Voluntary al test ravvedimento (Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2014)

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La procedura prevista dal testo sul rientro dei capitali garantisce la copertura da una serie di reati tributari

  • di Antonio Iorio

La convenienza della voluntary disclosure dovrà fare i conti anche con le nuove regole sul ravvedimento operoso previste dal Ddl di Stabilità che entreranno in vigore dal 2015 (si veda Il Sole 24 Ore di mercoledì 22 ottobre).
La possibilità di sanare violazioni commesse per tutti i periodi d’imposta ancora accertabili e anche già constatate rende più appetibile, rispetto al passato, il ravvedimento operoso. Con l’entrata in vigore nel 2015 (quando dovrebbe essere ormai operativa la voluntary), diventa opportuno comparare i due istituti per verificare quale convenga utilizzare.

Accesso e costi

Per la voluntary disclosure va presentata una richiesta alle Entrate.
Poi l’Agenzia quantificherà tutte le violazioni e le relative sanzioni che riterrà conseguenti all’autodenuncia del contribuente. Nel ravvedimento, invece, è il contribuente a sanare le violazioni che ritiene di aver commesso senza alcun coinvolgimento dell’amministrazione.
Per l’esatta quantificazione del dovuto è, quindi, più comodo aderire al rientro dei capitali, in quanto l’Agenzia effettua i calcoli e individua tutte le irregolarità.
Mentre il ravvedimento operoso consente di sanare solo quelle che si ritengono effettivamente commesse e potenzialmente individuabili.
In merito alle sanzioni, a parità di condizioni (ossia si ravvedono esattamente le stesse violazioni contestabili a seguito della voluntary), la sanatoria da rientro dei capitali è più conveniente se ci si avvale avvale poi dell’adesione all’invito al contraddittorio (accettando quindi tutti i rilievi sollevati). Potrebbe invece risultare meno conveniente – rispetto al ravvedimento – attendere l’accertamento in quanto almeno per l’infedele dichiarazione si andrebbe a versare il 25% della sanzione minima a fronte di somme meno rilevanti (al massimo circa il 16,6%) con il ravvedimento.

Reati e preclusioni

Per le violazioni che costituiscono reato, il rientro dei capitali offre un’opportunità unica: garantisce la non punibilità per la maggior parte dei reati tributari che non è contemplata dal ravvedimento. Quest’ultimo istituto infatti consente al più di beneficiare della riduzione di un terzo della pena, di poter patteggiare e di escludere misure accessorie.
Così, in presenza di somme frutto di significative evasioni fiscali ancora accertabili (e quindi costituenti delitto) o di utilizzo in dichiarazione di false fatturazioni, è preferibile la voluntary perché risolve anche la questione penale.
La regolarizzazione da rientro di capitali è, invece, preclusa se l’interessato ha avuto formale conoscenza di attività di controllo e di accertamento o di procedimenti penali, per violazione oggetto della procedura di collaborazione volontaria.
A questo punto, si potrebbe far ricorso al ravvedimento che, con le modifiche in arrivo, può essere eseguito anche in presenza di constatazione delle violazioni o di accesso, ispezioni e verifiche in corso o già eseguiti purché non siano stati emessi atti di liquidazione o accertamenti (compresi avvisi bonari).

Pagamento

La voluntary consente anche di versare in tre rate mensili di pari importo su richiesta dell’autore, mentre nel ravvedimento si paga tutto in una sola volta anche se è possibile avvalersi della compensazione (facoltà preclusa, invece, nella collaborazione). Certo, il versamento unico non incoraggia, in questo periodo, le regolarizzazioni, perciò sarebbe auspicabile prevedere la dilazione subordinando l’esito della procedura all’ estinzione del pagamento.

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Newsletter senza obbligo d’acconsentire allo spam (Italia Oggi, 24 ottobre 2014)

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Provvedimento del garante sui servizi in rete

  • di Antonio Ciccia

Newsletter libera dall’obbligo di acconsentire allo spam.
Il garante della privacy (con il provvedimento n. 427 del 25 settembre 2014, di cui ha dato notizia la newsletter del garante n. 394 del 16/10/2014) blocca chi subordina la fruizione di un servizio in rete all’obbligo di sorbirsi comunicazioni commerciali.
Il principio è che un cittadino che compila un form online per ricevere una newsletter deve poter decidere, liberamente e consapevolmente, se dire sì o no alle comunicazioni promozionali, alla profilazione, all’invio dei suoi dati ad altre società e, in generale, a tutti i tipi di trattamenti che vanno al di là del servizio richiesto.
La registrazione alla newsletter, inoltre, non può essere condizionata al rilascio del consenso anche per altre finalità.
E i trattamenti di dati per finalità commerciali esulano da quelli necessari per adempiere al contratto di fornitura del servizio: pertanto per il conseguimento delle finalità promozionali, proprio perché ulteriori rispetto a quelle di carattere contrattuale, il titolare del trattamento è tenuto alla preventiva acquisizione di uno specifico consenso. In effetti l’art. 130, c. 1 e 2, del codice della privacy stabilisce che l’invio di comunicazioni promozionali effettuato con modalità automatizzate, come, per esempio, la posta elettronica, è consentito solo con il consenso libero del contraente o utente.
Ma non può definirsi libero il consenso a ulteriori trattamenti di dati personali che l’interessato debba prestare quale condizione per conseguire una prestazione richiesta.
Insomma gli interessati devono essere messi in grado di esprimere consapevolmente e liberamente le proprie scelte in ordine al trattamento dei dati che li riguardano, manifestando il proprio consenso per ciascuna distinta finalità perseguita dal titolare.
Nel caso specifico la società non ha permesso agli interessati di esprimere uno specifico consenso per la ricezione di messaggi promozionali via e-mail essendo stato, obbligatorio prestare il consenso alla ricezione degli stessi per potersi iscrivere al servizio di newsletter, salvo la possibilità di servirsi dell’opt-out (cioè di cancellarsi dall’elenco dei destinatari della newsletter).
Con altro provvedimento (n. 411 del 18 settembre 2014) il garante si è occupato di Big Data, con un parere favorevole sullo schema di Programma statistico nazionale 2014-2016, predisposto dall’Istat, che prevede, tra l’altro, la possibilità di utilizzare per la prima volta a fini statistici, ma in via sperimentale, i Big Data di telefonia mobile.
Tale elaborazione statistica ha l’obiettivo di effettuare una stima a livello aggregato dei flussi di mobilità intercomunali delle persone, utile per la programmazione e la gestione dei servizi locali e l’individuazione di opportune misure di Protezione civile.
Infine, con il provvedimento n. 409 del 18 settembre 2014, il garante ha autorizzato una società di trasporti internazionali a estendere fino a 90 giorni i tempi di conservazione delle immagini videoregistrate nei magazzini delle proprie filiali, ma solo per consentire l’accertamento di eventuali illeciti e l’individuazione dei possibili responsabili da parte dell’autorità giudiziaria.

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Bilancio d’esercizio con formato «Xbrl» (Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2014)

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  • Conti. Dal 2015

Dopo due anni di sperimentazione è stata completata la tassonomia che codifica in formato elettronico elaborabile l’intero bilancio di esercizio comprensivo della nota integrativa.
Si conclude così la prima fase del progetto, coordinato da Xbrl Italia, con i più importanti interlocutori nazionali sul tema del bilancio, per definire una tassonomia completa per il bilancio d’esercizio – ossia capace di codificare oltre agli schemi quantitativi pure la nota integrativa - che entrerà in vigore dal 2015 e interesserà circa un milione di società di capitale italiane non quotate.
La codifica digitale della nota integrativa nella prima versione riguarderà esclusivamente informazioni esplicitamente previste dal Codice Civile che saranno integrate con quanto richiesto dai Principi contabili nazionali in futuro.
Scelta che non limiterà la possibilità di espressione delle imprese che potranno fornire e articolare i dettagli informativi utilizzando  in modo flessibile i campi testo previsti.
Il progetto è stato sviluppato grazie alla collaborazione dei più importanti attori nazionali sul tema dei bilanci come Oic, Cndcc, il sistema camerale e Infocamere, Assosoftware e il contributo prezioso del mondo accademica: Università diTrento, Università di Cà Foscar di Venezia e Università di Macerata.
«L’entrata in vigore della tassonomia dei bilanci per le non quotate, corredate anche della parte relativa alla nota integrativa – osserva Marco Conte presidente di ìXbrl Italia- dà ulteriore impulso alla nostra mission la comunicazione economica-finanziaria nel nostro Paese utilizzando le opportunità offerte dalla tecnologia per migliorare la trasparenza, la comparabilità e la fruibilità delle informazioni di bilancio».
I prossimi passi per completare l’avvio a regime prevedono la pubblicazione della tassonomia sul sito ufficiale Xbrl (www.agid.gov.it) e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Approfondimenti

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Ratifica di Fatca: emendamenti respinti (Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2014)

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Prosegue il lavoro parlamentare per il recepimento dell’accordo Italia-Usa sull’applicazione della normativa Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act) per il contrasto all’evasione fiscale internazionale.
Il testo messo a punto dalle commissioni Finanze e Affari esteri della Camera passerò ora al vaglio delle altre commissioni per i pareri di competenza dopo che sono stati respinti tutti gli emendamenti.
Il disegno di legge C 2577 dopo la scelta del relatore sarà poi sottoposto al voto dell’Aula di Montecitorio e dovrebbe entrare in vigore retroattivamente dal 1° luglio 2014.
Come tutti gli accordi internazionali, l’Iga (Intergovernmental Agreement) sottoscritto a gennaio dai Governi di Italia e Stati Uniti necessita infatti di essere recepito all’interno dell’ordinamento nazionale.
Una volta approvata la legge di ratifica l’iter dovrebbe proseguire con l’emanazione di un decreto (la cui ultima versione in bozza è stata rilasciata il 4luglio) e delle eventuali circolari interpretative da parte dell’agenzia delle Entrate.
Nella sostanza gli intermediari finanziari (banche, società di gestione del risparmio, imprese di assicurazione che operano nei rami vita, organismi di investimento collettivo del risparmio, fiduciarie) saranno tenuti a identificare i titolari dei conti detenuti in Italia da cittadini e residenti ai fini fiscali negli Stati Uniti e a segnalare determinate informazioni di natura finanziaria relative agli stessi all’agenzia delle Entrate, che le trasmetterà a sua volta all’autorità fiscale statunitense (Internal Revenue Service, Irs).

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Niente segreti per Equitalia (Italia Oggi, 23 ottobre 2014)

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L’amministratore della società di riscossione in audizione in Commissione anagrafe. Mineo: serve il libero accesso all’archivio rapporti  

  • di Beatrice Migliorini  

Archivio rapporti senza limiti per Equitalia. Non basta essere a conoscenza dell’esistenza di un rapporto finanziario. È, infatti, necessario conoscerne anche la consistenza effettiva per mettere in campo una nuova strategia di riscossione. Quest’ultima, poi, avrà come punto di partenza l’interscambio delle banche dati e potrà contribuire non solo a migliorare l’andamento della riscossione ma anche ad erodere quel 25% di cartelle esattoriali pazze che, ogni anno, ingolfano il sistema. A essere chiamati in causa, poi, anche i comuni a cui sarà affidato il compito di effettuare dei controlli a priori sui propri contribuenti prima di dare mandato a Equitalia. Questo il piano illustrato, ieri, dall’amministratore delegato di Equitalia Benedetto Mineo nel corso dell’audizione che si è svolta presso la commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria, presieduta da Giacomo Portas (Pd), avente a oggetto le criticità del sistema nel contrasto all’evasione fiscale.  
Nel corso dell’incontro, Equitalia ha fatto presente la stretta relazione esistente tra la necessità di poter avere libero accesso alle banche dati, la completezza di queste e i risultati della lotta all’evasione. Sul primo fronte l’ente di riscossione ha evidenziato la necessità, in primis, di avere libero accesso all’archivio dei rapporti finanziari che, ad oggi, è limitato alla sola conoscenza dell’esistenza di conti correnti. «Tenuto conto dell’esigenza, da tutti ribadita, di contrastare il fenomeno evasivo, sarebbe opportuno rendere acquisibili informazioni precise circa la consistenza effettiva dei rapporti in essere. Il tutto al fine di evitare che l’agente della riscossione compia inutili azioni invasive». Ad oggi, infatti, Equitalia può conoscere solo l’entità dei conti dei debitori per importi superiori a 500 mila euro e di con un debito iscritto a ruolo sopra i 25 mila euro.  
Sotto la lente di Equitalia, però, finiscono soprattutto i comuni. Ad avviso dell’ente, infatti, sono in particolare le banche dati delle anagrafi a creare delle difficoltà. «Il processo di riscossione correla la propria efficacia all’attualità e alla tempestività dell’informazione. Ecco perché è necessario», ha evidenziato Mineo, «che le anagrafi siano sempre aggiornate. Solo in questo modo, infatti, è possibile disporre di dati puntuali per iscrivere un fermo amministrativo, un’ipoteca immobiliare o eseguire un pignoramento».  
Sempre ai comuni, poi, il compito di limitare il fenomeno delle cartelle pazze. «È necessario che i singoli enti locali si rendano protagonisti di una serie di controlli a priori sui loro contribuenti», ha evidenziato il presidente Portas, «solo attraverso delle verifiche che precedano il mandato a Equitalia sarà possibile erodere quel 25% di cartelle pazze (tributi già pagati, soggetti deceduti, residenze inesistenti) che ruba risorse economiche e organizzative all’ente di riscossione».  
A tale proposito, poi, un miglior interscambio delle banche dati consentirebbe ulteriormente di incrementare l’opera di revisione della spesa messa in campo da Equitalia. «La riorganizzazione, avviata nel 2007», ha evidenziato Mineo, «ha portato a una significativa riduzione dei costi di gestione e di governance: la riduzione di spesa e’ stata pari a 200 milioni dal 2010 al 2013 e nel primo semestre 2014 i costi sono diminuiti di 38 milioni su anno». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepresidente della commissione di vigilanza, Alessandro Pagano (Ncd). «La riduzione della spesa, l’ aumento dei servizi ai contribuenti e dei volumi riscossi testimoniano la buona gestione di Equitalia. Bisogna ora puntare a nuove iniziative che consentano una maggiore interconnessione delle banche dati».

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Fatca, caos intermediari (Italia Oggi, 23 ottobre 2014)

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Fonte: http://finanza.tgcom24.mediaset.it http://finanza.tgcom24.mediaset.it/giornali/dettaglio_fisco.asp?id=1932335  
Chiarezza sui destinatari degli oneri
di Valerio Stroppa  
Intermediari non bancari nel caos per gli obblighi Fatca. Per finanziarie, enti di microcredito e istituti di pagamento non è chiaro chi è soggetto o meno alla nuova disciplina antievasione di scambio dati tra Italia e Stati Uniti. Il 30 novembre 2014 scade il termine entro il quale tutti gli intermediari dovranno registrarsi sul portale dell’Irs, il fisco americano, per qualificarsi come ente collaborativo (evitando così la ritenuta del 30% per i pagamenti da fonte Usa). Ma senza una normativa di ratifica nemmeno l’Agenzia delle entrate può intervenire con dei chiarimenti più specifici. Solo, ieri, infatti la Commissione finanze della Camera ha chiuso i lavori al testo. Prima di arrivare in Aula, però, sarà necessario attendere i pareri della altre commissioni di Montecitorio che, a breve, saranno, però, investite del compito di lavorare alla legge di stabilità 2015. E la bozza di decreto attuativo pubblicata dal Dipartimento delle finanze non basta a risolvere i dubbi degli operatori. È quanto emerso ieri a Milano in un convegno organizzato da Afin, associazione di categoria che aggrega tutti gli intermediari non bancari previsti dal Tub. «La situazione sulla Fatca è molto confusa», spiega Paolo Livi, presidente Afin, «gli obblighi a carico degli intermediari sono scattati dal 1° luglio 2014, ma ancora l’Italia non ha adottato il quadro normativo. Nel frattempo la scadenza del 30 novembre per l’iscrizione all’Irs si avvicina e non è chiaro come comportarsi». Una scelta prudenziale potrebbe essere quella di inserirsi nell’elenco gestito da Washington, con il rischio tuttavia che questo comporti un implicito obbligo di alimentare il flusso dei dati in futuro. «Per questo abbiamo chiesto al Mef alcune specifiche esenzioni», prosegue Livi, «applicabili a tutti quegli intermediari che, in ogni caso, a prescindere dall’attività, non detengono conti correnti o di pagamento. Può trattarsi di finanziarie pure, istituti di money transfer o enti che erogano credito su pegno». In questo contesto, le Entrate assicurano massima collaborazione agli intermediari. Senza la normativa primaria, tuttavia, anche l’Agenzia si ritrova con le mani legate. «Invitiamo gli operatori a inviare i quesiti sul tema Fatca», affermano Vincenzo Errico e Giuseppe Tonetti, dirigenti della Direzione centrale accertamento, «non appena saranno emanate le disposizioni di legge avvieremo degli incontri mirati con le associazioni». I rappresentanti del fisco hanno poi confermato che sono in corso i lavori per l’unificazione dei tracciati informatici per lo scambio di informazioni. L’obiettivo è unificare quello Fatca (già disponibile) con quello Crs, che sarà sviluppato per la cooperazione internazionale stabilita a livello Ocse. Tale semplificazione era già stata annunciata dal direttore dell’Agenzia, Rossella Orlandi, in un’audizione parlamentare (si veda ItaliaOggi del 6 settembre 2014). Si ricorda che il primo invio dei dati fiscali agli States, relativo all’anno 2014 e limitato ai conti correnti, è previsto entro il 30 aprile 2015 (le Entrate hanno tuttavia facoltà di prorogare la scadenza)

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La disclosure col ripescaggio (Italia Oggi, 22 ottobre 2014)

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  • Fonte: IusLetter e in formato pdf su rassegna stampa dell'Agenzia delle Entrate

Banche e fiduciarie non vogliono trovarsi impreparate. Soprattutto sull'autoriciclaggio

  • di Vincenzo Josè Cavallaro

Possibili rimpatri, sia fisici che giuridici, prima che la procedura di collaborazione volontaria si sia chiusa, con la semplice presentazione a banche e fiduciarie dell’istanza di voluntary depositata presso l’Agenzia delle entrate.
Lo si ricava dal testo del ddl sulla Voluntary Disclosure (Vd) approvato giovedì scorso dalla Camera dei deputati, il cui esame si apre ora al Senato.
Giorni frenetici, dunque, per banche e fiduciarie: gli intermediari italiani non vogliono farsi trovare impreparati di fronte alla mole di rimpatri che si preannunciano, complice il «bastone» dell’autoriciclaggio.
Bisogna strutturare i processi organizzativi e soprattutto le procedure antiriciclaggio.
E l’esperienza maturata nelle passate edizioni degli scudi fiscali deve essere accantonata.
I dipartimenti fiscali e compliance di banche e fiduciarie si trovano di fronte a un dilemma: accettare gli attivi oggetto di Vd a procedura conclusa, per evitare rischi di non conformità, sacrificando gli interessi commerciali o strutturare del processi in cui interessi commerciali e compliance coabitano.
La collaborazione volontaria è una procedura contraddittoria, che si basa sulla messa a disposizione e sull’analisi di estratti conto, di prove sulla formazione della provvista estera, di documenti: la procedura può durare settimane, se non mesi.
Per un intermediario residente, accettare attivi oggetto della procedura all’esito della definizione della Vd, con il pagamento di quanto dovuto da parte del contribuente, significherebbe avere la certezza di un autorevole vaglio sugli attivi rimpatriati: quello effettuato dall’Agenzia delle entrate, i cui funzionari, in quanto pubblici ufficiali, avrebbero l’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria le anomalie rilevate durante la procedura nel caso di accertamento di atti falsi esibiti dal contribuente o di comunicazione di dati non rispondenti al vero.
Attendere l’autorevole vaglio dell’Ucifi rischia di fare perdere opportunità commerciali agli intermediari italiani e, del resto, lo stesso ddl sulla voluntary disclosure ammette espressamente il rimpatrio, sia fisico che giuridico di attivi esteri (intestazione di conti esteri da parte di fiduciarie) prima che la procedura si sia chiusa, nella misura in cui le sanzioni amministrative sono ridotte alla metà del minimo in applicazione dell’art. 7, comma 4, del dlgs 472/97 «se le attività vengono trasferite in Italia o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo che consentono un effettivo scambio di informazioni con l’Italia».
È di tutta evidenza, dunque, che la normativa sulla Vd consente rimpatri fisici e giuridici prima che la procedura si sia chiusa.
Come garantire che ciò avvenga in sicurezza giuridica per gli intermediari italiani ?
Osservando delle semplice accortezze che nascono prima di tutto dal buon senso e, poi, da un’analisi ragionata degli obblighi antiriciclaggio previsti dal dlgs 231/1997.
E tali accortezze possono essere così sintetizzate:

  1. acquisire copia dell’istanza presentata all’Ucifi e dei relativi allegati;
  2. effettuare l’adeguata verifica del cliente sulla base dei documenti così acquisiti;
  3. bloccare il rapporto sino a completamento della procedura, consentendo solo operazioni di investimento, ma non consentendo bonifici verso l’esterno;
  4. monitorare il rapporto in continuo sino a chiusura della procedura;
  5. effettuare la segnalazione di operazione sospette se la procedura non si chiude.

Tali accorgimenti permetterebbero a banche e fiduciarie di non perdere opportunità commerciali e, allo stesso tempo, allontanerebbero rischi di non conformità nell’accettare rimpatri fisici o giuridici prima che la procedura si sia chiusa: l’effetto di tali accorgimenti sarebbe di «mettere in sicurezza» gli attivi in questione nel caso in cui, nell’ambito delle operazioni di disclosure, l’Ucifi, e dunque, le Procure della repubblica interessate, dovessero rilevare delle anomalie, per esempio sull’origine dei fondi.
La tutela degli interessi commerciali degli intermediari residenti andrebbe, in presenza di tali accorgimenti, a braccetto con l’esigenza di Ucifi e Procure di avere immediatamente a disposizione gli attivi in questione per l’adozione di eventuali misure cautelari nel caso di anomalie emerse durante la procedura.

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BIS, “Recovery of financial market infrastructures - final report” (22 ottobre 2014)

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Il 15 ottobre 2014 il Committee on Payments and Market Infrastructures (CPMI) e l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO) hanno pubblicato  il documento “Recovery of financial market infrastructures” (pdf, 380 K, 32 pp.).
Il rapporto fornisce una linea-guida per le infrastrutture dei mercati finanziari (Financial Market Infrastructures - FMIs) e le controparti centrali (Central Counterparties - CCPs) per la realizzazione  di piani di ripristino e recovery in caso di gravi minacce che possano impedire l’erogazione di servizi critici per il mercato finanziario.
Il documento fornisce inoltre una guida per le autorità di supervisione impegnate in tale ambito.
Il rapporto è stato pubblicato per la consultazione nel mese di agosto 2013; la versione definitiva pubblicata il 15 ottobre 2014  tiene conto delle osservazioni ricevute durante il processo di consultazione.
Il documento  integra i “Principles for financial market infrastructures (PFMI)” e gli standard internazionali per le Financial Market Infrastructures (FMIs) pubblicate dal CSPR e IOSCO nel mese di aprile 2012; esso non richiede norme supplementari per alle FMIs ma fornisce indicazioni supplementari su come le  FMIs possono rispettare gli obblighi richiesti.
Il documento, infine, è coerente con i “Key attributes of effective resolution regimes for financial institutions” del Financial Stability Board (FSB)”che in tale occasione viene ripubblicato.

Indice del documento

Executive summary
1 Introduction
1.1 Purpose of the report
1.2 Content of the report
2 Recovery planning
2.1 The importance of recovery planning
2.2 The relationship between risk management, recovery and resolution
2.3 The process of recovery planning
2.4 The content of recovery plans
2.5 The role of the authorities in recovery
3 Recovery tools: general considerations
3.1 Introduction
3.2 Risk categories and failure scenarios that may require the use of recovery tools
3.3 Characteristics of recovery tools
3.4 Considerations for allocating losses and liquidity shortfalls
4 Specific recovery tools for FMIs
4.1 Introduction
4.2 Tools to allocate uncovered losses caused by participant default
4.3 Tools to address uncovered liquidity shortfalls
4.4 Tools to replenish financial resources
4.5 Tools for CCPs to re-establish a matched book following participant default
4.6 Tools to allocate losses not caused by participant default

Allegato

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  • Committee on Payments and Market Infrastructures, Board of the International Organization of Securities Commissions. “Recovery of financial market infrastructures”, 15 ottobre 2014 (pdf, 380 K, 32 pp.)

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Voluntary disclosure: il DDL sul rientro dei capitali ha ottenuto il primo via libera dalla Camera (dirittobancario.it, 21 ottobre 2014)

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Fonte: dirittobancario.it , disponibile anche in formato pdf (192 K, 6 pp.)

Indice dell’articolo

  • Premessa
  • 1. La procedura di collaborazione volontaria
  • 2. Esclusione da punibilità per taluni reati
  • 3. Riduzione delle sanzioni amministrative
  • 4. Stati black-list
  • 5. La voluntary disclosure per le società residenti e per le attività detenute in Italia
  • 6. Regime opzionale per contribuenti “minimi”
  • 7. Reato di autoriciclaggio
  • Note al testo

Qui il testo completo (disponibile anche in pdf , 192 K, 6 pp.)

Premessa

La percorribilità e appetibilità della voluntary disclosure nel nostro Paese passa non solo dalle iniziative internazionali e domestiche che si sono succedute nel tempo sul terreno del contrasto al riciclaggio e agli illeciti fiscali internazionali, ma anche dall’introduzione di una normativa ad hoc che regoli in maniera compiuta le conseguenze in termini di maggiori imposte, sanzioni (amministrative e penali), di un’autodichiarazione da parte del contribuente residente di proprie disponibilità, finanziarie e patrimoniali, detenute all’estero in illecito valutario e fiscale.
Fino ad oggi, infatti, nell’ipotesi di disclosure di patrimoni di contribuenti in vita[1], le sanzioni che conseguono all’omessa (o infedele) compilazione del modulo RW, insieme al possibile avvio di un procedimento penale laddove si integrasse una violazione rilevante dal punto di vista penale tributario[2], costituivano il maggiore impedimento alle procedure di voluntary disclosure.
Dopo la mancata conversione (in parte) del D.L. n. 4/2014, il tanto atteso provvedimento di regolamentazione della procedura di «collaborazione volontaria» è stato approvato con Disegno di legge A.C. n. 2247 il 16 ottobre scorso dalla Camera dei Deputati. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.
Tra le novità più significative introdotte in sede referente si segnala l’estensione della procedura ai soggetti IRES e alle attività detenute in Italia, nonché l’introduzione del reato di autoriciclaggio.
La voluntary disclosure opera quindi su un duplice binario: a fronte di un irrigidimento della risposta repressiva, attraverso l’introduzione nel nostro ordinamento della nuova fattispecie incriminatrice rappresentata dal reato di «autoriciclaggio», sono stati previsti dei «meccanismi di premialità» in favore dei contribuenti che si autodenunciano e regolarizzano così la propria posizione fiscale, che non si configurano tuttavia come forme di condono fiscale, ma che costituiscono una sorta di «strada maestra»per rientrare nella legalità.
Ma vediamo più in dettaglio.

1. La procedura di collaborazione volontaria

I destinatari della voluntary disclosure sono innanzitutto gli stessi del cd. monitoraggio fiscale – in primis le persone fisiche residenti –, con riferimento alla “violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’articolo 4, comma 1 [del D.L. n. 167/1990 - N.d.A.], commessa fino al 30 settembre 2014”[3].
La procedura di voluntary disclosure riguarderà dunque tutte le violazioni relative ai periodi di imposta 2013 e precedenti, per i quali non siano già scaduti i termini di accertamento o di contestazione delle violazioni relative al modulo RW.
L’emersione può riguardare sia gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria posseduti direttamente dal contribuente, sia, ai sensi del nuovo art. 5-quater, comma 1, lett. a), del D.L. n. 167/1990, investimenti ed attività “detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona”.
L’art. 1, comma 2, del Disegno di legge A.C. n. 2247, introduce la possibilità di avvalersi della procedura di voluntary disclosure anche per i “contribuenti diversi da quelli indicati nell’articolo 4, comma 1 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 … e i contribuenti destinatari degli obblighi dichiarativi ivi previsti che vi abbiano adempiuto correttamente”, così estendendo la procedura di collaborazione volontaria, ad esempio, anche alle società (di capitali e di persone) residenti e ai contribuenti (destinatari degli obblighi di monitoraggio fiscale) autori di violazioni riguardanti attività detenute in Italia.
Ciò detto, ai fini del perfezionamento della procedura di disclosure volontaria, è necessario che si realizzino tutte le condizioni previste dal nuovo art. 5-quater, comma 1, lettere a) e b); in sintesi:

  • autodenuncia – attivabile una sola volta ed entro il 30 settembre 2015 – da parte del contribuente, comportante il pieno riconoscimento e la regolarizzazione di tutte le violazioni e di tutti i redditi non dichiarati, ovunque prodotti e a prescindere dal luogo di detenzione delle disponibilità a questi connesse. È infatti richiesto che il contribuente indichi spontaneamente – attraverso la presentazione di un’apposita richiesta di ammissione – “tutti gli investimenti e tutte le attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona”, fornendo tutti i documenti e le informazioni utili ai fini della ricostruzione degli stessi e dei redditi che servirono per costituirli, acquistarli o che sono derivati dalla loro dismissione, “unitamente … alle informazioni per la determinazione degli eventuali maggiori imponibili … non connessi con le attività costituite o detenute all’estero”, con riferimento a tutti i periodi di imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non siano scaduti i termini per l’accertamento o per la contestazione della violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’art. 4, comma 1 del D.L. n. 167/1990[4];
  • integrale assolvimento - in un’unica soluzione ovvero in tre rate trimestrali - di tutte le somme dovute a titolo di imposte evase, interessi di mora e sanzioni[5].

Il comma 2 del citato art. 5-quater, disciplina i casi in cui la collaborazione non è ammessa. In particolare, la procedura non può attivarsi se la richiesta è presentata dopo che la violazione sia già stata constatata ovvero siano iniziati accessi, ispezioni e verifiche o altre attività di accertamento tributario o procedimenti penali riconducibili alle attività oggetto della procedura, di cui l’autore della violazione o i soggetti con questo solidalmente obbligati in via tributaria o concorrenti nel reato abbiano avuto formale conoscenza.

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Antiriciclaggio, il vero rischio per il professionista è l’agevolazione al cliente – sintesi (Eutekne.info, 22 ottobre 2014)

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Comportamenti anche lontani dalle fattispecie delineate dall’art. 648-bis c.p., se agevolano l’azione del riciclatore, portano a rispondere in concorso

Su Eutekne.info del 22 ottobre 2014 Ciro Santoriello analizza i rischi di ordine penale per il professionista in relazione agli obblighi antiriciclaggio.
Particolare allarme riveste la previsione – di cui all’art. 41 del decreto legislativo – dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette, intendendosi per tali quelle in relazione alle quali il professionista sa, sospetta o ha motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.
Santoriello ricorda che il professionista non ha “l’obbligo di segnalare le operazioni sospette nel caso in cui la conoscenza della operazione sospetta venga acquisita nel corso dell’esame della posizione giuridica del cliente o nell’espletamento dei compiti di difesa o rappresentanza in un procedimento giudiziario, nonché nell’ambito di una consulenza resa sulla eventualità di intentare o evitare un procedimento” in quanto il rapporto che si instaura fra professionista e cliente presuppone un clima di fiducia tale che il secondo possa informare il primo sulle proprie – a volte non commendevoli – intenzioni o sui propri trascorsi, rimettendo poi al professionista la scelta circa la soluzione più adeguata per la sistemazione dei propri affari.
In sostanza, la previsione in parola si fonda sulle medesime ragioni che sostengono la disciplina in tema di segreto professionale.
Il perseguimento della tutela di tale segreto professionale ha portato il legislatore ad individuare una serie assai ampia di ipotesi in cui il professionista può dirsi esentato dall’obbligo di segnalazione.
Tuttavia evidente risulta l’ipoteca gravante sulla futura applicabilità dell’obbligo di segnalazione se riferita all’espletamento, da parte del professionista, di compiti di difesa o di rappresentanza del cliente.
In proposito, infatti, la norma è assolutamente generica, giacché non fa riferimento alle informazioni ottenute nel corso del procedimento – o eventualmente dopo lo stesso – ma anche laddove tali notizie siano state ottenute prima che il procedimento venga iniziato e magari proprio allo scopo di evitare tale inconveniente.
Secondo Santoriello “alla luce di queste considerazioni pare forse più corretto ritenere che il coinvolgimento del professionista in fatti di riciclaggio possa verificarsi – anziché mediante l’inosservanza delle prescrizioni presenti nel decreto n. 231 del 2001 – in ragione di condotte che configurino un concorso di tale soggetto nel delitto di riciclaggio previsto dall’art. 648-bis c.p. È quanto, ad esempio, ritenuto dalla decisione n. 43130/2014 della Cassazione, la quale ha ritenuto corretta la contestazione di concorso nel predetto reato ad una commercialista che aveva agevolato altrui condotte di riciclaggio mediante la predisposizione di falsa documentazione in qualche modo in grado di giustificare la circolazione del denaro provento di reato”.
In conclusione secondo l’autore dell’articolo “il vero rischio per i professionisti, nell’ambito della normativa sull’antiriciclaggio, non sta nella mancata adozione delle comunicazioni prescritte dal decreto n. 231, quanto nel farsi eccessivamente e consapevolmente coinvolgere nelle condotte delittuose del cliente, adottando comportamenti che possono sembrare lontani dalla descrizione della fattispecie di reato delineata dall’art. 648-bis c.p. ma che di fatto, agevolando l’azione del riciclatore, portano il commercialista a rispondere di tale crimine a titolo di concorso”.

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