzione e della corruzione (RPC), oltre che curare la predisposizione di un’apposita sezione del PTPC in ordine alla gestione degli strumenti di tutela del whistleblower, è tenuto a svolgere l’attività istruttoria necessaria per accertare se le azioni discriminatorie subite dal segnalante siano riconducibili alle iniziative intraprese da quest’ultimo per denunciare presunte attività illecite del proprio datore di lavoro. Egli, altresì, ha il compito di segnalare al DPF le eventuali azioni discriminatorie e di trasmettere alla Procura della Repubblica eventuali fatti penalmente rilevanti, nonché all’apposito ufficio dell’amministrazione per avviare un eventuale procedimento disciplinare».
E proprio in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti, è stato altresì chiarito da parte dell’Autorità che: «L’art. 54 bis del d.lgs. n. 165/2001 si applica a tutti i pubblici dipendenti - ivi compresi quelli assunti con un contratto a tempo determinato - che segnalano condotte illecite di cui siano venuti a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro».
Inoltre, il dipendente che, in ragione del rapporto di lavoro, sia venuto a conoscenza di condotte illecite, può effettuare la segnalazione di cui all’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001 anche al RPC (orientamento n. 40 dell’11 giugno 2014).
Sempre relativamente alle segnalazioni inviate dal dipendente pubblico, si è affermato, con l’orientamento n. 41 dell’11 giugno 2014 che: «Il dipendente pubblico soddisfa l’obbligo di cui agli articoli 361 e 362 del Codice penale, con la segnalazione al proprio superiore in quelle organizzazioni di tipo gerarchico che vincolano all’informativa interna e nelle quali sono riservate soltanto ai livelli superiori i rapporti esterni (Cass. Pen. sez. VI, 11.10.1995, n. 11597)».
Quanto alla tutela dell’anonimato del dipendente che ha segnalato condotte illecite, ai sensi dell’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001, essa deve essere affermata anche nei confronti dell’organo di vertice dell’amministrazione, salvo il caso in cui il segnalante presti il proprio consenso o nel caso in cui, nell’ambito del procedimento disciplinare avviato nei confronti del segnalato, la contestazione dell’addebito sia fondata in tutto o in parte sulla segnalazione medesima e la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato (orientamento n. 42 dell’11 giugno 2014).

Le linee guida dell’Autorità

L’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001 prevede che il dipendente pubblico non possa essere sanzionato o discriminato a seguito della denuncia - presentata al superiore gerarchico o all’autorità giudiziaria o alla Corte dei Conti - e che sia assicurata la riservatezza della sua identità. La denuncia è, inoltre, sottratta all’accesso di cui alla l. 241/1990.
La disciplina è stata, poi, integrata dal d.l. 90/2014 che, da un lato ha modificato (con l’art. 31) il testo dell’art. 54-bis introducendo l’ANAC quale soggetto destinatario delle segnalazioni, e dall’altro (con l’art. 19, co. 5) ha stabilito che l’Autorità possa ricevere notizie e segnalazioni di illeciti, anche nelle forme di cui all’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001.
Con le linee guida, contenute nella determinazione n. 6 del 28 aprile 2015, l’Autorità ha definito le procedure per la gestione delle segnalazioni che possono essere un utile riferimento per le PA.
Nel rispetto delle consuete modalità di adozione degli atti di indirizzo, il documento è stato preventivamente posto in consultazione pubblica, al fine di acquisire osservazioni da parte dei soggetti interessati e delle quali si è tenuto conto nella elaborazione del testo finale.
I principi e criteri generali delineati dall’ANAC tengono conto del duplice obiettivo di favorire l’emersione dei fenomeni di corruzione, ampiamente intesa, e di garantire una protezione del dipendente pubblico che si espone in prima persona denunciando illeciti.
Con le linee guida, l’Autorità ha voluto promuovere l’applicazione di adeguati sistemi di whistleblowing presso tutte le PA, proponendosi di svolgere un ruolo guida nell’individuazione dei migliori sistemi di gestione delle segnalazioni, anche attraverso la descrizione delle procedure di cui l’Autorità stessa si sta dotando per la valutazione tanto delle segnalazioni provenienti dall’esterno quanto di quelle provenienti dall’interno.
Il documento fornisce indicazioni in ordine a vari aspetti, quali le misure che le PA devono approntare per tutelare la riservatezza dell’identità dei dipendenti che segnalano illeciti, l’ambito soggettivo di applicazione della normativa, l’oggetto della segnalazione.
L’Autorità si propone di effettuare una verifica di impatto sulle linee guida decorsi 12 mesi dalla loro adozione, al fine di valutare l’efficacia delle indicazioni ivi proposte.

Allegati

  • Autorità Nazionale Anticorruzione, “Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2014 - Intervento del Presidente dell’A.N.AC. Raffaele Cantone”, 2 luglio 2015 (pdf, 190 K, 19 pp.)
  • Autorità Nazionale Anticorruzione, “Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2014 Relazione”, 2 luglio 2015, (pdf, 2 M, 342 pp.)
  • Registrazione audio video - webtv Camera dei deputati

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ANAC: «Corruzione gelatinosa e sottovalutata» (Il Sole 24 Ore, 3 Luglio 2015)

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La prima relazione del presidente dell’autorità anticorruzione. Cantone: abbiamo più presidi, ma servono sanzioni certe sulla Severino

La corruzione è «un sistema gelatinoso in cui si fa persino fatica a dire chi è il corrotto e chi il corruttore»: sistema «cambiato nella sua struttura», sempre più raramente caratterizzata dal rapporto bilaterale corruttore-corrotto di un tempo e sempre più emanazione di organizzazioni (a volte di tipo mafioso) in cui si ritrovano faccendieri, politici, funzionari pubblici e imprenditori.

Sistema «per troppo tempo sottovalutato in Italia»

Nell’ultimo anno e mezzo, però, si è segnata un’inversione di marcia con nuovi strumenti di azione pubblica («il presidio dell’Anac a tutela della legalità e della trasparenza») e risultati importanti, sia pure in un quadro legislativo che ha ancora bisogno di essere completato e messo a punto su aspetti non irrilevanti.
È questo in sintesi il messaggio con cui Raffaele Cantone ha tenuto ieri «a battesimo ufficiale», con la prima Relazione al Parlamento, la sua Autorità nazionale Anticorruzione: è stata l’occasione per ripercorrere i risultati di questi 14 mesi di azione alla guida dell’Anac, ricordare le sfide vinte (i commissari per gli appalti dell’Expo, l’impulso alle attività ispettive con 51 procedure nei soli lavori pubblici, l’istituzionalizzazione della «vigilanza collaborativa» con gli enti vigilati), le criticità emerse (come i piani anticorruzione delle amministrazioni pubbliche «interpretati troppo spesso in senso burocratico»), le battaglie ancora da fare (per diffondere il whisterblowing o migliorare l’accesso civico ai dati della Pa), i nodi da affrontare (poteri sanzionatori in attuazione della legge Severino troppo sbiaditi), prospettive nuove da aprire. Come quella data dalla legge sugli appalti che fa dell’Anac «il futuro arbitro del sistema» con «poteri di regolazione e di controllo molto significativi».
Una rivoluzione - «una sfida da raccogliere fino in fondo» - per un settore che resta il più esposto alla piaga della corruzione.
O come, ancora, le 25 modifiche proposte al Parlamento sulla parte della legge Severino relativa alla Pa per farne uno strumento concretamente applicabile (ma ieri Cantone si è tenuto alla larga dal “caso De Luca” e ha appena accennato al tema della incompatibilità dei politici).
Una cosa che Cantone ha voluto sottolineare con soddisfazione è il risultato prodotto dai commissariamenti per gli appalti o concessioni ottenuti tramite attività illecita corruttiva.
È, storicamente, la prima, grande vittoria dell’Anac, soprattutto sul fronte dell’Expo, fondata sul primo nucleo di poteri straordinari affidati al supercommissario anticorruzione.
«L’obiettivo chiaro del legislatore - ha detto Cantone - era quello di consentire alle opere pubbliche appaltate di essere ultimate senza, però, che i vincitori degli appalti medesimi ne potessero trarre gli utili del lavoro, da accantonarsi per le eventuali confische o sequestri».
Cantone ha ricordato che la misura «che ha il pregio di estendersi non all’intera impresa ma al solo appalto incriminato, è stata accolta con grande scetticismo e critiche anche dure, paventandosi rischi di limitazione della libertà di impresa nonché di possibili interferenze con le attività della magistratura».
Ebbene, dice Cantone, nulla di tutto questo si è verificato: «l’applicazione concreta a oggi ha dimostrato, per fortuna, che gran parte delle preoccupazioni erano ingiustificate».
La misura è stata utilizzata solo in undici casi (8 commissariamenti veri e propri e 3 monitoraggi) e «ha consentito di portare a termine lavori pubblici complessi, in alcuni casi evitando anche conseguenze negative sul piano dell’occupazione».
Si tratta di due appalti Expo e un altro sottoposto a monitoraggio, la concessione del Mose di Venezia, appalti collegati alle indagini di Mafia Capitale fra cui, da ultimo, il Cara di Mineo.
Numerosi anche i commissariamenti relativi ad appalti affidati a imprese raggiunte da interdittive antimafia.
Ora, la nuova sfida è la regolazione nel settore degli appalti, con un’attenzione sempre maggiore posta non solo sui lavori ma anche su forniture e servizi.
Proprio Mafia Capitale e l’inchiesta su Buzzi e Carminati hanno evidenziato come ormai la piaga sia largamente estesa anche in un settore «inatteso» come quello delle attività sociali affidate al terzo settore.
La sfida per Cantone è strutturare, sulla base della legge delega approvata dal Senato e ora all’esame della Camera, un potere regolatorio che nel sistema degli appalti nazionali si è andato perdendo nel corso degli ultimi decenni.
Cantone ha ricordato le priorità, a partire da quella di una progettazione di qualità che riduca il rischio di varianti in corso d’opera.
Progettazione che già con la determinazione 4/2015 si è cercato di aprire ai giovani professionisti alleggerendo i requisiti di partecipazione alle gare su fatturato e organico minimo. Poi, comunque, il monitoraggio delle varianti in corso d’opera, vero flagello del settore, con 90 casi messi sotto osservazione per individuare le patologie del sistema (si veda il servizio sul Quotidiano digitale di Edilizia e Territorio).
E soprattutto una disamina di quei poteri di soft law che dovranno essere centrali nella nuova regolazione, dalle linee guida ai bandi tipo.

La corruzione si può sconfiggere

In conclusione, Cantone si è detto fiducioso che la corruzione si possa sconfiggere, ma la strada da fare è ancora molta.
Serve la convergenza di «una burocrazia meno invasiva e più efficiente, una politica onesta, autorevole e credibile, un’impresa che, così come ha fatto nella lotta alla mafia, scelga di stare dalla parte giusta».
E un richiamo al ruolo e alla responsabilità di una politica onesta lo ha fatto anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, quando ha detto che «i politici corrotti vanno isolati», rifiutando al tempo stesso « una rappresentazione di comodo per cui la corruzione riguarda solo la politica».

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Autorità Nazionale Anticorruzione, Relazione al Parlamento per l’anno 2014 (2 luglio 2015)

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Fonte: www.anticorruzione.it

Relazione Annuale al Parlamento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione per l’anno 2014 presentata dal Presidente Raffaele Cantone.
Camera dei Deputati, Sala della Regina, 2 luglio 2015

Allegati

  • Autorità Nazionale Anticorruzione, “Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2014 - Intervento del Presidente dell’A.N.AC. Raffaele Cantone”, 2 luglio 2015 (pdf, 190 K, 19 pp.)
  • Autorità Nazionale Anticorruzione, “Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2014 Relazione”, 2 luglio 2015, (pdf, 2 M, 342 pp.)
  • Registrazione audio video - webtv Camera dei deputati

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