Anatocismo: sul fronte bancario regole in evoluzione (Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Il problema: dalle decisioni della Cassazione del ‘99 il tentativo di conciliare spinte opposte

  • di Angelo Busani

L’anatocismo non è dunque un mostro agli occhi del legislatore comunitario e della Corte di Giustizia Ue.
Recita, infatti, l’articolo n del Regolamento (CE) n. 794/2004, sul recupero di aiuti di Stato illegittimamente concessi, che «il tasso di interesse è applicato secondo il regime dell’interesse composto fino alla data di recupero dell’aiuto. Gli interessi maturati l’anno precedente producono interessi in ciascuno degli anni successivi».
Così è lecito, per la Corte Ue (causa C-89/14), che la legge italiana (il D118/2008) emanata per disciplinare il recupero degli illegittimi aiuti di Stato pretenda anche il pagamento di interessi anatocistici.
L’anatocismo è il calcolo degli "interessi sugli interessi": vale a dire che, ipotizzando al 1° gennaio una somma di 100 fruttifera di interessi in misura pari al 2% annuo, all’inizio dell’anno successivo (se il debitore non ha restituito nulla) gli interessi non si calcolano più sul capitale di 100 ma sul capitale di 102; l’anno ancora successivo, il capitale fruttifero di interessi diventa di 104,04 e così via.
Si dice che gli interessi si "capitalizzano" in quanto il loro importo va a sommarsi con quello del capitale posto come base di calcolo degli interessi.
In Italia sull’anatocismo si sta combattendo una battaglia epocale dalla fine degli anni ‘70, prima in campo bancario e poi in materia di aiuti di Stato.
Si parte dal dettato (ancora vigente) del Codice civile del 1942, per il quale si può fare anatocismo (in mancanza di «usi contrari» che lo autorizzino) solo se:

  • a) vi sia un accordo tra creditore e debitore;
  • b) l’accordo riguardi interessi dovuti per almeno sei mesi;
  • c) l’accordo sia posteriore alla maturazione degli interessi (articolo 1283).

Fino al 1999 alle banche era andata liscia perché, con l’avallo di una giurisprudenza ormai ventennale, avevano sostenuto l’esistenza nel mercato di un «uso contrario» (codificato in quelle che allora si chiamavano «norme bancarie uniformi») rispetto alla disciplina del Codice civile; e cioè un uso secondo il quale nei rapporti tra banca e cliente era lecita la pratica dell’anatocismo.
Il vento è poi cambiato per effetto di due sentenze della Corte di cassazione (la 2374/1999 e la 3096/1999) con le quali è stato deciso che, in effetti, l’anatocismo era il frutto non di un uso corrente nel mercato ma di un accordo tra banca e cliente, illecito perché anteriore (e non posteriore) alla maturazione degli interessi oggetto di capitalizzazione.
Dopo queste sentenze, da un lato il legislatore ha cercato di correre al riparo introducendo nel Testo unico bancario il principio per il quale la materia dell’anatocismo avrebbe dovuto essere disciplinata da un regolamento del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio; nonché il principio della parità di trattamento tra banca e clienti nella materia del calcolo degli interessi (ad esempio, se la capitalizzazione dell’interesse passivo si fa ogni trimestre, anche quello attivo deve avere la medesima periodicità).
Da ultimo, il legislatore ha fatto a sua volta un po’ di confusione perché (con l’articolo 1, comma 629, legge 147/2013) ha emanato una norma difficile da leggere, perché sembra non consentire l’anatocismo ma poi ne afferma la fattibilità: «gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale».
Così la Banca d’Italia, nella bozza di regolamento predisposto per l’approvazione da parte del Cicr e attualmente in corso di consultazione (si veda Il Sole 24 Ore del 26 agosto scorso), ha proposto la seguente interpretazione dell’oscura norma: gli interessi si calcolano su base annua, divengono esigibili dopo 6o giorni e, se non pagati, si capitalizzano e vanno a produrre futuri interessi.
In altre parole, c’è un limbo di due mesi, dopo il quale, se il debitore non corrisponde alla banca gli interessi maturati nell’anno precedente.

 

ComplianceNet: 

Riscossione, dietrofront sull’anatocismo (Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015)

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Verso il Cdm. La delega fiscale prova l’affondo: attesi oggi all’esame del Consiglio i provvedimenti su cartelle, agenzie, lotta all’evasione e sanzioni

  • di Marco Mobili e Giovanni Parente

Stop all’anatocismo degli interessi sulle cartelle esattoriali.
Se dalla riduzione dell’aggio dall’8 al 6% dovessero derivare perdite per Equitalia a ripianare eventuali rossi di bilancio dovrà pensarci direttamente l’agenzia delle Entrate.
Via libera, poi, alla notifica delle cartelle con la posta certificata anche per le persone fisiche che ne facciano richiesta.
Inoltre, per le agevolazioni fiscali arriva il “tagliando” obbligatorio: dopo cinque anni dall’introduzione, i bonus fiscali potranno essere abrogati, modificati o confermati.
Sul fronte agenzie fiscali, invece, arriva la possibilità di ampliare il numero delle posizioni organizzative speciali (Pos) per rimettere in moto l’intera macchina operativa dell’amministrazione finanziaria.
Sono solo alcune delle novità contenute in tre dei cinque decreti attuativi (gli altri due sono quello sulla revisione delle sanzioni penali e amministrative e quello sul contenzioso e gli interpelli, testi su cui prosegue la messa a punto dei tecnici di Palazzo Chigi e dell’Economia) della delega fiscale che oggi potrebbero ottenere il via libera del Consiglio dei ministri e tornare in Parlamento per l’ultimo giro di pareri da approvare entro il 25 settembre.
Come chiesto nel luglio scorso dal responsabile fiscale di Confindustria, Andrea Bolla, nelle audizioni parlamentari, il Governo ha fatto propria l’osservazione della commissione Finanze della Camera e nel testo che sarà esaminato oggi, salvo ripensamenti dell’ultima ora, ha soppresso la previsione secondo cui gli interessi di mora si producono anche con riferimento alle sanzioni pecuniarie tributarie e agli interessi.
Inoltre, per garantire l’equilibrio gestionale del servizio nazionale di riscossione, anche in previsione della riduzione dall’8 al 6% dell’aggio (ora denominato «oneri di funzionamento del servizio nazionale di riscossione») dal 2016 e di possibili effetti congiunturali, sarà l’agenzia delle Entrate a erogare per il triennio 2016-2018 direttamente nelle casse di Equitalia (sua controllata al 51%) – «in base all’andamento dei proventi risultanti dal bilancio annuale consolidato di gruppo» – un contributo non superiore a 40 milioni di euro per il 2016, 45 milioni per il 2017, e 40 milioni per il 2018 (l’importo complessivo potrebbe arrivare quindi a 125 milioni).
Come suggerito poi dalla commissione Finanze del Senato, verrà potenziato l’utilizzo della posta elettronica certificata nelle procedure di notifica.
In sostanza, la notifica della cartella può essere eseguita con posta elettronica certificata (Pec), all’indirizzo risultante dagli elenchi anche ai contribuenti persone fisiche che ne faranno richiesta.
Mentre per le imprese individuali o costituite in forma societarie ma anche per i professionisti iscritti in albi o elenchi, la notifica avverrà solo con Pec.
E tra le modifiche pro contribuente anche la previsione che un ritardo di sette giorni nel pagamento della rata di una cartella fiscale non comporterà la decadenza dalla rateizzazione.
Novità in arrivo anche per il decreto sul fondo taglia tasse che introduce l’obbligo del monitoraggio delle somme recuperate dalla lotta all’evasione e dalla revisione delle tax expenditures.
Da segnalare soprattutto il “tagliando” quinquennale di tutte le agevolazioni fiscali: ogni bonus dovrà essere confermato, modificato o cancellato una volta trascorsi cinque anni dall’introduzione.
Inoltre, accogliendo le osservazione delle commissioni Bilancio del Senato e della Camera, il rapporto sull’evasione fiscale sarà presentato come documento autonomo rispetto alla Nota di aggiornamento al Def.
Al contrario non è stata accolta l’osservazione delle commissioni parlamentari che puntava a vincolare una quota fissa delle entrate fiscali da lotta all’evasione per destinarla al fondo per la riduzione della pressione fiscale.
Infine, il decreto delegato sulle agenzie fiscali si «svuota» della norma per risolvere il caso-dirigenti (dopo lo stop della Consulta) già introdotta dalla legge di conversione del Dl enti locali, ma il nuovo testo consente invece di istituire nuove posizioni organizzative speciali (Pos) anche se «in numero comunque non superiore a quello delle posizioni dirigenziali soppresse».

ComplianceNet: 

L’Ocse mette a punto le linee guida sul common reporting standard (Italia Oggi, 4 settembre 2015)

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Scambio di informazioni in quattro mosse
Lo scambio automatico di informazioni su scala globale passa da quattro mosse: definizione delle regole per la catalogazione e la trasmissione dei dati da parte delle banche, recepimento degli accordi internazionali nella normativa domestica, realizzazione delle infrastrutture telematiche e implementazione di sistemi di sicurezza per la conservazione delle informazioni.
Tutte attività che possono essere poste in essere dai governi nazionali in qualsiasi ordine o in parallelo.
L’importante è agire, e possibilmente in fretta, in modo che tra il 1° gennaio 2016 e il 31 dicembre 2017 l’intero pacchetto di misure si vada a completare.
A evidenziarlo è l’Ocse, che nello scorso mese di agosto ha pubblicato il manuale per la messa in funzione del Common reporting standard (Crs), il meccanismo adottato da oltre 90 stati e territori per pervenire allo scambio automatico di dati finanziari entro il biennio 2017-2018.
L’organizzazione parigina sottolinea che il meccanismo attuativo del Crs cerca di essere più similare possibile a quanto previsto dalla disciplina Fatca, la normativa antievasione basata sullo scambio di informazioni varata dagli Usa nel 2010, al fine di massimizzare l’efficienza e minimizzare i costi della cooperazione amministrativa.
L’handbook dell’Ocse, che sarà periodicamente aggiornato, si articola in tre parti.
La prima fornisce una panoramica più approfondita sui quattro step attuativi richiesti ai governi nazionali.
La seconda descrive in maniera analitica i principi sui quali si fonda il Crs, comprese le definizioni e le procedure informatiche per la raccolta dei dati finanziari da parte degli operatori (il capitolo 6 è dedicato specificamente ai trust), come pure le modalità per l’effettuazione della mappatura dei clienti (due diligence).

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(clicca per ingrandire)
La terza parte, infine, evidenzia i punti di contatto e le differenze tra il Crs e gli accordi intergovernativi relativi alla Fatca, ribadendo l’importanza del fatto che «parlare la stessa lingua» tra i due sistemi di segnalazione consentirebbe minori costi e maggiore fluidità applicativa.
Da ultimo, l’allegato 1 al manuale contiene le risposte alle domande più frequenti (Faq) sull’applicazione del Crs presentate negli ultimi mesi dai rappresentanti di governi, tax authorities e banche: dai valori del saldo rilevante ai fini della comunicazione al test di residenza di un cliente, dalla validità delle autocertificazioni alle tipologie di conti esclusi dalla due diligence, passando per rapporti dormienti, polizze vita e sistemi crittografici di sicurezza delle informazioni.
Il 7 agosto 2015 l’Ocse ha pubblicato poi lo standard di protocollo di modifica dei Tiea (tax information exchange agreement), finalizzato ad adeguare le intese già sottoscritte dagli stati allo scambio di informazioni automatico e spontaneo.
Molti dei Tiea firmati tra il 2002 e il 2012, infatti, sono finalizzati al solo scambio su richiesta e necessitano un aggiornamento al fine di risultare conformi al nuovo articolo 26 del modello Ocse.

Allegato

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ComplianceNet: 

Voluntary, il rinvio in due fasi (Italia Oggi, 4 settembre 2015)

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Un doppio binario per far perfezionare le domande e catturare i ritardatari
Proroga tecnica a dicembre e riapertura dei termini
Enrico Zanetti: siamo favorevoli alla proroga

  • di Cristina Bartelli

Proroga tecnica e riapertura termini.
È questo, secondo quanto ItaliaOggi è in grado di anticipare, il pacchetto che stanno mettendo a punto ministero dell’economia e presidenza del consiglio dei ministri per non perdere il treno del gettito della collaborazione volontaria.
Il programma di riemersione dei capitali all’estero scadrà il 30 settembre prossimo.
La proroga tecnica consentirà di mantenere aperta la finestra del rientro fino a dicembre 2015 ma solo per il perfezionamento delle istanze che dovranno comunque essere presentate entro il 30 settembre.
Dopo la chiusura ufficiale si riapriranno i termini fissando un termine lungo anche di un anno (settembre 2016), c’è chi addirittura azzarda a ridosso di scadenza, il 2 ottobre, ma con degli aggravi per rendere ai ritardatari la procedura di rimpatrio più onerosa rispetto a chi si è, al contrario, mosso per tempo.
La richiesta di proroga ormai è unanime da parte dei professionisti alle prese con una vera corsa contro il tempo.
Non è, in questo caso, un ridursi all’ultimo minuto.
Gli intoppi di natura tecnica sono stati tanti sulla strada della predisposizione normativa della voluntary disclosure, uno fra tutti, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il 18 agosto del decreto legislativo sulla certezza del diritto, con la norma sul raddoppio dei termini, indispensabile per valutare su quali anni preparare la domanda se su 8 o 4.
Ecco dunque che i professionisti vorrebbero sapere già ora a che destino andare incontro.
La parte istituzionale al momento tace anche nel concedere spiragli di comprensione anche se, secondo quanto risulta a ItaliaOggi sul tavolo del ministro PierCarlo Padoan ci sono allo studio due o tre ipotesi per mantenere aperta la finestra della regolarizzazione dei capitali illegalmente tenuti all’estero.
Il gettito voluntary è una grande incognita.
Non è stato previsto nulla se non un euro ma gli incassi potrebbero essere una boccata d’ossigeno per le voci che stanno componendo la legge di Stabilità.
Inoltre sono capitali che, una volta regolarizzati, forniranno delle entrate permanenti in quanto contribuiranno al pagamento delle tasse.
L’Agenzia delle entrate sta monitorando attentamente il flusso delle istanze di queste settimane.
Dopo la pubblicazione del testo sul raddoppio dei termini infatti le domande hanno subito un’impennata e hanno superato quota 10 mila.
L’aggravio allo studio per la riapertura dei termini potrebbe essere quello di consentire all’Agenzia di poter accertare gli anni che al 31 dicembre 2015 andrebbero prescritti consentendo però di poter far rientrare nella procedura di voluntary anche il 2014.
Intanto ieri durante uno speciale di Class Cnbc il sottosegretario al ministero dell’economia Enrico Zanetti ha dichiarato di «comprendere la richiesta di proroga, che è una decisione importante che ha riflessi finanziari e che la scelta spetta al ministero dell’economia e alla presidenza del consiglio.
Come Scelta civica», ha aggiunto, «siamo favorevoli alla proroga».

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Voluntary con incognita eredità (Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015)

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Rientro dei capitali. L’istituto può essere usato per sanare violazioni commesse dagli eredi anche in relazione a beni non dichiarati

  • di Angelo Busani

Se i beni esistenti all’estero (denaro, immobili, quote di società) sono di proprietà di un contribuente che li abbia ricevuti a seguito di una successione ereditaria tassabile in Italia, e non dichiarata al fisco italiano, occorre inevitabilmente valutare questa circostanza nell’ambito della procedura di voluntary disclosure che si intenda svolgere con riferimento a detti beni.
Lo ha confermato implicitamente la circolare n. 30/E dell’11 agosto 2015 (paragrafo 4.2) quando, da un lato, ha affermato che, se vi è emersione di violazioni in questo ambito, «l’ufficio dovrà necessariamente attivare le conseguenti attività di controllo» e, d’altro lato, che, in considerazione della «piena e spontanea collaborazione del contribuente» e del fatto che la normativa della voluntary non consente affievolimenti per le imposte di registro e di successione, le sanzioni potranno tuttavia essere ridotte «fino alla metà del minimo previsto dalla legge» (ai sensi dell’articolo 7, comma 4, Dlgs 472/1997).
È dunque opportuno prospettare il panorama delle diverse situazioni in cui ci si può venire a trovare.
Una istanza di voluntary disclosure può infatti essere presentata:

  • a) quando ancora non sono decorsi due anni dal pagamento dell’imposta principale di successione relativamente a una dichiarazione di successione bensì presentata in Italia, ma senza menzionare i beni all’estero;
  • b) quando ancora non sono decorsi cinque anni dalla scadenza del termine che gli eredi avevano per presentare la dichiarazione di successione (che dunque sia stata del tutto omessa);
  • c) quando sono decorsi i termini di due o cinque anni di cui sopra alle lettere a) e b) (si veda l’altro articolo nella pagina).

Nel caso a), nel quale ancora non sono decorsi due anni dal pagamento dell’imposta inerente una dichiarazione di successione presentata senza indicare i beni all’estero, occorre considerare che l’articolo 27, comma 3, del Dlgs 346/1990 (il testo unico dell’imposta di successione), dispone che, in presenza di una dichiarazione di successione incompleta, l’ufficio può procedere alla rettifica e alla liquidazione della maggiore imposta mediante avviso notificato entro il termine di decadenza di due anni dal pagamento dell’imposta principale.
In questa ipotesi, pertanto, se l’istanza di voluntary sia formulata senza aver prima registrato una dichiarazione di successione integrativa di quella presentata incompleta (e non si interpretasse la voluntary come richiesta di ravvedimento operoso), l’Amministrazione potrebbe pretendere, oltre che l’imposta e gli interessi, la sanzione in misura compresa tra il 100 e il 200 per cento dell’imposta non pagata (articolo 51, comma 1, d. lgs. 346/1990); se si applicasse il criterio della metà del minimo (articolo 7, comma 4, d. lgs. 472/1997) si avrebbe dunque una sanzione pari al 50 per cento dell’imposta non pagata.
Nel caso b), e cioè quando ancora non sono decorsi cinque anni dalla scadenza del termine per presentare la dichiarazione di successione del tutto omessa, occorre considerare l’articolo 27, comma 4, del Dlgs 346/1990, il quale dispone che se la dichiarazione di successione è stata omessa, l’ufficio può notificare un avviso di liquidazione entro il termine di decadenza di cinque anni dalla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione omessa.
Pertanto, se l’istanza di voluntary sia formulata senza aver prima registrato una dichiarazione di successione per sanare l’omissione, l’amministrazione potrebbe procedere all’accertamento d’ufficio (articolo 27, comma 4, del Dlgs 346/1990). Ipotizzando anche qui la non applicazione della disciplina del ravvedimento operoso, occorre valutare che la sanzione per l’omissione della dichiarazione di successione è stabilita in misura compresa tra il 120% e il 240% dell’imposta non versata (articolo 50 del Dlgs 346/1990); in questo caso, la metà del minimo (articolo 7, comma 4, del Dlgs 472/1997) è pari al 60% dell’imposta non pagata.

 

Un codice speciale per le segnalazioni sull’antiriciclaggio (Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2015)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa del’Agenzia delle Entrate

Procedure. Comunicato dell’Uif
Professionisti: in ogni caso l’obbligo non si applica quando le informazioni sono ottenute per la difesa del contribuente

  • di Valerio Vallefuoco

L’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) Italiana, con un comunicato stampa diramato nella serata del 2 settembre scorso, ha espresso ufficialmente la propria posizione per quanto di sua competenza nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria e in particolare sulle modalità e sugli obblighi di comunicazione di segnalazione delle operazioni sospette.
L’Uif, facendo espresso riferimento alla legge 186/2014, ha comunicato di aver introdotto una nuova categoria di segnalazione denominata appunto «voluntary disclosure».
L’Unità, richiamandosi alla circolare del 9 gennaio 2015 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha ribadito che la normativa sulla procedura di collaborazione volontaria non ha alcun effetto diretto sulla normativa antiriciclaggio, confermando pertanto che gli obblighi di prevenzione previsti dal decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 debbano permanere in capo ai soggetti obbligati.
Per evitare probabilmente la confusione di segnalazioni di operazioni sospette derivanti da procedure di voluntary disclosure con le altre derivanti da altri tipi di attività, l’organo di controllo ha ritenuto di dover gestire queste nuove segnalazioni integrando il dominio della "categoria" attraverso un nuovo codice di classificazione specifico: codice 004 - Riciclaggio: Voluntary Disclosure.
Tale codice, secondo le indicazioni fornite, dovrà essere utilizzato dai soggetti obbligati per le segnalazioni correlate alle "dichiarazioni volontarie".
L’Uif ha però precisato che tali segnalazioni non costituiranno una nuova tipologia di comunicazione, né una nuova classificazione di sospetto, ma saranno considerate solamente una sotto-classificazione della più generale categoria del riciclaggio.
Proprio per tali motivi le segnalazioni di operazioni sospette dovranno essere trasmesse solo ove ricorrano i presupposti di cui all’articolo 41 del Dlgs 231/2007 ossia quando ricorre l’obbligo di segnalazione.
Tale obbligo sussiste quando i professionisti, gli intermediari e comunque tutti i soggetti sottoposti alla normativa antiriclaggio sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.
Il sospetto, secondo la normativa, è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell’operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell’ambito dell’attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico.
Quindi tutti i soggetti obbligati oltre all’obbligo di registrazione e adeguata verifica della clientela, ogni qualvolta abbiano il sospetto che i fondi siano di provenienza criminosa, dovranno procedere alla segnalazione.
Nel caso specifico della voluntary disclosure bisognerà almeno valutare, ai fini della segnalazione, l’eventuale superamento delle soglie di punibilità prevista per i reati tributari, poiché in caso di mancato superamento la segnalazione sembra non dovuta.
Visto inoltre il richiamo espresso all’articolo 41 non si può non evidenziare (anche se il comunicato non vi fa cenno) la specifica causa di esenzione dall’obbligo di segnalazione prevista dall’articolo 12, comma 2, dello stesso decreto, secondo cui l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette di cui all’articolo 41 non si applica ai professionisti per le informazioni che essi ricevono da un loro cliente od ottengono riguardo allo stesso, nel corso dell’esame della sua posizione giuridica o dell’espletamento dei compiti di difesa o di rappresentanza del medesimo in un procedimento giudiziario o in relazione a tale procedimento, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o evitare un procedimento, ove tali informazioni siano ricevute o ottenute prima, durante o dopo il procedimento stesso.

La parola chiave: riciclaggio

Per riciclaggio si intendono: la conversione o il trasferimento di beni effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività, allo scopo di occultare o dissimulare l'origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni

 

Berna apre all’uso dei dati rubati (Il Sole 24 Ore, 3 settembre 2015)

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  • Fonte: in pdf  su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Fisco internazionale. La decisione del Consiglio federale svizzero, in linea con quella del Lussemburgo
Sì all’assistenza sulle liste purché lo stato richiedente non sia coinvolto
Gli effetti: La Confederazione tratterà le richieste come quelle su informazioni acquisite con le procedure ordinarie o attraverso fonti pubbliche

  • di Marco Bellinazzo

In attesa della ratifica del protocollo di modifica della Convenzione Italia-Svizzera per evitare le doppie imposizioni e dell’uscita definitiva della Confederazione elvetica dalle black-list italiane, da Berna arriva una novità destinata ad accrescere la cooperazione amministrativa e il livello di trasparenza.
La Svizzera ha scelto infatti di assumere un atteggiamento meno intransigente in futuro, concedendo assistenza in ambito fiscale anche in caso di dati rubati purché lo Stato richiedente non abbia svolto un ruolo attivo nel procurarsi le informazioni in questione.
La decisione del Consiglio federale, il governo svizzero, è giunta ieri in sede di revisione della legge sull’assistenza amministrativa, dopo che due anni fa un progetto simile era stato abbandonato a causa della ferma opposizione dei Cantoni, partiti e associazioni economiche.
Le modifiche rispetto alla legge in vigore dal 2011 si sono rese necessarie per tener conto delle conseguenze legate al furto dei dati bancari compiuto da Hervé Falciani presso la filiale ginevrina della banca Hsbc.
Il governo svizzero prevede in effetti un incremento del numero di richieste d’assistenza.
Finora la Francia ha fornito la lista a oltre 30 Paesi.
La normativa attualmente in vigore in caso di informazioni sottratte illegalmente ha rallentato, se non impedito, l’assistenza amministrativa di Berna con diversi Paesi.
Dopo questa svolta la Confederazione elvetica dovrebbe, al contrario, trattare anche le richieste di assistenza basate su dati trafugati, acquisiti da uno Stato mediante un’ordinaria procedura di assistenza amministrativa o attraverso fonti pubbliche.
I contribuenti esteri, come ha spiegato il ministero federale delle finanze, potranno tuttavia adire le vie legali per tutelarsi dallo scambio di dati bancari.
La posizione assunta dalla Svizzera è analoga a quella assunta dal Lussemburgo, che finora rifiutava di cooperare se le domande si basavano su dati bancari rubati, ma che ora ha radicalmente modificato la sua legislazione.
Il problema dei prossimi mesi sarà quello di definire con esattezza come va interpretato il concetto di «ruolo attivo» assunto dallo Stato che impedirà ogni forma di collaborazione.
Per quanto concerne il provvedimento di ratifica della nuova Convenzione Italia-Svizzera contro la doppia imposizione, varato il 27 agosto scorso dal Consiglio dei ministri, si attende ora il via libera del Parlamento.
A quel punto sarà possibile, secondo l’articolo 26 del modello Ocse che limita fortemente il segreto bancario, lo scambio automatico di in-formazioni a partire dal 23 febbraio 2015 per tutti i contribuenti residenti in Italia titolari effettivi di conti cor-renti, posizioni patrimoniali, mandati o diritti di proprietà in Svizzera.
Le autorità fiscali italiane dovranno indicare lo scopo per il quale viene richiesta l’informativa e, se noti, anche il nome e l’indirizzo del detentore pre-sunto delle informazioni richieste.
Una forma di pressione efficace, quindi, per spingere il maggior numero di contribuenti ad aderire alla voluntary disclosure.

Il quadro

01 – Dati trafugati

La Svizzera ha scelto di assumere un atteggiamento meno intransigente concedendo assistenza in ambito fiscale anche in caso di dati rubati.
La decisione del Consiglio federale ingiunta  ieri dopo che due anni fa un progetto simile era stato abbandonato a causa della ferma opposizione di Cantoni, partiti e associazioni economiche.

02 - La condizione

La condizione è che lo Stato richiedente non abbia svolto un ruolo attivo nel procurarsi le informazioni oggetto della richiesta di cooperazione.
Le modifiche si sono rese necessarie per tener conto delle conseguenze legate al furto dei dati rubati bancari compiuto da Hervé Falciani presso la filiale ginevrina della banca HSBC.
La Francia ha fornito la lista ad oltre 30 Paesi

03 - L’assistenza

La normativa in vigore in caso di informazioni sottratte illegalmente ha rallentato, se non impedito, l’assistenza amministrativa di Berna con diversi Paesi.
Dopo questa svolta la Confederazione elvetica dovrebbe trattare anche le richieste di assistenza basate su dati trafugati, acquisiti da uno Stato mediante un’ordinaria procedura di assistenza amministrativa o attraverso fonti pubbliche. I contribuenti esteri potranno tuttavia adire le vie legali per tutelarsi dallo scambio di dati bancari

04 - Italia-Svizzera

Il Consiglio dei ministri ha approvato lo scorso 27 agosto il provvedimento per la ratifica e l’esecuzione del protocollo di modifica della Convenzione Italia-Svizzera contro le doppie imposizioni.
Dopo il via libera del Parlamento sarà possibile lo scambio automatico di informazioni a partire dal 23 Febbraio 2015 per tutti i contribuenti residenti in Italia titolari effettivi di conti correnti, posizioni patrimoniali, mandati o diritti di proprietà in Svizzera.
Le autorità fiscali italiane dovranno indicare Io scopo per il quale viene richiesta l’informativa e, se noti, anche il nome e del detentore presunto delle informazioni richieste

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Esami Bce, i risultati Srep saranno «confidenziali» (Il Sole 24 Ore, 3 settembre 2015)

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Agli istituti la facoltà di divulgare l’esito

  • di Luca Davi

Gli esiti dello Srep saranno confidenziali, ma le banche avranno facoltà di comunicarli al mercato.
È questo l’orientamento che, a quanto risulta al Sole 24 Ore, intende seguire la Bce rispetto all’eventuale divulgazione dei risultati del processo di revisione prudenziale in atto.
Esami che la stessa Autorità di Vigilanza sta conducendo sulle 123 principali banche italiane ed europee.
Nel corso di queste settimane, in particolare, i 15 maggiori istituti italiani riceveranno le indicazioni ufficiali dei nuovi requisiti patrimoniali richiesti da Francoforte.
Il tema interessa da vicino banchieri e manager, ma anche investitori, analisti e azionisti.
Perchè molti dei soggetti in campo si chiedono quale sia la prassi sull’eventuale disclosure al mercato.
Nelle scorse settimane Francoforte ha subito rassicurato i vertici bancari, sottolineando che le comunicazioni dei risultati – che proprio in queste settimane saranno inviati agli istituti – hanno «natura confidenziale».
Di fatto, quindi, l’istituto centrale non comunicherà nulla al mercato.
Un approccio peraltro in linea con la prassi adottata anche da Banca d’Italia negli anni scorsi.
Tuttavia, la Vigilanza europea lascerà «alle banche la facoltà di comunicare i dati, qualora volessero», come fanno sapere da Bce.
Questa “libertà” operativa apre la porta a uno scenario composito, in cui istituti con risultati positivi avranno il vantaggio a comunicarli al mercato, mentre quelli con risultati negativi preferiranno mantenere la confidenzialità.
Difficile immaginare però che, a quel punto, sotto le pressioni del mercato, all’intero comparto non rimanga altro che fare piena disclosure.
Molto in verità dipenderà anche dalle decisioni di Consob, che nel frattempo sta esaminando la questione.
L’Authority ai sensi del Tuf ha il potere di chiedere agli istituti di divulgare le richieste Bce.
Del resto è ciò che è accaduto lo scorso febbraio, quando al termine del Comprehensive assessment impose di comunicare i risultati dell’Asset quality review.
Va detto che lo Srep, che è un processo di revisione annuale, è cosa diversa dall’Aqr.
Quindi non è detto che venga seguito lo stesso approccio.
Tuttavia Consob potrebbe intervenire qualora si verificassero abusi di mercato, magari generati da eventuali fughe di notizie o da asimmetrie informative.
E chiedere, a quel punto, trasparenza piena per tutti.
Possibili valutazioni saranno poi fatte anche in sede Esma, anche per allinearsi a eventuali prassi in Europa.
Il tema, insomma, è aperto.
Ma di certo crea non poca incertezza, sia dal lato delle banche che degli investitori.
Anche perché per diverse delle 123 banche italiane ed europee sotto esame si profila un innalzamento delle asticelle dei requisiti di capitale in termini di Cet 1 ratio.
Il rischio diffuso è che diverse banche registrino un erosione dei buffer di capitale eccedenti rispetto alle “vecchie” richieste Bce.
Altri possibili interventi correttivi Bce potrebbero riguardare il fronte della liquidità (con la richiesta di un innalzamento dei requisiti minimi di liquidità a breve), e il modello di business che, se ritenuto non stabile dal punto di vista della profittabilità, potrebbe essere messo nel mirino, magari con la richiesta di correttivi sul fronte delle remunerazioni interne.
Le banche saranno valutate dalla Vigilanza in un processo che sfocerà in un giudizio finale con voti compresi tra 1 e 4.
Più il voto sarà basso, più la Bce chiederà interventi compensativi, maggiori saranno la frequenza e la pervasività delle ispezioni future.
Possibile che pur in presenza di una stessa classe di appartenenza, le richieste tuttavia siano differenti.

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