Voluntary Disclosure: i rischi del patto tra Roma e Berna (La Repubblica, 26 gennaio 2015)

repubblica logo

  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell'Agenzia delle Entrate

La retorica della concorrenza sleale nasconde un rischio, quello di coprire l’inefficienza di sistemi pubblici non in grado di autoregolarsi

Dopo il pasticcio della delega fiscale inquinata dalla norma subito ribattezzata “salva-Berlusconi”, il governo ha risollevato un po’ le sue quotazioni agli occhi dell’opinione pubblica firmando un protocollo di intesa con la Svizzera per regolare alcuni aspetti relativi allo scambio di informazioni tra autorità tributarie.
Entrando nel dettaglio, quali sono le parti più importanti dell’accordo?
Essenzialmente la possibilità concessa alle autorità fiscali dei due paesi di avere accesso alle informazioni relativamente ai propri residenti che hanno depositato o dato in gestione soldi o titoli presso l’altro (sostanzialmente sarà l’Italia che busserà alle porte svizzere.
Che un cittadino elvetico si rifugi in una banca italiana assomiglia alla storia dell’uomo che morde il cane: tutto ciò potrà esser fatto attraverso un dialogo diretto tra le agenzie delle entrate senza bisogno di passare per autorizzazioni della magistratura o di altri soggetti pubblici.
Questo scambio di dati si differenzia da quello previsto dal trattato Ocse (l’organizzazione internazionale che raggruppa tutti i paesi sviluppati) che dovrebbe entrare in vigore nel 2017: in quest’ultimo caso il traffico sarà automatico, nel senso che i governi aderenti forniranno periodicamente agli altri firmatari la lista dei loro cittadini che hanno conti presso le banche straniere.
L’intesa italo-svizzera, invece, prevede anche delle indagini mirate a gruppi omogenei di contribuenti singoli o a individui.
Le richieste non dovranno assumere la forma di una pesca a strascico di nomi senza che ci sia un principio di prova o un indizio che facciano pensare a comportamenti illeciti.
Tuttavia, la trasparenza non avrà effetti retroattivi e le informazioni dovranno riguardare solo le operazioni e i conti dal 2015 in avanti.
Perché il protocollo si lega alla voluntary disclosure?
Ricordiamo come funziona la collaborazione volontaria delineata dalla recentissima legge 186 del dicembre 2014.
Chiunque abbia soldi in Svizzera se oggi aderisce alla procedura volontaria paga per intero le tasse se il denaro è frutto di evasione e solamente una sanzione se invece, pur essendo state pagate le imposte, il contribuente non ha indicato nel quadro RW della dichiarazione dei redditi il possesso di denaro all’estero.
Al contrario dei precedenti condoni, non si garantisce l’anonimato al contribuente "pentito" ed in cambio di ciò viene garantitala non sottoposizione a procedimento penale.
Orbene, se Berna e Roma firmeranno la versione definitiva del trattato entro il 2 marzo, questo seguirà l’iter parlamentare di approvazione normale in ciascun paese, ma alcuni effetti saranno immediati, primo fra tutti l’ammissione della Svizzera nei paesi white-list (mentre tutt’oggi, a certi fini, è ancora nei paesi black-list).
Essere white-list ha grandi vantaggi, ad esempio alcuni costi sopportati dalle imprese italiane per servizi resi dalla Svizzera diventano deducibili, ma soprattutto si dimezzano sia le sanzioni sia gli anni di accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate per chi aderisce alla voluntary disclosure.
Così, mentre la multa per omissione della compilazione del quadro RW è dell’l% del valore delle somme depositate all’estero per gli Stati black-list, per quelli candidi è dello 0,5%.
Oppure, mentre gli anni da regolarizzare (sia per le sanzioni che perle imposte non pagate) per le nazioni nere sono 10, per quelle bianche sono 5: è ovvio che chi aderisce alla disclosure dalla Svizzera si troverà a pagare somme molto minori grazie all’accordo.
Fin qui le spiegazioni tecniche indispensabili per dare un giudizio sulla vicenda che si può riassumere così: bene la trasparenza ma che non si trasformi in una scusa.
Mi spiego: prima di tutto noi partiamo sempre dall’idea che ad un servitore pubblico "buono" si contrapponga un potenziale malandrino che deve essere sorvegliato.
Le cose non stanno in questo modo: il servitore pubblico ha le sue manchevolezze, le sue rigidità, il suo eccesso di zelo, i suoi soprusi.
Se la trasparenza assoluta fosse concessa all’amministrazione russa, iraniana o venezuelana verso i nostri conti bancari ognuno di noi si sentirebbe - a ragione - inquieto.
L’essere l’Italia un paese democratico, però, non è sufficiente a eliminare il rischio di abusi di potere.
Quindi l’aver tolto il controllo del magistrato per vagliare le richieste del fisco impone una prudenza e una certa severità nel considerare gli indizi sufficienti per avere accesso alle informazioni bancarie; altrimenti il rischio che il confine con la "fishing expedition" si annulli, è concreto.
Inoltre, la trasparenza è una precondizione affinché pure il dibattito sulla concorrenza fiscale rientri nei suoi giusti limiti.
Un conto è attrarre capitali esteri assicurando opacità ad individui ed aziende, un altro invece è offrire procedure snelle e garantiste nonché aliquote basse.
Se la retorica sulla concorrenza sleale fosse diretta a far sì che cittadini ed imprese non si trasferiscano verso lidi ad imposizione più lieve, tutta l’Europa diverrebbe un blocco dove chi tassa di più chiede sita e alla sua prodigalità nella spesa pubblica: un incubo.
Una volta che il campo da gioco è uguale per tutti, invece, i dissipatori di denaro pubblico si rassegnino al fatto che i propri compatrioti vadano altrove.
Insomma, che i nostri vicini alpini la finissero di essere una gruviera fiscale era inevitabile: è importante che adesso dall’Italia non ci venga rifilato il gustoso formaggio trentino Puzzone di Moena.

131018-svizzera

Articoli collegati su "Svizzera"

Articoli collegati su Orrick

Il cittadino è spia per il Fisco (Italia Oggi, 26 gennaio 2015)

il-sole24ore-logo

  • Fonte: IusLetter e in pdf su rassegna stampa dell'Agenzia delle Entrate

Cresce la sensibilità contro l'evasione. Nel 2014 si stimano oltre 45 mila chiamate al 117

  • di Valerio Stroppa

Cittadini sempre più schierati come sentinelle contro l’evasione fiscale.
Crescono le segnalazioni alla Guardia di finanza di mancato rilascio di scontrini e ricevute.
Ma anche su internet aumentano i click, seppur anonimi, con i quali è possibile rendere note le zone dove si concentrano maggiormente gli esercenti che non rispettano gli obblighi tributari.
A cominciare dal numero di pubblica utilità della Gdf, il 117.
Questo strumento, dopo un iniziale periodo di «diffidenza», è divenuto ormai un’abitudine per molti clienti insoddisfatti della mancata emissione del documento fiscale.
I numeri relativi al 2014 saranno resi noti solo nelle prossime settimane con il rapporto annuale delle Fiamme gialle, ma secondo quanto risulta a ItaliaOggi Sette il trend delle chiamate è in crescita.
Nel 2013 le chiamate ricevute dal 117 a livello nazionale sono state 44.041, di cui il 44% anonime.
Nel complesso, oltre 23 mila segnalazioni hanno riguardato irregolarità di natura fiscale (principalmente il mancato rilascio di scontrini, ricevute e l’indicazione in fattura di corrispettivi inferiori ai pagamenti effettuati).
A seguito degli approfondimenti delle segnalazioni inoltrate, i militari del fisco hanno effettuato vere e proprie attività di verifica: 1.500 interventi si sono conclusi con la constatazione di irregolarità, 800 dei quali hanno comportato l’avvio di attività di accertamento.
La restante parte delle attivazioni riguardano invece settori extratributari, come traffico di droga, episodi di usura e violazioni alla normativa ambientale.
Si ricorda che la Gdf non dà alcun seguito alle segnalazioni anonime pervenute alla help-line.
Gli operatori al telefono, infatti, devono acquisire gli elementi identificativi dell’autore della chiamata.
Se questo poteva rappresentare un freno negli anni scorsi, già dal 2012 è in netto aumento il numero di cittadini disposti a lasciare le proprie generalità pur di effettuare la segnalazione dell’evasione.
«Un crescente senso di legalità e una maggiore sensibilità verso i problemi derivanti dalla diffusa evasione fiscale», spiega il rapporto annuale Gdf per il 2013, «accentuati peraltro dai provvedimenti governativi adottati per la riduzione della spesa pubblica, hanno spinto i cittadini-contribuenti a farsi parte attiva nell’individuazione di coloro che si sottraggono al dovere di concorrere alle spese pubbliche».
Ben diversa, invece, la finalità di alcuni siti web attraverso i quali è possibile dare conto della micro-evasione in termini quantitativi e qualitativi.
In questo caso non vengono resi noti i soggetti responsabili dell’evasione, anche per eliminare il possibile abuso di segnalazioni fasulle a scopo diffamatorio.
La piattaforma sociale più utilizzata è «evasori.info», che ha l’obiettivo di mappare il fenomeno sul territorio, misurare e illustrare l’estensione del problema e le sue conseguenze.
L’utente può effettuare la segnalazione in modo anonimo e i dati vengono aggregati e classificati.
Tante le fattispecie comunicabili: dal mancato rilascio di scontrino o ricevuta di bar e ristoranti agli evasori totali, dal dipendente o pensionato che fa il doppio lavoro in nero alle aziende che emettono fatture false, senza dimenticare chi concede in locazione una casa senza registrare il contratto.
Allo stesso tempo, è possibile segnalare gli operatori che rispettano correttamente gli obblighi fiscali, specialmente quando il cliente riceve lo scontrino senza chiederlo.
Il sito va così a tracciare una mappa degli onesti e altre zone «rosse» meno rispettose della normativa.
Nel corso del 2014 le segnalazioni al sito hanno superato quota 1,2 milioni.
Per quanto riguarda le attività economiche interessate dalle segnalazioni, al primo posto si trovano i bar (34,7% dei casi), seguiti da ristoranti (12%) e servizi per la persona quali parrucchieri, centri estetici, etc. (9,4%).
A livello economico, il 45% delle segnalazioni mostra un valore inferiore o pari a 10 euro.
Il dato si lega facilmente al «primato» dei bar nella mancata emissione di scontrini, dove gli importi sono solitamente di pochi euro.
Circa il 16% delle segnalazioni appartiene alla fascia compresa tra i 10 e i 20 euro.
Il restante 40% dei casi va a distribuirsi su una curva che discende gradualmente con l’aumentare dell’imponibile occultato.
Un meccanismo che si va sempre più consolidando, quindi.
Per ora meno che in America, dove già da tempo sono stati introdotti incentivi economici ai «segnalatori» (un po’ come avviene, in Italia, quando le segnalazioni all’Agenzia delle entrate provengono dai comuni).
Negli Usa, infatti, a partire dal 2006 è stata varata una normativa secondo la quale i cosiddetti «tax whistleblowers» (letteralmente «fischiettatori fiscali») ricevono un premio pari a una percentuale delle somme recuperate dall’Internal revenue services.
Incentivi che possono arrivare fino al 30% delle entrate, delle sanzioni e degli interessi recuperati grazie alla segnalazione.

Articoli collegati su Guardia di Finanza

Collegio sindacale: srl, revoca sindaci al setaccio (Italia Oggi, 26 gennaio 2015)

il-sole24ore-logo

Le indicazioni del Mise nella circolare n. 6100 in cui riporta il parere del Mingiustizia

  • di Cinzia De Stefanis

Le società a responsabilità limitata debbono sottoporre la delibera di revoca per giusta causa dei sindaci al controllo di legittimità del tribunale per poi depositarla presso il registro delle imprese competente.
In quanto il controllo giurisdizionale è volto a verificare l’esistenza del fatto della giusta causa dei sindaci.
Basta, inoltre, la sola delibera assembleare per la revoca per giusta causa del revisore legale dei conti.
Il Ministero dello sviluppo economico (divisione VI, registro delle imprese, professioni ausiliarie del commercio e artigiane e riconoscimento titoli professionali) con la circolare 19 gennaio 2015 n. 6100 ha diffuso le linee guida del Ministero della giustizia (espresse con la nota del 13 gennaio 2015 n. 4865) in merito alla revoca per giusta causa dell’organo di controllo o del revisore legale dei conti.
Il venir meno del presupposto in base al quale era avvenuta la nomina del collegio sindacale non è sufficiente a produrne la decadenza di diritto, nonostante il legislatore abbia precisato che la sopravvenuta insussistenza dell’obbligo di nomina dell’organo di controllo costituisca giusta causa di revoca.
In assenza di un’esplicita previsione in tal senso del legislatore, permane la necessità di un controllo giurisdizionale volto a verificare l’esistenza del fatto della giusta causa.
L’articolo 2400, 2° comma, del c.c. (nomina e revoca sindaci) non è stato oggetto di modifica da parte dell’articolo 20, 8 comma, del decreto legge n. 91/2014 (c.d. decreto competitività).
A differenza dell’articolo 2409-quater del c.c. (nomina e revoca del revisore legale) che prevedeva analogo decreto di approvazione del tribunale della delibera di revoca, che invece è stato abrogato.

Il quesito posto al ministero dello sviluppo economico

L’associazione nazionale autotrasporto viaggiatori poneva al Mise un quesito se «nei casi in cui sia venuto meno l’obbligo della nomina di un organo di controllo o del revisore per effetto dell’articolo 20, 8° comma, del decreto legge n. 91/2014 (cd. decreto competitività) le società a responsabilità limitata possono procedere alla relativa revoca per giusta causa senza necessità di sottoporre la relativa delibera all’approvazione del tribunale, non essendo necessario, nella fattispecie, alcun controllo di legittimità della delibera».
Il Ministero dello sviluppo economico ha investito della questione il ministero della giustizia (dipartimento per gli affari di giustizia) che ha fornito il proprio parere con la nota del 13 gennaio 2015 n. 4865 allegata alla circolare del Mise 19 gennaio 2015 n. 6100.
Il Ministero dello sviluppo economico chiedeva valutazioni ai tecnici della giustizia in merito alla nuova formulazione dell’articolo 2477 del c.c. così come modificato dall’articolo 20, 8 comma, del decreto competitività.
E nella specie se ai fini della revoca dell’organo di controllo di cui all’articolo 2477 del c.c. sia ancora necessario, oltre alla delibera assembleare di revoca, il decreto di approvazione del tribunale (articolo 2400, 2° comma, c.c.).
In particolare i funzionari Mise sottolineavano che l’articolo 20, 8 comma, del decreto competitività ha abrogato il 2° comma dell’articolo 2477 del c.c. il quale prevedeva l’obbligo di nomina dell’organo di controllo o del revisore nelle società a responsabilità limitata con capitale sociale almeno pari al minimo dell’articolo 2327 del c.c. per le società per azioni.

Rinuncia alla carica di sindaco

La rinuncia dalla carica di sindaco di società di capitali anche quando non sia possibile la sua sostituzione con il supplente ha efficacia immediata.
Le dimissioni hanno effetto immediato indipendentemente dalla sostituzione o meno del sindaco supplente.
Nei confronti dei sindaci dimissionari non è applicabile la «prorogatio» della carica ossia l’istituto per cui la cessazione della carica avrebbe effetto solo dal momento della reintegra del collegio sindacale.
La proroga dell’incarico, è prevista dal codice civile (articolo 2400, °1 comma, c.c.) esclusivamente in caso di scadenza del mandato.
Nel caso in cui gli amministratori non provvedano a iscrivere nei termini (30 giorni dalla ricezione delle dimissioni) le dimissioni del sindaco il professionista in quanto cessato dall’incarico potrà direttamente segnalare al conservatore del registro delle imprese la mancata iscrizione.
Il conservatore una volta accertata la perdurante omissione degli amministratori potrà avviare il procedimento d’iscrizione d’ufficio (ex art. 2191 c.c.) e sanzionare gli amministratori.
Queste alcune delle indicazioni nella guida «rinuncia alla carica di sindaco» redatta dalla fondazione nazionale dottori commercialisti e datata 1° dicembre.
Il documento, a fronte del perdurante contrasto interpretativo sul tema della decorrenza delle «dimissioni» del sindaco, oltre a illustrare modalità e caratteristiche della dichiarazione di rinunzia, ripercorre le argomentazioni favorevoli alla tesi, già sostenuta dal Cndcec, dell’immediata efficacia della rinunzia del sindaco anche quando non sia possibile la sua sostituzione con il supplente. Inoltre nel testo si evidenzia che in casi rinunzia dei sindaci componenti del collegio sindacale (o sindaco unico) o di incaricato della revisione legale dei conti, è esclusa la proroga semestrale delle funzioni previste dalla legge per il solo revisore legale, e non applicabile all’organo di controllo interno (art. 1, comma 2, dm 261/2012).
In ogni caso la cessazione anticipata da detti incarichi dovrà essere comunicata al registro dei revisori legali dei conti.

Comunicazioni via Pec e compiti degli amministratori

Le dimissioni del sindaco, meglio se debitamente motivate, dovranno essere comunicate mediante lettera a/r o posta elettronica certificata all’organo amministrativo della società, e per conoscenza al presidente del collegio sindacale e ai sindaci supplenti.
Questi ultimi avranno così immediata notizia del subingresso dell’incarico o potranno assumere tempestivamente la relativa funzione di vigilanza.
Rientra, poi, nei compiti degli amministratori della società richiedere, entro trenta giorni dalla ricezione delle dimissioni, l’iscrizione nel registro delle imprese della cessazione dall’incarico di sindacale.
In mancanza di sindaci supplenti, è dovere degli amministratori convocare l’assemblea dei soci affinché provveda a reintegrare il collegio sindacale. In caso di inerzia, alla convocazione assembleare potranno provvedere, in via sostitutiva i sindaci rimasti in carica.

Articoli collegati su "Collegio sindacale"

Evasione capitali black list, presunzioni future (Italia Oggi, 24 gennaio 2015)

il-sole24ore-logo

La Ctp Reggio Emilia riduce l’applicazione della norma sui paradisi del dl 78/2009. Non scatta la retroattività sugli asset costituiti all’estero

  • di Valerio Stroppa

La presunzione di evasione sui capitali black list non è retroattiva.
Se la norma introdotta dal dl n. 78/2009 per il contrasto dei paradisi fiscali fosse applicata anche alle annualità antecedenti «verrebbe irrimediabilmente inficiato il diritto di difesa del contribuente costituzionalmente garantito».
Il soggetto verificato, infatti, avrebbe serie difficoltà nel fornire la prova che quegli asset costituiti all’estero non costituiscono frutto di evasione, in modo da vincere la presunzione relativa fissata dalla norma.
È quanto afferma la Ctp (Commissione Tributaria Provinciale) di Reggio Emilia con la sentenza n. 566/3/14, depositata lo scorso 17 dicembre.
La vicenda nasce dalla nota «lista Falciani».
Il nome di un contribuente, che aveva un conto presso la filiale di Ginevra della Hsbc, era incluso nell’elenco trasmesso dalle autorità francesi all’amministrazione finanziaria italiana.
Poiché il conto non era mai stato indicato nel quadro RW di Unico, l’Agenzia delle entrate notificava un avviso di accertamento per circa 50 mila euro, in relazione all’anno di imposta 2005. Da qui l’instaurazione del giudizio.
Secondo il ricorrente, la disposizione recata dal dl n. 78/2009 secondo cui i capitali occultati in paesi black list sono considerati redditi sottratti a tassazione (salvo prova contraria) non può valere per gli anni pregressi.
La norma, che prevede un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, avrebbe infatti natura sostanziale e non procedurale (come invece sostenuto dall’ufficio).
Tesi che trova concordi i giudici reggiani.
«Il contribuente, già nel momento in cui sceglie di costituire attività di natura finanziaria in paesi a fiscalità privilegiata, deve poter essere in condizione di precostituire la prova contraria che poi gli servirà per vincere la presunzione di legge», spiega la Ctp.
Applicando retroattivamente la norma, ciò non sarebbe possibile.
Da qui l’annullamento dell’atto impugnato.
Si ricorda che sul tema si sono registrati nel tempo orientamenti contrastanti.
Le Entrate hanno sempre sostenuto la possibilità di far retroagire la disposizione, mentre la giurisprudenza ha in più occasioni affermato il contrario (si vedano le sentenza delle Ctp Vicenza n. 61/6/12, Ctp Varese n. 96/12/13, Ctp Lucca n. 103/4/2012 e Ctr Lombardia n. 3878/20/14.)

 

ComplianceNet: 

Voluntary disclosure: antiriciclaggio ammorbidito (Italia Oggi, 24 gennaio 2015)

il-sole24ore-logo

  • Fonte: in pdf su rassegna stampa Alba Leasing

Il Ministero dell’Economia delimita l’ambito nel caso di voluntary disclosure. Esonero per la consulenza che precede il mandato.

  • di Cristina Bartelli

Per i dottori commercialisti la linea di confine degli obblighi antiriciclaggio nelle procedure di voluntary disclosure è rappresentata dal momento del conferimento dell’incarico.
Tutto quello che c’è prima, e cioè la valutazione circa l’opportunità di accedere o meno alla procedura di rientro dei capitali è esente dagli obblighi antiriciclaggio e non è soggetta dunque alla eventualità di segnalazione dell’operazione sospetta.
È la nuova presa di posizione del Ministero dell’Economia in risposta a una Faq  inserita sul sito del dipartimento tesoro ieri, in risposta a un quesito inviato dal consiglio nazionale dei dottori commercialisti, dopo la pubblicazione della circolare dello scorso 15 gennaio (si veda ItaliaOggi del 14 gennaio 2015).
Il ministero dell’economia allenta dunque la rigidità dell’applicazone della legge 231/2007 (obblighi antiriciclaggio) alle disposizioni sul rientro dei capitali a tutti quei casi che non sono cristallizzati nel conferimento di un mandato del cliente al professionista.
«Nell’ipotesi in cui», scrivono dal ministero dell’economia, «all’attività del professionista, limitata alla valutazione circa l’opportunità, per il suo assistito, di accedere o meno alla procedura di voluntary disclosure, non segua il conferimento dell’incarico, non sussistono gli obblighi antiriciclaggio». Il ministero, però, mantiene ben distinto questo campo di applicazione dall’esonero dell’obbligo delle segnalazioni di operazioni sospette nel caso dell’esame della posizione giuridica del cliente in relazione a un procedimento giudiziario. È un’attività specifica finalizzata a una attività che precede i procedimenti giudiziari.

Faq del Ministero dell’Economia

Nel caso in cui un professionista consigli al proprio assistito di non accedere alla procedura di collaborazione volontaria, di cui alla legge Legge 15 dicembre 2014, n. 186, per l’emersione e il rientro di capitali detenuti all’estero (ovvero l’assistito decida autonomamente di non accedere alla procedura di voluntary), l’obbligo di segnalazione di operazione sospetta è escluso in virtù dell’esonero di cui all’art. 12 co. 2 del D.Lgs. 231/2007?

L’obbligo di segnalazione di operazioni sospette non si applica nell’esame della posizione giuridica del cliente in relazione a un procedimento giudiziario, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o evitare un procedimento.
L’esonero di cui all’art. 12 co. 2 del D.Lgs. 231/2007 non si estende quindi a tutti i casi di consulenza ma solo a quelli collegati a procedimenti giudiziari.
Peraltro, gli obblighi antiriciclaggio si applicano al momento in cui si concretizza, con il conferimento dell’incarico al professionista, il rapporto tra quest’ultimo e il soggetto al quale sarà resa la prestazione professionale.
Infatti, la definizione di “cliente” contenuta nell’articolo 1, comma 2, lettera e) del d.lgs. 231, definisce tale il soggetto al quale “…, i destinatari indicati agli articolo 12 e 13 rendono una prestazione professionale a seguito del conferimento di un incarico”. Nell’ipotesi in cui all’attività del professionista, limitata alla valutazione circa l’opportunità, per il suo assistito, di accedere o meno alla procedura di voluntary disclosure, non segua il conferimento dell’incarico, non sussistono gli obblighi antiriciclaggio.

Articoli collegati su MEF

Articoli collegati su "Antiriciclaggio"

Fisco: l’abuso e l’elusione pari sono (Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2015)

140412-corriere-della-sera-logo-2

  • Fonte: IusLetter

Lo schema di decreto certezza del diritto codifica un principio giurisprudenziale

  • di Stefano Loconte

Abuso del diritto uguale elusione fiscale.
Questa è l’equiparazione creata dallo schema di decreto legislativo sulla certezza del diritto varato lo scorso 24 dicembre in attuazione dell’art. 5 della Legge delega 23/2014 che aveva demandato al Governo la revisione delle disposizioni antielusive “al fine di unificarle al principio generale del divieto dell’abuso del diritto”.
Come emerso ieri nel corso del Videoforum organizzato da ItaliaOggi, l’art. 1 dello schema di decreto recante le nuove norme sull’abuso del diritto codifica un concetto fino ad oggi elaborato solo dalla giurisprudenza.
Viene prevista l’abolizione dell’art. 37 bis del dpr 600/73 mentre la nuova disciplina confluirà nell’art. 10 bis dello Statuto dei diritti del contribuente, che sarà rubricato “Disciplina dell’abuso del diritto ed elusione fiscale”.
Collocazione non casuale, in quanto interviene dopo l’art. 10 che disciplina il principio dell’affidamento e della buona fede.
La nuova fattispecie abuso/elusione non sarà più limitata a specifiche operazioni, ma avrà un’applicazione generalizzata a tutte quelle “operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali e indipendentemente dalle intenzioni del contribuente, realizzano esclusivamente vantaggi fiscali indebiti”.
Sono pertanto tre le condizioni che configurano abuso del diritto:
1) l’assenza di sostanza economica delle operazioni contestate e cioè fatti, atti e contratti, anche tra loro collegati, che non producono effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali;
2) la realizzazione di un vantaggio fiscale indebito, da intendersi come quei benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento comunitario;
3) la circostanza che tale indebito vantaggio costituisce lo scopo principale dell’operazione posta in essere.
Viene altresì specificato che non si considerano in ogni caso abusive le operazioni giustificate da non marginali valide ragioni extrafiscali, che possono anche essere di ordine organizzativo, gestionale o finalizzate ad un miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa.
Il contribuente potrà porre alle Entrate un preventivo interpello al fine di conoscere se le operazioni che intende porre in essere costituiscono o meno fattispecie di abuso del diritto.
Trova codificazione il principio della correttezza del c.d. “legittimo risparmio di imposta”, che garantisce al contribuente la possibilità di scegliere tra diverse opzioni comportanti differenti carichi fiscali quella fiscalmente meno onerosa, ad eccezione delle operazioni abusive nelle quali il mero risparmio di imposta sia la finalità esclusiva o prevalente.
L’onere della prova circa la sussistenza della condotta abusiva sarà a carico del fisco, sul contribuente, al contrario, graverà la prova della sussistenza delle non marginali ragioni extrafiscali alternative o concorrenti che hanno giustificato il ricorso allo strumento utilizzato.
L’abuso del diritto non sconfinerà nell’ambito del sistema penal-tributario, ma comporterà l’applicazione delle sole sanzioni amministrative.
La non rilevanza penale avrà come automatica conseguenza la non applicabilità della disciplina del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di fattispecie avente rilevanza penale (anche essa oggetto di importante modifica nel medesimo provvedimento).
L’abuso del diritto, inoltre, non potrà più essere rilevato d’ufficio dal giudice, ma dovrà essere accertato con apposito atto di accertamento contenente una motivazione rinforzata, a pena di nullità, in ordine alle osservazioni, chiarimenti e giustificazioni fornite dal contribuente e sarà applicabile a tutti i tributi, armonizzati e non, tranne quelli doganali.
Fondamentale il preventivo contraddittorio con il contribuente (come evidenziato anche dalla Cassazione nella sentenza n. 406/2015).
L’avviso di accertamento dovrà essere obbligatoriamente preceduto da una richiesta di chiarimenti notificata al contribuente ai sensi dell’art. 60 del dpr 600/1973 (e, dunque, non con semplice raccomandata come finora previsto dall’art. 37 bis del dpr).
Tra la data di ricevimento dei chiarimenti ovvero di inutile decorso del termine assegnato al contribuente per rispondere alla richiesta e quella di decadenza dell’amministrazione dal potere di notificazione dell’atto impositivo intercorrono non meno di 60 giorni.
In difetto, il termine di decadenza per la notificazione dell’atto impositivo è automaticamente prorogato, in deroga a quello ordinario, fino a concorrenza dei 60 giorni.

 

ComplianceNet: 

San Marino: Antiriciclaggio - trasparenza dei titolari effettivi dei trust (23 gennaio 2015)

150123-san-marino.jpg

(Fonte immagine: Wikipedia)

La legislazione di San Marino all’avanguardia già in linea con gli obblighi previsti dalla IV direttiva europea in materia di antiriciclaggio e le raccomandazioni n. 24 e 25 del FATF/GAFI  

  • di Emanuela Montanari

Registro dei Trust

La legislazione della Repubblica di San Marino in materia di antiriciclaggio sotto alcuni profili è più innovativa rispetto alla disciplina italiana ed europea anche per effetto dell’adozione di tutte le Raccomandazioni del FATF/GAFI in sede di analisi e follow-up periodici con gli organismi internazionali.   
Possiamo citare a questo proposito il Registro dei Trust tenuto dall’Autorità di Vigilanza in cui vengono registrati tutti gli atti istitutivi di trust regolati dalla legge sammarinese ed i trust esteri aventi sede dell’amministrazione nella Repubblica di San Marino.
Il Registro anticipa le Raccomandazioni n. 24 e 25 del FATF-GAFI sulla trasparenza dei titolari effettivi pubblicate nell’ottobre 2014 che evidenzia la necessità per ciascun paese di adottare misure riguardanti la trasparenza della titolarità effettiva delle entità giuridiche e degli accordi legali come il trust e le fondazioni allo scopo di combattere il riciclaggio, il finanziamento al terrorismo e prevenire altri reati gravi quali i reati fiscali e la corruzione.
Inoltre anticipa le disposizioni previste dalla quarta direttiva europea in materia di antiriciclaggio in ordine all’istituzione di un registro pubblico centrale per ogni stato nel quale riportare i dati relativi alla proprietà effettiva delle entità giuridiche garantendo l’aggiornamento e la disponibilità delle informazioni alle autorità nazionali di controllo.  
La Repubblica si San Marino ha emanato la legge n. 42 del 1° marzo 2010 sull’istituto del trust, dopo aver ratificato la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985 sulla Legge applicabile ai Trusts e sul loro riconoscimento con Decreto Consigliare n. 119 del 20/09/2004, in base alla quale per istituire un trust è necessario redigere un atto pubblico o una scrittura autenticata da notaio.
Anche qualora l’atto sia stipulato al di fuori del territorio sammarinese vi è l’obbligo di nominate un trustee residente ed allegare all’atto istitutivo la dichiarazione di un notaio della Repubblica di San Marino.
La citata legge ha inoltre introdotto un Registro dei trust della Repubblica di San Marino tenuto dall’Autorità di Vigilanza.
È  previsto l’obbligo di registrazione di tutti gli atti istitutivi di trust la cui legge regolatrice è quella della Repubblica di San Marino e dei trust esteri (a cui si applica una legge di uno Stato estero) con sede di amministrazione nella Repubblica di San Marino.
Entro quindici giorni dalla data dell’istituzione del trust, il trustee redige un attestato contenente fra l’altro la denominazione del trust, l’indicazione del trustee, del guardiano, del disponente, dei beneficiari con diritti attuali sul fondo in trust, lo scopo, la durata e la legge regolatrice.
L’attestato è sottoscritto dal trustee con sottoscrizione autenticata da notaio il quale ne cura il deposito entro dieci giorni dalla data dell’autentica presso l’Ufficio del Registro dei trust. Se il notaio omette il deposito vi provvede il trustee.
Sono previste sanzioni amministrative per la violazione delle suddette disposizioni.

Altre disposizioni sulla trasparenza della titolarità effettiva delle entità giuridiche

Vi sono inoltre ulteriori prescrizioni tese alla trasparenza della titolarità effettiva delle società.
Fra esse si evidenzia il Registro delle società tenuto dalla Cancelleria del Tribunale della Repubblica di San Marino, in cui vengono registrati tutti gli atti costitutivi delle società sammarinesi ai sensi della Legge 23 febbraio 2006 n. 47 del che devono avere la forma di atto pubblico.
Il notaio deve depositarne copia conforme presso la Cancelleria entro trenta giorni dalla data di registrazione e l’iscrizione della società nel Registro è richiesta contestualmente al deposito dell’atto costitutivo.
Si può citare l’archivio tenuto da Banca centrale in cui sono registrate le generalità dei titolari effettivi delle partecipazioni fiduciarie detenute in società sammarinesi ai sensi della legge del 7 giugno 2010 n. 98.
È altresì previsto analogo obbligo alle associazioni e fondazioni che devono mantenere presso la propria sede un Registro nominativo degli associati trasmettendo, entro il 31 dicembre di ogni anno, un elenco nominativo degli stessi alla Cancelleria Commerciale del Tribunale, ai fini dell’inserimento e dell’adeguamento dei dati contenuti nel Registro dei membri di Associazioni, Fondazioni ed enti no profit.
Si ricorda infine che tutti gli intermediari bancari e finanziari sono dotati di un Archivio Informatico Antiriciclaggio analogo a quello istituito con provvedimento del 3/4/2013 di Banca d’Italia in cui devono essere registrati i titolari effettivi di ogni entità giuridica che ha acceso un rapporto continuativo, previa verifica ed assunzione della documentazione comprovante ai sensi della Legge antiriciclaggio, conservando gli stessi fino al quinto anno successivo alla estinzione del rapporto.   

Articoli collegati su San marino

Articoli collegati su "Antiriciclaggio"

Chi è Emanuela Montanari

Compliance Officer e Consulente legale della Banca Agricola Commerciale spa della Repubblica di San Marino http://www.bac.sm/it/p-3/gruppo-bac/profilo
Laureata in Economia e Commercio, in Giurisprudenza e con l’attestazione della Scuola di specializzazione per Avvocati e Notai.

 

ComplianceNet: 

231-01: L’autoriciclaggio entra nei reati presupposto della responsabilità amministrativa (Banca Finanza, 22 gennaio 2015)

150123-banca_finanza.png

Fonte: In pdf su rassegna stampa Alba Leasing

  • A cura di Carlo Cavallo

Il 4 dicembre 2014 è stato approvato definitivamente dal Senato il disegno di legge n. 1642, contenente le disposizioni riguardanti l’emersione e il rientro di capitali detenuti all’estero nonché il potenziamento della lotta all’evasione fiscale.
Si attende, ora, la promulgazione da parte del Presidente della Repubblica e la successiva pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
L’articolo 3 del citato disegno di legge reca alcune modifiche al codice penale introducendo, tra l’altro, un nuovo specifico reato noto come autoriciclaggio.
In particolare, ai sensi del primo comma del nuovo articolo, si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da 5.000 a 25.000 euro a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

150123-antiriciclaggio2.jpg
Si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da 2.500 a 12.500 euro, se il denaro, i beni o le altre utilità provengono dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a cinque anni (comma secondo).
Il comma terzo prevede l’applicazione - in ogni caso - delle pene di cui al primo comma se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da un delitto commesso con le condizioni e le finalità di cui all’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito dalla legge n. 203 del 1991 (in materia di provvedimenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa).
L’art. 7, stabilisce che, per i delitti punibili con pena diversa dall’ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale (associazioni di tipo mafioso) ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, la pena è aumentata da un terzo alla metà.
Nei casi non previsti dalle disposizioni che precedono, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla utilizzazione o al godimento personale.
La pena è invece aumentata quando i fatti sono commessi nell’esercizio di un’attività bancaria, finanziaria o di altra attività professionale (commi quarto e quinto).
Inoltre si prevede una diminuzione della pena fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l’individuazione dei beni, del denaro e delle altre utilità provenienti dal delitto (comma sesto).
Si prevede, infine, l’applicabilità dell’ultimo comma dell’articolo 648 del codice penale, secondo cui la disposizione in questione si applica anche quando l’autore del delitto da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile, ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitto.
Assai importante è la disciplina delineata dai commi 4 e 5 dell’articolo 3: essi recano ulteriori novelle al codice penale al fine di inserire il riferimento al nuovo reato di autoriciclaggio anche nell’articolo 648-quater del codice penale (che contiene alcune previsioni speciali in materia di confisca per i delitti di riciclaggio e impiego di beni di provenienza illecita) nonché nella disciplina della responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato (art. 25-octies del decreto legislativo n. 231 del 2001).
L’ente sarà punito con una sanzione pecuniaria da 200 a 800 quote, aumentata da 400 a 1000 per le ipotesi in cui il denaro, i beni o le altre utilità provengano da delitto per il quale sia stabilita la pena della reclusione superiore, nel massimo, a cinque anni.
Al fine di evidenziare più chiaramente la portata innovativa del nuovo articolo 648-ter.l del codice penale si rammenta che il legislatore, fino ad oggi, ha configurato le condotte di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita come un reato contestabile solo a soggetti diversi dall’autore del reato presupposto: oggi questa prospettiva è cambiata e si commette un autonomo reato nel riciclare beni, denaro o altre utilità frutto di un illecito alla cui commissione si è concorso.
Come detto, la legge interviene in materia di responsabilità amministrativa degli enti prevedendo l’inserimento del nuovo reato tra quelli richiamati dall’art. 25-octies del D.Lgs. 231/2001.
È immaginabile che tale inclusione apra la strada all’inserimento dei reati tributari nell’ambito della responsabilità ex d. lgs. 231/2001: l’autoriciclaggio necessita, infatti, di un reato fonte e questo ben potrebbe essere una violazione fiscale.

Articoli collegati su 231-01

ComplianceNet: 

Market abuse, la Cassazione rilancia (Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2015)

il-sole24ore-logo

La Cassazione insiste: il rapporto tra market abuse e sanzioni penali va chiarito.
Così la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi anche sulla vicenda che ha coinvolto Stefano Ricucci per l’anomalo andamento dei titoli Rcs Mediagroup, stabilendo se nel nostro ordinamento si può applicare il principio del ne bis in idem tra sanzione penale e amministrativa, cosi come richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
A sollevare la questione di legittimità costituzionale è stata – per due volte in due giorni, dopo il caso analogo dell’altro ieri (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) – la Cassazione tributaria, con l’ordinanza 950/2015 depositata ieri.
La decisione trae origine, in estrema sintesi, dalla contestazione di sanzioni da parte della Consob per violazione all’articolo 187-ter del Tuf (manipolazione di mercato).
Per la stessa violazione il trasgressore aveva già patteggiato in sede penale (una pena poi interamente condonata per effetto dell’indulto).
Ne conseguiva la potenziale applicazione del ne bis in idem, secondo il quale in sostanza non si può essere puniti due volte per il medesimo fatto.
Va ricordato che la Cedu, per una fattispecie analoga (con la sola differenza che la sanzione amministrativa aveva preceduto quella penale e non, come nella specie in cui il procedimento penale si era concluso, prima di quello amministrativo) con la “sentenza Grande Stevens”, aveva sancito che, una volta irrogate a un soggetto sanzioni amministrative, non gli possono essere irrogate anche sanzioni penali. In caso contrario si sarebbe violato il divieto il doppio giudizio e la doppia pena per lo stesso reato.
Nella circostanza era stato altresì affermato che possono considerarsi “penali” le sanzioni amministrative dall’ordinamento italiano se particolarmente afflittive.
I giudici della Cedu, erano giunti a tali conclusioni, proprio dall’analisi delle sanzioni Consob, solo nominalmente amministrative: esse, infatti, sono da considerarsi di natura penale, in ragione della severità delle stesse (sia per l’importo sia per le sanzioni accessorie collegate sia, infine, in ragione delle loro ripercussioni complessive sugli interessi del condannato).
Sempre la Cedu (sentenza 20 maggio 2014, Nykänen c. Finlandia) tra l’altro, ha esaminato, con riferimento alla legislazione finlandese la possibile “convivenza” delle sanzioni tributarie con le penali in ipotesi di frode fiscale.
Anche in questo caso i giudici di Strasburgo hanno precisato che, per il ne bis in idem, va valutata la concreta natura delle sanzioni, indipendentemente dalla denominazione attribuita dalla legislazione interna.
Ora la Cassazione ha ritenuto di non poter disapplicare una legge dello Stato (la sanzione del Tuf) pur se ritenuta in contrasto con la pronuncia Cedu.
Ed infatti, secondo i giudici di legittimità, tale disapplicazione non può essere risolta in via interpretativa, non potendo la Cassazione applicare la legge nazionale conformemente alla interpretazione Cedu.
Per tale motivo la Suprema Corte ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale riguardante l’articolo 187 ter del Tuf, alla luce della predetta sentenza Cedu, che ha ritenuto le sanzioni amministrative previste dalla disciplina italiana sugli abusi di mercato di tipo penale a prescindere dalla loro qualificazione nel diritto interno per contrasto all’articolo 117 della Costituzione (la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali).
Da ricordare, infine che di recente della stessa questione (anche se riferita a violazioni tributarie costituenti reato rispetto all’analogo illecito fiscale) è stata investita la Corte di giustizia Ue dal Tribunale di Torino (ordinanza 27/10/2014).

 

ComplianceNet: 

Chi è Tommaso Di Ruzza, nuovo direttore dell’AIF vaticana (Zenit.org, 22 gennaio 2015)

150122-tommaso-di-ruzza.jpg

Il giurista, finora vice direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria, succede al belga René Brülhart
Si chiama Tommaso Di Ruzza il nuovo direttore dell’AIF, l’Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede che succede al belga René Brülhart, direttore dell’Autorità fino al 19 novembre 2014, nominato dal Papa presidente del Consiglio direttivo dello stesso organismo.
Di Ruzza è un affermato giurista, che vanta nel suo curriculum studi a Roma,Siena e Oxford, e la collaborazione con la Santa Sede sin dal 2005 come consigliere giuridico.
Finora Vice-Direttore ad interim dell’AIF, ne ha seguito le vicende operative, giuridiche e internazionali dell’AIF sin dalla sua costituzione nel 2011, sotto il pontificato di Benedetto XVI.
A lui viene attribuito un ruolo primario nei negoziati per la valutazione da parte del Comitato Moneyval nel 2012, per l’entrata dell’AIF nel Gruppo Egmont nel 2013, e per i diversi Protocolli d’intesa sottoscritti dall’AIF, tra i quali quelli stipulati con Italia, Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna.

 

ComplianceNet: 

Pagine