MEF: l’attività di vigilanza antiriciclaggio nel 2013 – sintesi (23 settembre 2014)

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  • Fonte: sintesi del capitolo “4. L’attività di Vigilanza” della “Relazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze del Comitato di sicurezza finanziaria. Valutazione delle attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”, Anno 2013 (qui in pdf , 674 K 19 pp.). Qui per leggere l'intera "Relazione"

Indice dell'articolo

4. L’attività di vigilanza
 4.1. Gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche effettuati dalla UIF
 4.2. L’attività di vigilanza dalla Banca d’Italia
  4.2.1. Accertamenti ispettivi di carattere generale
  4.2.2. Accertamenti mirati presso direzioni generali
  4.2.3. Le verifiche presso le dipendenze delle banche
  4.2.4. I controlli di vigilanza cartolare
  4.2.5. Le procedure sanzionatorie
  4.2.6. I risultati dell’attività di vigilanza
 4.3. L’attività di vigilanza di Consob e Ivass
 4.4. Gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche effettuati dalla Guardia di Finanza

4. L’attività di vigilanza

Il decreto legislativo 231/2007 stabilisce un’articolata ripartizione dei compiti di controllo tra la UIF, le autorità di vigilanza e gli organi investigativi.
Di seguito si riportano gli esiti delle attività di vigilanza e controllo effettuate nel corso del 2013 nonché gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche eseguiti dalla Guardia di finanza e dalla Direzione investigativa antimafia.

4.1. Gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche effettuati dalla UIF

L’attività ispettiva è esercitata dalla UIF, attraverso ispezioni di carattere generale e di tipo mirato (nota 43), nei confronti di soggetti la cui selezione avviene sulla base di criteri collegati al rischio.
Nel 2013 la UIF ha effettuato complessivamente 21 ispezioni di carattere generale e 12 ispezioni di tipo “mirato”.
Le verifiche sono state svolte su intermediari caratterizzati da specificità operative o da scostamenti rispetto ai livelli di collaborazione attesi.
Gli accertamento generali sono stati svolti, in collaborazione con l’IVASS, presso un’impresa assicurativa.
Verifiche generali sono state effettuate anche nel comparto del risparmio gestito, ove sono state riscontrate carenze nella collaborazione attiva derivanti da disfunzioni nell’adempimento degli obblighi di adeguata verifica della clientela, specie con riferimento a soggetti nei cui confronti l’intermediario aveva maturato una conoscenza solo formale o comunque non idonea a definire correttamente il profilo di rischio.
Analoghe criticità nell’adempimento degli obblighi di adeguata verifica e conseguenti carenze nella capacità di rilevazione delle operazioni sospette sono state riscontrate nell’operatività bancaria on-line.
Gli accertamenti ispettivi di carattere mirato hanno riguardato l’approfondimento di operazioni collegate a rapporti intrattenuti dalle banche con particolari categorie di soggetti (curatele fallimentari, “compro-oro”) ovvero caratterizzati da un consistente utilizzo di banconote di grosso taglio. Una specifica attenzione è stata dedicata anche ad anomale operazioni di intermediazione in titoli da parte di società estere in contropartita con banche e intermediari finanziari italiani.
Nel 2013 è proseguito il programma di ispezioni sull’utilizzo anomalo delle carte di pagamento e sulla gestione dei relativi flussi informativi e finanziari (nota 44).
In tale ambito operativo sono emerse carenze operative suscettibili di minare il corretto adempimento degli obblighi di segnalazione di operazioni sospette.
È stata, inoltre, rilevata un’ampia casistica di utilizzi delle carte da parte di soggetti diversi dal titolare, desunti dalla contemporanea effettuazione di operazioni in luoghi geograficamente distanti; frequente è risultato il caso di clienti titolari presso uno stesso intermediario di un numero molto elevato di carte di pagamento, specie prepagate, in assenza di limiti al numero di carte detenibili.
L’anomala frequenza dell’operatività richiede, per essere individuata, l’adozione di adeguate procedure di rilevazione automatica.
Tuttavia gli applicativi utilizzati dagli intermediari non sempre ricomprendono dati presenti nei sistemi gestionali che risultano essenziali per intercettare le irregolarità (l’ora esatta delle operazioni, i punti di prelevamento o ricarica); tali carenze impediscono l’identificazione di comportamenti rilevanti quali l’utilizzo in sequenza di più carte riconducibili a una pluralità di soggetti presso ricorrenti punti vendita, ATM o POS installati presso determinati esercenti.
Carenze sono state riscontrate nelle procedure di controllo sulla veridicità dei dati forniti dalla clientela, sulla concentrazione di operazioni in contanti poste in essere presso singoli punti operativi esterni e sui collegamenti tra operazioni di prelevamento e di accreditamento tra più carte.
Dall’attività ispettiva condotta dalla UIF, sono emersi fatti di possibile rilievo penale che sono stati oggetto di denuncia all’Autorità giudiziaria, nonché violazioni di natura amministrativa per le quali sono stati trasmessi al MEF i relativi verbali di contestazione per lo svolgimento del successivo iter istruttorio.
La UIF ha, inoltre, avviato 29 procedimenti amministrativi diretti all’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie per l’omessa segnalazione di operazioni sospette, contestando operazioni non segnalate per un importo complessivo di circa 67,8 milioni di euro.
L’Unità ha altresì curato l’istruttoria di 7 procedimenti sanzionatori per violazione dell’obbligo di dichiarazione riguardante operazioni di trasferimento o commercio di oro di valore pari o superiore a 12.500 euro. Nello stesso anno è stata predisposta l’istruttoria di 7 procedimenti sanzionatori per violazione dell’obbligo di congelamento di fondi e di risorse economiche a carico dei soggetti destinatari.
(…)

4.2. L’attività di vigilanza dalla Banca d’Italia

(…)

4.2.1. Accertamenti ispettivi di carattere generale

Da gennaio a dicembre 2013 sono stati condotti complessivamente 184 accertamenti ispettivi di carattere generale (cd. “a spettro esteso”) presso intermediari45 distinti, per tipologia, in:

  • 15 gruppi bancari (di cui 1 follow up);
  • 122 banche;
  • 11 società di intermediazione mobiliare;
  • 9 società di gestione del risparmio;
  • 15 società finanziarie iscritte nell'elenco speciale ex articolo 107 TUB;
  • 7 società finanziarie iscritte nell'elenco generale ex articolo 106 TUB;
  • 4 istituti di pagamento;
  • 1 istituto di moneta elettronica.

Gli accertamenti ispettivi hanno individuato le seguenti disfunzioni:

  • a) ritardi o carenze nell’adempimento degli obblighi relativi all’attività di adeguata verifica della clientela (41 rilievi);
  • b) mancata osservanza degli obblighi di conservazione dei documenti e di registrazione delle transazioni in AUI, quali omesse o tardive registrazioni, duplicazioni o errate imputazioni delle causali o della titolarità delle operazioni, ovvero mancata o errata rappresentazione dei dati anagrafici (8 rilievi). Nella maggior parte dei casi le disfunzioni sono risultate riconducibili a problematiche di natura tecnico-procedurale; è stata riscontrata, in taluni casi, la violazione degli obblighi di conservazione delle informazioni raccolte per adempiere agli obblighi di adeguata verifica della clientela;
  • c) criticità inerenti alle segnalazioni di operazioni sospette (37 casi);
  • d) anomalie concernenti la limitazione all’uso del contante e titoli al portatore (3 casi);
  • e) manchevolezze nel rispetto degli obblighi in materia di organizzazione e controlli antiriciclaggio ( nota 47);
  • f) anomalie riguardo ai presidi organizzativi volti al contrasto del finanziamento al terrorismo (1 caso).

(l'articolo continua, clicca qui)

Privacy: sono fuori legge due siti su tre (Italia Oggi, 23 settembre 2014)

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Un’indagine di Federprivacy condotta su 2.500 pagine pubbliche e private. Assenza di idonea informativa e mancanza del consenso

  • di Antonio Ciccia

Due terzi dei siti web italiani violano la privacy.
Su un campione di 2.500 siti, il 67% non è in regola con il dlgs 196/2003 (codice della privacy). Tra le violazioni più frequenti l’assenza di idonea informativa e la mancata raccolta del consenso.
La denuncia parte da Federprivacy, che ha inviato un dettagliato dossier al Garante.
Federprivacy ha stimato anche il possibile valore delle sanzioni per gli illeciti riscontrati: si parla di 24 milioni al mese.
A parte la valutazione della cifra, emerge in maniera oggettiva la diffusione della disapplicazione della normativa a protezione dei dati personali. E le violazioni toccano trasversalmente sia il settore privato sia il settore pubblico.
Vediamo il dettaglio della ricerca.
Su 2.500 siti web di enti e imprese italiane, in 1.690 casi non è rispettato l’obbligo di informare l’interessato su come saranno trattati i suoi dati personali (violazione dell’articolo 13 del Codice della Privacy) e in molti casi non è rispettata neppure la richiesta di consenso al trattamento dei dati (violazione dell’articolo 23 del Codice della Privacy).
Nel 55% dei casi, a non dare idonea informativa all’interessato, sono piccole e medie imprese, mentre il 17% dei siti web che omettono di dare l’informativa svolge attività in settori legati alla salute, che quindi trattano dati sensibili, come per esempio, ospedali, cliniche, laboratori di analisi, studi medici, dentisti, chirurghi ecc.
Nel 7% dei casi a commettere tali violazioni sono anche le aziende informatiche, come web agency o società di consulenza nel settori di internet, che spesso sviluppano esse stesse numerosi altri siti web per i loro clienti. Risulta inoltre che il 6% dei contravventori sono soggetti di condizioni economiche e dimensionali notevoli, come grandi aziende, multinazionali, enti pubblici, e anche personalità come artisti, politici e altri vip.
Pubbliche amministrazioni ed enti pubblici alimentano la graduatoria dei siti senza idonea informativa nel 3% dei casi, mentre raggiunge il 4% di questa classifica negativa il gruppo dei partiti, associazioni ed enti non profit.
In materia va ricordato che le prescrizioni del codice della privacy vanno adottate, per esempio, ogni volta che si chiede all’utente di compilare form di contatto, fornendo le loro informazioni personali. Il codice della privacy assegna all’interessato il diritto di ricevere un’idonea informativa sul trattamento dei dati personali per poter essere in grado di scegliere se prestare o meno il proprio consenso. Tra l’altro l’informativa riguarda trasversalmente tutti i settori, compresi gli enti pubblici e i siti internet istituzionali.
Sul versante sanzionatorio, l’articolo 161 del dlgs 196/2003 punisce le infrazioni a tale prescrizione con sanzioni pesantissime che vanno dai 6 mila ai 36 mila euro, cifre che possono essere anche raddoppiate se tali violazioni coinvolgono numerosi interessati, come nel caso di siti internet accessibili al pubblico, o addirittura quadruplicate se il contravventore è un soggetto facoltoso.
«L’ammontare delle violazioni rilevate nell’arco di un solo mese è stimata, codice alla mano, intorno ai 24 milioni di euro - spiega il presidente di Federprivacy, Nicola Bernardi - ma la portata del fenomeno è molto più estesa perché i domini registrati presso il Registro.it del Cnr sono a oggi circa 2,5 milioni, e questo significa che il campione analizzato equivale ad appena un millesimo dei siti italiani. L’entità di queste infrazioni, che sono pure alla bella vista di tutti su internet, è quindi potenzialmente calcolabile in alcuni miliardi di euro».

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San Marino esce dalla black list (Italia Oggi, 23 settembre 2014)

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Fonte: http://finanza.tgcom24.mediaset.it e in pdf  su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

San Marino - Approda oggi alla Camera l'uscita della black list del fisco italiano

  • di Simona D’Alessio

L’uscita di San Marino dalla «black list» del fisco italiano, con conseguente intesa bilaterale per lo scambio di informazioni in materia fiscale e finanziaria.
È questo il contenuto del disegno di legge di ratifica dell’accordo fra l’Italia e la repubblica del Titano (2278) che, a distanza di quasi cinque anni dalla firma, approda oggi nell’Aula di Montecitorio, in seconda lettura.
«Meno lungaggini burocratiche sul versante dell’interscambio commerciale e il ritorno a un regime di buon vicinato e di agevolazioni», gli effetti dell’intesa, quando sarà definitivamente approvata, secondo Gianluca Pini (Lega Nord), relatore del provvedimento.
«Non dimentichiamo, inoltre», riferisce in un colloquio con Italia Oggi, che San Marino, «prima della crisi, impiegava oltre 7 mila lavoratori nostri connazionali che risiedono prevalentemente nelle zone di confine, ossia nel riminese e nell’alto pesarese».
Sia per la congiuntura negativa, sia per «l’incattivimento dei rapporti», osserva il deputato, «questi numeri sono scesi abbondantemente sotto le 5 mila unità di occupati, così come gli investimenti italiani nella piccola repubblica si sono nel tempo affievoliti.
Tornare alla normalità, con l’esclusione di San Marino dalla «black list» si spera abbia anche l’esito di invertire questa tendenza».
Gli adempimenti comunicativi che verranno meno all’indomani del semaforo verde alla ratifica del trattato del 26 novembre 2009 non saranno altro che «filtri burocratici tolti all’appesantimento dell’interscambio commerciale».
I controlli, peraltro, sottolinea Pini, «si renderanno automatici» e ne beneficerà la trasparenza, in modo che i soggetti passivi Iva vedranno sfrondata la mole di dichiarazioni e comunicazioni che fino a oggi sono obbligatorie.
Il testo al vaglio questo pomeriggio dei deputati in assemblea, prevede, fra l’altro l’introduzione di nuove forme di collaborazione e di fornitura di dati contro abusi di mercato, riciclaggio e finanziamento al terrorismo.
Infine, se ne avvantaggerà anche la macchina amministrativa e, conclude il parlamentare leghista, «considerati i costi pari a migliaia e migliaia di euro delle richieste di rogatorie internazionali, si eviterà un ulteriore aggravio di spesa per il nostro Erario, nonché per le casse sammarinesi».

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Le sfide imposte dall’evoluzione della digital economy a livello fiscale (Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2014)

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  • Fonte: IusLetter, titolo originario: “Il G-20 punta sulla web economy

Lotta all’evasione. Per il contrasto alla fuga delle multinazionali interventi nel settore dell’e-commerce e della pubblicità online

Si è concluso domenica a Cairns (Australia) il meeting dei ministri delle Finanze del G20.
Come dichiarato nel comunicato stampa rilasciato al termine dei lavori, i ministri economici del G20 hanno ribadito il forte impegno a fornire una risposta globale che contrasti efficacemente le pratiche elusive internazionali aumentando la trasparenza in ambito tributario e recuperando risorse da destinare alla ripresa economica.
In particolare, uno dei temi che già in sede di stesura ha ricevuto maggiori commenti da parte della business community e dei partecipanti ai lavori è stato quello dell’economia digitale.

Digital economy e fisco

Le raccomandazioni pubblicate dall’Ocse illustrano – tra le altre – le sfide imposte dall’evoluzione della digital economy a livello fiscale, ad esempio con lo sviluppo di nuove modalità di business come e-commerce e vendita di pubblicità online.
Punto di discussione tra gli addetti ai lavori è, nello specifico, la mancanza di nesso di causalità tra il luogo dove viene tassato il profitto e il luogo dove l’attività viene effettivamente svolta e che ad oggi ha consentito, non solo alle grandi multinazionali, di ridurre in maniera significativa la base imponibile in Paesi come l’Italia.
Un nuovo modo modello di business a cui ad oggi non ha fatto ancora seguito un aggiornamento delle regole fiscali.
Il documento presentato dall’Ocse indirizza appunto le principali criticità da superare, quali ad esempio la revisione della nozione di stabile organizzazione, la rilevanza dei beni intangibili e il loro impatto sulle politiche di transfer pricing, la possibile non adeguatezza delle regole esistenti in materia di tassazione di imprese estere controllate, le possibili politiche di pianificazione fiscale aggressiva in materia di imposte indirette.
Il lavoro dovrebbe essere completato entro dicembre 2015.
Alcuni Governi si sono già mossi per allinearsi alle considerazioni emerse in sede Ocse, come ad esempio l’Italia con la cosiddetta “web tax”, introdotta con la legge di stabilità 2014 (legge 27 dicembre 2013, n. 147).
Con riferimento all’Iva, era stato previsto l’obbligo di acquisto di servizi online di pubblicità e link sponsorizzati unicamente da soggetti titolari di una partita Iva rilasciata dall’agenzia delle Entrate. Tale obbligo è stato tuttavia eliminato dal Dl 16/2014.
Con riferimento al transfer pricing, sono state introdotte nuove norme relative alla determinazione del valore normale delle operazioni infragruppo per le aziende che operano nell’ambito della pubblicità online o che forniscono servizi ad essa ausiliari.
Il G20 ha inoltre approvato il piano di attuazione dello standard globale per lo scambio automatico di informazioni tributarie, sviluppato in combinazione con l’Ocse per contrastare l’evasione fiscale, e ha riconosciuto i significativi progressi raggiunti nell’attuazione del piano per combattere l’erosione della base imponibile e del trasferimento dei profitti (Base Erosion and Profit Shifting-Beps) sulla base del primo set di raccomandazioni pubblicate dall’Ocse il 16 settembre scorso.

Crs, Common Reporting Standard

Lo scambio automatico denominato anche Common Reporting Standard (Crs) rappresenta la naturale evoluzione multilaterale della normativa statunitense Fatca, entrata in vigore il 1° luglio di quest’anno, che prevede l’identificazione dei soggetti statunitensi titolari di conti finanziari presso intermediari finanziari esteri e la successiva segnalazione all’autorità locale.
Il Crs si fonda sulla stessa impalcatura normativa, fatte salve alcune differenze determinate dalla sua natura multilaterale, prevedendo l’identificazione dei soggetti non residenti titolari dei conti finanziari e la segnalazione annuale degli stessi alla competente Autorità fiscale (nel caso dell’Italia, l’agenzia delle Entrate), che scambierà in automatico tali informazioni con le altre Autorità.
Ad oggi più di 65 Paesi, tra i quali anche la Svizzera, l’Austria e paradisi fiscali come le Cayman Islands, si sono già impegnati per l’adozione e l’implementazione del Crs nei prossimi anni, abbandonando il segreto bancario verso una maggiore e tangibile trasparenza internazionale.

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MEF: Relazione sulle attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo 2013 (22 settembre 2014)

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  • Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro (pdf, 2.5 M, 108 pp.)

Il 22 settembre 2014 il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro ha pubblicato la “Relazione al Ministro dell’economia e delle finanze del Comitato di sicurezza finanziaria. Valutazione delle attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”, Anno 2013 (pdf, 2.5 M, 108 pp.)

Di seguito l’indice del documento.

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Indice

1. Il sistema italiano di prevenzione e contrasto dei fenomeni di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo
1.1. Il recepimento degli standard internazionali e comunitari
1.1.1. Il negoziato sulla IV direttiva antiriciclaggio
1.1.2. La redazione delle norme di adeguamento dell’ordinamento nazionale alle raccomandazioni GAFI e all’agenda G8
1.1.3. La sperimentazione della metodologia di valutazione nazionale del rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, in vista dell’esame Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale
1.2. La normativa secondaria
1.2.1. Le disposizioni in materia di adeguata verifica e archivio unico
1.2.2. La circolare interpretativa dell’obbligo di astensione
1.3. La collaborazione delle autorità nazionali
1.4. La collaborazione della UIF con Financial Intelligence Unit di altri paesi
2. Le segnalazioni di operazioni sospette
2.1. I flussi segnaletici
2.2. Le operazioni sospette
2.2.1. Il processo di analisi e la valutazione del rischio delle operazioni segnalate
2.2.2. La metodologia
2.3. Le archiviazioni
2.4. I provvedimenti di sospensione
2.5. La classificazione delle segnalazioni
2.6. Gli indicatori di anomalia e gli schemi e i modelli di comportamenti anomali
2.7. L’analisi strategica e l’esame dei dati aggregati
2.8. La violazione dell’obbligo di segnalazione: le sanzioni amministrative, il contenzioso e la giurisprudenza
3. L’analisi delle segnalazioni di operazioni sospette: l’attività’ della Guardia di Finanza e della Direzione Investigativa Antimafia
3.1. L’attività della Guardia di Finanza e i risultati dell’attività investigativa
3.1.1. L’analisi delle segnalazioni sospette di finanziamento del terrorismo e l’attività nell’ambito delle misure di congelamento di risorse economiche
3.2. L’attività della Direzione Investigativa Antimafia
3.2.1. Sviluppi investigativi delle segnalazioni analizzate
4. L’attività di vigilanza
4.1. Gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche effettuati dalla UIF
4.2. L’attività di vigilanza dalla Banca d’Italia
4.2.1. Accertamenti ispettivi di carattere generale
4.2.2. Accertamenti mirati presso direzioni generali
4.2.3. Le verifiche presso le dipendenze delle banche
4.2.4. I controlli di vigilanza cartolare
4.2.5. Le procedure sanzionatorie
4.2.6. I risultati dell’attività di vigilanza
4.3. L’attività di vigilanza di Consob e Ivass
4.4. Gli interventi ispettivi e i risultati delle verifiche effettuati dalla Guardia di Finanza
5. La circolazione transfrontaliera dei capitali
5.1. Le dichiarazioni valutarie
5.2. L’attività di controllo e accertamento
5.3. L’attività sanzionatoria
6. Le sanzioni finanziarie internazionali
6.1 le misure restrittive nei confronti dell’Iran. Disciplina comunitaria e quadro internazionale
6.2. Le misure restrittive adottate per il contrasto dell’attività dei paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale
6.2.1. Le misure restrittive nei confronti della Siria. Il contesto Internazionale e l’evoluzione della disciplina comunitaria
6.2.2. Le misure restrittive nei confronti della Libia. Il sequestro Dei beni della Libyan Investment Authority (lia) e della Libyan Arab Foreign Investment Company (lafico)
6.3. Misure restrittive relative ad azioni che compromettono o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina
6.4 la revisione delle liste UE e ONU di soggetti sospettati di terrorismo
6.5 i congelamenti
7. L’attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo in ambito europeo e internazionale
7.1. L’attività del GAFI
7.1.1. I gruppi regionali associati al GAFI
7.2. Il comitato per la prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo istituito dalla direttiva 2005/60/ce – i paesi terzi equivalenti
7.3. Il comitato di Basilea
7.4. L’anti-Money Laundering Committee
7.5. Il gruppo Egmont
7.6. Il Working Group Anticorruzione in ambito G20

Allegato

Ministero dell’Economia e delle Finanze, Decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, “Relazione al Ministro dell’economia e delle finanze del Comitato di sicurezza finanziaria. Valutazione delle attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”, Anno 2013 (pdf, 2.5 M, 108 pp.)

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Compliance fiscale: Crs, Beps, trasparenza e multilateralismo contro l’evasione (Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2014)

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Fonte: Il Sole 24 Ore

di Marco Bellinazzo  e Davide Rotondo
La lotta contro l’evasione fiscale internazionale e la necessità di maggiore trasparenza a livello tributario hanno rappresentato uno dei temi di maggiore interesse all’attenzione del G-20 dei ministri delle Finanze, riunito a Cairns, in Australia.
Tra i punti principali dell’agenda di queste due giornate, c’è infatti l’approvazione dello standard di scambio multilaterale automatico dei dati (Common Reporting Standard - "Crs"), nonché la presentazione dei documenti rilasciati dall’Ocse lo scorso 16 settembre nell’ambito del progetto "Base Erosion and Profit Shifting" ("Beps").
Sia il Crs che il Beps, si inseriscono all’interno di un più ampio quadro politico-economico che, in un periodo di forte recessione, mira a contrastare fortemente la riduzione di gettito dall’evasione off-shore operata dai contribuenti per il tramite di intermediari finanziari ovvero derivante dai "nuovi" strumenti di elusione fiscale internazionale.
Le soluzioni possono avvenire infatti solo mediante accordi internazionali che confluiscano in strumenti multilaterali, poiché manovre antielusive poste in essere da singoli Stati rischiano spesso di generare asimmetrie e confusione allontanando gli investimenti dall’estero, con scarsi risultati da un punto di vista pratico in termini di gettito.

Crs - Common Reporting Standard

Il Crs nasce con la finalità di ottenere maggiore trasparenza a livello fiscale favorendo lo scambio automatico di informazioni tra le autorità fiscali.
Il modello normativo è stato emanato dall’Ocse lo scorso 13 febbraio (al modello ha fatto seguito il 21 luglio il relativo Commentario).
Il Crs rappresenta la naturale evoluzione multilaterale della normativa statunitense Fatca, entrata in vigore il 1° luglio di quest’anno, che prevede l’identificazione dei soggetti statunitensi titolari di conti presso intermediari finanziari esteri e la successiva segnalazione all’Autorità locale.
Il Crs si fonda sulla stessa impalcatura normativa, fatte salve alcune differenze determinate dalla sua natura multilaterale, prevedendo l’identificazione dei soggetti non residenti titolari dei conti finanziari e la segnalazione annuale degli stessi alla competente autorità fiscale (nel caso dell’Italia, l’agenzia delle Entrate), che scambierà in automatico tali informazioni con le altre Autorità.
A oggi più di 65 Paesi, tra cui i maggiori Stati europei, si sono impegnati per l’adozione e l’implementazione del Crs nei prossimi anni.
In anticipo rispetto alle aspettative, Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, i primi Paesi a sostenere il programma già nel 2013, puntano a sottoscrivere l’accordo di scambio automatico multilaterale delle informazioni finanziarie previsto dal Crs cui dovrebbero aderire anche altri Paesi.
I singoli Paesi a questo punto dovranno avviare l’iter normativo locale per l’effettiva entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2016 con la prima segnalazione all’autorità fiscale nel 2017.

Beps - Base Erosion and Profit Shifting

Il progetto Beps, avviato dall’Ocse nel 2013, si inserisce, invece, nell’ambito dell’azione di contrasto alle politiche di pianificazione fiscale aggressiva.
In particolare, mira a contrastare lo "spostamento" di base imponibile dai Paesi ad alta fiscalità verso giurisdizioni con pressione fiscale bassa o nulla da parte delle imprese multinazionali, puntando a stabilire regole uniche e trasparenti condivise a livello internazionale sulla base di un Action Plan di 15 azioni. I
l primo pacchetto di sette azioni, rilasciato lo scorso 16 settembre dall’Ocse con la collaborazione dei rappresentanti di circa 44 Stati (Paesi aderenti all’Ocse e alcuni non aderenti, come ad esempio l’Arabia Saudita e la Cina) e sottoposto ieri al G-20, si focalizza sulle crescenti sfide a livello fiscale che impone l’evoluzione dell’economia digitale, la necessità di prevedere modifiche alle regole internazionali sul transfer pricing nonché il contrasto alla double non taxation.
In particolare, le sfide a livello fiscale che insorgono con l’evoluzione dell’economia digitale, la praticabilità di uno strumento multilaterale per facilitare l’implementazione del Beps Action Plan, i fenomeni di dannosa competizione fiscale, causati, ad esempio, da abuso di alcuni regimi fiscali privilegiati, le distorsioni fiscali causate da alcuni strumenti ibridi, la necessità di neutralizzare l’abuso di alcune clausole dei trattati, novità nelle regole sul transfer pricing in relazione al trattamento dei beni immateriali e in relazione alla documentazione da presentare in materia.
Per l’avvio dell’effettiva e completa implementazione, si dovrà attendere il rilascio delle restanti otto raccomandazioni previste dal Beps Action Plan nel 2015, a seguito del quale avverrà il consolidamento finale.
Resta comunque fermo l’impegno e la visione condivisa che i maggiori Paesi del mondo hanno manifestato a Cairns, al fine di risolvere questi problemi.

Approfondimenti su Crs - Common Reporting Standard

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OCSE:  Standard for Automatic Exchange of Financial Information in Tax Matters (21 luglio 2014)

Comunicato stampa

Approfondimenti su Beps - Base Erosion and Profit Shifting

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Ocse, fisco, “Stop transfer pricing” (Italia Oggi, 22 settembre 2014)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

L’Ocse sterilizza fiscalmente i pagamenti di royalties a società con sede in paesi a bassa fiscalità. Con effetto retroattivo. Semplificando la vita a fisco e contribuenti

  • di Marino Longoni

Scacco matto al transfer pricing.
L’accordo raggiunto in sede Ocse martedì 16 settembre potrebbe dare il colpo di grazia alla pratica elusiva utilizzata frequentemente non solo dalle aziende multinazionali ma anche da molte medie imprese, che consiste nello spostare i profitti nei paesi a bassa tassazione mediante la remunerazione di marchi, brevetti e altre opere dell’ingegno possedute da società ivi collocate.
Già da qualche anno le amministrazioni fiscali dei paesi più sviluppati (che sono spesso anche quelli dove maggiore è la produzione di ricchezza e contemporaneamente è più alto il carico fiscale) stanno contrastando questo fenomeno.
In Italia ha fatto scuola il caso Dolce e Gabbana.
Ma lo strumento che ora l’Ocse mette nelle mani del fisco è un’arma micidiale.
Si afferma infatti il principio che la tassazione delle royalties sulla proprietà intellettuale non deve necessariamente fare riferimento al dato formale della residenza dell’azienda che possiede tali beni, quasi sempre collocata in paesi a bassa fiscalità, ma al dato sostanziale della residenza della società che ha prodotto tale ricchezza.
La sostanza prevale sulla forma giuridica.
Così una società italiana che trasferisse la gestione del proprio marchio a una società lussemburghese potrebbe essere chiamata a pagare le imposte sui proventi conseguiti in Italia e trasferiti in Lussemburgo sotto forma di royalties.
I nuovi principi dell’Ocse sono immediatamente applicabili nell’attività di accertamento fiscale: quindi, in sostanza, hanno addirittura un effetto retroattivo perché si applicano da subito a operazioni compiute qualche anno fa.
L’effetto principale sarà probabilmente quello di spostare l’enfasi delle verifiche fiscale dalla residenza effettiva della società alla produzione effettiva del reddito.
Finora, infatti, l’applicazione dell’articolo 110, comma 7 del Tuir (principio del valore normale nei prezzi di trasferimento) era generalmente ottenuto attraverso la riqualificazione in Italia della residenza della società formalmente proprietaria del marchio.
Una ricostruzione irta di difficoltà sia per l’amministrazione, sia per il contribuente, a causa dei pesanti effetti penali che vi potevano essere collegati.
Ora invece l’amministrazione potrebbe limitarsi a tassare in capo alla società residente in Italia i flussi di royalties che sono andati formalmente ad arricchire i bilanci delle società collocate nei paradisi fiscali.
Una semplificazione notevole per gli accertatori ma, tutto sommato, anche per i difensori dell’azienda.
Paradossalmente, è forse la prima volta, almeno in Italia, che una battaglia sacrosanta contro una forma di elusione fiscale piuttosto odiosa, perché attuabile solo dai contribuenti con i redditi più consistenti (che in questo modo riuscivano a sottrarre quasi del tutto alla tassazione), viene attuata con uno strumento che invece di complicare la vita ai contribuenti, finisce per semplificargliela.

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Fisco, Beps: “Restyling alla documentazione” (Italia Oggi, 22 settembre 2014)

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Fonte: in pdf su rassegna stampa dell’Agenzia delle Entrate

Nell’ambito del progetto Beps, l’Ocse ha aggiornato le linee guida in materia di oneri documentali per la gestione dei rapporti intercompany.
Le nuove linee guida sono immediatamente applicabili: l’art. 26 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 ha introdotto in Italia un regime di oneri documentali con riferimento ai prezzi di trasferimento intercompany proprio in adeguamento delle best practices Ocse.
Per chi si adegua a tale regine di oneri documentali è prevista la non applicabilità delle sanzioni connesse alla rettifica del valore normale dei prezzi di trasferimento praticati in sede di accertamento da cui derivi una maggiore imposta o una differenza del credito, qualora il contribuente, nel corso dell’accesso, ispezione, verifica o altra attività istruttoria, consegni agli organi ispettivi la documentazione prevista dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 29 settembre 2010, (pdf) idonea a consentire il riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati.
Si tratta di un documento denominato «Masterfile», che raccoglie informazioni relative al gruppo, e di un documento denominato «Documentazione Nazionale» contenente informazioni relative alla singola società del gruppo multinazionale.
La documentazione predisposta deve essere idonea a consentire il riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati.
Tale «idoneità» deve essere non solo formale, ma soprattutto sostanziale, nella misura in cui la documentazione predisposta deve essere in grado di fornire all’Amministrazione Finanziaria elementi conoscitivi necessari a effettuare una completa e approfondita analisi dei prezzi di trasferimento praticati.
È idonea quella documentazione che permetta di fornire un quadro informativo che consenta il riscontro della conformità dei prezzi di trasferimento praticati al principio del valore normale, assicurando adeguata coerenza con i principi declinati dal Codice di condotta Ue e, per l’appunto, dalle Linee guida Ocse in materia di transfer pricing.

Allegati

  • OECD releases first BEPS recommendations to G20 for international approach to combat tax avoidance by multinationals, 16  settembre 2014
  • DECRETO-LEGGE 31 maggio 2010, n. 78, "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitivita' economica". (10G0101) (GU n.125 del 31-5-2010 - Suppl. Ordinario n. 114 ) note: Entrata in vigore del decreto: 31/5/2010. Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla L. 30 luglio 2010, n. 122 (in SO n.174, relativo alla G.U. 30/07/2010, n.176)

  • Agenzia delle Entrate, Provvedimento del 29/09/10, "Attuazione della disciplina di cui all’art. 1, comma 2-ter del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 concernente la documentazione idonea a consentire il riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati dalle imprese multinazionali e approvazione delle specifiche tecniche per la trasmissione telematica della comunicazione di adozione degli oneri documentali di cui all’articolo 26 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla Legge 30 luglio 2010 n. 122", pubblicato il 29/09/10 ai sensi dell'articolo 1, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n° 244 (pdf)

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Ocse, fisco: “Marchi e brevetti, stop ai profitti spostati all’estero” (Italia Oggi, 22 settembre 2014)

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  • Fonte: IusLetter e in pdf su rassegna stampa dell'Agenzia delle Entrate

Le prime raccomandazioni dell’Ocse in materia di transfer pricing sugli asset intangibili

  • di Vincenzo Josè Cavallaro

Il contrasto alla pianificazione fiscale aggressiva e all’elusione fiscale delle multinazionali passa per il rafforzamento e l’aggiornamento delle regole in materia di transfer pricing sui c.d. intangibles, gli attivi immateriali come marchi, brevetti, disegni industriali.
Si tratta di un tassello fondamentale del progetto Beps (action plane on base erosion and profit shifting) adottato dall’Ocse nel 2013 su raccomandazione del G20, che è passato alla fase di implementazione con l’emanazione delle prime sette raccomandazioni sulle 15 previste.
Che la disciplina sui prezzi di trasferimento rappresenti una delle più importanti armi a disposizione delle amministrazioni fiscali nazionali per combattere la pratica delle società multinazionali di spostare profitti verso paesi a fiscalità privilegiata è dimostrato dal fatto che tra i sette report approvati dall’Ocse martedì 16 settembre, ben due sono dedicati alla materia del transfer pricing: oltre alle nuove linee guida relative agli intangibles, l’Ocse aggiorna le linee guida sugli oneri documentali connessi al transfer pricing, con i quali i gruppi multinazionali documentano le proprie politiche in materia di prezzi di trasferimento.
Operazioni di pianificazione fiscale aggressiva su marchi e brevetti sono state in passato determinate dall’esistenza di regimi speciali di tassazione di cui alcuni Stati come l’Inghilterra, il Lussemburgo, l’Olanda si sono dotati per attrarre veicoli societari il cui oggetto sociale fosse gestire e tutelare la proprietà intellettuale.

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(clicca per ingrandire immagine)
Il report adottato dall’Ocse afferma un principio fondamentale nella gestione dei rapporti intercompany relativi a marchi e brevetti: la tassazione delle royalties relative a tali attivi immateriali non deve necessariamente seguire la proprietà formale. Bisogna guardare alla proprietà sostanziale.
A tali fini conta verificare chi ha sviluppato l’attivo immateriale, chi lo conserva chi ne cura il potenziamento, chi investe nella sua evoluzione, chi si adopera per realizzare campagne pubblicitarie per darne lustro, chi cura l’attività di ricerca e sviluppo.
Se la proprietà sostanziale è in capo a una legal entity situata in un paese ad alta fiscalità, le royalties relative a marchi e brevetti vanno tassate in capo a tale entità e non in capo alla legal entity formalmente proprietaria degli intangibles, guarda caso situata in uno Stato che prevede un regime fiscale speciale in materia di diritti della proprietà intellettuale.
Individuata la proprietà sostanziale di marchi e brevetti, il valore normale dei flussi di royalties tra diverse società facenti parte dello stesso gruppo deve essere calcolato (e può essere ricostruito dalle amministrazioni fiscali nazionali) utilizzando il metodo del profit splitting: i ricavi vanno tassati nello Stato dove sono localizzati i fattori produttivi che permettono a un gruppo il relativo posizionamento sul mercato.
Se la forza di un gruppo dipende dalla presenza di una capillare rete distributiva e la presenza di un brand poco aggiunge alla redditività che invece dipende dal radicamento territoriale della rete, la ripartizione dei profitti del gruppo deve premiare la legal entity in cui sono allocati i fattori produttivi che determinano la forza commerciale del gruppo.
Se, di contro, la forza competitiva di un gruppo risiede nell’esistenza di una formula commerciale innovativa, la legal entity che detiene e custodisce tale attivo immateriale deve essere adeguatamente remunerata.
Quanto affermato dall’Ocse potrebbe trovare immediata e diretta applicazione nell’ambito delle attività ispettive condotte dall’Agenzia delle entrate.
Il trattamento fiscale dei prezzi praticati nell’ambito di transazioni fra società, imprese, o enti appartenenti al medesimo gruppo, trova la propria disciplina nazionale nell’art.110, comma 7 del Tuir.
Il principio generale contenuto nell’art. 110, comma 7, del Tuir stabilisce che i componenti di reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla medesima società, devono essere valutati in base al valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti.
La regola del valore normale contenuta nell’art. 110, comma 7 del Tuir, alla luce dell’aggiornamento delle linee guida sul transfer pricing relativo agli intangibles messo a disposizione da parte dell’Ocse, permetterà ad Agenzia delle entrate e Guardia di finanza di ricostruire il margine di ricavi di quelle società residenti che risultano titolari della proprietà sostanziale di marchi e brevetti.
In sostanza, attraverso un onere probatorio tutto sommato modesto, l’Agenzia delle entrate potrebbe tassare in capo a tali società residenti flussi di royalties che sono contabilizzate nei bilanci di società localizzate in paradisi societari.
Si tratterebbe di un approccio innovativo per l’amministrazione fiscale italiana, culturalmente (almeno fino a oggi), più propensa verso metodi di ricostruzione che si basano sulla riqualifica in Italia della residenza della società estera proprietaria formale del marchio, attraverso l’individuazione di un place of effective management di tale entity in Italia o di un oggetto sociale «sostanziale» in Italia.
Il gravoso onere probatorio che è connesso a tali ricostruzioni, dovrebbe far propendere verso la strada della ricostruzione dei margini della società italiana residente individuata quale proprietario sostanziale del marchio e del brevetto, tramite le regole del transfer pricing. In sostanza l’Ocse spiana la strada per una rivoluzione culturale nella gestione dei rilievi in presenza di società estere utilizzate in operazioni di pianificazione fiscale aggressiva su marchi è brevetti: la via maestra è la ricostruzione delle marginalità delle società residenti tramite il transfer pricing. I principi costituzionali di buona amministrazione a cui l’azione accertatrice dell’Agenzia delle entrate è sottoposta dovrebbero, del resto, far propendere per un metodo di ricostruzione che per l’amministrazione è più rapido, più efficace, e che dà maggiori possibilità di tutelare in concreto la pretesa erariale in ragione del fatto che il soggetto destinatario del rilievo sarebbe un soggetto residente e non un soggetto estero la cui residenza viene, solo ai fini fiscali, riqualificata in Italia.

Allegati

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Focus delle Sezioni Unite sulla «231» - sintesi (Eutekne.info, 22 settembre 2014)

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La sentenza Thyssenkrupp chiarisce numerosi profili di interesse della responsabilità da reato degli enti ex DLgs. 231/2001

Su Eutekne.info del 22 settembre 2014 Maurizio Meoli riporta e commenta sentenza n. 38343/2014 delle Sezioni Unite della Cassazione (sentenza Thyssenkrupp) in materia di responsabilità 231.
In sintesi:
il sistema disegnato dal DLgs. 231/2001 prevede una responsabilità peculiare ovvero un “tertium genus” rispetto a quelle tradizionali, penale ed amministrativa, in relazione alla quale non sono ravvisabili profili di illegittimità costituzionale;
i criteri di imputazione all’ente dell’azione (illecita) posta nel suo interesse o vantaggio vanno riferiti, nell’ambito dei reati colposi d’evento, alla condotta e non all’esito antigiuridico della stessa; in tale ambito, il profitto confiscabile è da correlare al risparmio derivante dalla mancata adozione di onerosi accorgimenti di natura cautelare;
non è dotato della necessaria autonomia l’Organismo di vigilanza (OdV) che abbia tra i componenti il responsabile dell’area che si occupa di manutenzione impianti ed organizzazione del servizio di sicurezza; circostanza che priva il Modello 231 di qualsiasi efficacia esimente.

Autonomia dell’ODV

Sul punto relativo all’autonomia dell’ODV Meoli osserva:
“Resta, infine, il profilo della necessaria autonomia, in funzione del corretto esercizio dei poteri di iniziativa e di controllo, dell’OdV, al fine di assicurare un’efficace attuazione del Modello 231 e la sua portata esimente (art. 6 del DLgs. 231/2001).
Nel caso di specie (caso Thyssenkrupp ndr), come evidenziato in premessa, tra i componenti dell’OdV figurava anche il responsabile dell’area deputata alla manutenzione impianti ed all’organizzazione del servizio di sicurezza.
In relazione a simile situazione, le Sezioni Unite reputano corretta la motivazione dei giudici di appello che hanno escluso l’esistenza della necessaria autonomia dal momento che sui settori in questione l’OdV era chiamato a svolgere le proprie funzioni.
Il componente dell’OdV, di conseguenza, sarebbe stato giudice di se stesso.
Nessun rilievo, poi, è possibile attribuire alla circostanza che, nelle società di capitali, è oggi possibile per il collegio sindacale, il consiglio di sorveglianza ed il comitato per il controllo sulla gestione svolgere la funzione di OdV.
Tale previsione, infatti, non comprime affatto i requisiti di autonomia dell’OdV, dal momento che restano fermi i requisiti imposti dal codice civile.

Testo integrale dell’articolo qui

Approfondimento sulla sentenza

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